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Primo Moroni 2:00 min
Aldo Bonomi 30:28 min
Pier Paolo Poggio 16:10 min
Alberto Burgio 16:12 min
Alfredo Salsano 27:54 min
Marco Revelli 23:07 min
Christian Marazzi 19:02 min
Daniele Farina 16:16 min
Pino Tripodi 30:05 min
Alberto Burgio (replica) 13:38 min
Decoder: Gomma 5:13 min
Aldo Bonomi (replica) 8:00 min
Alfredo Salsano (replica) 9:34 min
Marco Revelli 12:06 min
intervento 12:05 min
Christian Marazzi 07:43 min
Pier Paolo Poggio (replica) 3:13 min
Alberto Burgio (replica2) 07:43 min

seminario mutamento e socialità


6 luglio 1996 - Centro Sociale Conchetta, via Conchetta 18, Milano



quello che segue è un articolo pubblicato dal Manifesto a firma Daniele Farina e Pino Tripodi
[il manifesto] 4 Luglio 1996

L'ardua impresa dell'agire politico
DANIELE FARINA PINO TRIPODI

SU PROBLEMI CRUCIALI quali la socialità, i conflitti, il terzo settore e i Centri sociali si va dipanando una discussione di grande interesse.

Relativamente al non profit alcuni problemi sollevati da Alberto Burgio e da Rossana Rossanda su questo giornale sono reali. Le imprese non profit occupano spazi che il welfare abbandona, ma senza i finanziamenti pubblici scomparirebbero. Lo stato rispetto al non profit svolge il ruolo della multinazionale rispetto all'indotto alla fine del fordismo: tende a portare all'esterno tutto ciò che può al fine di ridurre i costi e il conflitto. Inoltre, flessibilità, individualizzazione, carenza di tutele giuridiche ed economiche riguardano anche il lavoro non profit e costituiscono il lato oscuro del volontariato. Alcuni settori del non profit, ad esempio quello della cooperazione internazionale, a volte svolgono la funzione di apripista per investimenti multinazionali. Il rapporto con la politica ondeggia tra autonomia possibile e simbiosi necessaria, viste le tante relazioni che occorrono onde avere commesse e finanziamenti. Tralasciamo, infine, che nel non profit sono molti i furbi che di profitti - in forma di intrallazzi - ne fanno eccome.

Il terzo settore

I Centri sociali stanno subendo una rapida trasformazione, ma quanto viene generalmente colto ingenera spesso fraintendimenti. Fino all'altro ieri li si assimilava a residui identitari speculari al fenomeno dei Comitati dei cittadini, oggi li si etichetta come speciali imprese non profit. L'errore di prima era mostruoso, quello di oggi grossolano. Tra centri sociali e settore non profit c'è una similitudine apparente, perché entrambi funzionano senza fini di lucro.

Tuttavia, i centri sociali, diversamente dalle imprese del terzo settore, non ricevono alcun finanziamento; in compenso la loro multiforme attività viene inibita da tonnellate di denunce e da qualche non sempre pacifico sgombero. Ma ciò che importa chiarire è che i centri sociali non sono assimilabili ad alcun che, neanche a nobili e gloriose associazioni del volontariato; essi tendono a scrivere per sé un'autonomia che ne evidenzi la specifica differenza e l'irriducibilità al mercato, fosse pure solidale. Per svolgere una funzione creativa e innovativa, alternativa all'economia di mercato - come ha ipotizzato giustamente Marco Revelli tra le possibilità insite nello sviluppo del terzo settore - non è detto che i centri sociali debbano seguire il modello delle imprese non profit, semmai è augurabile che succeda il contrario, che nel campo dell'assistenza, della cooperazione, della solidarietà, della cura si scoperchi quanto di concentrazionario, di business, di coercitivo vi giace. Già alcuni lo fanno, ma molti altri sarebbe augurabile che lo facessero.

Per questi motivi, e visto che siamo in una fase storica di transizione, dobbiamo porci il problema, in presenza di più opzioni teoriche, quale di esse può fornire la linfa vitale a futuribili processi di trasformazione.

Ora, a noi pare che il discorso di Revelli presta il fianco a molte critiche. Tuttavia, la grande differenza tra lui e Rossana Rossanda è che Revelli farà pure degli errori, ma si capisce qual è l'orizzonte che tenta di aprire, mentre Rossanda, pur facendo un discorso a tratti perfetto, si limita a constatare che Revelli sbaglia. La vita è maestra di paradossi: gli errori invitano alla prassi, troppe verità, loro malgrado, conducono all'immobilismo.

Allegoria della città

I Centri sociali dall'autocompiacimento del ghetto alla forza del progetto; da simbolo del disagio giovanile e di resistenza politica ad elemento allegorico della città: queste sono le più vistose trasformazioni agite dai centri sociali. In questo passaggio si situa il delicato rapporto tra socialità e conflitto. Non è vero che lo scopo del conflitto dev'essere la produzione di socialità. Piuttosto è vero che la produzione di socialità può essere una forma del conflitto; e che tra quest'ultimo, la socialità e centri sociali c'è un rapporto complesso determinato dall'attuale composizione sociale di classe. Per molti soggetti è impossibile confliggere sul posto di lavoro se non nella forma individuale data dal grado di sostituibilità della propria funzione. Anche nel lavoro dipendente e pubblico ciascuno tende a negoziare tempi e redditi come se lavorasse su commessa. Le forme del lavoro autonomo - autoimprenditoria, flessibilità, mobilità e conseguente riduzione delle tutele giuridiche, precarietà e contrattazione individuale - non riguardano un settore della forza lavoro, ma formano il paradigma della nuova composizione della forza-lavoro.

Il conflitto tende dunque a separarsi dalla collocazione nel mercato del lavoro. Ciò è inevitabile e rincorrerlo solo in lotte settoriali e di resistenza è un obiettivo mobile, ma destinato a sicura sconfitta. Ciò che è necessario fare è aggredire il problema sul piano generale attraverso la rivendicazione di una nuova carta dei diritti d'esistenza che non discrimini, sul reddito e il lavoro, gli occupati dai disoccupati, gli uomini dalle donne, i giovani dagli anziani, i comunitari dagli extracomunitari.

Incontro a tema

Una battaglia di civiltà e di carattere strategico simile ha bisogno di idee, ma anche i luoghi capaci di rompere gli steccati ideologici, in cui sperimentare nuove forme dell'agire politico. Ciò a cui i centri sociali alludono è proprio la formazione di un soggetto politico che nella polis si scontra con i potentati economici e le istituzioni culturali e politiche dominanti.

Il problema della socialità invece è stato sempre importante per ogni società, per ogni movimento sociale. Oggi, però, è il rapporto tra socialità e conflitto che è mutato, mentre il conflitto è stato mimetizzato dalle trasformazioni produttive. Sarà per questo che i centri sociali sono sommersi da una valanga di richieste di soggetti sociali diversissimi fra di loro. Il resto - le autoproduzioni, le associazioni, le testate, le cooperative che vanno proliferando nella loro galassia - è solo funzionale alla solidità e alla continuità di un'impresa, quella dei centri sociali, che punta a produrre un soggetto politico.

Su socialità, solidarietà e conflitti avremo occasione di discutere sabato 6 luglio a Milano, alla Calusca di Via Conchetta 18, nel seminario cui parteciperanno, oltre ai sottoscritti, Aldo Bonomi, Alberto Burgio, Cristian Marazzi, Primo Moroni, Pier Paolo Poggio, Marco Revelli e Alfredo Salsano.