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Il sangue e le rape

Il sangue e le rape

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dattiloscritto, maggio '88

Introduzione

Da diverse parti, che sono anche per l'essenziale in contrasto fra di loro, quali da un lato gli apologeti della borghesia e da un altro lato diversi esponenti della nuova sinistra, di questi tempi si suole pretendere che si prenda atto della fine di un ciclo di lotte proletarie, quello dominato dal soggetto dell'operaio massa. E che nello stesso tempo si prenda atto che la fine di questo ciclo avrebbe la sua ragion d'essere profonda nell'"avvenimento storico" della progressiva scomparsa della classe operaia in generale, nella fase del capitalismo maturo, variamente definita come quella del neocapitalismo, capitalismo postindustriale, postmoderno e altro.

È contro questa pretesa che è stata scritta questa nota.

Senza l'ambizione di aver inventato niente, abbiamo cercato di riassumere le questioni fondamentali che ci sembrano spiegare il perché secondo noi e molti altri compagni, la lotta di classe (della classe operaia contro la classe borghese) è oggi anche più che nel passato al centro del panorama politico e sociale. E di conseguenza perché la scelta di campo sul terreno di questa lotta resta più che mai la vera questione fondamentale.

La definizione delle classi sociali si fonda su di una analisi obiettiva, scientifica del modo di produzione capitalistico

Ciò che caratterizza il rapporto di produzione capitalistico è che il possessore delle condizioni di lavoro (cioè di capitale) riesce a pagare la capacità lavorativa dei proletari (venditori obbligati di questa capacità di lavoro, la forza lavoro) a un prezzo inferiore al valore che effettivamente produce. La differenza tra il prezzo della forza lavoro e il valore che produce è ciò che i marxisti chiamano plusvalore ed è ciò di cui i capitalisti si appropriano, realizzando il loro profitto, gli interessi, le rendite. Tale meccanismo costituisce realmente e concettualmente la classe operaia, la classe che scambia la propria forza lavoro con capitale.

Cade nell'esperienza quotidiana che non tutti lavorano in un tale rapporto: un piccolo contadino, l'idraulico artigiano indipendente che viene a ripararci il rubinetto, il medico privato o il professore di chitarra che dà lezioni a casa sua, l'impiegato dello Stato, sono altrettanti esempi dell'esistenza di rapporti di produzione diversi da quello capitalistico.

Sostenere che nella società capitalista il rapporto di produzione capitalista è il principale non significa negare l'esistenza di altri rapporti (al contrario ciò ci spinge a indagarne le differenze) ma che esso è quello che determina tutti gli altri sia quantitativamente, sia qualitativamente.

A grandi linee possiamo affermare che esistono le seguenti posizioni di classe all'interno della società a capitalismo avanzato:

— lavoro salariato che si scambia con capitale. Come caso particolare va visto quello del lavoro salariato che si scambia con capitale commerciale o finanziario;

— lavoro salariato che si scambia con reddito;

— lavoratori indipendenti;

— grande e piccola borghesia.

A parte va visto il meccanismo di percezione di rendite, grandi, medie e piccole, che attraversa in varia misura le diverse posizioni di classe.

Dei primi abbiamo già parlato. Dei secondi possiamo dire che si tratta soprattutto dell'ampia schiera dei lavoratori dipendenti dallo Stato. Dei terzi si può dire che si tratta di un insieme quantitativamente importante ma assai variegato, che non scambia la propria forza lavoro né con capitale né con reddito; si tratta di piccoli produttori di merci (beni o servizi). Per fare alcuni esempi: contadini che non impieghino forza lavoro salariata, artigiani, commercianti, produttori individuali di servizi, consulenti ecc. La varietà dei soggetti componenti questa categoria, comporta che vi facciano parte dei soggetti in condizioni di vita pari a quelle dei proletari poveri e altri pari ai ricchi borghesi.

La borghesia, piccola, grande e/o imperialista, corrisponde alla categoria dei detentori di capitali per la cui valorizzazione impegnano lavoro salariato.

1. Lavoro salariato e capitale

È il titolo di un'opera di Marx in cui per la prima volta era denunciato apertamente e chiaramente l'antagonismo esistente tra la classe operaia venditrice di forza lavoro e i capitalisti detentori delle condizioni di lavoro. A più di cento anni dalle affermazioni di Marx noi sosteniamo che la sua affermazione resta valida contro tutti coloro (e oggi sono davvero tanti) che ritengono superato tale antagonismo nel cuore delle metropoli imperialiste e porteremo la nostra polemica contro i sostenitori del superamento della centralità delle lotte della classe operaia per il superamento dei rapporti di produzione capitalisti, siano essi propagandisti della borghesia o interni alla sinistra.

