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Appunto da sviluppare sulla dimensione culturale e istituzionale

Appunto da sviluppare sulla dimensione culturale e istituzionale

dattiloscritto, maggio '92

Le classi sociali sono definite dai rapporti di produzione in cui si collocano e dal modo (la loro cultura) in cui leggono questa loro collocazione. Si tratta di due aspetti dello stesso processo di cambiamento della realtà. Il campo dei rapporti di produzione storicamente dato non può essere certamente arbitrariamente modificato o reinventato dai modi della sua lettura. Ma, dall'altra parte, il caratteristico diventare (che è il loro autentico modo di essere), nell'insuperabile rispetto delle leggi della trasformazione e della direzione, dell'orientamento, di questa trasformazione (il senso della vita, unico senso possibile) può essere solo il frutto della loro lettura. Nella quale il rischio dell'errore è normalmente (cioè di norma) presente. Le classi sono pertanto definite dai rapporti di produzione in cui si inseriscono, tanto quanto dalla loro "coscienza di classe". Due approcci ugualmente astratti della "invenzione" (in senso etimologico) della stessa e unica situazione reale. Da qui la necessità di non perdersi nelle "inevitabili conseguenze" di una definizione puramente oggettivistica, "di campo", dei rapporti di produzione, e la necessità di indagare il problema delle classi sociali, come "coscienza di classe".

Per coscienza di classe non si intende solo un universo culturale (una visione del mondo) né solo un progetto politico general/generico, ma anche un sistema di precisi, di breve scadenza, progetti istituzionali, cioè di organizzazione del potere politico e militare.

Di questi aspetti del problema: "analisi della situazione", a mio parere, ci stiamo occupando troppo poco.

A proposito della cultura e dei progetti istituzionali della borghesia imperialista

Naturalmente nulla è più falso che interpretare la cultura della borghesia imperialista come quella di un mondo di ebeti, grossolanamente crudeli ed "egoisti" (naturalmente gli ebeti esistono ovunque). Si può nutrire il massimo disprezzo intellettuale e politico per questa "cultura", senza farne per forza una caricatura da fantascienza.

La borghesia imperialista ha ereditato una buona parte della cultura della borghesia progressista che è stata la protagonista di quel mutamento rivoluzionario della situazione reale che ha caratterizzato molti secoli della storia, quella storia che costituisce la inevitabile spiegazione della situazione attuale, e che è oggetto del nostro esame.

Il complesso esame di questo "mondo" culturale, politico e istituzionale (nei suoi aspetti predominanti), può, per incominciare, limitarsi a alcune osservazioni di prima approssimazione.

a. L'individuo

È un'ovvietà che la dinamica del rapporto da individuo a individuo è stata al centro del mondo culturale della borghesia progressista e rivoluzionaria, fino al punto di concepire l'intera realtà sociale come una rete di rapporti antagonisti fra individui concorrenti (un mercato), di coltivare un disegno politico modellato sulle corse dei cavalli (nel quale il progresso è manifestato dall'arrivare primi partendo dallo stesso punto) e un disegno istituzionale di un potere politico simile al potere di un arbitro addetto a sanzionare coloro che barano nella corsa. È il concetto stesso di "individuo" che ha una storia, un inizio e una fine. Per non farla troppo lunga, trascureremo ora la questione dell'inizio. Ciò che ora ci interessa è principalmente la questione della fine. Alla fine del secolo scorso, nell'area dominata dalla borghesia occidentale (centralmente Europa occidentale e USA), in coincidenza con l'emergere dell'"imperialismo, fase finale del capitalismo" si verifica, anche, un vero e proprio terremoto culturale. L'identità dell'individuo diviene essa stessa incerta. Diviene incerto che l'individuo abbia, o sia costituito, da una sola anima, piuttosto che da un numero indefinibile di anime.

