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Il lavoro sul tempo

Il lavoro sul tempo

Prefazione

Perché quello sul tempo è un lavoro?

Il lavoro manipola ciò che è in parte sconosciuto, con risultati in parte imprevedibili. Per questo il lavoro è faticoso e non può essere eseguito da una macchina (cioè non può essere già stato fatto).

Il lavoro è un dialogo, un dialogo a infinite dimensioni e referenti, una interlocuzione continua. È questo l'aspetto che lo rende, oltre che faticoso, più propriamente penoso, perché il rischio sempre presente di fallimento dell'interlocuzione è la fonte più sicura di pena. Quasi sempre manipolando la stessa interlocuzione, creiamo l'interlocutore al posto dell'interlocuzione: amore e morte.

Come è stato detto (in verità tutto ciò che qui è detto è stato anche già detto), ciò che ci è più prossimo è anche ciò che ci è più oscuro. Ciò che ci è più prossimo è la nostra immersione nel tempo. La nostra quotidianità. Guardare questa prossimità costituisce un lavoro faticoso e una interlocuzione penosa, totalmente manipolatori dello sconosciuto e con risultati talmente imprevedibili, che i suoi prodotti non sono facilmente apprezzati come valori d'uso. Figurarsi come valori di scambio! In genere un duro e penoso lavoro inutile dei cui risultati, cioè, spesso non si sa cosa fare. È per questo che si dice: carmina non dant panem. Vaticini invendibili. Tuttavia è bene che questo lavoro sia fatto. Quest'ultima considerazione merita di essere messa in discussione.

Tutti ci arrabattiamo, tutti alla fine moriamo. Il suicida si arrabatta per morire. Cerchiamo tempi migliori in luoghi più adatti. Ci si fa una idea di un domani migliore. Così finiamo con l'immaginare un luogo fuori dallo spazio, un tempo fuori dal tempo, un tempo fermo, un'utopia. La irraggiungibilità dell'utopia dà luogo a tante piccole disperazioni e infine a una grande disperazione. Ma ciò sarebbe ancora nulla; non possiamo certo pretendere di guarirci dal gusto della disperazione. Il peggio è che l'abbandono unilaterale all'utopia funge da lente deformante della realtà che ci è più prossima, della nostra immersione nel tempo, e ci fa lavorare in modo contraddittorio, ci induce a infliggerci le sconfitte più clamorose. Ci allontana dal nostro destino di libertà, ci rende servi. La servitù non può essere scelta, ma d'altra parte alle scelte non possiamo sottrarci. Così ci riduciamo a men che nulla. Non liberi, ma neppure veramente servi.

Ecco perché è bene che il lavoro sul tempo venga fatto. Per sapere se l'abbandono unilaterale all'utopia, come rinuncia a scegliere, abbia senso. Per noi che ci interroghiamo, non ha senso. Con coloro che non si interrogano, non possiamo interloquire, ammesso che tali esseri umani esistano. Si dice che anche la natura vegetale e minerale si interroghi. Lo stesso è domandarsi: possiamo sfuggire al nostro destino di libertà? La presenza di questa domanda ha per noi un carattere assiomatico. "Noi" siamo quelli che interloquiscono fra di loro. Coloro che sognano e si interrogano.

Nel sogno le immagini e le esperienze della veglia e di altri sogni ci si presentano mosse da un burattinaio misterioso, che non siamo più noi, né i nostri interlocutori, conosciuti e sconosciuti. Un burattinaio che non rispetta né tempo né spazio. Gli antichi dicevano che per coloro che sono svegli il mondo è uno, per i dormienti è infinitamente molteplice. Questo burattinaio è il nulla che si intromette nel nostro lavoro, deridendone i sempre provvisori risultati e imponendo la sua legge sconosciuta. Obbligandoci a riprendere il nostro lavoro di Sisifo.

Facilmente qualcuno ritiene che questo burattinaio del sogno sia il dio e che attraverso il sogno egli invii degli avvertimenti importanti. A ben riflettere il sogno appartiene alla veglia tanto quanto al sonno. Ed anche per coloro che sono svegli il mondo è insieme uno e infinitamente molteplice.

