Free Festival delle bambine e dei bambini - scuola bene comune 2010

dibattito svoltosi al USI, Via Torricelli (Milano) il 14/10/2010

Bambini con disabilità e scuola

Tommaso
Dico due cose veloci. La prima è sul perché ci siamo spostati qua, in via Torricelli. Milano è una città che ha dei punti un po' ruvidi e ogni tanto ci si casca in mezzo; questa cosa, come voi sapete, è successa un anno e mezzo fa al centro sociale Conchetta, quando è stato sgomberato; il centro poi è stato rioccupato, ha avuto una vertenza lunga con il Comune di Milano la cui sentenza è arrivata pochissimi giorni fa: il tribunale ha rigettato le considerazioni che aveva fatto il centro senza dare ascolto ai testimoni, senza considerare la documentazione fornita. Oggi, in tarda mattinata, è stato tentato lo sgombero della casa occupata di via Savona 18, che era stata occupata a seguito dello sgombero della casa di via Ripa 87, ancora ci sono sette persone sul tetto, il quartiere è completamente isolato, la situazione è abbastanza mossa, diciamo così. Gentilmente l'USI (Unione Sindacale Italiana) ci ha messo a disposizione la sua sede e per questo la ringraziamo. Questa sede le è stata assegnata dal Comune, dopo lo sgombero dei locali di viale Bligny 22, sede "storica" dell'USI in un palazzo che la Bocconi ha acquisito prendendo possesso di tutto l'isolato. Ciò per spiegare lo spostamento deciso un po' all'ultimo minuto. Il programma di questa "quattro giorni", l'avrete visto, è articolato e vario: vorremmo parlare ai grandi e ai bambini, fare riflessioni e momenti di festa, speriamo sempre in una partecipazione convinta anche nella preparazione, come è stato per l'incontro di questa sera, che è stata costruito nel tempo grazie a una rete di relazioni e al lavoro di un gruppo. Lascio la parola a Martina Gerosa, Carla Mondolfo e Davide Biggi. Abbiamo pensato di incominciare con loro e poi di vedere Rosso come il cielo, un film che sollecita il dibattito.

Davide
Per la verità, un po' di cose le ha già dette lui, non vorrei dilungarmi troppo. In questo secondo appuntamento del "Free Festival dei Bambini e delle Bambine", fra le altre iniziative, abbiamo pensato a questa serata di riflessione sui bambini, la disabilità e la scuola, cui partecipano Martina Gerosa e l'Associazione Nazionale Subvedenti con Carla Mondolfo. è quindi il caso che inizino loro a dire delle cose.