Diventa ugualmente problematico che l'ovvia (a priori, "concettuale") identità di un corpo sia una vera garanzia dell'unità dell'anima che si presume abitarlo. L'"incoerenza" dell'anima nel suo manifestarsi sincronicamente e diacronicamente nei suoi rapporti e il sospetto che l'anima sia stratificata in "diverse anime" influenti l'una sull'altra acquistano uno "spazio culturale" nel mondo della classe dominante. Ciò è dovuto principalmente al fatto che nello sviluppo di un capitalismo finanziario la identità classica del borghese industriale o commerciante si perde in una variabilità di "funzioni" destinata a valorizzare una varietà carnevalesca dell'individuo protagonista della classe dominante, ma anche, secondariamente, ai contatti promossi dall'imperialismo con aree culturali particolarmente "ignoranti" delle dinamiche fondate sui rapporti fra individui (quelle dei popoli colonizzati). Per questa via e in questa dimensione culturale di classe incomincia a farsi strada l'idea che il rapporto fra diversi non è lo stesso che il rapporto fra contrari. Questo "modo problematico" è discretamente funzionale alla "coscienza di classe della borghesia imperialista". Meglio adattato del precedente concetto dell'"individuo coerente e tenace" nel perseguimento dei suoi obiettivi (la sua storia personale), a fronte di una esigenza di maggiore duttilità e mobilità, anche fisica, tipica del borghese imperialista.

b. L'ambiguità

Tuttavia l'ambiguità che ne risulta non è sempre manifestazione di forza. È stato mille volte sottolineato che l'imperialismo assimila momenti di debolezza e di incoerenza, ignoti al capitalismo vincente, che ne fanno per l'appunto la "fase finale". Coerentemente l'aspetto più strettamente culturale. L'incertezza sui destini dell'"individuo" diviene fonte di "stanchezze" e di conseguenza di maggiori grossolanità nello stesso tempo che di maggiori estenuate "raffinatezze".

L'internazionalismo ha ovviamente delle manifestazioni istituzionali della borghesia imperialista, quali le varie Società delle Nazioni, ONU, Nuovi (ricorrenti) Ordini Mondiali ecc. (ampiamente propagandati dalla fantascienza). Ma soprattutto questa ambiguità, dal punto di vista istituzionale, si presenta come "diffidenza" nei confronti dello Stato/nazione, e come scelta prioritaria di mezzi di potere e di governo sociale più informali, in sostanza i mass-media, in tutte le loro articolazioni. La disinformazione di massa, la manipolazione dei bisogni ecc.

Da un punto di vista strettamente "culturale", l'"ambiguità" si presenta in due modi:

— in primo luogo come drammatica, tragica espressione dell'esplorazione della dimensione individuale

— in secondo luogo come estenuata rappresentazione di un sotto/sopra "irreale" dell'individuo, il suo sogno, versioni non prive di forza, non ostanti le trappole decadentistiche e le tentazioni mistiche di fondo che celano a mala pena.

In effetti, ai nostri giorni (è incredibile, o quasi, che Francis Bacon e Olivier Messiaen siano morti solo in questi giorni, nel lutto generale) è la versione del "pensiero debole" che sta affermandosi nella cultura della borghesia imperialista. Un uomo (ironicamente) "senza qualità", che "pensa debolmente", perfettamente "trasparente" ai ritmi di sviluppo di un capitalismo che non è più una scelta, ma finalmente una "serena fede" religiosa, è, un po' comicamente, un po' tragicamente, il modello ideale dell'uomo (e della donna) "imperialista" e, naturalmente, della coorte dei suoi cortigiani. La sua ambizione non è di essere buono o cattivo, ma "solo" ciò che una estenuante necessità vuole da lui.

(Divagazione militare: la borghesia imperialista non ama la leva obbligatoria e l'esercito di popolo, non perché la caserma è una galera/fabbrica di cretinismo o, ancor meno, per tentazione di nonviolentismo. Per nulla al mondo. Ma per la ragione — ottima — che il comportamento di grandi masse di sballati nel corso di un conflitto armato si è rivelata statisticamente imprevedibile e perché questa massa di sballati non sarà mai in grado di schiacciare il bottone giusto al momento giusto.

