Introduzione

Diciamo, in poche parole e per riassumere tutto quello che abbiamo detto, che la confessione è un atto verbale attraverso cui il soggetto fa un'affermazione su ciò che egli è, si lega a questa verità, si colloca in un rapporto di dipendenza nei confronti di altri, e modifica allo stesso tempo il rapporto che ha con se stesso.

Michel Foucault
Mal fare, dir vero. Funzione della confessione nella giustizia,
Corso di Lovanio (1981)

 

Svolgendo una funzione di “archivio di movimento” non poche volte ci siamo sentiti chiedere da vari compagni, a singoli o a gruppi, informazioni e documenti intorno al pentitismo e alla dissociazione, due fenomeni che si svilupparono, dentro e fuori le organizzazioni combattenti, a seguito della drastica risposta data dallo Stato alla conflittualità socio-politica degli anni Settanta in Italia e che contribuirono a determinare la crisi del “movimento”. Altrettanto di frequente, in varie iniziative e discussioni intese a ricostruire storicamente quegli anni, le stesse questioni sono apparse difficili da affrontare, quasi costituissero un argomento nel quale è troppo faticoso o scomodo addentrarsi. In effetti, la portata dei due fenomeni e gli effetti devastanti che ne derivarono a vari livelli – politico, ideale, culturale, relazionale – minarono il piano del confronto e dell’agire politico comune in una misura tale che tuttora, a più di trent’anni di distanza e in un contesto ormai radicalmente mutato, rimane difficile, ancorché necessario, farci i conti.

Il lavoro che presentiamo nasce per rispondere a esigenze di conoscenza diretta e documentazione per chi allora “non c’era” o per chi oggi “non ricorda precisamente”. Si vuole quindi, innanzitutto, fornire una gamma di materiali utili alla ricostruzione dei fatti. Si tratta dei materiali di allora perché, a distanza di tanto tempo, sono in primo luogo le posizioni espresse dai protagonisti a dover essere considerate.

D’altro canto, fornire un inquadramento storico e politico è, a nostro avviso, imprescindibile sul piano del metodo e condizione necessaria sul piano del senso. Per questo la selezione dei materiali anticiperà il primo pentito e oltrepasserà l’ultimo dissociato, abbracciando un ambito più ampio dello stretto necessario.

Diamo quindi brevemente traccia dell’impostazione data al lavoro di raccolta e dei criteri adottati.

Il pentitismo e la dissociazione sono fenomeni storicamente e giuridicamente distinti. Corrispondono a momenti e a dispositivi giuridici diversi, a situazioni mutate dentro e fuori le carceri, a percorsi differenti degli stessi protagonisti di allora, fossero politici e magistrati o militanti delle organizzazioni combattenti e non.

Entrambi i fenomeni fanno parte, però, di un articolato dispositivo che, facendo leva su uno stato di dichiarata emergenza, mirava a sconfiggere una conflittualità socio-politica che aveva allora raggiunto livelli senza precedenti, non paragonabili per intensità, durata e radicamento a quella di nessun altro Paese occidentale.

Visto sotto il profilo dell’agire statuale, nel dispositivo si può individuare una prima fase (decreto Cossiga e legge sui pentiti) come attacco alle forme organizzate nel tessuto sociale e al corpo militante detenuto al fine di minarne la coesione e piegarne la resistenza.

Alcuni elementi costitutivi di questo attacco sono:

– la legislazione d’emergenza,

– l’istituzione delle carceri speciali,

– l’ammissione della chiamata di correo come prova unica,

– la differenziazione dei circuiti carcerari.

Il pentitismo provocò notevoli danni alle organizzazioni combattenti e massicci arresti nelle aree di movimento, ma il suo impatto complessivo restò quantitativamente limitato, mentre la differenziazione dei circuiti carcerari da una parte e la prospettazione di significativi sconti di pena legati a meccanismi premiali dall’altra fecero da bastone e da carota per produrre lo sgretolamento delle organizzazioni militanti.

Una seconda fase (legge sulla dissociazione) può leggersi come un tentativo volto a ottenere la “pacificazione” sociale da un lato e la “libertà” dall’altro attraverso lo scambio di qualcosa di fondamentale sul piano politico: la cancellazione/rimozione di storia, immaginario, solidarietà.