1.1 Sulla definizione stessa

Ai suoi inizi il capitalismo si impadronì essenzialmente dei campi di attività economica legati alla produzione di beni materiali e per moltissimi anni, sostanzialmente (almeno nel nostro paese) fino alla seconda guerra mondiale, la produzione di beni materiali costituì il campo di intervento dei capitalisti. L'estrazione di plusvalore avveniva essenzialmente nei processi produttivi di beni materiali. Cosicché per quasi cento anni i comunisti che combattevano questo sfruttamento identificavano nei lavoratori produttori di beni materiali gli unici produttori di plusvalore. Alla lunga questa equivalenza, reale nel passato, si sta consumando e una serie di equivoci è vissuta all'interno del movimento comunista negli ultimi anni. In effetti il capitalismo, dopo essersi impossessato della produzione di tutto ciò che costituisce il ricambio organico con la natura, ha esteso le sue attività al di là di questa frontiera producendo come merci vendibili beni che escono dalla produzione materiale, come "informazioni" e "divertimenti". Il campo di queste attività è in continua espansione e i lavoratori di questi settori sono nella stessa posizione di classe degli operai delle industrie e degli operai agricoli. Essi fanno parte a pieno titolo di quella classe operaia produttiva di plusvalore dallo sfruttamento della quale i capitalisti tirano nutrimento, cioè valorizzano i capitali. La confusione fra queste determinazioni diverse, "produttori di beni materiali" e "produttori di plusvalore" ha portato con sé la confusione fra l'affermazione materialista e storica del predominio del ricambio materiale con la natura sugli aspetti culturali e politici, con l'altra affermazione della centralità politica della classe operaia in quanto produttiva di plusvalore appropriato dal capitalista.

Se per un centinaio di anni è esistita una sostanziale identità fra questi due concetti, bisogna riconoscere che oggi essi vanno separandosi (senza peraltro che nessuno dei due perda la sua verità: il primo in quanto anche oggi i capitalisti non riuscirebbero a vendere divertimenti se altre esigenze primarie non fossero soddisfatte) e che la centralità politica della classe operaia si allarga a tutto quel lavoro produttivo di plusvalore indipendentemente dal contenuto concreto del lavoro stesso, cioè indipendentemente dal tipo di valore d'uso (materiale o immateriale) prodotto.

L'altra separazione che è bene fare dal punto di vista teorico è la distinzione tra lavoro produttivo (di plusvalore) e il concetto di "utilità" o, il che è lo stesso, "l'inutilità" del "lavoro improduttivo" (di plusvalore). Questa equivalenza non esiste. Infatti il concetto di "utilità" o "inutilità" è un concetto che deriva da un giudizio politico e si riferisce al contenuto dell'attività concreta del lavoro. Abbiamo già visto che la definizione di lavoro produttivo e improduttivo si collega alla forma dei rapporti di produzione. Un medico può svolgere la sua attività come dipendente dello Stato, come lavoratore autonomo o come venditore della sua forza lavoro a un capitalista di una clinica privata. Il contenuto del suo lavoro (la sua utilità) non cambia, egli fa lo stesso lavoro in diversi rapporti di produzione.

In questo senso la propaganda sulla "sparizione" del "soggetto antagonista" dell'analisi marxista, si rivela essere quello che è, cioè pura propaganda delle classi dominanti o al meglio una incapacità congenita a capire le categorie marxiste.

Non è molto difficile ricavare dalle stesse statistiche pubblicate dalla borghesia che in realtà, e tenendo conto delle considerazioni di metodo sopra esposte:

— l'area del lavoro produttivo di plusvalore (forza lavoro scambiata con capitale) è in continua e regolare espansione in termini assoluti negli stessi paesi a capitalismo avanzato. Facciamo un solo esempio evidente: il trasferimento dei servizi domestici, prestati tradizionalmente dalla donna casalinga, o da "donne di servizio" (scambio di lavoro con reddito) a imprese di lavanderia, stireria, pulizia, parcheggio dei bambini ecc. che impiegano lavoro salariato (scambio di lavoro con capitale)2.

Ma non si tratta solo di ciò. Spesso dietro i dati sulla diminuzione della classe operaia nel centro, si celano dei puri artifici statistici. Per fare degli esempi: un lavoratore che fa un doppio lavoro salariato è un operaio o due? (Cioè un posto di lavoro è stato realmente soppresso o no?) Un operaio in nero esiste statisticamente o no? Uno straniero clandestino che lavora come salariato nell'industria o nei servizi, esiste come operaio o (per il sol fatto della sua clandestinità) non esiste? Da queste perplessità apparentemente di puro ordine statistico, appaiono problemi di ben più rilevante importanza. Spesso alla espulsione di classe operaia non corrisponde una diminuzione di posti di lavoro, ma una assunzione di doppio lavoro da parte degli occupati (ovviamente il secondo lavoro è meno pagato e meno assistito del primo, dunque più economico per l'imprenditore), oppure a una assunzione di lavoro in "nero" da parte dei "disoccupati" o da parte di stranieri immigrati clandestini. Tutto lavoro che ovviamente costa circa la metà di quello "regolare" all'imprenditore. Dunque molto spesso la cosiddetta espulsione di classe operaia dal ciclo produttivo, si riduce a un maggior sfruttamento della classe occupata o al super sfruttamento della classe ufficialmente disoccupata o addirittura inesistente, nella economia sommersa, di cui tanto vanto menano certi nostri dirigenti politici. Autentici cretini con spiccate tendenze criminali, secondo la classica tipologia lombrosiana.

