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Intervento di Gilberto Vitale

Intervento di Gilberto Vitale

Serata in commemorazione di Sergio, Sala della Provincia, Milano 1° febbraio 1994

Io sono stato l'avvocato difensore di Sergio in tutti i suoi processi dal 1976 a oggi, e credo che sia abbastanza importante e interessante ricordare i fatti giudiziari che lo hanno riguardato. Credo che sia importante anche come riflessione di ordine generale e poi perché mi pare che circoli parecchia disinformazione anche sui giornali, forse in buona fede, forse no. Su "Repubblica" ho visto nei giorni scorsi un titolo che lo descriveva come "L'avvocato che faceva parte delle Brigate Rosse", cosa che tecnicamente non è vera, alla luce delle sentenze che hanno colpito Sergio (e poi forse non si ricorda bene che cosa gli è successo).

In sostanza Sergio Spazzali ha subito tre condanne definitive per un totale di tredici anni e mezzo di carcere. Il primo episodio che lo ha coinvolto è quello di Dumenza, siamo nel 1974-75. Il fatto è accaduto il 18 novembre 1974, quando al valico di Dumenza, che va verso la Svizzera, in provincia di Varese, furono trovati degli zaini contenenti delle mine antiuomo e venticinque chili di tritolo. Non si è capito che cosa fossero per un bel po' di tempo. Dopo un anno, nel novembre del '75, Sergio Spazzali viene arrestato e accusato, con altri, di essere responsabile dell'introduzione in Italia di queste armi.

Chi era stato ad accusarlo? In realtà, Sergio è stato uno tra i primi a sperimentare gli effetti della cultura del pentitismo: proprio in quegli anni si facevano le prove generali di queste tecniche repressive. Chi accusava Sergio era uno svizzero, un certo Daniel Von Arb, che apparteneva a gruppi definiti dalla polizia "anarchici", che era stato catturato e aveva confessato la propria partecipazione alla introduzione delle armi, di queste armi, di questi esplosivi in Italia. Tra parentesi, in quei valichi verso la Svizzera, in quel periodo, e anche dopo, passava tantissimo esplosivo, tantissime armi, per le direzioni più disparate: per la criminalità comune, per la Resistenza greca, per la Resistenza spagnola. C'era molto, molto movimento di questo tipo. Comunque, su queste mine Von Arb confessa e poi coinvolge Sergio Spazzali. Questo è il punto: perché Von Arb è appunto un "pentito", uno che chiama in correità, ed è uno che non verrà mai sentito dai giudici italiani. Viene sentito dalla polizia svizzera, dopo un lungo periodo di isolamento, senza difensore — la legge svizzera consentiva questi interrogatori — e dopo questo lungo trattamento confessa e coinvolge Sergio Spazzali.

Ripeto: i giudici italiani non hanno mai sentito, nonostante le infinite istanze, la necessità di andare a verificare, di interrogare questo signore. Una chiamata di correo, quindi, priva di riscontri, non solo, ma seguita da tre ritrattazioni scritte. Riscontri non ce n'erano. In realtà per l'accusa un riscontro c'era: era stata ritrovata, dicevano, addirittura un'impronta di Sergio Spazzali, impronta "palmare" sui giornali che avvolgevano le mine.

Ma pensate in quale modo incredibile sono andati avanti questi processi: nessuna delle nostre istanze di acquisire questo giornale, di verificare la prova, di effettuare una perizia tecnica su queste impronte, almeno di acquisire gli esperimenti tecnici fatti dalla polizia svizzera, nessuna di queste istanze è stata accolta e quindi il tribunale si è accontentato di una letterina della polizia svizzera, che diceva "secondo noi queste impronte sono di Sergio Spazzali". Altri riscontri non ce n'erano. Tutto si riduceva a questa chiamata di correo molto zoppicante, dubbia ed equivoca. Non solo, ma due testimoni che erano stati portati dalla difesa, che dicevano che Sergio non poteva aver fatto questa operazione, perché in quel momento si trovava da un'altra parte, con loro, sono stati ritenuti inattendibili, perché contrastanti con l'accusa del pentito. Qui veramente si cozzava contro un muro. L'impossibilità di esercitare la difesa. Il tribunale di Varese ha condannato Sergio a sette anni di carcere, poi ridotti in appello a sei anni e confermati nel 1983 dalla Corte di Cassazione, la prima sezione della Corte di Cassazione, quella famosa.