Esemplificative sono le affermazioni di due importanti figure di promotori di questa legislazione come Gian Carlo Caselli e Mario Gozzini: “Coloro che affrontano il problema della dissociazione con una prospettiva di contiguità con l’eversione […] considerano la dissociazione molto più pericolosa del pentimento. Il pentito – dicono – provoca un danno materiale ed umano elevato, ma circoscritto nel tempo; il dissociato, invece, provoca un danno sociale e politico esteso a tutta la composizione di classe e perciò prolungato nel tempo.
A parte ogni altra considerazione, è evidente (anche attraverso la preoccupazione che le parole appena citate tradiscono) l’essenziale importanza che il fenomeno della dissociazione ha e puo’ ancor più avere nella lotta contro il terrorismo.” (Gian Carlo Caselli, in Il clandestino è finito?, a cura di Daniele Repetto, ADN Kronos, Roma, 1984); “il fenomeno della dissociazione è stato eccezionale in Italia come lo è stato il fenomeno terroristico: è stato questo l’unico Paese dove ex promotori di un tentativo rivoluzionario hanno promosso una politica deflattiva dello stesso” (Mario Gozzini, cit. in Monica Galfré, La guerra è finita. L’Italia e l’uscita dal terrorismo, 1980-1987, Laterza, Roma-Bari, 2014).

Ma prima ancora che Caselli pronunciasse le parole succitate, il senso politico del fenomeno della dissociazione fu prefigurato dai “detenuti della sezione ristrutturata e della sezione di massima sicurezza del carcere di Alessandria” e da quelli “delle sezioni ristrutturate maschile e femminile di Brescia” in una lettera a Nicolò Amato, allora direttore generale degli istituti di prevenzione e pena del ministero di Grazia e Giustizia, poi pubblicata dal giornale dell’area dissociati del carcere di Alessandria: “Solo dando una forma di detenzione dignitosa e possibilità di rieducazione anche a chi per ora non lo crede possibile, lo Stato dimostrerebbe la sua capacità di superare del tutto il terrorismo. […] Il carcere è rimasto uno degli appigli a cui si aggrappa disperatamente chi ancora vuole esaltare la faccia feroce dello Stato; purtroppo è ancora uno dei pochi appigli reali. Le persone che in vari modi conoscono (parenti e amici) le condizioni medie dei detenuti, sono diventate l’area di reclutamento o quanto meno di simpatia ed appoggio politico per quel che resta delle Occ”. E ancora: “Impedire questo, impedire che una detenzione afflittiva rinchiuda ed obblighi dentro schemi bloccati una gran parte dei detenuti che trasformano pene magari brevi in carcere senza fine, dare possibilità di sbocco a chi non vuole restare dentro i meccanismi omertosi delle Occ e dei prigionieri politici e mafiosi, significa dare possibilità di un reinserimento reale anche attraverso lo stesso carcere. Quindi bisognerebbe cercare l’applicazione estesa di norme che possano ridurre al minimo la segregazione per i dissociati e specificatamente per i politici che rientrano nei vari articoli della legge 304/1982, attraverso l’applicazione della libertà provvisoria, liberazione condizionale, lavoro esterno, semi-libertà, arresti domiciliari, ampio uso delle licenze (riprendendo un disegno di legge già approvato dal Senato)” (in Contro le regole di questo assurdo gioco, giornale del carcere di Alessandria, n. 2, 1983).

I termini dello scambio risultano quindi subito chiarissimi.

I due fenomeni, quello del pentitismo e quello della dissociazione, hanno creato cesure e generato solchi tanto profondi da avere definitivamente impedito una narrazione da parte del soggetto sociale.

Va inoltre sottolineato che la desolidarizzazione, lo sfaldamento di un intero tessuto sociale, la distruzione di una comunità di lotta, comportamenti e reazioni che segnarono intere organizzazioni e singoli militanti, dentro e fuori il carcere, stanno dentro il quadro generale del conflitto di classe in Italia nella prima metà degli anni Ottanta, quadro caratterizzato da una vasta ristrutturazione capitalistica, da un doloroso isolamento operaio, da una drammatica crisi dei modelli organizzativi e delle griglie di lettura del processo rivoluzionario che avevano fino ad allora avuto largo corso nel “movimento”, insomma da tutti quegli elementi che compongono la cosiddetta “sconfitta” e che quantomeno testimoniano di un “cambiamento di fase”.

Il fenomeno della dissociazione, operando un’apparente “pacificazione”, sul piano individuale, con i soggetti consenzienti, ha contribuito a ridurre la rappresentazione della lotta armata a una congerie di scelte individuali, a rimuovere la dimensione conflittuale della storia e a “coperchiare” le dinamiche di classe già indebolitesi, per una somma di motivi che è qui impossibile riassumere, nel corso di quegli anni.

I materiali proposti sono:

  • una serie documenti e scritti dell’epoca,
  • una scheda sulla legislazione premiale e una sull’uscita dal carcere
  • una cronologia dei principali provvedimenti legislativi
  • un corredo bibliografico
  • una serie di schede statistiche.