In più la borghesia imperialista diffida delle ambizioni politiche di colonnelli e generali e preferisce, al loro posto, degli efficienti omologhi dei PDG1 della grande impresa, comandanti di equipes di tecnocrati e di automi. La Legione Straniera e i katanga di Bob Denard sono dei buoni modelli. Donde un discreto e patetico incoraggiamento all'obiezione di coscienza. Salvo il problema di dove ficcare questa massa di sballati in ozii pacifici socialmente inutili.)

È nell'ordine delle cose che la cultura delle classi dominanti si rifletta in qualche modo negli atteggiamenti culturali del proletariato. Il modello culturale di cui abbiamo parlato, in effetti, ha un modo specifico di riflettersi negli atteggiamenti culturali del proletariato dei nostri giorni. Si tratta in sintesi dell'insieme delle misere attitudini dello "sgattaiolare". Cioè del destreggiarsi per racimolare la vita negli angoli scuri e meno controllati del sistema. La vera e autentica quintessenza del sessantottismo, al di là del pompierismo marxista-leninista di certuni dei suoi "leaders".

Naturalmente il proletario sgattaiolante è enormemente più soggetto a pericolose depressioni psichiche del borghese imperialista e della sua coorte di cortigiani. Da ciò il nuovo clochardismo e l'ingombro degli ospedali psichiatrici (che a detta di "tutti" non dovrebbero più esistere) e dei loro più miseri equivalenti.

A proposito della cultura e dei progetti istituzionali della borghesia di Stato (in qualche caso nazionale)

Col tempo, e cioè a partire dal primo dopoguerra, i destini delle borghesie di Stato (nel centro imperialista) e delle nascenti borghesie nazionali della periferia, sono andati divergendo da quelli della borghesia imperialista. E nello stesso tempo trovando fra di loro (fra le borghesie di Stato del Centro imperialista e le nascenti borghesie nazionali della periferia) delle sintonie solo apparentemente bizzarre. Dal punto di vista strutturale entrambe praticano, più o meno felicemente (piuttosto infelicemente), delle politiche di sostituzione delle importazioni, di industrializzazione "dumping", di autarchia, di sviluppo dell'economia di Stato. Non è poi così strano che i movimenti di liberazione dei popoli oppressi dall'imperialismo abbiano trovato, quanto meno nei loro leaders, interessanti (al di là dei problemi geopolitici di alleanza) i regimi fascisti d'Europa, e che si possano identificare dei precisi legami di parentela fra il New Deal rosveltiano e le politiche "sociali" di fascisti, nazisti e franchisti.

a. Il decisionismo

La cultura dei borghesi di Stato e dei loro cortigiani è molto più complessa di quanto i nuovi editori dei pensierini di Hitler, Khomeini e Gheddafi vorrebbero farci credere. (A parte i caratteri arbitrari degli accostamenti effettuati dai propagandisti della borghesia imperialista, che da parte loro gli agenti "culturali" delle borghesie di Stato e "nazionali" coscienziosamente qualificano di ebrei e massoni. I quali entrambi non hanno nulla a che vedere con questa fabbricazione di immagini, se non nel senso che sionisti e lobbisti dei più vari generi, della strumentazione "culturale" della borghesia imperialista fanno ovviamente parte.)

Il punto centrale della questione è che nell'ambito della cultura borghese decadente, e come reazione all'immagine sempre più "esangue" dell'individuo che andava proponendo, si sono formate delle tendenze orientate a una valorizzazione estremista della soggettività, inclini a identificare l'arbitrio più puro con la soggettività puramente e semplicemente. Tali tendenze hanno visto verificata la loro forza per il fatto di essere adeguate alla manifestazione di una frazione della borghesia emergente, paralizzata nel suo emergere dalla consolidata egemonia della borghesia imperialista. Gli ultimi conflitti epocali sono stati caratterizzati dal confronto fra la borghesia imperialista e le varie frazioni della borghesia di Stato e nazionale e fra le varie frazioni di quest'ultima.