Il nulla

L'interrogazione per pervenire al suo oggetto (perché è perfettamente incomprensibile l'interrogazione che si interroga su se stessa) suppone l'altro. Questo altro è il mondo pullulante di infinita realtà non finita, che è il nulla. È per via di questa infinità di determinazioni che il nulla è nulla, e non qualche cosa. Il relazionarsi di infinite determinazioni in infiniti modi diversi dà luogo all'infinita, indeterminata legalità del nulla. Quanto di più materiale e oggettivo possa essere dato. Duro fino all'impenetrabilità, veramente "noumenico", puramente "noumenico", puro limite. Ogni determinazione nel mondo del nulla è a sua volta una infinità di determinazioni. Nel mondo del nulla non vi è piccolo che non sia grande, non vi è vicino che non sia lontano, e viceversa. Sommare e sottrarre danno sempre lo stesso risultato. Il nulla non è una assenza, ma una infinita presenza. Oppure l'assenza del "qualche cosa" che escluda "il resto". Il nulla non può essere contenuto. Esso è uno, senza essere unificato. Non comporta mutamenti, perché non conosce direzioni.

All'origine storica del pensiero, questo problema fu posto e indagato in tutta ingenuità e senza falsi pudori. Oggi si fa un gran caso, e giustamente, dello studio delle scuole di pensiero cosiddette "presocratiche". Basta fare qualche riferimento. Questi pensatori muovono dalla esigenza di trovare un fondamento al mondo del tempo. E, apparentemente, cercano questo fondamento, in un tempo "precedente". Ma precedente a che cosa? Se guardiamo bene questo tempo, dove si trova il fondamento del mondo, non è veramente "precedente" rispetto a qualcosa, perché in questo tempo metaforico, dall'eternità e per l'eternità il mondo, anzi infiniti mondi nascono e periscono. Ciò che sta in questo tempo fuori dal tempo è il cháos, l'ápeiron che in taluni casi è metaforicamente detto una sorta di materia sublimata, infinitamente indeterminata (acqua, fuoco, aria). Il cháos non è in nessun senso una materia (una sostanza): è arché, legge. Ciò molto esplicitamente in Democrito ed Epicuro. Almeno in Epicuro, secondo Marx (e Lucrezio). Questi pensatori, cercando il fondamento del mondo del tempo, hanno trovato il nulla fuori dal tempo. La materia pura, non come sostanza ma come legge. Essi sono ben lungi dal concentrare la loro attenzione sulla sostanza del mondo nel tempo: anzi muovono da un dubbio metodico della sua verità. Gli eleati1 tenteranno un audace passaggio dal nulla fuori dal tempo, all'essere fuori dal tempo, vedendo bene che ponendosi il problema del senso della legalità del nulla, il pensiero del nulla non può che presentarsi al limite come pensiero dell'essere. Così i poli autentici della questione erano stati autenticamente posti. Si può dire che nulla di veramente importante sia stato successivamente aggiunto in merito. Nessuno di questi pensatori si è mai sognato di negare l'esperienza del mondo nel tempo (la via parmenidea dell'opinione). Ma ha posto autenticamente il problema del fatto che il lavoro e l'interrogazione sul mondo nel tempo appare immediatamente priva di fondamento e che tale fondamento va ricercato "altrove", cioè con un altro procedimento. Si tratta probabilmente delle scuole di pensiero meno metafisico-ontologiche, benché rigorosamente materialiste, che siano mai esistite.

Questo nulla di cui stiamo parlando è un nulla fuori del tempo. Perciò esso non è che l'astrazione assoluta, che riusciamo a esprimere solo metaforicamente. Poiché il tempo è dato dalla eternità. In effetti quando diciamo che il nulla è l'oggetto dell'interrogazione affermiamo già il tempo nel quale l'interrogazione interroga. Il prius è l'interrogazione, la quale fonda sia il suo oggetto che il suo soggetto, scoprendoli in un primo momento come determinazioni di un nulla sovrapopolato. Benché questo nulla desideri essere interrogato, esso oppone anche un numero infinito di esigenze alla interrogazione, così da essere sommamente scoraggiante. L'operazione di interrogare esiste, anzi esiste principalmente, nonostante lo scoraggiamento che l'accompagna. Basti pensare alla difficoltà di organizzare qualsiasi determinazione, rispettando la legalità di un infinito possibile. Questa difficoltà (a vero dire una difficoltà insuperabile) dà un carattere di costante vanità a tutti i discorsi, che appaiono sempre eccessivi rispetto alla loro povertà. D'altra parte il rifugiarsi nel silenzio, nel non interrogare, nel lasciarsi andare, appare esso stesso ugualmente eccessivo nella sua semplice pretesa di esistere. Il nulla è fonte di sempre presente sorpresa. L'interrogare più acuto si rivela immediatamente straordinariamente ingenuo. Non può accontentarsi di questa ingenuità, ma ugualmente deve farsene carico.