Sergio si è fatto quattro mesi e ventiquattro giorni di carcere preventivo. Dopo un po' è stato di nuovo incarcerato per la vicenda del Soccorso Rosso, nel '77. Però il Soccorso Rosso fu l'ultimo dei tre processi. Prima di questo ci fu il processo Brigate Rosse di Torino, per cui Sergio fu catturato il 18 aprile 1980. Anche qui siamo agli esperimenti, alle grandi prove della cultura del pentitismo, e Sergio ne ha fatto durissimamente le spese. Qui il chiamante in correità di Sergio è Patrizio Peci, che non è il primo a essere utilizzato dai tribunali italiani, forse il secondo: prima c'era stato Fioroni. Comunque, di nuovo, il meccanismo funziona così: Patrizio Peci, catturato, viene tenuto — questo è bene ricordarlo — per un mese isolato in mano esclusivamente ai carabinieri; i giudici, i magistrati non lo interrogano, i carabinieri fanno tanti discorsi, tante minacce, tante promesse a Peci. Tutte cose che risultano dai verbali, dalle dichiarazioni dello stesso Peci.

In quel mese, Peci ottiene la promessa che se collaborerà con i giudici gli saranno annullate tutte le pene, gli si promette che lo si manderà all'estero, e che si manderà con lui la sua fidanzata. Dopo questo mese lui è pronto, e comincia a rendere quei lunghi verbali di interrogatorio che poi hanno portato in carcere tantissima gente. C'è, nelle dichiarazioni di Peci, un'accusa a Sergio Spazzali, ma un'accusa veramente così stravagante e incredibile che credo che chi non la conosce non la può neanche immaginare. La sostanza dell'accusa era questa: Peci dice: "Io ho sentito dire da un mio compagno delle Brigate Rosse" — un certo Riccardo Dura, che era uno della colonna genovese, che faceva parte della direzione genovese delle BR (a quel tempo era morto, quindi non poteva più smentire) — "ho sentito dire che lui aveva sentito dire da Lauro Azzolini, che una volta Azzolini, che era assistito da Sergio Spazzali, gli ha chiesto di fare da tramite per una informazione, anzi per un messaggio: "Dì ai miei compagni delle BR esterni che si preoccupino di cambiare le chiavi delle basi perché c'è una base che è stata scoperta"".

La cosa è particolarmente assurda, perché quel messaggio è totalmente privo di senso, come se le Brigate Rosse non sapessero da sole prendere questo tipo di precauzione. Comunque, questo doppio racconto, Patrizio Peci che dice di aver sentito da questo Dura, che è morto, il quale lo avrebbe sentito da Azzolini, che Sergio avrebbe ricevuto questa richiesta, supposto che l'avesse avuta, nessuno ha mai detto che Sergio l'abbia poi eseguita. Si noti che Azzolini non ha mai confermato, perché a quell'epoca, come altri, non rispondeva agli interrogatori. Questa era tutta la prova che c'era a carico di Sergio.

Io credo che una chiamata di correo di questo tipo oggi farebbe solamente ridere in qualsiasi aula di tribunale, ma, ripeto, qui siamo agli albori, siamo al pentitismo, all'uso selvaggio del pentitismo. E questo è stato sufficiente per tenere un anno in carcere preventivo Sergio Spazzali. Riscontri non ne sono mai stati trovati, in anni, a questa accusa di fare da tramite di notizie tra l'interno e l'esterno del carcere. Le contraddizioni erano infinite, Peci si è contraddetto mille volte. Al dibattimento, finalmente — il 17 giugno 1981 — la Corte di Assise di Torino assolve Sergio per non aver commesso il fatto; esce così dal carcere. La procura propone appello, e Sergio viene condannato a quattro anni il 20 marzo 1982.