Ben lungi dal presentarsi come una cultura delle guerre di religione e del genocidio ideologico, questa cultura si è presentata di norma come una cultura impregnata da interessi sociali, specialmente per "i più poveri". Dal che come vedremo deriva la sua pericolosità per il proletariato.

Le sue componenti essenziali sono il "decisionismo" e il "futurismo". Questa cultura recita la "fine della storia" e l'inizio del nuovo mondo (immagine costruita nel modo più vario, dal passatismo più stantio all'avvenirismo più fantascientifico), anticipato dal dinamismo di soggetti superdotati, sia perché ariani, che perché ex combattenti, fedeli al capo, nativi di Forlì, o quanto altro si voglia. Si tratta in sostanza della cultura fascista nel senso più ampio. Che è una cultura in senso proprio, checché ne voglia fare il caricaturismo dei colti della borghesia imperialista. La sua massima pericolosità, storicamente verificata e verificabile ai nostri giorni, dal punto di vista proletario, è che essa prevede un "prendersi cura" dei derelitti, ai quali la cultura della borghesia imperialista non lascia che il sogno o meglio, l'incubo. E, nei fatti, i portatori della cultura della borghesia di Stato e "nazionale", dei derelitti "si prendono cura", sovvenzionando i fedeli improduttivi ed eliminando fisicamente gli "altri".

È evidente la conformità di questa cultura con gli interessi di una borghesia rivale della borghesia imperialista.

Il soggetto superdotato decide a favore del futuro, guarda in faccia "dio". Le componenti mistico/eroiche (a fronte del misticismo "quietista" della borghesia imperialista) sono evidenti.

b. Il futuro come presente

La sistematica confusione del "presente" e del "futuro" è tipica di questa cultura. Il futuro non è il progetto dell'uomo presente, ma la realtà presente dell'uomo superiore. "Inferiore" non è il derelitto, ma l'irrecuperabile a questa presenza del futuro. Dunque in genere la donna, il comunista, lo zingaro, l'arabo non abbastanza islamista, l'americano che non sia abbastanza bianco, protestante e anglosassone ecc. e via esemplificando.

Ai nostri giorni assistiamo a una possente "invasione", a livello mondiale, di un fascismo politico e culturale, islamista. L'Islam è certamente una cultura ricca di storia e di sfumature, come del resto, l'ebraismo, il cattolicesimo, l'induismo, il buddismo ecc., che ha poco a che fare con le varie espressioni "fondamentaliste" che oggi occupano la scena (come del resto il fondamentalismo cattolico ha poco a che vedere con il cattolicesimo ecc.). Dunque non è una questione di religione, o di Islam. Il problema è che solidi strati borghesi nazionali, impadronitisi delle strutture statuali uscite dal processo di "decolonizzazione" (nel quale hanno indubbiamente giocato un ruolo rilevante), in un'area di tradizione islamica (naturalmente non solo araba), hanno impugnato eroicamente una identità islamica per affermare un genere di "antimperialismo" anticomunista contro la borghesia imperialista, e nello stesso tempo per trascinare al loro seguito masse diseredate, demunite di "coscienza di classe". Le vecchie simpatie dei loro leaders per il nazifascismo sono ben note e non prive di buoni motivi.

Il passatismo dei fondamentalisti islamici non è meno futurista dei vari passatismi "romantici" che hanno connotato le varie versioni del fascismo.

Il riflesso di questa cultura nel proletariato di ieri è disgraziatamente fin troppo noto. Nel presente, a parte i problemi particolari posti dal mondo "islamico", nello stesso centro imperialista lo sviluppo del razzismo e del neo-nazismo in ambiti proletari lo dimostrano in modo più che sufficiente. Il fatto che le teste rasate non siano di per sé una forza sociale sufficiente a dar luogo a un vero e proprio pericolo fascista, e neppure la sconclusionata teppaglia lepenista o leghista (o simili) è da una parte certo. Dall'altra parte è ugualmente certo che si tratta di truppe disponibili qualora dei conflitti fra le diverse frazioni della borghesia aprano la porta a un loro arruolamento e a una loro mobilitazione. Come nel passato è già avvenuto.