Martina
Un grazie a chi ha organizzato la serata. Mi dispiace che manchino due persone, o forse una delle due è presente. Una è Pinuccia Virgilio, una insegnante che ha lavorato in quartiere; è anche "colpa" sua se io stasera sono qui. è bello penso, soprattutto in un quartiere come il nostro, capire da dove veniamo e come arriviamo in un luogo, attraverso quali percorsi e quali intrecci, perché si spiegano, si raccontano tante cose in questo modo. L'altra persona è l'insegnante che ha proposto la visione di questo film; ecco, sono molto contenta che tu sia presente, vorrei quasi che ti sedessi qui; il film è veramente bellissimo. Siamo qui in questo momento in quattro, in realtà dovremmo essere tutti in cerchio secondo me, proprio perché ognuno dovrebbe presentarsi, sarebbe l'ideale, ma avremmo bisogno di tutta la notte. Ecco che è arrivato un altro insegnante, come tanti di voi, penso. Qui siamo presenti come cittadini prima di tutto, penso, e ognuno con il suo ruolo di genitore, di insegnante, di educatore o di riabilitatore. Ognuno ha il suo compito. C'è una immagine che a me piace tanto di Tonino Bello, che dice: "gli uomini in fondo sono come degli angeli con un'ala soltanto, per poter volare devono andare a braccetto". è questo un punto che volevo fin da subito proporvi: solo insieme si costruiscono delle cose e ciò che siamo deriva da un percorso che ci ha visti sostenuti, accompagnati e aiutati da tante persone, a partire dai nostri genitori.
Sono nata in questo quartiere, quindi per me è bello trovarmi qui oggi a parlarvi, e da bambina non riuscivo quasi a spiccicare una parola. Quando ero in aula, nella scuola elementare e ancora alle superiori, dovevano proprio cavarmi le parole di bocca, perché sentire la mia voce mi disturbava tantissimo. Sentivo che era strana, che gli altri facevano fatica a capirmi eccetera eccetera. Io ho una disabilità, per chi non lo sapesse, uditiva dalla nascita e con questa disabilità ho imparato a conviverci. Oggi la chiamo un'amica, non riuscirei a immaginarmi diversamente, con un udito perfetto, penso che funzionerei in tutt'altra maniera. Quindi questo film, che tratta il tema della disabilità visiva, mi ha subito spinta a chiamare Carla e a dirle: "guarda, si vede questo film, mi piacerebbe che voi...".
Cosa vi aspettate di sentirvi raccontare da me a proposito del tema bambini con disabilità e scuola? Forse un piccolo racconto di come ho vissuto l'integrazione scolastica, perché venni inserita in una classe normale, nella scuola di tutti, nella scuola Barozzi, quindi in questa zona 5, con una maestra che all'epoca, nel 1973, aveva una classe numerosa e ovviamente nessuna figura a supporto degli alunni con difficoltà. Quindi i compagni erano coloro che sostenevano, aiutavano, passavano gli appunti, facevano copiare, altro che tirare su un foglio per non far copiare, proprio perché erano consapevoli che tu avevi questo bisogno. Le fasi della scuola sono state però alterne. Prima vi dicevo che facevo fatica a esprimermi verbalmente; quindi è stato il libro, lo strumento scritto, quello che per me ha rappresentato un'àncora di salvezza. Per ciascuno il percorso è diverso, non c'è una regola che vale per tutti; la bellezza è stata proprio di incontrare insegnanti e compagni che mi hanno trattata come tutti gli altri ma al contempo hanno riconosciuto i miei bisogni che a poco a poco imparavo anche a esprimere, a dire "guarda che io ho bisogno di questo". Chiedere aiuto, penso che anche questo sia molto importante, non pensare di poter contare solo sulle proprie forze e sapere che l'altro ha quell'"ala", appunto, che ti consente di volare insieme. Ma "l'abbraccio non deve essere troppo stretto", mi ha detto un giorno un amico ipovedente in un incontro con alcuni insegnanti. L'abbraccio non deve essere troppo stretto, devi anche essere lasciato andare anche a sbattere contro un panettone... Adesso lascerei la parola a Carla.