Il nulla è duro, aspro, perché risponde sempre no alla richiesta di essere rassicurati. Le sue leggi sono inviolabili, e conoscibili solo con grande difficoltà, e infine inconoscibili. Tuttavia il lavoro di conoscerle, l'interrogare, è ciò che principalmente esiste, ciò che siamo nella nostra quotidianità più onnilaterale. L'interrogare ha scelto da sempre liberamente di interrogare, ma la pluralità di soggetti a cui è affidato questo compito, tanto lo sente come un peso, che cerca costantemente di sottrarvisi, correndo l'estremo rischio della chiusura unilaterale su se stessa. Ciò che di solito viene detto della materia, deve essere meglio detto del nulla infinitamente sovrapopolato. (La giustapposizione di infinite determinazioni, non è che la falsa infinità, l'infinità barocca, e non può dare una idea di questo nulla infinitamente sovrapopolato.) La legge del nulla è la legge del trapasso di una determinazione nell'altra, della unità (non ancora unificazione) di ogni determinazione possibile, senza passare per alcun mutamento. In questo senso il nulla fuori del tempo può essere definito come la legge dell'essere che non c'è. Anzi questo nulla fuori del tempo non è in alcun modo altro che questa legge.

Attraverso l'interrogazione il nulla sta nel tempo e così si scopre come un nulla "concreto", ed esiste come realtà oggettiva, inviolabile. Una realtà oggettiva la cui inviolabilità deriva dallo sprofondare delle sue radici nel nulla astratto, fuori del tempo, che l'interrogazione riconosce come suo limite assoluto. Il nulla si presenta dunque sotto due aspetti. In un aspetto è il nulla interrogato, dunque già nel tempo, già interrogato da una molteplicità di interrogazioni (la molteplicità dei soggetti interroganti, che — con la scusa della loro molteplicità — cercano di sottrarsi alla interrogazione). Nell'altro aspetto è il nulla fuori dal tempo, la infinita sovrapopolazione che sta al limite di ogni interrogazione. Molte fantasie pigre si coltivano su questo limite. Per esempio quella teologica. Un altro esempio è l'utopismo fantascientifico. Un altro esempio è quello della falsa infinità barocca. Per pigra fantasia deve intendersi un rappresentare senza reale inquietudine. Sui tre esempi: A) la pigra fantasia teologica. Il dio è il nulla come astrazione assoluta, depositario di una legalità inesplicabile. Per definizione inesistente, ovvero la cui esistenza è assorbita dalla sua essenza. Tutti quelli che hanno speculato sul dio essente e non esistente, hanno appunto detto che il dio è l'astrazione assoluta. Un non argomento di una nessuna discussione. Ma anche destino e provvidenza, inevitabilmente personalità. B) la bizzarria postmoderna dell'utopismo fantascientico. L'esistenza di infiniti mondi, dove l'interrogazione diventa infinitamente indeterminata, senza storia (se non nel senso di infinite storie ipotetiche). In definitiva una forma di provvidenzialismo disperato. C) la falsa infinità barocca: in cui l'ironia, una tenera ironia, insegue un nulla sovrapopolato fingendo di cercarne il senso, nella giustapposizione di infinite determinazioni. Si tratta della bizzarria fantastica più vicina alla ragione, perché la ragione non può non riconoscere ironicamente la legittimità della ricerca di senso nelle cose (legittimità della logica del diverso). Anche storicamente il barocco è una preistoria.

