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Cina – lottare per la libertà di lottare

Cina — lottare per la libertà di lottare

dattiloscritto, giugno '89

Di fronte ai fatti tragici di Pechino e della Cina tutta intera i commentatori, ma soprattutto i dirigenti politici della borghesia di tutto il mondo, hanno raggiunto, tutti in coro, dei livelli astrali di spudoratezza schizofrenica. Sono riusciti in uno stesso articolo, in una stessa dichiarazione, in uno stesso atto politico, a disegnare una figura simbolica (si tratta naturalmente di Deng) nella quale si sintetizza in un solo volto dai tratti confusi il comunista criminale che ha per sempre spogliato di ogni prestigio l'idea stessa di comunismo e il saggio giustiziere del "fascismo rosso" di Mao e della sua banda, restituendo la Cina e le sue potenzialità "liberali" al mondo intero. Prima o poi bisognerà decidersi. Sarà un po' difficile stabilire una continuità fra Mao e il suo nemico Deng, fra la enorme mobilitazione di massa della rivoluzione culturale, promossa e protetta da Mao, e l'attacco dei carri armati di Deng alla piazza Tien-An-Men. Ma certo non è a noi che possiamo attribuire il compito di fare la lezione ai politici e ai commentatori borghesi. Abbiamo richiamato l'attenzione su questo fatto evidentissimo, solo perché ci consente di svolgere qualche considerazione che interessa il modo di vedere il mondo e di leggere la storia che è oggi prevalente (probabilmente) fra i proletari in generale, nei ceti popolari, fra gli studenti e i giovani in generale e in moltissimi casi nei circoli di organizzazioni politiche che si muovono nell'universo sociale dei ceti subordinati. Insomma nel nostro mondo. Per amore di chiarezza, enunciamo subito la nostra tesi.

Deng non è un comunista. Deng è veramente quel borghese che la borghesia di tutto il mondo ha giustamente (dal suo punto di vista) lodato e che tornerà quanto prima a lodare se consoliderà il suo potere (e quello della sua cricca) in armonia con le potenze imperialiste mondiali nel processo che ha iniziato a promuovere. Per questo Mao, che era un comunista, lo ha combattuto, per questo Deng ha combattuto Mao e alla sua morte si è affrettato a "decapitare" i quadri comunisti. (Il processo è evidentemente molto complesso, ma ora non è il momento per approfondirlo.) Deng ha dovuto reprimere con la violenza più brutale un immenso movimento di masse (non solo studenti, ma operai, impiegati, popolo) perché per attuare la sua riforma economica capitalistica ha e avrà bisogno di imporre duri sacrifici alle masse e non può e non potrà tollerare che una "riforma di libertà" si traduca (come necessariamente si tradurrebbe) in "libertà di lotta di classe", in forme che ora come ora non sarebbe in grado di contenere e manipolare. Fra parentesi: vedremo presto a cosa si ridurrà la riforma di libertà del suo collega Gorbaciov — li avete visti sorridenti, mano nella mano, pochi giorni prima del massacro? — se quest'ultimo vorrà portare avanti la sua riforma economica contro il movimento di scioperi e il drammatico sviluppo di conflitti nazionali, che coprono certamente conflitti sociali più profondi di quelli espressi dai rigurgiti razzisti e confessionali.

Per cercare di ricordare qualche elemento che può aiutare a giustificare questa tesi, paragoniamo la prima fase della lotta degli studenti di Pechino all'inizio della rivoluzione culturale e l'attuale ondata di lotte studentesche. Degli elementi in comune sono evidenti. La rivolta studentesca del '66 precede il movimento delle fabbriche e delle campagne, e come la rivolta del 1989 si estende rapidamente alle fabbriche. Sembrerebbe che quest'anno non ci sia stato il tempo materiale per coinvolgere le campagne, ma su ciò e sulle caratteristiche della popolazione delle campagne ai nostri giorni sappiamo veramente troppo poco. La ribellione in entrambi i casi si dirige rapidamente contro i massimi dirigenti del partito e dello Stato. In entrambi i casi sembra che all'interno degli stessi vertici ci sia qualcuno che li appoggia. Fin qui alcuni caratteri importanti in comune, insieme a quello della sua capacità di espandersi rapidamente da Pechino alle maggiori città del paese. Ma subito emergono alcune importanti differenze. Nel '66 la lotta degli studenti parte con parole d'ordine contro la "selezione" e contro il "nozionismo" che sembrano molto simili a quelle degli studenti occidentali del '68. In parte questa somiglianza c'è, ma il movimento cinese presenta fin dall'inizio caratteri molto più marcatamente classisti.