Carla
Buona sera, vi ringrazio per l'invito. Rappresento proprio la disabilità visiva, e il tema del film che vedrete è la cecità in un sistema educativo che oggi non esiste più; ciò darà uno stimolo per parlare di tutto il percorso che questo sistema educativo ha fatto dai tempi dell'istituto per ciechi, a quelli della scuola speciale, a quelli della scuola integrata. Tanti passi avanti, ogni tanto qualche passo indietro; in questo momento molti passi indietro per via dei tagli alla scuola; quindi il film sarà un po' l'occasione per parlare anche di scuola. Io, fra l'altro, ho attraversato gli anni della scuola speciale, perché ho un figlio ipovedente - oggi ha quasi quarant'anni - che l'ha frequentata, quindi so cosa significa. Francesco andava alla scuola speciale di Milano, in via Clericetti, che era l'unica scuola speciale in Italia per bambini ipovedenti, non so se qualcuno la conosce. Poi c'è stata l'apertura a tutti delle scuole "normali", quindi questo l'ho vissuto e continuo a viverlo con tutti i problemi che la scuola pone oggi ai bambini che vengono inseriti e non sempre trovano quello di cui avrebbero bisogno, quello di cui hanno diritto, e questo fino all'università.
"Subvedenti", che è il nome dell'associazione, o "ipovedenti" sono due termini che si equivalgono: persone che vedono poco, qualche volta pochissimo, quasi al limite della cecità; vedono in modo diverso: c'è qualcuno che vede benissimo dentro una monetina da un centesimo di euro, però non riesce a muoversi nello spazio perché è come se avesse dei paraocchi a destra e a sinistra, poi invece ci sono persone che non riescono a vedere che cosa hanno nel piatto però si muovono bene nello spazio. Questo dà adito a tanta incomprensione, perché - faccio un esempio che porto sempre - ci sono delle persone che vanno in Posta a prendere la pensione per la cecità e camminano tranquillamente: quella persona non è un "falso invalido", è una persona che non riesce a leggere, non riesce a fare nulla di manualità fine, perché la sua macula, la parte centrale dell'occhio, è stata colpita. Non mi dilungo su questo, però è importante sapere che gli ipovedenti sono uno diverso dall'altro, ognuno con una patologia diversa, ognuno con un modo diverso di vedere, ognuno con una sua storia; quindi l'ipovisione è veramente un pianeta molto variegato e non si può avere un approccio univoco a scuola, perché gli ipovedenti hanno bisogno ciascuno di un approccio personalizzato. Nel percorso scolastico importantissima è la tecnologia, che permette oggi a molte persone con residuo visivo, anche cieche, di arrivare sino all'università, di laurearsi e di lavorare, mentre fino a 10 o 15 anni fa tutti i ragazzi che avevano problemi di vista erano destinati a fare il centralinista, l'accordatore di pianoforte, i cestini, lo vedrete un po' anche nel film.
La specificità della scuola di via Clericetti e della nostra associazione è quella di aver sottolineato l'importanza del residuo visivo. Se una persona ha un residuo visivo, lo deve utilizzare, perché un occhio non utilizzato è un occhio perso. Ai bambini strabici si tappa un occhio, quello buono, perché altrimenti tenderebbero a utilizzare soltanto quello e l'occhio strabico perderebbe il suo utilizzo, diventando cieco. Importantissimo è l'utilizzo del residuo visivo, mentre quarant'anni fa, quando è nata l'associazione, i bambini per la scuola erano o ciechi o vedenti, quindi o il Braille o la lettura in bianco e nero come gli altri. Questo significava avere dei bambini che poi a scuola non riuscivano, venivano scambiati per bambini ritardati eccetera eccetera. Questo è un po' il percorso. Abbiamo un sito molto ricco (www.subvedenti.it). Uno dei nostri fiori all'occhiello è proprio la tecnologia, in zona Lambrate abbiamo una ausilioteca, una biblioteca con 150 ausili elettronici, informatici, software e hardware che permettono a persone di qualsiasi età di migliorare la qualità di vita e di fare tutte le cose che non riuscirebbero a fare se non avessero l'ingranditore, che è una lente speciale con un software ingrandente per utilizzare il computer, uno screen reader, sempre per il computer, eccetera eccetera. Se qualcuno di voi ha la curiosità di venire a vedere cosa facciamo, ciò sarebbe anche un modo per farlo conoscere a un territorio diverso da quello di Lambrate. Ci capita spessissimo di dire: "ah, sì, io ho una zia con problemi di vista", "io ho una cognata"; tutti quanti abbiamo una persona anziana, oggi con l'allungamento della vita molte persone cominciano ad avere un deterioramento della vista che danneggia il loro modo di vivere. Io non mi voglio dilungare perché poi sarà interessante dopo il film parlare ancora di questo tema. In particolare mi interesserà sapere perché la signora ha scelto questo film, che è un bellissimo film.