— La tendenza in atto in questi paesi a "privatizzare" servizi gestiti dallo Stato, contribuisce vigorosamente alla estensione dell'area del lavoro produttivo di plusvalore. La "privatizzazione" ad esempio dei trasporti, della formazione della forza lavoro, dei servizi sanitari, moltiplicano i salariati che scambiano la loro forza lavoro con capitale privato, invece che (come tradizionalmente nello Stato c.d. "sociale") con reddito prelevato mediante le imposte.

— I servizi produttivi resi nell'ambito della impresa industriale, lo sono in condizioni di sfruttamento del lavoro che avvicina sempre più ampi strati di "impiegati" alla condizione operaia. Come risulta dalle statistiche sulle retribuzioni, il ventaglio salariale fra impiegati e operai negli ultimi tempi è andato restringendosi. Ciò che gli apologeti del neocapitalismo dicono che avrebbe portato a una generalizzazione della condizione piccolo-borghese, in realtà ha portato a una generalizzazione della condizione proletaria.

Si vede chiaramente la riduzione delle differenze retributive fra operai e impiegati nell'industria.

— Molte volte il gonfiamento del settore dei servizi risulta da un puro e semplice scorporo statistico del lavoro nei servizi produttivi, tradizionalmente classificato come lavoro industriale. Il processo di "satellizzazione" che la grande impresa (specialmente industriale) ha posto in atto nei paesi a capitalismo avanzato, al fine di risparmiare sui costi del lavoro, ha investito anche i servizi produttivi. Attività lavorative come la progettazione, la manutenzione, la programmazione, la contabilità ecc. prima inserite statisticamente nel lavoro industriale, spesso ora, in quanto gestite da imprese più o meno realmente indipendenti dalla impresa industriale principale, appaiono statisticamente come lavoro nei servizi.

Dunque negli stessi paesi a capitalismo avanzato non solo il lavoro produttivo di plusvalore è in espansione ma anche la cosiddetta riduzione dell'area del lavoro industriale è molto relativa e le informazioni statistiche relative vanno prese con molta cautela.

1.2 Il mito della scomparsa della "classe operaia" industriale

Tratteremo a parte la questione dell'estensione della classe operaia industriale nel mondo (che resta comunque uno dei fattori sociali e politici di più grande importanza degli ultimi anni) perché sarebbe una uscita di tema rispetto alla risposta da dare a chi propaganda la scomparsa fra breve della classe operaia industriale nelle metropoli imperialiste, battezzate per l'occasione società "postindustriali". Dimostreremo che questa parte di proletariato è tutt'altro che sparita, che è ancora dal suo sfruttamento che si formano i più grossi profitti e, dulcis in fundo, che se giammai le previsioni futuristiche di questi propagandisti si dovessero realizzare, esse significherebbero proprio il contrario di ciò che essi vorrebbero dire (e cioè che il capitalismo si preparerebbe a sopravvivere a se stesso, senza più fondarsi sullo sfruttamento del lavoro salariato).

È stato proprio Marx a osservare la tendenza nel capitalismo a diminuire il tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di ogni merce. Era anzi su tale ipotesi che faceva la previsione che un giorno la società comunista sarebbe stata capace di realizzare il principio: "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni".

Basta osservare i dati degli uffici di statistica sulla composizione della classe operaia industriale, dopo una delle più importanti rivoluzioni industriali di questo secolo, per constatare che la classe operaia industriale non è sparita, e che contrariamente a ciò che profetizzavano i fautori dei licenziamenti (cioè che si sarebbero creati altri posti di lavoro in altre sfere), la ristrutturazione ha comportato semplicemente una estensione a livelli mai visti della disoccupazione industriale.

Vediamo gli argomenti oggetto della polemica, certi ampiamente dibattuti dalla propaganda borghese, altri tenacemente nascosti.

