Nel mio ricordo, ricordo vivo e lacerato ancora dal senso della mancanza di una figura come la sua, Primo Moroni si staglia come un intellettuale -militante complessivo, capace di affrontare tematiche culturali di vario genere, non solo con riferimento agli schemi della politica o all'analisi dello Stato e dei mutamenti istituzionali. Anche se, per il mio tipo di attività (avvocato), ho avuto modo di frequentarlo soprattutto nell'ambito di iniziative attinenti la repressione, il carcere, i processi, i movimenti. E così ricordo il suo impegno nella costruzione e nell'attività nel Coordinamento dei Comitati contro la Repressione: erano i tempi della creazione, al di fuori di ogni legalità, del circuito delle carceri speciali, dell'applicazione dell'art. 90 della Legge Penitenziaria, che annullava ogni regola di corretto trattamento carcerario, con l'istituzionalizzazione dell'isolamento, del colloquio attraverso i vetri con parenti e difensori, del divieto di corrispondere con altre carceri, del controllo totale – anche nelle celle – a mezzo di impianti televisivi a circuito chiuso, per giungere fino ai cosiddetti "braccetti della morte" (sull'isola di Pianosa, ad esempio, o alle carceri Nuove di Torino), ove l'aria era prevista per un'ora sola alla settimana, in un minuscolo cortile-corridoio, ricoperto da una fitta grata, ove neppure si potevano tenere in cella penne per scrivere, che andavano richieste volta per volta al maresciallo...

E Primo era attivo nell'opera di solidarietà (quanti libri, tra l'altro, ha lui personalmente inviato ai prigionieri!) e nella battaglia politica contro questa strumentazione repressiva. Così come era attivo nella lotta contro quelle che, erroneamente, allora venivano definite legislazione e procedure speciali (non erano, invece, nient'affatto speciali; bensì rispondevano ad un preciso disegno di rimodellamento dello Stato, poi ulteriormente proseguito), che portavano migliaia di militanti in carcere, imputati in processi che non avevano più alcuna pretesa – dominati, come erano, dalle parole dei pentiti – di accertare fatti, di comprendere nessi, situazioni e motivazioni, ma erano puri momenti della battaglia dello Stato contro movimenti ed aggregati politici antagonisti, esclusivamente incentrati sul controllo dell'identità politica dei soggetti portati a giudizio, e sull'ottenimento di collaborazioni e/o abiure, da ricompensare con l'esenzione dalla pena e/o la sua congrua riduzione. E Primo faceva assemblee nell'hinterland milanese, analizzando e spiegando questa situazione, fornendo perfino, ricordo, i primi dati statistici su provenienza di classe e ruoli sociali degli incarcerati. E partecipava, con grande capacit à di riflessione e comunicazione, a miriadi di riunioni, anche di "addetti ai lavori", che ben volentieri, e proficuamente per tutti, si confrontavano con lui.

Sul piano ideologico, poi, contrapponeva alle devastazioni, che la legge sulla cosiddetta dissociazione provocava (e non solo nel carcere), la parola d'ordine dell'amnistia che, come tale, era incompatibile con la logica dello scambio, individuale o di gruppo.

E queste battaglie, da capace organizzatore culturale, Primo le portava avanti anche organizzando convegni: io ricordo (ma sono tanti) quello dell'aprile 1985, "Nuove povertà e controllo sociale", e poi, dieci anni più tardi (autunno 1995), il convegno, organizzato con la Camera Penale di Milano – sì perchè Primo era capace, mantenendo integra la sua identità, di avere relazione "larghe", su "Legislazione dell'emergenza e detenzione politica: quale soluzione?", e, ancora, quello del maggio 1997, quando un osservatore attento poteva intuire il dolore provocato dalla sua malattia, nel Centro Sociale Rote Fabrik di Zurigo, dal titolo "Analisi, relazioni, racconti, attraverso rivolta, militanza e rivoluzione", con al centro la ricostruzione della storia degli anni Settanta ed il tema della detenzione politica in Europa.

Questo tema, quello della memoria, era, d'altra parte, assolutamente proprio di Primo, che, addirittura, ne costituiva come un'espressione fisica: grande, infatti, era la sua capacità di analizzare e comunicare la storia recente. E anche i giovani dei centro sociali degli anni 90 ben compresero questa sua capacità, così come lui seppe adeguatamente rapportarsi a loro nella consapevolezza del mutare dei tempi, non diventando mai un "reduce", ma continuando ad essere una persona capace di crescere sempre, anche negli anni desolati che abbiamo conosciuto, senza smettere il suo impegno e la sua voglia di comprendere per agire.



Milano, 6 febbraio 2007





Giuseppe Pelazza

pubblicato sulla rivista Come 2007