Davide
In due parole raccolgo un po' la sua proposta dicendo anch'io come sono arrivato qua. Io faccio parte del gruppo della libreria Calusca, che è interna al centro sociale Conchetta e che insieme all'Archivio Primo Moroni è tra i soggetti che hanno promosso questa iniziativa, insieme ai comitati delle scuole. Inoltre, per lavoro, mi occupo di coordinare in Brianza gli interventi degli educatori territoriali o comunali. è un tipo di figura professionale che ogni tanto cambia nome, comunque è quello che si trova nelle scuole. Fra l'altro, molti anni fa ho iniziato in un ambito un po' diverso, perché lavoravo con persone disabili adulte, poi mi sono spostato sulla realtà scolastica e ho iniziato proprio occupandomi di coordinare il servizio per gli assistenti alla comunicazione, perché il nostro ambito faceva parte degli ambiti sperimentali della provincia di Milano. Io volevo aggiungere una riflessione. Nel film, come è stato detto, parla di una realtà di qualche anno fa, anche se gli spunti che dà sono comunque importanti, molto attuali, narra di una scuola speciale nei primi anni Settanta, quindi prima della legge del '77 che stabilisce il diritto del bambino disabile ad andare nella scuola "normale". Non è però una realtà del tutto scomparsa, anche se appare un po' residuale; secondo i dati ministeriali per l'anno scolastico 2007-2008, i bambini con disabilità nelle scuole erano circa 180.000, di cui 2.300 circa nelle scuole speciali, che ci sono ancora perché la legge non ha mai abolito definitivamente le scuole speciali. Non è neanche il 2%, però, esistono ancora e quindi è interessante andare a vedere i percorsi del bambino cosiddetto "grave", com'è definito e dovremmo analizzare le parole con cui si descrive la persona con disabilità. Inoltre ho letto con una certa preoccupazione alcuni articoli che sono comparsi su siti vari, per esempio quello della FISH (Federazione Italiana Superamento dell'Handicap), in cui si faceva notare che si registra qua e là, fra l'altro anche a Milano e nella zona della Brianza in cui abito, io un aumento delle richieste verso le scuole speciali. Può darsi che il dato non sia sufficiente a dire granché, però secondo me qualche passo indietro lo si vede. A mio giudizio non è solo il portato dei "tagli", ma anche di una serie di cose non del tutto risolte nella vicenda dell'integrazione dagli anni Settanta in poi. Magari ne parliamo più approfonditamente dopo, ma secondo me ci sono un paio di cose che non sono state portate avanti dopo il periodo pionieristico, eroico, effervescente, in cui la spinta era a superare barriere ed esclusione eccetera. Se dovessi dire come va la scuola - me ne occupo dal 2005 -, direi che sicuramente ci sono delle realtà che vanno abbastanza bene, alcune che non vanno molto bene e poi c'è una ampia zona un po' grigia dove va e non va, dove in una classe le cose si cerca di farle ma nella classe accanto già cambia, in cui il bambino è iscritto però poi se vai a vedere quanto tempo passa con gli altri bambini e quanto invece sta nell'auletta di sostegno con l'insegnante di sostegno, poi nell'auletta di sostegno con l'educatore e poi nelle ore che avanzano il bidello simpatico gli fa fare avanti e indietro. Penso che dobbiamo stare molto attenti perché se l'integrazione non è efficace, poi diventerà un argomento per dire: "in fondo non funziona, perché non tornare ai bei tempi in cui ognuno stava al posto suo?". Mi è capitato di leggere un caso estremo, l'assessore alla Pubblica istruzione di Chieri, un paese vicino a Torino, il quale ha detto piatto piatto che secondo lui i bambini disabili a scuola è inutile che ci vadano, disturbano e "non stanno in posti dove persone più preparate...", perché l'esclusione è sempre nell'interesse dell'escluso, questo è risaputo... Anche i manicomi erano nell'interesse delle persone chiuse lì dentro, secondo quelli che li sostenevano. Nel caso di Chieri, il fatto un po' allucinante è che malgrado le proteste di alcuni genitori, insegnanti e qualche consigliere comunale, l'assessore ha continuato: "io dico cose che pensano tutti". è un caso estremo, è un paese piccolo, però anche il solo il fatto che uno abbia il coraggio di vantarsi di affermazioni del genere...