Il tempo — il nulla nel tempo

Il nulla interrogato sta già dentro nel tempo. Finora si è detto soprattutto dell'inesistenza del nulla che "precede" l'interrogazione e della sua caratteristica inesistenza e inessenza. La impenetrabile durezza della materialità assoluta. Ma questo nulla "effettivamente" non esiste e non è, il suo prius è l'interrogazione che colloca il nulla nel tempo, e la materialità assoluta al limite (negativo) del suo "senso". In questo "senso" il nulla appare (ed è) la natura. Della natura si comincia ad avere esperienza: cioè l'interrogazione incomincia a domandarsi: chi interroga? e che cosa è interrogato? La forma sempre mutevole, instabile e incerta della interrogazione è il molteplice "chi" e il molteplice "che cosa". La forma più complessa è il "per quale causa", il "per quale fine", il "con quale mezzo". È comune affermare (giustamente, d'altronde) che il problema per il "chi" interrogante non può essere quello di avere accesso a un "qualcosa" interrogato esterno e preesistente a lui. Poiché il chi e il che cosa vengono posti in modo interrogativo "contemporaneamente" — cioè con lo stesso atto, il quale è per sua natura incerto. L'interrogazione interroga perché non sa. Dunque non sa bene né l'identità del "chi" né quella del "che cosa", anzi tende continuamente ad aggiustare l'uno e l'altra. Non sa in modo sufficiente neppure in che modo l'uno si relazioni all'altra. Il tentativo della interrogazione di trovare una risposta modifica continuamente ogni "chi" e ogni "che cosa" e le relazioni fra di loro e fra gli infiniti "chi" e gli infiniti "che cosa". La interrogazione non ha niente a che vedere con la curiosità intellettuale, ma piuttosto col lavoro. Dobbiamo dire interrogare e non interrogarsi, perché a fondamento del "chi" e del "che cosa" sta un interrogare estraneo a qualsiasi "soggettività" già trovata. La creazione del mondo è il presente. Ma i creatori non siamo "noi". Noi siamo creature e il dio creatore per definizione non esiste. La creazione del mondo non è un qualcosa che fa qualcuno. Se non nel senso che tutte le creature sono coinvolte nell'operazione — enérgeia, con responsabilità insopportabili, ed elevatissimi rischi di fallimento. La creazione del mondo è in se stessa una operazione rischiosissima, destinata a quasi sicuro fallimento. Ma un'operazione inevitabile.

L'ente è il nulla interrogato posto unilateralmente. La natura posta e, per così dire, lasciata lì, nei cui confronti nasce il problema del vero e del falso.

Il nulla interrogato, nella sua unilateralità, appare come una molteplicità infinita di enti che faticano a stare insieme, e infine non stanno insieme per niente (il mondo della natura). Dalla infinita molteplicità, ma senza volto, del mondo del nulla caotico (la materia), alla infinita molteplicità degli enti determinati, dotati di un volto determinato, del mondo della unificazione della natura. Nell'ordine della esposizione abbiamo prima parlato del nulla caotico e poi di questo nulla nel tempo (interrogato, elaborato, oggetto di interlocuzione), benché evidentemente il prius dell'esperienza, il dato, sia questo mondo della natura, questo nulla interrogato, e il nulla assoluto appaia solo "successivamente" come il terreno in cui la natura affonda le sue radici.

Ora dobbiamo cercare di spiegare l'uso combinato di espressioni come tempo, interrogazione, lavoro, interlocuzione, le quali alludono tutte alla stessa esperienza, quella del mondo della natura, e la esprimono tutte attraverso diverse metafore. Interroghiamo gli enti per scoprirne i punti deboli, cioè gli aspetti per cui non stanno insieme fra di loro, si contraddicono l'un l'altro, lavoriamo per mutarli in modo da farli stare insieme meglio, interroghiamo e lavoriamo nel modo essenzialmente dell'interlocuzione, perché essenzialmente anche interrogazione e lavoro sono operazioni attuate per mezzo di enti: i soggetti. Questa complessa ma unitaria operazione ha per sua dimensione essenziale il tempo, essa avviene nel tempo.