— Il primo è quello della innovazione tecnologica, base della "rivoluzione" nel processo produttivo concreto. L'innovazione tecnologica, in pratica la applicazione dell'informatica al processo produttivo, ha permesso dei salti di produttività in quasi tutte le branche di produzione, rendendo "esuberanti", inutili, migliaia di lavoratori. I computer con le loro grandi capacità di calcolo, hanno rivoluzionato la gestione delle imprese, la robotica, cioè la costruzione di macchine che sostituiscono alcuni movimenti dell'operaio, hanno rivoluzionato il modo di fabbricare. È soprattutto sui robot che si è scatenata la fantasia degli scrittori che profetizzano a breve scadenza la sostituzione dei robot agli operai e quindi, come conseguenza, la scomparsa di questi ultimi. Chi produrrà i robot? Niente paura, saranno altri robot. Tale visione propagandistica si scontra duramente con alcuni dati della realtà. Chissà perché proprio il paese dove si sono installati il maggior numero dei robot industriali (cioè il Giappone) è anche uno dei pochi paesi che ha subito meno riduzione di classe operaia industriale.

Fermo restando che rimane vera la tendenza alla diminuzione progressiva del lavoro socialmente necessario alla produzione delle singole merci, dobbiamo vedere quali controtendenze agiscono alla sostituzione dell'operaio col robot e che sono tali da rendere fuori portata politica i sogni di questi propagandisti:

a. la robotizzazione non annulla la forza lavoro impiegata, ma solamente la diminuisce. Cioè continua a essere necessaria un'ampia presenza umana, senza la quale tutto il lavoro si blocca;

b. la robotizzazione di certi processi industriali crea a valle miliardi di altri lavori difficilmente integrabili nel settore robotizzato. Questo spiega il proliferare accanto, e al servizio, del ciclo principale robotizzato delle fabbrichette dell'indotto (comprese le imprese di software ecc.);

c. il robot "costa", quindi il capitalista non lo fa costruire, non sviluppa la ricerca per la sostituzione di "ogni lavoro operaio", ma solo laddove ciò gli permette delle economie per rapporto alla quantità di lavoro vivo che sostituisce;

d. in alcuni settori il robot non ha fatto alcuna comparsa, per es. nell'edilizia;

e. in altri settori si presentano difficoltà tecniche legate alla complicazione dei lavori;

f. in altri settori ancora, in rapido sviluppo, il cambiamento rende impossibile l'investimento massiccio in macchine che rischierebbero di essere rapidamente superate.

Tutto ciò spiega come mai a dieci anni dalla rivoluzione tecnologica nei processi produttivi, la classe operaia industriale non sia affatto scomparsa, ma continui a essere sfruttata economicamente, oppressa culturalmente, mal rappresentata politicamente e che condivida questa sorte con un sempre più grande numero di proletari inseriti nei rapporti di produzione capitalistici.

Un altro aspetto della diminuzione della classe operaia industriale, molto meno propagandato ma non per questo meno importante, è la crisi di sovraproduzione che da anni si manifesta. Questa crisi è stata già analizzata da parecchi e non vogliamo ripetere cose già dette (vedi n. 0 di "Rapporti sociali"). Facciamo però notare che non è la prima volta che si verificano aumenti di produttività e che questi non sempre generano disoccupazione e diminuzione di forza lavoro impiegata. Questo avviene solamente quando non è possibile allargare la scala della produzione in maniera adeguata all'aumento della produttività e non è possibile incominciare nuove produzioni.

Quindi questa diminuzione di forza lavoro industriale non è solo il risultato dell'innovazione tecnologica ma anche in rapporto alla relativa incapacità di espandersi in quantità e qualità, insomma una manifestazione della crisi tipica del capitalismo della nostra epoca.

Vogliamo infine rispondere sempre a coloro che ci parlano della "scomparsa della classe operaia industriale", che se mai ciò si realizzasse o tendesse a realizzarsi senza che una rivoluzione politica tentasse di superare i rapporti di produzione capitalistici, questo significherebbe il puro e semplice estinguersi del capitalismo come sistema economico. Infatti se non ci fossero più operai industriali (o una quantità infima), ciò significherebbe che il ricambio con la natura sarebbe definitivamente superato e con esso la "maledizione del lavoro". Se oggi è vero che il capitalismo può sfruttare le necessità culturali e ludiche per farci soldi, una volta che l'obbligo al lavoro per vivere fosse superato (ipotesi nel breve del tutto scolastica) salterebbe anche tutto il sistema di relazioni fra gli uomini che su questa necessità si sono costruiti. Che cosa significa infatti la sparizione della classe operaia industriale, se non l'automazione complessiva della produzione di beni materiali, e di conseguenza l'impossibilità di realizzare profitti in questi settori? È evidente che una tale prospettiva è completamente fuori dalle intenzioni di tali propagandisti e che se ne fossero coscienti eviterebbero di evocare delle prospettive tanto orribili per i loro committenti. In verità essi non vanno al di là della propaganda sulla "scomparsa della classe operaia" come strumento supplementare per sradicare dalla coscienza proletaria la maturazione della volontà di superamento della società borghese.