(Nota su alcuni aspetti della cultura borghese.)

— la realtà virtuale ovvero il neobarocchismo

— il francofortismo

— il pompierismo

A quanto pare è stata inventata una macchina nella quale l'operatore per così dire "entra" e che è in grado di simulare tutte le condizioni coerenti con un programma predeterminato e liberamente scelto. Così l'operatore può scegliere la realtà nella quale vuole vivere, reagendo "liberamente" a tutte le condizioni previste che a loro volta risponderanno coerentemente.

Questa immagine di gioco ha un forte valore culturale. Essa esprime l'ipotesi di una perfetta virtualità della realtà, la astoricità assoluta. È stato detto che in qualche modo la macchina costituisce un gioco logicamente apparentato a una visione barocca del mondo. Nella quale la falsa infinità è rigirabile come un guanto in infinite direzioni, senza che si possa attribuire un qualunque valore prioritario all'una piuttosto che all'altra. Il neobarocchismo in genere della ipotesi delle macchine che pensano è una buona rappresentazione della estrema ambiguità della cultura dell'individuo in dissoluzione. Anche storicamente il parallelo non sembra infelice.

La discussione sull'apporto della cosiddetta scuola di Francoforte sembra mettere in chiaro alcuni caratteri fondamentali della cultura della borghesia imperialista. In particolare la questione del carattere infrangibile del sistema capitalistico, seppure demonizzato come una dannazione, una dannazione onnipotente.

La cultura della borghesia imperialista ha una scarsa vocazione al monumentale e alla comunicazione di massa per mezzo di simboli "plateali". Piuttosto intimista e lagrimevole, si rivolge alle masse entrando nelle singole case con la televisione, la stampa, il cinema, e gli strumenti intermedi, come la scuola ecc. Per contro la borghesia di Stato e nazionale manifesta uno spiccato gusto per il monumento e la celebrazione di massa. Quando lo spettacolo è raté, giustamente si parla di pompierismo. Ma lo schifiltoso "borghese imperialista" ha la tendenza a vedere del "pompierismo" in tutte le manifestazioni di uno spirito "epico", che non sono per forza tutte di cattivo gusto, ridicole e formalmente goffe. Vedremo una sfumatura di questo stesso problema porsi a proposito del cosiddetto "realismo socialista".

Gli aspetti istituzionali, politico-militari, del progetto della borghesia di Stato e nazionale è del pari diverso in punti essenziali da quello della borghesia imperialista. Essa, di contro alla borghesia imperialista che borbotta di continuo: meno Stato più mercato..., tende a rafforzare lo Stato, moltiplicandone le articolazioni, sempre ovviamente con le dovute caratteristiche autoritarie. I politici della borghesia di Stato si identificano come city managers, mentre il politico della borghesia imperialista tende a porsi al di sopra della categoria degli amministratori, che tratta nel complesso come suoi impiegati, dei professionisti dei problemi di gestione. Anche il rapporto con la piramide delle clientele legali e illegali è diverso. La borghesia di Stato le moltiplica e sovvenziona col denaro pubblico facendone la base del suo consenso politico. La borghesia imperialista diffida di questo tipo di struttura sociale e si rattrista all'idea di pagare le tasse per ingrassare le famiglie mafiose (vedi gli sviluppi recenti del problema in Giappone). Dal punto di vista militare la borghesia di Stato considera l'apparato dei militari di mestiere né più né meno che come una delle articolazioni mafiose sulle quali si appoggia e a cui attribuisce volentieri il compito di tagliare di tanto in tanto il nodo gordiano, quando diventa troppo difficile scioglierlo con le dita. Non disdegna neanche l'idea di parcheggiare le masse giovanili sballate nelle caserme, eventualmente "umanizzate", come del resto nella scuola di massa dequalificata, piuttosto di infilarsi nel problema di oscura soluzione dell'ozio pacifico socialmente inutile. In questo campo non è pertanto favorevole a radicali innovazioni.