Piera
Io sono Piera e insegno alla scuola dell'infanzia in Zona 5. Anch'io non sono da molto nella scuola, vi sono entrata nel 2005, però prima ho lavorato per anni nel sociale. Perché ho scelto questo film? Diciamo che tutto ciò che ha detto Davide è lineare con quella che è stata la mia motivazione. Io ho conosciuto questo film in un corso di formazione rivolto a un gruppo di educatori, insegnanti e pedagogisti. Un giorno ci è stata proposta la visione di questo film e da lì è partito un week-end intero di lavoro e di attività, anche molto operativa, sulla disabilità visiva. Io l'ho scelto, anche se effettivamente è relativo a un contesto datato, perché secondo me il problema dell'integrazione si porta dietro qualcosa che non è risolto, non soltanto dal punto di vista degli strumenti ma proprio dal punto di vista culturale. Nella formazione delle classi, quando c'è il momento dell'inserimento è già un problema, così come è un problema a volte per le famiglie rispetto al rendimento della classe. Quindi ho trovato attuale il film per le riflessioni che consente sul rischio di retrocedere e di cancellare quasi in un attimo quanto è stato fatto per anni e sulla mancanza di un adeguato lavoro culturale. L'altra ragione - dico solo due parole perché se no parlo troppo per cui mi è piaciuto tantissimo questo film è perché sembra girato dai bambini e questo è uno degli aspetti che più gratifica e comunque restituisce molto del lavoro che si fa a scuola o in un rapporto relazionale o in una situazione di sostegno e di aiuto. Questo film sembra proprio fatto dai bambini, il regista sembra un bambino. Io l'ho proposto in un contesto di bambini di 8/9/10 anni, lo si segue molto tranquillamente, ai bambini piace e poi è occasione di riflessione con loro.

[A questo punto viene proiettato il film. Segue discussione.]

Carla
Mi ha colpito il momento della recita, in cui c'è tutta questa dispersione di grande creatività e poi c'è uno stacco sull'istituto, su questi letti. Il contrasto, evidentemente, è voluto.

Martina
Quindi c'è stato un cambiamento anche dentro l'istituto e un cambiamento c'è in ogni realtà.

MM
Non penso che sia un caso che nel film si vedano le manifestazioni. Ho notato che il ragazzo che ha perso la vista è diventato uno dei più famosi montatori cinematografici e che la legge è del 1977. è interessante, perché un periodo che sembrava un caos ha fatto venire fuori una cosa valida.

Y
Rispetto al bullismo: il bullo c'era anche allora, ma nel film se ne fanno carico, non lo escludono, lo coinvolgono e quindi lo trasformano.

Carla
Anche se sembra un mondo così lontano, ci sono tante cose che troviamo anche oggi. La scuola molto spesso tarpa le ali, perché le regole vengono prima di tutto, non si stimola la creatività del bambino, la loro libertà di espressione. Il film mostra un mondo che ritroviamo pure nella scuola di oggi, anche se per fortuna non c'è più l'istituto speciale.

Tommaso
C'è un'altra cosa che direi attuale e che supera lo specifico della questione, è quella dell'assunzione di responsabilità da parte di questo prete, don Giulio, che si prende carico di dare ascolto. L'ascolto è una assunzione di responsabilità e questa è una cosa che vale sempre e che nella scuola delle volte manca, nel senso che delle volte uno lascia andare, succede anche questo, oppure impone delle regole. è bellissimo questo film, c'è tantissima roba.

Carla
è molto più facile dire: "voi ascoltate me" piuttosto che dire: "io vi ascolto uno per uno", è un lavoro difficilissimo; oggi sicuramente, se torniamo al problema dei tagli, diventa tutto più difficile perché se sono sparite o diminuite le compresenze, gli assistenti, gli educatori, l'insegnante da sola non ce la fa ad ascoltare trenta persone. Però la strada giusta sarebbe quella.

Martina
Sto pensando agli strumenti che hanno i nostri figli, i nostri ragazzi, che sono molto più una macchina fotografica digitale, parlando di chi invece vede, però magari non ha una capacità di espressione che renda soddisfacente la sua produzione scritta, per esempio; invece con la macchina fotografica può immortalare, catturare cogliere degli aspetti importanti e quindi anche la utilizza come strumento. Nel film è un registratore, ma nelle mani di qualunque allievo.

Francesco
A me sembra di rivivere la scuola elementare, che è andata nel miglior modo possibile, avrei voglia di raccontarla. è una storia vera quella che vi vorrei raccontare, non so se ne vale la pena, una scuola dove eravamo liberi di esprimerci.