Un altro fattore che qui accenniamo brevemente e che sarà di seguito più sviluppato, è la crescente internazionalizzazione delle economie che comporta delle ricadute anche sul mercato della forza lavoro. Infatti se per il funzionamento di cicli robotizzati è necessaria una mano d'opera molto qualificata che è assai scarsa, in molti paesi della periferia è invece disponibile una forza lavoro meno cara di quella metropolitana in quei cicli che utilizzano ancora una tecnologia media. In questi casi la concorrenza non si esprime solo come concorrenza di merci ma anche come concorrenza di forza lavoro e si traduce sia nella esportazione delle produzioni (industrie del centro conservano i servizi di gestione e commercializzazione in territorio nazionale, mentre spostano la fabbricazione in paesi dove la forza lavoro costa meno), oppure attraverso la "immersione" nel lavoro nero di interi settori di produzione all'interno della stessa metropoli. In entrambi i casi si tratta della tendenza ad abbassare il costo di riproduzione della forza lavoro e aumentare il tasso di sfruttamento del lavoro vivo.

Anche il salariato di una banca o di una impresa commerciale scambia la sua forza lavoro contro un capitale (finanziario o commerciale) che si "valorizza" attraverso questo scambio. La particolarità di questi casi è stata già ben messa in luce da Marx, e consiste essenzialmente in ciò: il capitale finanziario o commerciale non impiega la forza lavoro dei "suoi" salariati per produrre merci o servizi mercificati (siano essi materiali o immateriali) nei quali si incorpori un valore-lavoro superiore al prezzo pagato per l'acquisto della forza lavoro salariata impiegata nella loro produzione, come avviene in generale in ogni attività industriale produttrice di merci o servizi, materiali o immateriali. In generale il capitalista finanziario distrae una parte del plusvalore ottenuto dai produttori di merci, sotto la forma di interessi sul capitale monetario anticipato (ma non solo sul capitale monetario, basti pensare per esempio alle attività di leasing).

D'altra parte il capitalismo commerciale distrae una parte del plusvalore ottenuto dai produttori di merci sotto la forma di profitti e rendite commerciali. In nessuno dei due casi la attività di questi capitalisti incorpora nuovo valore, estratto dalla forza lavoro, in merci. Semplicemente impiegano forza lavoro per appropriarsi di parte del plusvalore ottenuto dai produttori di merci. Ciò non è vero sempre e in assoluto. Già Marx aveva notato, ad esempio, che nel caso dei trasporti l'attività del capitalista trasportatore contribuisce in modo essenziale alla costituzione della merce in quanto tale (sua presentazione sul mercato). Così il commerciante, in quanto immagazzina, confeziona, trasporta, contribuisce anche esso alla costituzione del valore di uso in merce (valore di scambio). Anche il capitalista finanziario, specialmente ai nostri giorni, in molti casi appare ed è produttore di merci particolari, come l'informazione, la consulenza ecc.

La particolare collocazione dei loro "datori di lavoro" nel processo di produzione capitalistico, si riflette sulla posizione degli stessi lavoratori di questi settori. Mentre da una parte la loro condizione di proletari venditori di forza lavoro li accomuna in tutto e per tutto alla classe operaia nel senso storico, la collocazione relativamente debole, relativamente inessenziale, delle articolazioni del processo produttivo in cui si trovano a lavorare, influisce significativamente sul loro "potenziale contrattuale" sia economico che politico. Tuttavia il principale carattere della loro collocazione nel rapporto di produzione e nella società, li pone a fianco della classe operaia propriamente detta (e ciò a prescindere dal fatto che certi strati possano godere di privilegi economici più o meno sensibili, fatto che si verifica all'interno della stessa classe operaia industriale). Come vedremo, un analogo problema, ai nostri giorni, si pone per vaste categorie di lavoratori che scambiano la loro forza lavoro con reddito (specialmente nell'area dei dipendenti statali), la cui collocazione sociale li avvicina molto alla condizione operaia.

2. Lavoro salariato scambiato con reddito

È lavoro che non si scambia con capitale produttivo, ma con denaro in quanto mezzo di pagamento. Ciò significa che la priorità di chi fornisce questo tipo di lavoro non è sottomessa alle leggi che regolano la valorizzazione dei capitali, o almeno non in forma immediata. Questo tipo di lavoro comprende l'ampia schiera dei dipendenti statali, provinciali, comunali che viene pagata con le tasse e le imposte prelevate dallo Stato e dalle altre unità amministrative e il lavoro domestico pagato direttamente da chi lo usufruisce. Ciò che salta immediatamente agli occhi è il fatto che la validità e il valore di questo tipo di lavoro non si afferma attraverso i meccanismi del mercato come nel caso del lavoro produttivo ma è frutto di decisione politica in ciò che concerne le amministrazioni, o della decisione privata dell'usufruitore del servizio nel caso del lavoro domestico.