Gli studenti protagonisti della ribellione sono i figli degli operai e dei contadini poveri i quali nell'ordinamento accademico vedono un metodo per escluderli dai vantaggi culturali e politici dell'istruzione. Il loro movimento nasce dopo dieci anni (almeno a partire dal "grande balzo in avanti" del '56) di martellante propaganda contro i privilegi della burocrazia e della "nuova borghesia", e a favore dell'egualitarismo, propaganda appoggiata dalla autorità indiscussa di Mao. Nel 1989 gli studenti (almeno per quel che ne sappiamo fino a ora) si muovono su parole d'ordine di libertà politica e culturale, apparentemente non legate in modo specifico all'ordinamento accademico. Ed il movimento è preceduto da anni di campagna per una "modernizzazione" che consiste essenzialmente nella reintroduzione della competitività basata sul profitto in economia, sui valori dell'individualismo borghese, sulla proposizione dei modelli di consumo occidentali ecc. Cioè esattamente il contrario del quadro che ha preceduto la rivoluzione culturale. L'altra differenza evidente è che la frazione del gruppo dirigente del paese che appoggia la rivolta nel 1989 è palesemente più debole del ruolo giocato da Mao nel '66. Secondo noi — però — nella lotta si è andata delineando solo una differenziazione di percorso, ma nella sostanza con tendenze a dirigersi nello stesso senso. Cerchiamo di spiegarci meglio.

La libertà è normalmente e giustamente rivendicata sempre come libertà di fare qualcosa. È inverosimile che qualcuno rivendichi una astratta libertà di cui non sente alcun bisogno di fare uso, una libertà che non abbia alcun contenuto. È verosimile immaginare che nella primavera del 1989 una massa enorme di studenti, ma anche di operai (come oggi appare organizzati in sindacati indipendenti) si sia sollevata per imporre una maggiore libertà per le imprese? No, non è verosimile. Anche perché su questa direzione già si muoveva e si muove il regime di Deng (e soci)1. È ovvio che queste grandi masse si siano mosse per chiedere libertà di organizzazione e di espressione per l'affermazione di interessi contrari a quelli del regime, dal regime ignorati e repressi. Perché farsi ammazzare da Deng e Li Peng per conquistare il diritto di manifestare a favore di Deng e di Li e della loro politica? Dunque. È una contraddizione con il regime che impone la lotta per la libertà di esprimersi. Al vertice, chi si è timidamente manifestato a favore di una tale libertà (la cosiddetta riforma politica che deve accompagnare la riforma economica, come è stato noiosamente e ripetutamente messo in ricetta dalla stampa borghese), cioè per esempio Zhao (il destituito segretario del partito), non risulta in alcun modo essere stato un sostenitore del "potere operaio" contro la nuova borghesia. Risulta solo che, cautamente, proponeva l'introduzione, insieme a forme capitalistiche nella economia, di forme di liberalizzazione politica del tipo esistente in Occidente, dove una limitata libertà di espressione e organizzazione dei ceti subordinati consente di manipolare il consenso senza ricorrere sempre alla repressione più brutale. Zhao probabilmente aveva e ha ragione (dal punto di vista della borghesia cinese) in prospettiva, ma al momento evidentemente il regime non dispone né degli strumenti né dell'esperienza per "lavorarsi" dei movimenti di massa relativamente liberalizzati. Insomma Zhao rappresentava la carota nel sistema in cui Deng rappresenta il bastone. Da ciò il debole appoggio che dalla frazione di Zhao poteva venire alla piazza Tien-An-Men, dove, con la saldatura fra studenti e popolo (operai in testa) si è manifestata non solo la forma (la libertà), ma anche tendenzialmente il contenuto della lotta: non pagare il prezzo della cosiddetta "modernizzazione". Questo dunque il percorso della lotta di quest'anno: lottare per la libertà di lottare. Un percorso ben noto al proletariato di tutti i paesi capitalisti e che è stato ed è oggetto di interminabili dibattiti.