Ma, questo prego di notarlo, perché è importante, neppure la Corte di Assise d'appello che, ignorando tutte le evidenze processuali, ha voluto condannare Sergio, ha potuto dire che Sergio fosse partecipe, un membro delle Brigate Rosse, anzi ha detto espressamente: "Non abbiamo nessuna prova che Sergio Spazzali faccia parte dell'organizzazione Brigate Rosse". Allora hanno inventato una formula assolutamente stravagante, insensata sul piano giuridico, che ha pochissimi precedenti nella giurisprudenza, per cui la condanna è stata inflitta per "concorso in partecipazione" alle Brigate Rosse, una formula molto arzigogolata, che vorrebbe dire che Sergio avrebbe aiutato qualcun altro a svolgere la sua attività di brigatista rosso. Questa, però, che è l'unica sentenza che ha tentato di coinvolgere Sergio nelle Brigate Rosse, dichiara espressamente che nelle Brigate Rosse Sergio non è mai stato. E pensate che infinite volte, gli inquirenti, la polizia e i magistrati hanno chiesto a tutti i brigatisti arrestati se per caso l'avvocato Sergio Spazzali non fosse uno che faceva parte della banda armata. Infinite volte. Ma mai è stato trovato alcun riscontro a un'accusa di questo genere. Quindi, per condannarlo in questo modo, hanno dovuto escogitare una formula che non ha nessuna logica, che non ha nessun senso ed è una pura e semplice affermazione della volontà di condanna indipendentemente dalle circostanze provate nel processo. Anche qui la prima sezione della Cassazione confermerà la sentenza il 25 ottobre 1983

Per dire l'accanimento feroce con cui Sergio è stato trattato dalla magistratura, va ricordato che a distanza di tempo, nel '91, Lauro Azzolini, che aveva cambiato un po' stile di vita, aveva deciso di raccontare com'erano andate le cose e ha rilasciato a me una dichiarazione scritta, in cui diceva che quella frase che Peci gli aveva attribuito era un'insensatezza, che lui non aveva mai detto quelle cose, che era pronto a dichiararlo davanti a un tribunale. A questo punto, io ho chiesto la revisione del processo alla Corte d'Appello di Torino, sulla base dell'esistenza di una nuova prova che scagiona l'imputato. La Corte d'Appello di Torino non ha voluto neanche esaminarla e ha archiviato la pratica, dichiarandola inammissibile, con una motivazione, anche questa, assolutamente incomprensibile, se non con una logica tutta diversa da quella della giustizia.

L'ultima condanna è quella per partecipazione a Soccorso Rosso: tre anni e sei mesi. Qui il fatto risale al '77: c'è un rapporto dei carabinieri — anche qui l'uso assurdo, agli albori, della tecnica del pentitismo — dove si dice che un certo Giovanni Picariello, che usciva da vent'anni di carcere e manicomio giudiziario, uscito dal carcere per un permesso, non si ripresenta ed è considerato tecnicamente un evaso. Questo Picariello, una volta ri-arrestato, dice: "Chi mi ha aiutato a trovare un alloggio sono stati i vari compagni del Soccorso Rosso, tra cui Sergio Spazzali". Scatta l'operazione nei confronti di Sergio. Viene catturato il 12 maggio 1977: l'accusa era originariamente di favoreggiamento, ma cade immediatamente perché era un'accusa che non stava in piedi. Da lì però nasce un'inchiesta su cos'è questo Soccorso Rosso, che aiuta i detenuti a non tornare in carcere.