Questa sottrazione al mercato capitalistico ha innescato da parte della destra politica in questi anni una aspra polemica per sottrarre alcuni settori (tali scuola o sanità, ma in alcuni casi anche amministrazioni penitenziarie, trasporti, e tutte le altre attività legate tradizionalmente al concetto di utilità pubblica) al controllo dello Stato, per farle divenire campi di attività del capitalismo. Senza dilungarci sulla regressione sociale che tale scelta comporterebbe, in merito sull'argomento trattato dobbiamo sottolineare che se una tale linea politica si realizzasse, essa rappresenterebbe un aumento enorme del lavoro produttivo, contribuendo senza dubbio ad aumentare i conflitti sociali. Dal punto di vista di classe, l'inclusione di questa vasta schiera di lavoratori improduttivi, soprattutto ai suoi livelli più bassi, nella "piccola borghesia cittadina" come alcuni fanno, è completamente arbitrario. Si tratta innanzitutto di venditori di forza lavoro e in quanto tali fanno parte del proletariato, sebbene per condizioni oggettive di lavoratori improduttivi non facciano parte di quella centralità di lavoro produttivo che subisce direttamente le conseguenze dello sviluppo capitalistico. Le minacce di privatizzazioni e il continuo degradamento delle condizioni di vita di questo esercito di lavoratori statali, agirà in futuro sia nella direzione di rinsaldare i suoi legami con la classe operaia, sia nella direzione della difesa dei suoi interessi corporativi. Movimenti che sono già largamente in atto.

3. Lavoratori indipendenti

Come abbiamo già detto, per i lavoratori indipendenti intendiamo quei lavoratori che non vendono le proprie forze lavoro, ma merci (materiali o immateriali) da essi stessi prodotte, senza a loro volta servirsi di lavoro salariato, qualche volta in strutture "cooperative" più o meno formalizzate (il che non li farà rientrare nella categoria della borghesia, benché piccola). Può trattarsi di quel che rimane dei piccoli contadini indipendenti, di varie categorie di artigiani e di professionisti. Ai nostri tempi, benché il rapporto di produzione in cui questi soggetti sono inseriti non sia realmente un rapporto di produzione capitalistico, ma di tipo mercantile semplice, bisogna però tenere conto del fatto che il dominio formale del modo di produzione capitalistico è esteso nei più nascosti angoli della realtà economica. Così anche il prezzo delle merci dei lavoratori indipendenti tende ad essere parametrato a quel che sarebbe il prezzo di produzione delle stesse merci all'interno del rapporto di produzione capitalistico dominante. Anzi, salvo più rare eccezioni (artisti o professionisti di successo), in periodi di crisi come l'attuale, il lavoro indipendente tende ad assorbire parte della disoccupazione, realizzando di fatto tassi di sfruttamento del lavoro operaio superiori a quelli realizzabili all'interno della impresa capitalistica. In molti casi infatti il lavoro indipendente si riduce a un lavoro a cottimo integrale, e a un lavoro privo di qualsiasi assistenza assicurativa, esente perciò per il capitalista committente degli oneri relativi. Naturalmente fanno parte di questa categoria anche percettori di redditi medio-alti, alti e anche molto alti (appunto i "professionisti di successo") che non possono essere interpretati in questa logica.

Gran parte del recente sviluppo del cosiddetto "indotto" è stato conseguenza di una tendenza del grande capitale a reimpiegare la forza lavoro espulsa dal ciclo principale, nei cicli di lavoro indipendente o nero, nei quali sono realizzabili maggiori economie di costi e maggiori tassi di sfruttamento. Ampi settori perciò anche del lavoro c.d. indipendente si avvicinano per collocazione materiale alla condizione operaia. È d'altra parte evidente che la estrema frammentazione dei lavoratori "indipendenti" influisce dal punto di vista soggettivo in modo rilevante sui loro comportamenti sindacali e politici, differenziandoli da quelli della classe operaia del ciclo principale.

4. La rendita e l'interesse

Proprietari terrieri, di immobili urbani e tagliacedole (azionisti, obbligazionisti, proprietari di titoli di stato ecc.), percettori perciò di rendite e di interessi sono parte della grande borghesia intrecciata e spesso identica alla borghesia che percepisce il profitto. Bisogna però considerare che nel capitalismo maturo la piccola proprietà immobiliare urbana, il piccolo investimento di piccoli risparmi in azioni, obbligazioni, buoni del tesoro ecc. è molto diffuso e costituisce una sorta di integrazione salariale (p. es. azionariato operaio, casa a riscatto ecc.) o di integrazione o sostituzione del trattamento pensionistico (salario differito). Questo fenomeno, qualche volta chiamato di capitalismo popolare, benché non abbia nulla a che vedere con il capitalismo e la borghesia in senso proprio, deve essere segnalato poiché corrisponde a un parziale aggancio di consistenti ceti proletari a dinamiche di reddito proprie del capitalismo, con conseguenze materiali e politiche non trascurabili. Se ne parla qui solo per evidenziare un problema di intreccio sociale fra lavoro salariato e retribuzione indiretta non salariale, la cui diffusione porta a complessificazioni della condizione oggettiva e soggettiva del proletariato di cui è necessario tenere conto.

