17 Giugno, 2014. Milano, quartiere Adriano, di ritorno da un vivace incontro cittadino
Dialogo tra il pedone e lo sconosciuto
un discorso evidentemente iniziato in precedenza


Pedone: ... ma scusa, che differenza c'è tra le persone e le istituzioni?

Sconosciuto: Le persone o i gruppi esprimono dei bisogni, mentre le istituzioni, come lo Stato o i Comuni dovrebbero tentare di dare delle risposte.

P: Quindi non dovrebbero essere i soggetti a occuparsi dei bisogni delle istituzioni.

S: Certo che no!, questo non ha senso. Vale casomai il contrario.

P: Però capita che le istituzioni esprimano o rappresentino dei bisogni...

S: Capita. Per esempio: le scelte delle amministrazioni delle città, indotti da qualcosa o da qualcuno segnano il punto fino a cui queste sono disponibili ad arrivare nel rapporto con i suoi abitanti.

P: Non capisco, spiegati meglio...

S: Nell'equilibrio urbanistico tra lo speculatore e il pedone l'istituzione si colloca tra l'uno e l'altro. Però non sta nel mezzo. La sua posizione dipende dal peso delle parti in campo. Diciamo dai rapporti di forza. La si potrebbe definire una "media pesata". La legalità funge da schermo di questo sordo conflitto, gli dà un nome, che può essere di volta in volta un contratto o una sanzione, dipende...

P: Allora si tratta di un'istituzione di parte?

S: Non necessariamente. È la tensione tra lo speculatore e il pedone a condurre il gioco. È difficile trovare una mediazione ragionevole: il primo vuole denaro dove il secondo cerca la vita. La legalità determina il punto di caduta e l'istituzione lo rappresenta. Ciascuno ha un suo ruolo, tutto è previsto in questa vicenda.

P: Così alla fine sono tutti contenti!

S: No! Voler sciogliere una tensione con un principio unico, nasconde e spesso cancella il disequilibrio, quando è proprio questo, alla fine, ad essere l'energia attiva della trasformazione.

P: Parli troppo difficile...

S: Ti faccio degli esempi:
- l'acqua scorre nei fiumi seguendo il dislivello del terreno
- il vento nasce dalle differenze di temperatura tra l'aria, gli oceani e il suolo
- la storia è l'evoluzione di un conflitto tra posizioni inconciliabili
Vedi? Non c'è movimento senza disequilibrio.

P: Quindi?

S: Quindi sostenere che oggi il contenitore dei soggetti sociali è unicamente l'istituzione, significa voler negare il diritto alla trasformazione.

P: Ma mi sembra che sia sempre stato così...

S: Non esattamente così. Ci sono stati momenti in cui diverse istituzioni convivevano entro uno stesso corpo sociale. Esistevano posizioni chiaramente distinte, che però non si riducevano a diverse letture della stessa posizione.

P: Hai ragione! Un tempo c'erano anche il prete, il caporione, il gendarme, il commissario di partito... Oggi la questione si è fatta indubbiamente più semplice e uniforme.

S: Ma torniamo allo speculatore e al pedone... Quasi sempre l'ha vinta lo speculatore...

P: Vero. L'istituzione più di tanto non può scegliere.

S: Vive in mezzo al conflitto, non necessariamente lo agisce, anzi quasi non lo agisce per nulla. L'economia della città si nutre di oneri d'urbanizzazione: l'istituzione-città produce valore con l'edificazione del suolo.

P: Solo un pazzo ne farebbe a meno...

S: ...e chi ne facesse a meno sarebbe pazzo: è il comma 22 applicato all'urbanistica.

P: come a dire: Chi è savio può non avvalersene, ma chi non se ne avvale non è savio.

S: Esatto! E quindi fioriscono i cantieri e l'aria diventa irrespirabile.

P: E i luoghi?

S: Quali luoghi?

P: Ma dai... non fare il finto tonto! I luoghi dove si sta...

S: Ah, i luoghi... li amiamo. Sappiamo stare bene quasi ovunque, ma alcuni punti fermi servono. Dobbiamo costruire esperienze e vita, conservare materiali e storie, curare stanchezze e malattie e poi suonare, danzare, cucinare! Per questo ogni tanto ci fermiamo! A volte per lungo tempo. Anche se in un certo senso non smettiamo di muoverci mai.

P: Ok. Ma interessano delle condizioni di regolarizzazione del luoghi?

S: Probabilmente sì. Un posto serve sempre e se non dà troppe preoccupazioni è meglio. Però è importante che queste condizioni non influenzino il modo di essere e le pratiche di gestione.

P: Quindi, come minimo...

S: ...come minimo non possiamo rinunciare all'identità e alla storia.

P: Non è poco. Però in effetti neanche troppo.

S: Aspetta, queste condizioni non devono neppure comportare uno spostamento, è il principio di territorialità, di radicamento: qui siamo e qui restiamo.

P: Va bene, non mi sembra un obiettivo impraticabile.

S: In realtà è più difficile di quanto sembri.

P: Tutto qui?

S: No! Non ci devono essere costi che modifichino la gestione collettiva delle attività: qui sono i pedoni che agiscono, non gli speculatori.

P: Basta?

S: Non ci possono essere cambiamenti o formalizzazioni della gestione collettiva. È l'assemblea che decide, è il principio dell'autogestione.