Sappiamo in molti cosa fosse il Soccorso Rosso: era un'organizzazione che si occupava di varie cose, di tutela dei diritti civili, di tutela del diritto di difesa, delle condizioni di carcerazione. Se n'era occupata intensamente Franca Rame, con Dario Fo, con il loro teatro e Sergio Spazzali aveva lavorato a lungo con Franca Rame, lavoravano insieme a quell'attività, attività perfettamente lecita, alla luce del sole, di cui nessuno ha mai pensato di sostenere il carattere eversivo. Qui si è sostenuto che Soccorso Rosso si fosse scisso e che una frazione del Soccorso Rosso, più vicina alle Brigate Rosse, avesse avuto invece caratteristiche eversive, perché propagandava, sosteneva l'ideologia delle Brigate Rosse e propagandava anche l'uso di mezzi illegali. È una frazione che, badate, effettivamente in qualche modo è esistita, con una vita effimera di pochi mesi. Questi pochissimi compagni non hanno fatto altro che pochi volantini, poi sono spariti, non hanno fatto nulla. Per l'accusa questa era un'associazione sovversiva e bisognava dimostrare che ne facesse parte Sergio Spazzali.

Anche qui l'accusa era totalmente infondata. C'erano prove cospicue, la testimonianza davanti ai giudici di Franca Rame, la testimonianza di tutti quelli che erano stati sentiti, che Sergio stava con la parte di Franca Rame, "Soccorso Rosso Militante", così si chiamava — gli altri si erano chiamati "Soccorso Rosso Milanese". C'erano prove assolutamente insuperabili che Sergio Spazzali stava con il Soccorso Rosso Militante di Franca Rame.

È stato condannato lo stesso. È stato condannato sulla base della comunicazione di una persona che lui forse conosceva, forse no, secondo cui si potevano mandare lettere alla sua casella postale, cosa di cui lui non sapeva nulla. Su un elemento così inconsistente è stato condannato lo stesso, ma questo non bastava, perché il reato si era estinto per amnistia. Allora, per condannare Sergio bisognava fare di nuovo un salto mortale triplo: bisognava dire che lui non solo partecipava a questo Soccorso Rosso Milanese illegale, ma che ne era uno dei promotori e dei fondatori. Le prove però non c'erano, e tutto si riduceva a quella lettera scritta, non da lui, dove si dava l'indicazione di mandare le lettere a una casella postale.

La prova non c'era, però la si è trovata lo stesso e con questo ragionamento — qui vi leggo testualmente dalla sentenza della III Corte d'Assise di Milano, 27 maggio 1983 — non poteva non essere organizzatore del Soccorso Rosso Milanese illegale, data la sua preparazione teorica determinante, non poteva non avere "compiti di organizzazione", perché questi "erano confacenti al suo livello ideologico culturale e all'intensità dell'impegno universalmente noto". In altre parole, siccome era uno molto colto e molto impegnato, non si poteva pensare che fosse un semplice partecipante a questa associazione sovversiva: per forza doveva essere stato un organizzatore. E questo è bastato per far scattare l'altro comma dell'art. 270, quello dell'organizzazione, e quindi per fargli infliggere tre anni e sei mesi di carcere. Io devo dire che questa sentenza della Corte d'Assise di Milano, anche se la pena non è delle più gravi, è, secondo me, uno dei documenti giudiziari più vergognosi che io conosca. La predeterminata volontà di condannare, ignorando qualsiasi risultanza processuale, tutte le prove a favore, e ignorando la mancanza di prove contro.

Questa sentenza sarà poi confermata in appello, confermata in Cassazione, dalla prima sezione, questa volta presieduta dal giudice Carnevale, che qui si è dimenticato di essere un garantista. Per inciso possiamo ricordare che la sentenza di primo grado della III Corte d'Assise di Milano ha un estensore, il Presidente, che l'ha scritta e ne è il responsabile: dott. Francesco Saverio Borrelli, l'eroe di Tangentopoli1.