Ben altra la situazione nel '66. Il percorso, in quella situazione, apparve e fu molto abbreviato. Come abbiamo ricordato da oltre un decennio, la necessità di lottare contro le tendenze alla restaurazione borghese era la dottrina ufficiale del partito (esattamente il contrario della situazione attuale, dopo un decennio di "modernizzazione" a tappe forzate). La mobilitazione di massa su questi obiettivi era sollecitata dalla frazione del partito diretta da Mao, il massimo dirigente del paese. Per la lotta di classe contro la nuova borghesia in formazione, non c'era bisogno di chiedere "libertà di lottare". Per la lotta di classe di libertà ve n'era fin troppa. Mao per frenare gli eccessi all'Università di Pechino non mandò l'esercito e neanche i vigili urbani, ma invitò gli operai delle grandi fabbriche a discutere con gli studenti gli sviluppi della lotta comune. Per molti anni, un decennio almeno, i frutti della rivoluzione culturale si videro e si consolidarono, in termini di egualitarismo, di potere operaio e popolare ecc.

La differenza con oggi è evidente. Un punto di partenza più arretrato che impone il percorso lottare per la libertà di lottare, un appoggio dall'alto debole e ambiguo (perché radicalmente ostile ai contenuti delle libertà rivendicate) e perciò sconfitto (almeno per il momento). L'assenza di una organizzazione politica capace di unificare e finalizzare la lotta. Nel '66 era una frazione se non maggioritaria certo assai autorevole del partito a svolgere questo ruolo. Oggi non sappiamo, certo non deve trattarsi di una struttura molto forte e autorevole.

Ecco dunque delle differenze che non escludono, anzi presuppongono nella sostanza la unicità della finalità dei percorsi diversi: la finalità della lotta di classe contro la nuova borghesia.

Perché abbiamo detto che queste considerazioni vogliono riguardare il modo di concepire il mondo e di leggere la storia (probabilmente) prevalente nei movimenti che animano l'universo sociale che è il nostro universo sociale? Perché un abbondante decennio di difficoltà fa perdere la memoria. Perché questo abbondante decennio di difficoltà ha probabilmente fatto perdere la memoria anche alle grandi masse e — ovviamente — specialmente ai giovani anche in Cina. Senza ricollegare il filo della lotta del passato, la strada a zig-zag rischia di allungarsi veramente molto. Ancora una volta non è certo nostro compito dare lezioni al movimento in Cina. Lo diciamo perché un identico problema si pone anche per noi. Anche nel mondo occidentale una ventina di anni fa sembrava che la fase della "lotta per la libertà di lottare" fosse conclusa e che all'ordine del giorno si fosse posta la lotta per abbattere il potere della borghesia.

Una sconfitta di portata storica ci ha portato, per così dire, alla casella di partenza. Anche per noi dimenticare quelle ragioni e le ragioni di quella sconfitta rischia di indirizzarci su di una strada a zig-zag veramente lunga. Si tratta, per tutti e in tutte le situazioni, del problema di andare oltre e non di ricominciare da capo: di dotarsi di una visione del mondo che comporti una lettura della storia.

Il prezzo pagato, nel brevissimo periodo, dagli studenti (e non solo studenti) cinesi è troppo alto per non costituire un avvertimento allarmante per il proletariato di tutti i paesi del mondo.

Poiché infine ci sono solo due altre possibili letture degli avvenimenti. Una è quella di coloro che ritengono che la lotta di classe non è mai esistita o, in ogni caso, è morta e sepolta. Per costoro i morti di piazza Tien-An-Men hanno sacrificato la loro vita (qualcuno, tanti, cantavano l'Internazionale) per conquistare il diritto di leggere i romanzi di "Arlequin", tagliarsi i capelli alla "punk" e fare l'amore di gruppo. Bisogni tutti assai comprensibili, ma che difficilmente giustificherebbero la dimensione, la decisione e il sacrificio che abbiamo conosciuto. Salvo che in una società immaginaria, culturalmente e socialmente degradata oltre ogni limite di esperienza storica concreta. (Ma questa è in sostanza l'interpretazione dei "democratici borghesi", che fa comodo anche a Deng, come ha lasciato chiaramente capire.)

L'altra è quella di coloro che affermano che la lotta dei proletari, degli sfruttati e degli oppressi ha come primo e universale obiettivo la distruzione di ogni genere di potere. Una lotta la cui storia in sostanza deve da sempre e ancora incominciare, consistendo fino ad ora solo di esempi — falliti — senza storia. Anche le vittime della Tien-An-Men sarebbero un altro esempio senza storia. (Questa è l'interpretazione degli anarchici conseguenti, i quali hanno almeno il merito della coerenza, benché nel quadro di un impressionante appiattimento del processo storico su un punto atomico del presente che si colloca già nel futuro più lontano.)