La internazionalizzazione della classe

Spesso i difensori della tesi della tendenziale scomparsa della classe operaia citano numerosi e significativi dati sul processo di deindustrializzazione dei paesi del centro imperialista, per dimostrare che i lavoratori dell'industria sono in visibile diminuzione. Essi per lo più, però, dimenticano di prendere in considerazione l'impressionante sviluppo della produzione capitalistica (essenzialmente di beni materiali) nei paesi della periferia, cioè nei paesi che fino alla seconda guerra mondiale erano sottoposti a un dominio solo formale, e spesso anche molto parziale, del modo di produzione capitalistico, e nei quali oggi si sono sviluppate aree di intenso sviluppo capitalistico e di estesa industrializzazione, con la conseguente "fabbricazione" di salariati nelle ex colonie, come già Marx aveva previsto. Quanto ciò sia frutto di una "esportazione" di rapporti di produzione capitalistici da parte delle multinazionali basate nei paesi del centro, e quanto invece sia frutto dello sviluppo di borghesie nazionali "locali" è questione che non ci compete qui affrontare. Certo è che le multinazionali che hanno in parte deindustrializzato il centro hanno trovato conveniente trasportare parte delle loro produzioni in paesi a basso costo del lavoro, così come le borghesie nazionali "locali" hanno in parte proletarizzato i loro paesi, muovendosi su una dimensione mondiale dei mercati. Così la classe operaia della periferia cresce a fianco della classe del centro. La classe operaia a livello del mercato capitalistico mondiale complessivo, sia nel senso di salariati del processo di produzione di beni materiali, come anche in generale di salariati che scambiano lavoro con capitale nei più diversi settori produttivi, è in costante aumento in termini assoluti, anche quando (con tutte le cautele che abbiamo suggerito nella lettura delle statistiche ufficiali) almeno per quanto riguarda la produzione di beni materiali, sia in valori percentuali che assoluti fosse in diminuzione nei paesi del centro imperialista. Nei paesi della periferia, mentre aumenta in termini assoluti in misura rilevante, occupa ancora nell'insieme dell'area (ed eccetto le aree di più rapido sviluppo industriale) una dimensione percentuale non molto grande, benché anche essa in costante aumento. In sostanza la "fabbrica" mondiale è in continua espansione. Su di essa grava una sempre più numerosa popolazione proletaria, soprattutto impiegata nel centro imperialista nei servizi in misura rilevante improduttivi di plusvalore, in parte e specialmente nella periferia strappata alla economia di autosussistenza per venire a ingrossare un enorme esercito industriale di riserva, che passa continuamente dalla forma latente a quella fluttuante e stagnante. Lo sviluppo ineguale del capitalismo assume forme macroscopiche a livello mondiale: in poli geografici, quasi mai identificabili con uno Stato nel suo insieme, ma più spesso con aree parziali di Stati diversi, si concentra la produzione di merci vendibili a prezzi competitivi sul mercato mondiale, mentre su sempre più vaste aree stagna un proletariato ridotto a esercito industriale di riserva o a salariato di attività improduttive di plusvalore e, molte volte, improduttive anche di qualsivoglia valore di uso materiale o immateriale.

Nella fase dell'imperialismo maturo dunque, come si è detto, la "fabbrica" mondiale continua a crescere, ma in proporzione inferiore rispetto alla crescita della forza di lavoro resa disponibile sul mercato del lavoro, sia per la crescita assoluta della popolazione che per l'incremento percentuale della popolazione proletarizzata dalla distruzione delle economie precapitalistiche. L'inutilizzo della forza produttiva fondamentale, il lavoro umano, appare così un fenomeno in aggravamento continuo e l'espressione più macroscopica della contraddizione fra rapporti di produzione e forze produttive. Questa evoluzione dei rapporti fra centri e periferie, caratteristico del secondo dopoguerra, ha portato alla tendenziale formazione di un mercato della forza lavoro disponibile allo scambio con capitale di ampiezza mondiale, mai prima verificatosi, con conseguenze sociali e politiche di grande importanza.