La decisione di “far parlare” i documenti dell’epoca attiene a un’esigenza di metodo, quella di ricollocare quanto più possibile gli eventi, le scelte, le problematiche che sono oggetto di questa nostra ricerca in quello che fu il loro contesto socio-politico.

Nessuna ricerca è mai neutra, come ben si sa. Per parte nostra abbiamo, e non da ieri, una posizione nettamente contraria al pentitismo e alla dissociazione; l’abbiamo sia come giudizio storico-politico sul significato che l’uno e l’altra assunsero negli anni Ottanta e seguenti sia come posizione attuale.

Giocoforza è volgere lo sguardo sul presente in quanto la necessità di misurarsi con i dispositivi punitivo/premiali rimane a tutt’oggi una esperienza cruciale per tanti compagni, giovani e meno giovani, “inguaiati con la legge”.

Da quanto precede non facciamo discendere né black list né scomuniche, aliene alla nostra cultura: non siamo una Chiesa fuor della quale non c’è salvezza e nella quale si tratterebbe eventualmente di essere riammessi. Cionondimeno non siamo disposti a instaurare interlocuzioni politiche, di confronto o di “recupero della memoria” con soggetti che sono stati protagonisti del pentitismo e della dissociazione.

Pur consapevoli che i documenti non possono esprimere pienamente la densità di una storia che è fatta della carne, dei sogni, delle intelligenze (e delle sciocchezze) di un’intera generazione politica, offriamo questi materiali alla vostra attenzione; a chi condivide lo spirito di questo nostro lavoro, porgiamo l’invito a segnalarne di ulteriori.

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Per sommi capi, la scaletta che abbiamo utilizzato come riferimento è la seguente:

Ipotesi di articolazione

in-formazione

  1. La legislazione
Prima parte Seconda parte
1975-1980. Il quadro normativo si inasprisce pesantemente: dalla “legge Reale” alla “legge Cossiga”. Fermo di polizia, divieto di travisamento, molotov considerate armi da guerra ecc. Obiettivo principale: contrastare il conflitto sui luoghi di lavoro e nelle piazze. Il proletariato giovanile, il movimento del ’77. 1980-1987. Dopo il “7 Aprile”, crescita del numero degli arresti sino alle incarcerazioni massicce dell’80-82. La legislazione punta a rompere il fronte del “proletariato detenuto”: legge sui pentiti, legislazione sulle aree omogenee, classificazione delle carceri, circuito dei camosci ecc., infine legge sulla dissociazione.
  1. Dentro e fuori
Prima parte Seconda parte
Fuori, la parabola del conflitto: le lotte sociali, i movimenti, le organizzazioni, dal 1977 ai “35 giorni Fiat” 1980 (sottolineando la vicenda dei “61 licenziati” Fiat, ottobre 1979). Le torture. Dentro, le lotte sui trasferimenti, la rottura dei citofoni, la battaglia dell’Asinara, la rivolta di Trani. Dopo Peci:- le reazioni al pentitismo: le Brigate Rosse (PG e PCC), Prima Linea, le altre formazioni combattenti, le aree dell’Autonomia;

– ’81-83 il fronte si rompe, il terribile clima carcerario (Soldati, Di Rocco);

– ’83-87: le aree omogenee, la dissociazione, l’“area del silenzio”, la “battaglia di libertà”;

– le posizioni sull’amnistia.

  1. I processi
Prima parte Seconda parte
La rottura del paradigma processuale: il processo BR di Torino (con excursus sui precedenti storici). Difesa politica e difesa tecnica. I processi ammittenti. Uscire o meno dal carcere: questioni tecniche, questioni politiche.
  1. Le strutture, gli apparati, le parole
Il carcere:

il carcere prima della riforma, il carcere “riformato” (l. 354/75), l’istituzione delle carceri speciali, la “legge Gozzini”.

La magistratura:

continuità degli apparati repressivi post-fascisti, la “critica delle professioni” post-68 (parlando anche del Soccorso Rosso e delle sue vicende), “giudici d’assalto” e “pretori rossi”, le vicende di MD, la “funzione di supplenza” nei confronti del sistema politico da parte della magistratura, il PCI e i magistrati, la questione del “pool antiterrorismo”.

Le forze dell’ordine:

ordine pubblico, “corpi speciali” e counter-insurgency.

Le parole:

– i mass media e il “registro linguistico”;

– le parole del movimento.

Complessivamente, come si è detto, il materiale eccede, in termini sia cronologici che tematici, i due fenomeni di cui sopra. Questo perché vorremmo fornire più strumenti possibili di comprensione, a costo di rischiare di sbilanciarsi sull’analisi a scapito della sintesi.

Lo sforzo di formulare al meglio una domanda è premessa indispensabile per ottenere una buona risposta.

Maggio 2016, Archivio Primo Moroni