A proposito della cultura e dei progetti istituzionali del proletariato

A parte le influenze, talora determinanti, nel proletariato delle varie forme della cultura borghese, dalla metà del secolo scorso non si può ragionevolmente parlare di una cultura proletaria al di fuori della cultura comunista, cioè al di fuori del marxismo-leninismo-maoismo, un "corpus" venuto naturalmente modificandosi e arricchendosi nel tempo, tuttavia con una notevole coerenza interna.

a. Il modello operaio

Fin dalle sue origini (diciamo all'ingrosso Il manifesto del 1848) il comunismo "marxista" ha posto il modello della realtà oggettiva e soggettiva della "classe operaia" al centro della proposta culturale diretta a ogni strato del proletariato e a tutti gli strati sociali in corso di proletarizzazione (contadini e piccolo borghesi compresi). Si tratta di una proposta che si presenta come radicalmente contraria al modello della "società d'individui" proprio della borghesia. L'operaio fa principalmente parte di un collettivo, che è collettivo di lavoro (collocazione nei rapporti di produzione), collettivo di interessi, collettivo di organizzazione politica, collettività organica della società da costruire la società comunista.

Via via col tempo e la concreta esperienza storica della lotta e dei tentativi di costruzione del socialismo/comunismo, sono venuti a precisarsi gli elementi fondamentali di questa "rivoluzione culturale". Un punto centrale, probabilmente il fondamentale, si è venuto sempre più chiaramente determinando nella ricomposizione della unità di lavoro manuale e lavoro intellettuale. Risulta in effetti chiaro che la divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale nella società borghese è strettamente legata alla valorizzazione dell'individuo competitivo, che si realizza essenzialmente nel lavoro intellettuale. Che non è neppure principalmente il "lavoro culturale" in senso stretto, ma comprende tutti i ruoli di direzione dell'economia e di comando della società. L'individuo concorrente borghese è tale perché e in quanto si appropria dei mezzi di produzione e del lavoro intellettuale (espropriandone gli altri ceti sociali, essenzialmente la classe operaia) indispensabile per il loro sfruttamento ai fini del profitto e del potere personale. Dunque la "rivoluzione culturale proletaria" passa attraverso la ricomposizione di lavoro intellettuale e lavoro manuale, condizione per portare e mantenere il collettivo proletario al protagonismo del potere politico.

b. Storia e volontà politica

Come in genere la cultura di tutte le classi emergenti, emergenti al loro turno storico, la cultura comunista legge il confronto di classe come un processo storico nel quale il campo di riferimento sono i rapporti di produzione dati, a un certo livello di sviluppo delle forze produttive, e il referente soggettivo che legge questi dati, ne conosce le leggi di trasformazione e opera per impiegare queste leggi alla trasformazione progressista; l'avanguardia politica, il partito politico, il partito politico del proletariato (per quanto concerne questa classe). Contrariamente a quanto tante volte detto da caricaturisti di ogni risma, per il comunismo la realizzazione della società comunista non costituisce in nessuna fase la fine della storia, ma, semplicemente, la fine della dominanza nella società umana di un ordine storico di contraddizioni, a cui altre contraddizioni, di ordine "superiore", più "progredito", seguiranno.