Carla
Quando le scuole speciali hanno chiuso c'è stata tantissima resistenza nelle famiglie, tra i bambini che vivevano lì; la scuola speciale era una scuola specializzata che veramente insegnava tanto e i primi anni della integrazione sono stati un po' anni di inserimento selvaggio, perché non c'erano mezzi, non c'erano insegnanti di sostegno, non c'erano gli assistenti alla comunicazione, non c'era la preparazione, non c'era nulla.

Francesco
... eppure io a dieci anni sapevo a menadito la storia, i nomi delle ossa del corpo umano, sapevo quanto pesava un metro cubo d'acqua, come era fatto all'interno un melograno.

Carla
Mancava la socializzazione, stare in mezzo agli altri. All'inizio è stato veramente solo socializzare, non integrarsi, poi si è passati dalla socializzazione alla integrazione, oggi non si parla neanche più di integrazione, deve essere inclusione. Quindi sono veramente dei passi avanti. Nella scuola speciale quanti eravate in classe?

Francesco
Al massimo dieci

Carla
Dieci bambini, seguitissimi. Oggi un bambino, due bambini nella scuola con altri 25 compagni non hanno le stesse attenzioni, quindi ci sono i pro e i contro; con questo io sicuramente non rimpiango la scuola speciale. Penso spesso che tutte le scuole dovrebbero essere speciali, quelle li erano specializzate, tutte le scuole dovrebbero essere così speciali.

Francesco
Si faceva il dettato con il pennarello grosso

Loredana
Io ho iniziato alla Treves. Nel momento in cui si sono aperte le porte di integrazione è vero che non c'erano cose, però ci si credeva tanto. Nella mia prima elementare c'era una bambina down che buttava per aria tutto quanto, però andava bene perché ci credevamo che il suo posto fosse quello. Per alcuni aspetti ci mancavano testi o altri materiali necessari, però sentivamo che lì c'erano degli stimoli in più.

Carla
Io penso che inserire questi bambini nella scuola di tutti porta a insegnare a tutti gli altri, a tutti noi, quante capacità, quante risorse quante abilità i disabili hanno. Per esempio, la scena del bambino che aggiusta la bicicletta è verissima; anche a me, una volta, un adulto completamente cieco in un giardino mi ha detto: "te la aggiusto io"; ha preso la bicicletta e l'ha aggiustata, così per la strada; dopo di che sua moglie cieca gli ha detto "mi si è rotta la borsa" e lui le ha aggiustato la borsa, ha svitato delle cose che tantissimi di noi non sarebbero in grado di fare.

Francesco
Beh, cosa c'è di strano? Io quando assemblo un filo elettrico con una spina lo faccio al buio.

Carla
Bravo, lui è un tecnico bravissimo, perfetto, sa fare moltissime cose.

Francesco
Poi magari ho dei problemi quando devo distinguere l'azzurro dal giallo e allora impazzisco, mi metto la lentina sulla fronte come i minatori e vado a vedere qual è l'azzurro e quale il giallo.

Carla
O smontare un computer o appende un quadro al muro; lui ha fatto un buchino in un ditale che sta contro il muro, infila dentro il chiodo, il ditale tiene il chiodo fermo. Chi di noi ci avrebbe mai pensato? Le risorse sono veramente infinite e vanno socializzate. E l'ambiente scolastico sicuramente favorisce questa socializzazione.

X
Qualcosa la vorrei dire anche io. Una contrapposizione forte nel film è la componente delle emozioni, che non vengono valorizzate ma che di fatto emergono e che poi vengono incarnate dalla fantasia dei bambini, emozioni che il film mi ha trasferito in modo molto forte, penso non solo a me che lo vedevo per la prima volta. Per quanto concerne l'ipovedente e il mondo della cecità, una cosa però la dobbiamo dire: nel processo di integrazione sicuramente la componente della comunicazione, della relazione, della socializzazione è stata sostenuta, mentre si è un po' impoverita la componente della autonomia. Adesso sono emerse delle componenti fondamentali per la persona che sono quelle connesse con l'autonomia: talvolta, o meglio spesso, alle superiori ci giungono delle persone appartenenti al mondo della cecità che hanno solo una parziale autonomia, non avendo per esempio acquisito il codice braille. Allora io penso che devono essere coniugate le due cose. Da una parte occorre favorire l'integrazione, intesa come socializzazione e relazione, da realizzare con gli altri valorizzando esperienze con tutti i sensi; al contempo, fin dalla scuola dell'infanzia e poi successivamente alla scuola primaria, è importante dare autonomia. In più di una circostanza mi sono rammaricato di trovare persone, una volta un cieco e una volta un ipovedente con una gravissima minorazione visiva, il cui grado di autonomia non era acquisito. Lo svantaggio connesso con la minorazione visiva è fortemente legato all'autonomia. Autonomia della persona in termini di movimento e in termini di utilizzo degli spazi, degli strumenti che voi avete citato poc'anzi. La mia vuole essere una sollecitazione.