Gli enti stanno necessariamente nel tempo, cioè divengono, per la buona ragione che essi mancano di una ragion sufficiente, ciascuno per sé preso e anche tutti infinitamente insieme. Il lavoro è un lavoro di trasformazione nel tempo per la modifica degli enti, perché essi siano dotati di una ragione sufficiente. L'incertezza del risultato è tanto ben fondata quanto la necessità di perseguirlo. È evidente che gli enti non possono essere modificati in modo arbitrario, ma solo nel rispetto di leggi per l'essenziale sconosciute: cioè esse stesse nel tempo identificate senza una ragion sufficiente. Ugualmente privi di ragion sufficiente sono i soggetti che interloquiscono nel lavoro. Perciò il lavoro è lavoro su una materia realmente esistente. Il lavoro tende a trasferire la necessità che lo muove in una necessità degli enti e di se stesso, di modo che tutto il mondo possa stare insieme, senza ricadere su se stesso, cioè nel nulla assoluto. Ciò che viene provvisoriamente assunto come un risultato, una necessità provvisoriamente verificata, si dice il passato. Ciò che si ritiene idoneo a divenire passato, si dice futuro. Si dice presente l'incertezza essenziale del passato e del futuro. Il presente specifico del soggetto è la sua libertà e il suo destino. Prima di tutto descriveremo il lavoro come ricerca di senso. Poi il mondo nella sua unilateralità, cioè il mondo passato/futuro, privo di presente.

Nulla è più falso che il rappresentarsi interrogazione-lavoro-interlocuzione, come operazioni accompagnate dalla disperazione derivante dall'infinitamente improbabile riuscita. In queste operazioni non vi è spazio per la disperazione, ma semmai solo per la speranza nella "vita migliore". In questa area Kierkegaard e i romantici hanno torto marcio. Infinitamente improbabile è l'obiettivo della vita ottima, ma l'obiettivo della "vita migliore" è addirittura molto probabile. È l'utopia della vita ottima che, nell'immagine unilaterale del mondo in cui il presente è stato soppresso, porta con sé la disperazione, insieme a ogni sorta di esaltazione e fanatismo. Il lavoro nel presente è soggettività ottimista e realizzatrice.

Realizzatrice di che cosa? Fare in modo che il mondo stia insieme vuol dire mobilitarlo dal nulla all'essere, il che può avvenire solo nel rispetto delle sconosciute leggi della materia. Il mondo si sperimenta in stato di anomia, percorso da contraddizioni con le leggi ritenute. Il senso, la ricerca di senso è la ricerca di leggi, la trasformazione del mondo in conformità a queste leggi. Nel tempo il risultato parziale è probabile, il risultato totale infinitamente improbabile. Il soggetto dialogante nella onnilateralità è essenzialmente etico, cioè è tutto ciò che può e perciò deve essere. Preserva e arricchisce la varietà della natura, preserva e sviluppa il dialogo, interroga fino in fondo senza scrupoli. Non distrugge, non disprezza, non mente. Ma nello stesso tempo fa leva, si appoggia unilateralmente sul sé e sull'altro da sé: provvisoriamente si basa sul suo cogito, sulla sua morale provvisoria. Mette tra parentesi il presente. Nessuno può pretendere una eticità assoluta, cioè nessuno può pretendere di scegliere in assoluta libertà il suo destino. Il peso delle unilaterali determinazioni del mondo non può essere tolto. Il riscatto della loro unilateralità avviene da una parte nel lavoro, dall'altra parte nell'amore e nell'arte.

Il dialogo (il lavoro — l'interrogazione) si appoggia su ciò che è un lessico, una grammatica, una sintassi: il passato, ciò che appare come necessario. Il dialogo si appoggia anche sull'immagine del futuro, ciò che appare idoneo a diventare passato. Esso è nello stesso tempo la problematicità assoluta (il presente) e l'assoluta immagine del necessario. In tal senso il dialogo si muove unilateralmente in un tempo morto. Nel quale il passato incombe come necessario condizionamento all'utopia del futuro. Dove non si dà manipolazione creativa delle determinazioni del mondo (cioè dove non si dà il presente), il passato e il futuro sono oggetto dell'esperienza estatica e dell'amore: luoghi in cui la libertà è estinta e il destino appare come già realizzato. Qui sta di casa la disperazione che in questo modo è la compagna di strada della speranza nella vita migliore. Nei mistici il presente appare come senza passato e futuro, come presente assoluto, come pensiero dell'essere, amore dell'essere, un essere fuori dal tempo, che perciò è uguale al nulla, al caos primitivo, all'occorrenza il dio.

NOTE

1 Esponenti della scuola filosofica greca di Elea di cui fecero parte Parmenide e Zenone [n.d.r.].

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