Eravamo ormai alla vigilia della prescrizione di queste pene, e purtroppo Sergio è mancato. Devo dire, per onestà, che in realtà sono stato incompleto nell'esposizione, perché le prove a carico di Sergio non erano solo quelle che vi ho detto, ce n'era qualcun'altra, perché in tutte le sentenze che hanno condannato Sergio si fa riferimento, come elemento di convincimento per condannarlo, a delle prove di tipo ideologico, cioè ai documenti e alle sue opinioni espresse in vari documenti pubblici.

Veramente le opinioni dovrebbero essere libere, ma in tutte le sentenze che hanno condannato Sergio si dichiara che, se qualche dubbio c'è, questo è eliminato dall'esame dei documenti e delle opinioni di Sergio Spazzali. Tutte citano taluni documenti che erano stati sequestrati, citano con una rozza ignoranza, perché in realtà da questi documenti emerge tutt'altro di quello che i giudici vogliono ricavarne. Rozza ignoranza, oppure malafede e cinismo, io non lo so.

Potrei concludere qui la ricostruzione della vicenda giudiziaria, però uno di questi documenti vorrei leggervelo, perché non vorrei finire questo mio intervento senza ricordare qualcosa delle idee di Sergio. Credo che però il modo migliore di ricordarlo sia di lasciare la parola a lui. Il principale documento sempre ritorto come elemento di prova contro Sergio da tutte le sentenze che lo hanno condannato è un suo intervento per il convegno "Criminalità — lotta politica in Europa". Io ve ne leggo un pezzo che a me sembra molto bello e credo che dimostri a chiunque che le opinioni di Sergio erano profondissimamente diverse da quelle delle organizzazioni della lotta armata: Sergio era un comunista classico. Il documento riguarda come argomento "Pacifismo e Violenza". Sergio naturalmente non è un pacifista, non si dichiara tale, critica il pacifismo, critica certe teorie sulla violenza che sostengono che la violenza sia legittima a seconda della sua proporzionalità con l'offesa ai detentori del potere e invece dice che ci sono delle altre teorie a cui lui si avvicina di più, di altri compagni che pensano, questo è nel suo documento, che "non vi è limite o qualità di violenza da parte della classe subalterna che, in virtù dello sviluppo dei rapporti di forza tra le classi, non possa essere legittimata e cioè decriminalizzata". Ma essi, questi compagni, dicono: "facciamo attenzione a questo problema, un reale problema, dato che la violenza della classe subalterna ha una qualità politica diversa dalla violenza della classe dominante. Quella della classe subalterna è una violenza di massa, ossia di una maggioranza"."

"Esiste" dice Sergio "una discriminante nuova, nuova rispetto a quelle "metastoriche", "estetiche" eccetera, che pone il limite alla possibilità di legittimazione, cioè di "decriminalizzazione", della violenza della classe subalterna e questa discriminante è quella costituita dal fatto che, a data situazione, in un dato momento, la violenza della classe subalterna sia realmente una violenza di massa, cioè una violenza di qualità politica diversa da quella esercitata dalla classe dominante. Io personalmente credo che questo problema sia un problema molto giusto, molto corretto. C'è un problema, però, che mi tormenta rispetto a questi compagni, un problema al limite dell'esprimibile, perché a rigore si riduce a un'obiezione ad personam, una obiezione vietata, secondo Aristotele. La arrischio lo stesso e chi vuole intendere intenda. Compagni, che cosa fate voi, giorno su giorno, ora su ora perché la classe subalterna, a livello di massa, si appropri della capacità di esercitare una violenza di qualità politica diversa da quella espressa dalla classe dominante? Chi o che cosa vi ha dato il permesso di "stare a osservare attentamente"? E, non avendo il permesso di stare a guardare, chi vi ha dato il permesso di parlare? Diciamo anche, se vi fa piacere, chi mi dà il permesso di parlare?".