Francesco
Ci vuole anche la voglia di prendersela, l'autonomia.

X
Assolutamente sì. La scuola io penso che debba creare opportunità, offrire possibilità di esprimere la propria autonomia.

Carla
Come ci sono degli insegnanti bravi e altri meno bravi, genitori più protettivi e altri meno protettivi, tutte le persone che conosciamo noi le spingiamo al massimo all'autonomia, però è vero che in Italia, posso dirlo perché abbiamo partecipato anche a tanti progetti europei, rispetto ad altri Paesi si vedono pochissime persone che vanno in giro con il bastone bianco, pochissime. Tutti si fanno accompagnare. Sicuramente bisogna anche superare un problema psicologico: il braille è considerato qualcosa di ghettizzante, allora è meglio non usarlo. Adesso comunque c'è la sintesi vocale che lo sostituisce, però il braille è come leggere, se uno non ha mai letto...

Francesco
Oggi ci sono degli apparecchi che fotografano un biglietto da visita e te lo pronunciano.

Carla
Sicuramente, il suo discorso è valido. In Inghilterra hanno adottato il braille contratto, una specie di stenografia, che in Italia non esiste, non è mai stato spinto. Si potrebbero fare tantissimi discorsi su questo punto, comunque è vero che ci sono alcuni che hanno la massima autonomia e girano e viaggiano dappertutto e soprattutto utilizzano gli altri mezzi molto meglio di noi.

Francesco
Anzi, io c'ho l'"ipovisione pride", cioè quando sono in metrò sono fiero di guardarmi il calendario e con la lentina me lo guardo invertito, con il colore che piace a me e siccome i caratteri sono piccolissimi me lo guardo così [lo avvicina molto al viso], non mi interessa, però sto vedendo cosa ho da fare questa settimana. Lo vivo come un "ipovisione pride" perché chi sta di fianco a me deve sapere che esiste questo animale fatto così, lo pretendo, scusate se tendo ad approfittare delle situazioni.

X
Ciò transita attraverso l'accettazione di te stesso.

Francesco
Sì, infatti, sono dovuto passare da un'accettazione. C'è stato un periodo in cui ho studiato shiatzu, perché dicevo: "io non ci voglio stare una vita in centralino", questo quando mi è venuta la cataratta e ogni giorno ci vedevo sempre di meno, mi sono detto: "io provo a fare shiatzu"; ho investito 7-10 anni della mia vita, milioni, poi quando ho avuto a che fare con la salute della gente ho detto: "non mi piace nemmeno lo shiatzu". Quand'ero ragazzino leggendo la biografia di Marie Curie mi sono detto: "ma che bella 'sta cosa, mi leggo anche la fisica dei fluidi a basse temperature", poi pasticciavo con le sostanze chimiche e a 15 anni mi scottavo il naso saldando le celle fotovoltaiche che mi costavano 15.000 lire, un cosino così che faceva mezzo volt... poi uno va avanti, ho avuto periodi di depressione, sono stato rinchiuso negli ospedali, ho anche provato cos'è una camicia di forza perché uno si gasa, si deprime, si gasa alla fine poi... faccio anch'io un film...