P: Quindi dici 'niente statuti, né dirigenti'?

S: Chiaro! Non si fondano poteri, ma si costruiscono saperi.

P: Questa però è rubata a qualcun altro...

S: ...ed è la cosa più difficile!

P: Ma una regolarizzazione dei luoghi è necessaria?

S: Per me no. Non è una priorità, è semplicemente una pos-si-bi-li-tà.

P: E le condizioni per una regolarizzazione interessano tutti i luoghi?

S: Forse. Ma penso che, alla prova dei fatti, le condizioni potranno risultare diverse da situazione a situazione. La riduzione a uno nega il mutamento, si è detto. Ogni storia va considerata a sé.

P: Faccio fatica a seguirti, ma continua...

S: Sarebbe bello che le intenzioni fossero chiare in anticipo. Non troppo tempo fa dieci persone sono state giudicate in un'aula di tribunale

P: Cosa c'entra?

S: Avevano provato a garantire le condizioni di agibilità di un luogo. Capire cosa si vuole fare dopo è importante per decidere come rispondere durante, inutile dirlo.

P: Parli delle istituzioni?

S: Non solo, questo vale per tutti.

P: Ma credi che sia necessario fare un tavolo per elaborare queste condizioni?

S: Fai sempre attenzione al modo.

P: Per cui?

S: Per cui se vuoi un tavolo, deve essere quello giusto:
se si parla di luoghi, bisogna parlare con le persone dei luoghi
se si parla delle intenzioni, si invitano le persone che hanno delle intenzioni.
Voler tenere tutti sotto lo stesso cappello è un grave errore.

P: Che c'entra il cappello adesso?

S: È un modo di dire... Se sono vegano è inutile che mi inviti a mangiare la porchetta, per poi lamentarti se non mi sono presentato. Se poi l'invito si accompagna a delle mazzate è ancora peggio.

P: Non esagerare!

S: Sostenere la tesi che: "non c'è problema" spinge talvolta il principio unico o il punto mediano - mediano pesato, ti ricordi? - a usare la mano forte.

P: Mmmh...

S: Non mi dire che non l'hai letto?!? Si chiama OPERAZIONE DI POLIZIA: per il bene di tutti, colpisce chi sgarra. Zak!, ed è fatta.

P: Ma cosa c'entra questo ora?

S: Eh... c'entra, c'entra...
Comunque si devono distinguere due situazioni molto diverse.

P: Spara!

S: Nella prima l'istituzione mira a risolvere un suo problema, un problema più grande di lei, diverso da quello che racconta. Un problema che non sa comprendere, nel senso proprio della parola, quello di "contenere".

P: Questo non dovrebbe accadere, ma spesso accade.

S: Certo, e qui l'istituzione agisce da punto di equilibrio di interessi diversi tra loro e generalmente altri da sé.

P: Ma c'è sempre il problema del rapporto di forza.

S: Per avvicinare a sé il punto di equilibrio lo agiranno entrambe le parti e il principio di legalità sarà la misura di ciò che esso stesso sa contenere, nel senso di comprendere, che poi non è detto sia tutto.

P: Si è già visto e rivisto,

S: Sì, ed è già stato fatto e disfatto.

P: E nella seconda situazione?

S: Nella seconda situazione l'istituzione mostra un'intenzione trasformativa: un atto anomalo non previsto dal protocollo.

P: Davvero?

S: È successo! Introduce un elemento originale nei rapporti di forza. Spariglia le carte e prova lei a fregare il santo.

P: Intendi parlare di un'istituzione partigiana...

S: ... del tipo. Ma è difficile! Nel nostro Paese non abbiamo più dèi, i santi sono in crisi, i marinai a terra e i poeti fanno più che altro spot pubblicitari... ma tornando alla tua domanda, a seconda delle situazioni, i tavoli sono diversi.

P: È possibile distinguere il primo caso dal secondo?

S: Non è difficile. La città non soffre a causa dei luoghi occupati: sono soggetti strutturati, capaci di organizzarsi e di tutelarsi e sanno come relazionarsi con la gente.

P: In effetti...

S: Al contrario oggi è l'abitativo che paga lo scotto più grosso: non ci sono abitazioni a prezzi sostenibili...

P: Giusto! Ma in compenso ci sono gli sfratti.

S: Gli sfratti! La legalità del Piano Casa è un esempio evidente di quello che si diceva prima.

P: Spiegati meglio.

S: Si tratta di un'unica regola che tiene insieme speculatore e pedone e lascia quest'ultimo senza un tetto. Negando cosi l'esistenza di un conflitto tra i due, mentre è proprio questa l'unica cosa che conta se si vuole capire cosa è successo. Vedi, per ogni famiglia per strada, c'è una lastra sulla porta di una casa che non ci sarà più.

P: Allora, tu stai dicendo che qui si vede l'attitudine dell'istituzione a occuparsi dei problemi di chi abita la città e non dei propri.

S: Certo! Bisogna togliere quelle maledette lastre, lasciare che la gente abbia un tetto, luce, gas, elettricità e residenza, che sono ossigeno e radici per i pedoni... poi anche parlarsi diventa più facile...



P: ... Che dici, domani potrebbe piovere?

S: Chissà...


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