Questi erano gli interrogativi che si poneva Sergio in questo documento, che tanto ha interessato i suoi giudici. L'insistenza è sempre questa: la violenza della classe subalterna non può essere uguale a quella della classe dominante, deve essere una violenza che cambia, ribalta lo stato delle cose presente, appoggiandosi sull'azione della maggioranza degli sfruttati. Il medesimo documento di Sergio prosegue così: "Il problema di stabilire in questo momento quale sia la dinamica oggettiva di questo confine tra legalità e criminalità nella lotta politica della classe subalterna è un problema importante, un problema in ogni modo che non può essere risolto con presunti criteri "oggettivi" e metastorici, ma solo con un approfondito dibattito, a gestire il quale non sono competenti degli "esperti" o dei "tecnici", ma solo le masse popolari stesse attraverso i loro strumenti di organizzazione politica".

Queste erano le idee di Sergio. Voglio lasciargli ancora la parola su due altri argomenti. Il primo è quello del suo ruolo di difensore, e qui consentitemi di leggervi un brano del suo interrogatorio davanti alla Corte di Assise di primo grado di Torino, ed è la trascrizione della registrazione del suo interrogatorio, quindi sono proprio le sue parole, anche con le sgrammaticature dell'intervento improvvisato davanti ai giudici. Sergio rispondeva alla Corte di Assise, che lo accusava di aver piegato la sua professione per aiutare l'organizzazione armata e lui rivendica quello che era veramente il suo ruolo, il senso della sua attività di avvocato.

Dice: "Per alcuni difensori, quello che ha fatto sì che fossero, diciamo, più che altri coinvolti in queste difese" — le difese delle Brigate Rosse e di altri militanti della lotta armata — "diciamo pure più idonei di altri in queste difese, non è il fatto che fossero delle Brigate Rosse: questa è, ripeto, quell'interpretazione becera che personaggi come Peci possono dare. La questione è un'altra: c'è un modo, a prescindere dal processo Brigate Rosse più in generale, e anche a prescindere dal processo politico, ci sono diversi modi di fare l'avvocato, diversi, tutti leciti, sto parlando di modi leciti, ci sono anche tanti modi illeciti, per i quali generalmente non si finisce in galera. Comunque io sto parlando di modi leciti, tanti modi che corrispondono a un ordine di valori molto diversi. Ora, io, e non solo io, e non sono però in molti, abbiamo fatto, e quelli che non sono stati messi nelle mie condizioni ancora fanno" — Sergio era detenuto, in questo momento, parlava dalla gabbia dell'aula delle Vallette di Torino — "fanno un lavoro che si ispira a dei valori e dei principi deontologici, se è lecito usare queste parole, che non significano poi niente, che chiaramente enunciano degli orientamenti che non sono poi i più popolari del mondo, ma sono leciti, che sono questi: l'avvocato è un collaboratore dell'imputato, non della giustizia; l'obiettivo dell'avvocato non è quello di contribuire alla formazione di una, forse esistente, forse no, verità obiettiva; l'obiettivo dell'avvocato non è difendere l'innocente; l'obiettivo dell'avvocato è fare quanto è consentito, quanto gli è consentito, per sottrarre il suo cliente alle pretese punitive dello Stato. Probabilmente dette da me in gabbia, oggi, qui, è un po'..., suona un po' male. Se lo avessi detto in una conferenza pubblica o in un dibattito qualunque è un'autentica banalità. Però io ribadisco che questo è l'atteggiamento che io e non moltissimi altri — voglio dire, ci sono avvocati che tutte queste cose le sanno e non le dicono, voglio dire — io le ho fatte e le dico, e mi ispiro a questo tipo di atteggiamento. Non solo, ma per quanto riguarda la funzione penale, per quanto riguarda il carcere, ho svolto — ripeto, non da solo — una serie di attività non dirette a far funzionare in modo razionale l'istituzione carceraria — non parlo, diciamo, da detenuto, ma quand'ero fuori — l'istituzione carceraria farla funzionare in modo razionale o riformato, o come diavolo si vuole chiamare, ma evidenziare nella mia pratica professionale le contraddizioni che fanno sì che l'istituzione carceraria non sia riformabile in nessuna maniera, e questo lo dico e lo penso e ritengo che sia molto utile che venga più spesso detto e ripetuto, e non in quanto detenuto, perché queste cose le ho dette, dibattute, discusse e sostenute prima di essere detenuto, in relazione alla detenzione di altri. Perciò si può immaginare la corte, che popolarità avevamo io, e hanno ancora altri colleghi o ex colleghi presso l'amministrazione carceraria. Ripeto, sempre facendo uso di facoltà che sono perfettamente lecite perché, in questo senso può servire che la faccia un avvocato, questo tipo, diciamo, di contestazione delle funzioni; perché altrimenti per contestare il carcere, oppure lo stesso processo penale, con strumenti che non sono quelli leciti, gli avvocati non servono molto: si sa benissimo che ce ne sono altri, non c'è problema".