L'allargamento del mercato mondiale della forza lavoro, manifestatosi anche con ondate migratorie intercontinentali sull'asse Sud-Nord, mai prima viste, è venuto costituendo condizioni di mercato sempre peggiori per la forza lavoro metropolitana, a causa della sempre più prossima pressione dell'esercito mondiale di riserva. La formazione tendenziale di un tale mercato mondiale della forza lavoro, lungi dall'aver favorito il benessere della classe operaia del centro, costituisce la più pericolosa delle mine vaganti per le sue conquiste storiche sul piano economico. Oggi è evidente l'effetto di freno sulle conquiste operaie del centro che questo mercato del lavoro allargato a livello mondiale esercita, specialmente nella fase di acutizzazione della crisi. La ragione è semplice. La possibilità di spostare la produzione alla periferia (o anche, come in un recente passato, provocare immigrazioni massicce dalla periferia), licenziando gli operai del centro, rende più difficile per questi ultimi imporre miglioramenti delle condizioni di vita e anzi li costringe ad accettare dei peggioramenti, pur di non perdere il lavoro. Naturalmente sia l'immigrazione che il decentramento della produzione implicano problemi politici di grande portata che non è nostro compito qui affrontare. Se ne fa cenno solo per dire che si tratta in ogni caso di processi non facili e non senza conseguenze anche negative per il capitale stesso. Questa situazione fornisce argomenti ai razzisti dei nostri tempi i quali colpevolizzano la classe lavoratrice della periferia per la concorrenza che farebbe a quella del centro, indebolendone la forza contrattuale.

Queste fabulazioni si fondano sull'ipotesi, del tutto assurda, che la formazione e il governo del mercato mondiale del lavoro sia opera della classe operaia stessa e non, come ovviamente è, del capitale e solo del capitale. Dunque non si tratta di vedere quale settore della classe debba sacrificarsi per l'altro, ma, ovviamente, solo di raggiungere il massimo di unità internazionalista che si renda di volta in volta possibile, nella lotta comune. La incidenza che questa industrializzazione periferica ha sia sul mercato mondiale delle merci, che, soprattutto (per quanto riguarda il nostro tema), sul mercato mondiale della forza lavoro (e sulla conseguente espansione del lavoro operaio a livello mondiale), contribuisce a rendere assai relativa la rilevanza dei dati sulla "deindustrializzazione" del centro, addotti per dimostrare la tendenziale scomparsa della classe operaia nella fase del capitalismo maturo.

Conclusione

In conclusione, contrariamente a quanto affermano i postindustrialisti: 1) la classe operaia "storica", quella produttrice di beni materiali indispensabili alla vita umana, si allarga a livello mondiale in termini assoluti; 2) la classe in generale, quella dei lavoratori che scambiano forza lavoro con capitale e producono plusvalore, si allarga in ogni punto del sistema; 3) le condizioni oggettive e soggettive di un proletariato che scambia forza lavoro con capitale commerciale o finanziario, o con reddito, si assimilano sempre di più, come fenomeno di massa, alle condizioni operaie; 4) lo sviluppo ineguale del capitalismo, che nella fase della crisi si manifesta nel modo più acuto, provoca la formazione nello stesso tempo di nuclei sempre più estesi di proletariato supersfruttato all'interno del rapporto di produzione capitalistico e di aree sempre più vaste di esercito industriale di riserva mondiale, che vive (per cosi dire) di una misera e sempre più saltuaria assistenza prelevata dal plusvalore estorto alla classe lavoratrice "occupata".

Non è dunque la trasformazione dei popoli del mondo in piccola e media borghesia che si sta verificando. ma la universalizzazione della condizione operaia, in nuclei occupati e in aree disoccupate. Come dai marxisti era stato da lungo tempo previsto.

A questo punto altre questioni, questioni politiche di grande rilievo si pongono. Il comportamento politico della classe non è un tutto omogeneo. Nello stesso tempo la sua complessa stratificazione (dovuta a fattori oggettivi e soggettivi) costituisce un importante fattore di disgregazione. Nel corso del tempo, poi, questi fattori oggettivi e soggettivi interagiscono in modo complesso evidenziando tensioni antagoniste non sempre agli stessi livelli e negli stessi strati. Il passato è indagabile e il futuro, per sua natura, incerto. Il presente siamo noi, con i nostri limiti nell'indagine, nella previsione, nel progetto. Altre questioni da sviluppare a parte: analisi del comportamento politico, analisi del ciclo delle lotte ecc. Continua al prossimo numero.

Gruppuscolo di lavoro "reincominciare da due"

NOTE

1 Abbiamo aggregato e arrotondato dati provenienti da fonti diverse (ISTAT, OCDE, Banca Mondiale) che non sempre calcolano con criteri identici. Risulta chiara la dimensione della espansione del lavoro dipendente nei servizi. Si tenga presente che nell'area CEE a partire dal '77 le officine di riparazione dei beni di consumo sono collocate nel settore delle attività terziarie anziché in quello industriale — come in precedenza.

2 Recentemente è stata segnalata la tendenza strettamente legata alla crisi economica, a "casalinghizzare" la disoccupazione, nel senso di trasformare i disoccupati in "scambiatori" di forza lavoro con reddito invece che con capitale — attraverso la sussidiazione, la retribuzione con denari pubblici di "lavori socialmente utili" ecc. Noi riteniamo il fenomeno reale ma transitorio, man mano che la ristrutturazione tende a configurarsi come ricollocamento della forza lavoro in rapporti di produzione di plusvalore.

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