Ogni altra lettura degli avvenimenti non può che consistere in un esercizio di selezione eclettica e arbitraria di "riferimenti" spaziali e temporali (Khomeini, Ungheria '56, Cecoslovacchia '68, Berkeley ecc. e chi vuole ne mette quanti ne vuole), esercizio nel quale la stampa borghese si è deplorevolmente distinta come al solito a opera dei suoi commentatori più raffinati.

Solo molto in generale potrebbe farsi un riferimento al modo in cui a partire dal '56 i conflitti di classe si sono sviluppati nei paesi dell'Est europeo, in "evoluzione" sulla via verso il capitalismo, dove nessuna organizzazione rivoluzionaria di classe esisteva più e solo delle deboli frazioni dei vertici dei partiti "comunisti" erano favorevoli a una liberalizzazione moderata di tipo borghese, che allora (oggi sì) quei regimi non erano in grado di sopportare. Oggi Imre Nagy è riabilitato in Ungheria, probabilmente domani lo sarà Zhao in Cina (se il processo rivoluzionario sarà costretto a segnare il passo). Non per questo solo, la lotta di classe avrà fatto grandi passi in avanti. È interessante osservare come Mao nel '57 commentava i fatti di Ungheria ("Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo"). Egli considerava l'Ungheria un paese socialista e invitava a risolvere correttamente le contraddizioni in seno al popolo (cioè con la discussione democratica e non con la repressione), distinguendole dalle contraddizioni "fra il nemico e noi" (di carattere antagonista), da risolversi con la lotta. Probabilmente Mao si sbagliava nel giudicare l'Ungheria del '56 un paese socialista e così non comprendeva che i dirigenti di quel paese (dal loro punto di vista) avevano giustamente risolto con la violenza una espressione di lotta di classe che aveva in quel contesto un carattere di contraddizione antagonista. E che Nagy era solo la carota del sistema, come oggi Zhao in Cina. Non vogliamo insistere in paralleli forzati. Se non per dire che la impressione che se ne ricava è che Deng abbia portato la Cina di oggi a un livello politico più arretrato di quello dell'Ungheria del '56, i cui avvenimenti avevano allora profondamente impressionato i comunisti cinesi (e ovviamente non solo loro). Ragione di più per ricordare i punti più avanzati della storia cinese di questi ultimi decenni, per trarre da quelli gli spunti di una ripresa della lotta. Qualche ritratto di Mao è stato portato in corteo attraverso Pechino in questa primavera. Ma, apparentemente, non è stata gran cosa. Anche in Europa qualche volta si ha l'impressione di essere tornati agli anni '50-'60 e di avere dimenticato i punti alti della storia della lotta di classe di questi ultimi decenni. Dall'alto prezzo pagato dal popolo cinese in questi giorni, anche a causa della perdita di memoria (e non solo della onnipotenza della repressione), possiamo trarre qualche insegnamento per le lotte nei nostri paesi. Per superare quanto più presto possibile la fase della "lotta per la libertà di lottare".

NOTE

1 La posizione espressa da Deng dopo il massacro raggiunge una sensibile sintonia con quella della propaganda borghese. Egli si riafferma comunista fedele seguace del marxismo-leninismo-mao tse tung pensiero, nel nome del quale promuove la repressione e la modernizzazione (in senso capitalistico, diciamo noi, lui lo fa). Dunque l'immagine schizofrenica che di lui dà la propaganda borghese viene da lui stesso avallata. Nega il carattere di massa della ribellione e attribuisce a un piccolo gruppo di provocatori l'intento di instaurare una repubblica con istituzioni politiche borghesi (pluralismo ecc.), manipolando il genuino entusiasmo delle masse per la sua politica di restaurazione capitalistica, senza libertà politiche. Così il suo comunismo si fa carico della brutalità della repressione e veramente contribuisce a squalificare l'idea stessa di comunismo, mentre presenta agli occhi della borghesia internazionale un modello veramente ideale di società capitalistica senza lotta di classe. Ben si presta a quella utilizzazione a doppio taglio degli avvenimenti in cui si è acrobaticamente esercitato l'opinion maker borghese, che in Deng (apparentemente tanto esecrato) ha trovato il più valido collaboratore.

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