Questo era il modo con cui Sergio rivendicava la sua attività di avvocato davanti alla Corte di Assise di Torino. E sul carcere io ho tanti documenti di Sergio, e tutti quelli sequestrati finivano poi nel mio studio. Sul carcere c'è un intervento del '77 che lui ha mandato ai compagni, poco dopo essere stato scarcerato; Sergio cerca di capire il significato di queste incarcerazioni di avvocati, anche della sua, cioè "negli stessi giorni" — dice questo documento — "inizia la discussione sull'abolizione pratica dei permessi ai detenuti, sulla costituzione delle carceri speciali. Ci troviamo al centro dell'ondata controriformatoria. Gli arresti degli avvocati e degli altri compagni costituiscono un evidente tentativo di intimidazione nei confronti di tutti coloro che si occupano, da posizioni democratiche o di classe, del carcere, nello stesso momento in cui i pochi spazi aperti dalle riforme all'interno del carcere vengono rigorosamente chiusi. La battaglia comune contro il carcere come istituzione e le tante singole ma collegate battaglie per alleviare anche di poco e temporaneamente le condizioni di detenzione di tanti compagni, di tanti proletari e sottoproletari reclusi, si fanno più difficili".

Ci troviamo di fronte alla definizione del ruolo del carcere, e dice ancora: "Dopo la mia scarcerazione ho ripreso a visitare il carcere e a difendere in processi politici e relativi ai cosiddetti "reati carcerari": sommosse, oltraggi ecc. Attraverso il contatto con detenuti politici e non, con le istanze esterne democratiche o di classe che si occupano del carcere, spero di poter contribuire a rifondare le coordinate del nostro comune lavoro e resto dell'idea che anche nella nuova situazione la battaglia di fondo da condurre è quella per l'abolizione del carcere come istituzione e che strumento di queste battaglie sia lo sfruttamento di ogni spazio esistente o creabile per rompere quell'essenziale isolamento di cui il carcere è fatto. Da ciò lo sforzo di mantenere una rete di medici, avvocati, operatori sociali che possano tenere contatti costanti con l'interno del carcere; da ciò lo sforzo di sensibilizzare le istituzioni dell'area democratica e i momenti del movimento di classe al problema cruciale del carcere".

Questo era il modo con cui Sergio intendeva il suo lavoro politico giudiziario, e credo che queste poche frasi di lui che vi ho letto spieghino l'enorme interesse di pensare alla sua esperienza oggi, oggi che sembra venuta meno ogni coordinata di comprensione della realtà che ci si modifica intorno, oggi che tanto pochi sono coloro che sembrano capaci di restare coerenti con se stessi. Proprio oggi mi sembra che l'esempio di Sergio sia attualissimo, che sia un esempio straordinario di coerenza estrema delle proprie convinzioni e delle proprie idee, di intransigenza appassionata e di grande generosità che Sergio ha portato fino a spendere, nelle cose in cui credeva, letteralmente la vita.

NOTE

1 E qui può essere interessante ricordare ancora che nel processo torinese contro le BR il mandato di cattura contro Sergio Spazzali e l'iniqua accusa contro di lui ebbero un altro inventore e autore oggi illustre: il dott. Giancarlo Caselli, allora giudice istruttore penale presso il tribunale di Torino [n.d.r.].

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