c. Epicità e pompierismo di sinistra

L'espressione più strettamente artistica della cultura proletaria ha, in periodi relativamente recenti, assunto il nome di "realismo socialista" e, sotto questo nome, è stata oggetto di sbeffeggiamenti e derisioni. Ora il carattere "terroristico" di queste derisioni ha avuto successo a causa di un equivoco. È evidente che chi, a qualsiasi classe sociale appartenga, accetti il sistema di valori fondato sull'individuo, caratteristico della borghesia rivoluzionaria, ma anche delle frazioni che ai nostri giorni ne sono eredi e il cui ruolo è nettamente reazionario, non può che farsi beffe di un modo di esprimersi che usa del "personaggio" non già o non tanto come individuo, ma come "supporto" di un insieme di valori intellettuali e di emozioni di carattere essenzialmente collettivo. In tale funzione il personaggio vede necessariamente appiattita la sua dimensione di individuo solitario. Una funzione che ha una lunga tradizione nel genere "epico", oggi non certo più di moda presso la classe borghese e ogni altro strato sociale che la sua cultura influenza. Con l'ambigua eccezione della "cultura fascista" (o fascistoide, senza necessari riferimenti ai fascismi storici) che per l'appunto ha una certa propensione al "monumentalismo", in un contesto peraltro culturalmente assai diverso da quello della cultura proletaria e comunista. Le beffe e i paragoni ingiuriosi sono perciò solo il frutto di una "deliberata ignoranza" e di un "terrorismo culturale" di bassa lega, da qualsiasi livello intellettuale provengano.

Ciò non toglie che espressioni culturali e artistiche nell'ambito della cultura proletaria possano ben essere infelici, goffe, da molti punti di vista sbagliate, e che sia del tutto legittimo denunciare e criticare quello che potremmo chiamare un "pompierismo di sinistra".

Analogamente al cosiddetto zdanovismo si possono bene rimproverare i pericolosi limiti che in generale caratterizzano l'errore di linea che si chiama "stalinismo". Molto più difficilmente la natura e la qualità dei suoi obiettivi polemici.

d. Dal punto di vista istituzionale e militare

Sull'obiettivo della costruzione della società comunista, sia gli organismi proletari del periodo della dittatura borghese, che quelli della fase di transizione, sono delineati in modo radicalmente diverso da come sono strutturati gli organismi del potere della borghesia, tutte le sue frazioni e manifestazioni confuse. In sostanza si tratta della organizzazione consiliare, sovietica, del potere, su cui pensiamo che non sia il caso di soffermarsi in questo contesto.

Dal punto di vista militare la cultura comunista respinge sia l'esercito di mestiere o mercenario, che l'esercito di tutto il popolo, comandato da una mafia di ufficiali. Secondo una concezione comunista è il proletariato (e in primo luogo la classe operaia) che deve essere armato, e solo il proletariato, e la organizzazione dell'esercito, con i dovuti adattamenti, deve fondarsi essa stessa su una concezione sovietica, comportante un radicale ridimensionamento del ruolo della gerarchia (si vedano ad esempio le esperienze nell'esercito in Cina, durante la rivoluzione culturale).

Molto spesso è la questione stessa della "violenza" nell'interpretazione della cultura comunista che viene posta in modo artatamente distorto, ai soliti scopi "terroristici". Che la società borghese sia una società in cui l'esercizio della violenza sia una regola nei rapporti fra classe dominante e classe dominata, ma anche all'interno stesso della classe dominante, è in fondo una pura e semplice banalità. Che l'impiego della violenza si sia andato accrescendo nella fase dell'imperialismo, allo stesso tempo in cui anche le più ipocrite preoccupazioni di giustificarla e "legalizzarla" sono state progressivamente disdegnate, è di una evidenza lampante.

Non esiste dunque il problema di quale posto abbia in una cultura comunista l'uso della violenza nella lotta politica. La risposta è semplice: un posto centrale, incontornabile.

La questione invece complessa è quella di descrivere le esperienze storiche e i progetti delle masse e delle organizzazioni di avanguardia comuniste, a proposito delle modalità, delle circostanze e dei contesti nei quali l'uso della violenza proletaria e comunista si è manifestato e si manifesterà. Questione che qui sarebbe del tutto fuor di contesto.

NOTE

1 President-directeur general [n.d.r.].

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