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Lettera al Soccorso Rosso

Carcere di San Vittore, '75

La questione del carcere è una questione squisitamente politica, in questo senso: la differenza fra interno ed esterno è falsa, mistificante. In realtà non si è più diversi in carcere di quanto lo si sia fuori. La chiusura (del fuori come del dentro) è costituita principalmente come esclusione del singolo dal generale, dal politico. Il carcere non è un modo dichiarato e caratteristico di chiusura del singolo dal generale e dal politico. La stessa chiusura che comunque si verifica, con meccanismi diversi dalle ridicole sbarre e serrature, nella fabbrica, nella scuola, nel quartiere ecc. Anche la vergogna del carcere è solo una proiezione di questa chiusura. Il condannato è un cittadino di secondo ordine perché marchiato come asociale, cioè incapace di generale e di politico (anche se per conto suo è già reso incapace di politico a prescindere dal marchio della condanna). Il marchiato dalla condanna non si sente neppure più "autorizzato" a chiacchierare di politica. Cioè ad una finta che però è abituale anche ai più spoliticizzati. Egli perciò tende a chiacchierare principalmente dell'ingiustizia del carcere e della condanna (come questioni private).

I "politici" servono perché possono porre la questione, nel carcere, come in fabbrica. La politica (proletaria), se entra in fabbrica, distrugge la fabbrica come espressione del rapporto capitalistico di produzione. La politica proletaria, se entra nel carcere, vanifica ogni senso delle sbarre e delle serrature. Mettere in contatto vitale il carcere (la politica nel carcere) con l'esterno (con la politica all'esterno) significa aprire il carcere in modo definitivo. Ciò vale per la fabbrica, per la scuola ecc. Allora lo scopo fondamentale del Soccorso Rosso è lavorare per questa apertura. I "politici" servono perché sono tramite privilegiato. Gli avvocati servono perché, per l'ambiguità e le contraddizioni del sistema, possono avere più agevoli contatti con l'interno del carcere. È ovvio che il potere, come non accetta la politica proletaria in fabbrica, così non può accettarla in carcere. E reagisce in definitiva con la violenza, ed in prima approssimazione con le "riforme" (nelle quali tutto ciò che resti nell'ambito del "privato" può essere concesso) meno l'introduzione della politica proletaria nell'istituzione carceraria.

Il carcere è così un simbolo caratteristico dell'emarginazione dal politico che segna tutti i movimenti della vita sociale.

Il movimento di lotta si appropria della questione del carcere solo se fa valere l'esigenza di affrontare la questione della riappropriazione del politico in generale da parte delle masse proletarie. È per questo che confrontarsi con il problema del carcere è per il movimento una questione della massima importanza, al di là della lotta per tirare fuori dalla galera i compagni.

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