Davide
Dico un paio di cose. Naturalmente raccolgo un po' le suggestioni del film e un po' le cose dette stasera. Partirei dalla questione dell'autonomia, che è abbastanza centrale e che poi rimanda alla possibilità più o meno ampia, e lo dico perché sono abituato a lavorare con bambini che hanno diverse condizioni, diverse limitazioni, alcune che rientrano nelle cosiddette gravità, come dire... lì davvero la questione dell'autonomia diventa molto delicata. Io penso che ciascuno è più o meno autonomo a seconda del contesto in cui si trova; l'autonomia è una relazione sociale tra una persona e l'ambiente circostante, del quale fanno parte un po' tutte le cose di cui si è parlato, dalle tecnologie - se ci sono è una cosa ma se non ci sono è un'altra, se la collettività ci investe è una cosa ma se se ne frega è un'altra - alle architetture - si parlava dei mezzi, della possibilità di usare lo spazio urbano: questa è una città dove non c'è molta possibilità di muoversi da soli...

Francesco
... sembra più una giungla!

Davide
... ecco, esatto. Magari in altre città europee è diverso.

Francesco
Io la odio Milano. Magari scendo dal tram e ci sono i panettoni, che se non li vedo ci ruzzolo sopra.

Davide
Milano è difficile per chi ha un deficit visivo ma anche per chi ha difficoltà di deambulazione. Insomma, l'autonomia non è certo accompagnata. Di questo contesto fanno parte anche le rappresentazioni che si hanno di sé, della normalità cosiddetta, della disabilità. A me viene in mente l'incipit del film, quando i genitori parlano con il direttore che dice: "il problema non è più quello che lui desidera, è quello che lui può fare", identificando quindi la persona con il suo limite. Per quanto tutti dicano il contrario, in realtà è una cosa che spesso torna fuori. Cioè prevale il limite e questa è una delle cose lasciate un po' a metà di cui accennavo prima. Non so se conoscete il modello CF, che è un manuale di valutazione delle capacità...

Martina
... è un sistema di classificazione

Davide
Sì, è un manuale di classificazione costruito su cinque assi, cinque aree che vanno dalle funzionalità corporee eccetera fino alle competenze sociali, sugli aspetti di relazione affettiva eccetera. Teoricamente è applicabile a ciascuna persona, non solo alle persone disabili. Ecco, si è un po' indietro proprio perché secondo me si fatica a uscire da una visione del rapporto con la disabilità come rapporto con un limite e non con una condizione soggettiva, quella di una persona che fa delle cose. Dobbiamo porre attenzione agli stessi termini che utilizziamo, integrazione, inclusione eccetera. Oggi ci sono anche filoni in cui si parla di contesto inclusivo, per esempio. Ho letto delle cose interessanti fatte all'università di Bergamo in cui si pone la classe scolastica come un contesto sulla quale possiamo intervenire. Lì la prospettiva inclusiva non è tanto quella di integrare il bambino disabile, per cui c'è una classe di normali nella quale in qualche modo dobbiamo infilare il disabile; no, lì si assumono le differenze soggettive come un dato di partenza.
Ancora sul film, ora un po' a flash, c'è un piccolo aneddoto che secondo me descrive alla grande cosa significa "contesto inclusivo". C'è una classe in cui è stato inserito un bambino molto grave, che sta su un passeggino, ha una percezione del mondo, delle cose che lo circondano, si relaziona a modo suo, non parla. Quando viene messo nella classe, c'è ovviamente tra gli altri bambini un po' di curiosità, un po' di diffidenza. La prima ad avvicinarsi è una bambina, fra l'altro considerata un po' casinista nella classe, un po' socialmente rilevante come condizione. è lei quella che sta un po' col bambino, quando va in mensa gli prendeva il bavaglino eccetera eccetera; un giorno un altro bambino prende un po' di coraggio, va dal bambino sul passeggino e gli domanda: "ma perché sei sul passeggino?". Il bambino non parla, non è in grado di parlare, c'è quindi attimo di silenzio, di panico. La bambina rompe il silenzio dicendo "perché?": "Perché tu sei biondo?", "Perché lui è alto?", "Perché lui è grasso, no?". Così, molto semplicemente, viene affermato che non deve più esistere una classificazione tale da creare delle categorie, perché le categorie sono sempre fuorvianti. Bisognerebbe esigere, in un certo senso, che il contesto scolastico... [qui si interrompe la registrazione]

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il Free Festival 2010

Revisione a cura dell'Archivio Primo Moroni, agosto 2013


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