indice


Intervento per il convegno "Criminalità e lotta politica in Europa"

Intervento per il convegno "Criminalità e lotta politica in Europa"

ciclostilato, febbraio '76

Penso che tutti siamo d'accordo su di una considerazione: non esiste un criterio obiettivo e metastorico per definire quali aspetti della lotta politica rientrino nella legalità e quali nella criminalità. È la classe al potere che determina i limiti del consentito — e li chiama limiti della lotta politica legale — e del vietato — e li chiama limiti oltre i quali la lotta politica diventa oggetto di qualificazione e repressione criminale. Credo che siamo anche d'accordo su una ovvia considerazione di Marx, secondo la quale l'esercizio della dittatura di una classe non tollera in definitiva una sua regolamentazione normativa, formale, e che nello stato di classe ogni regola formale viene in sostanza posta in modo da poter essere agevolmente violata da parte del potere che la pone, nella ottica del perseguimento dei suoi obiettivi sostanziali. E cioè che in definitiva non sono le regole formali che momento storico per momento storico vengono poste dalla classe al potere che determinano realmente il confine fra legalità e criminalità, ma i rapporti di forza fra le classi, i quali interpretano anche le regole formalmente poste.

Fino a questo punto tutti possono e, credo, debbono dichiararsi d'accordo sulla base del più semplificato abbecedario marxista.

Ma ci sono alcune — anzi diverse — prosecuzioni di questo discorso che trovano discordi i compagni.

Ragionando molto astrattamente e tenendoci ancora sulle generali, bisogna dire che ci sono dei compagni che hanno dei problemi di carattere estetico che li imbrogliano nella applicazione di questi semplici principi. Per esempio ci sono dei compagni che di fronte all'uso della violenza da parte della classe oppressa (violenza comportante l'uso di armi rudimentali o sofisticate, su questa differenza ci sia consentito di non fare della filosofia) cadono in un dubbio, cadono in una perplessità catalettica. Essi compagni pensano (oppure, meglio, dicono) che la classe oppressa è sempre stata vittima della violenza — e se ne gloriano — ma che non ha mai fatto uso della violenza per combattere la violenza, e anche che non ha mai usato la violenza per imporre e mantenere la sua vittoria nei non molti casi in cui questa vittoria è stata conseguita. Secondo questi compagni la violenza è sempre criminale, mai legale. Così ci sarebbe in effetti un criterio assoluto, metastorico per definire i limiti della criminalità politica. La violenza sarebbe sempre criminale. I fatti militano vigorosamente contro questa tesi dei compagni pacifisti, ma essi vi sono egualmente molto affezionati. Io personalmente penso che sbagliano. Cosa significherebbe diversamente l'obiettivo delle "armi al popolo", della "milizia popolare", della "guerra di popolo", e infine della "dittatura proletaria"? Sia detto ciò con buona pace del compagno Marchais, che — per fargli dispetto — noi saluteremo ancora col pugno chiuso.

Continuando a ragionare un po' astrattamente, ci sono dei compagni, un po' meno pacifisti, che fanno questione della proporzione. Essi non sono in generale contrari alla violenza della classe subalterna e non escludono perciò che lo sviluppo dei rapporti di forza fra le classi la possa "legittimare" (decriminalizzandola), purché essa sia una violenza "proporzionata". Così esisterebbe ancora un criterio obiettivo, metastorico, che indicherebbe il limite della criminalità nella lotta politica: sarebbe quello della violenza "proporzionata". Ma dobbiamo proporci questo problema: proporzionata a che cosa? Se uno ti dà un pugno sarà proporzionata risposta dargli un pugno. Ma se chi ti dà un pugno, dietro alle sue spalle ha dieci compari armati di mitra (questa è una situazione illustrata da molti film gialli), la proporzione sarà garantita dalla tua semplice capacità di reagire con un pugno? Una tale risposta sarebbe evidentemente priva di senso. Ora la classe subalterna si trova ovviamente in questa situazione. Dietro a ogni pugno (fuor di metafora: uno sfratto, un licenziamento, un omicidio bianco), stanno centocinquantamila (più o meno) uomini armati di mitra. Allora di che "proporzione" si tratta? In realtà questa versione del limite legalità/criminalità si riduce alla teoria della legittima difesa, che, come spiega qualsiasi sensato penalista, si riduce a ciò: nessuno ha il dovere di stare peggio di come sta. Il che però implica il riconoscimento che colui che sta male non è già vittima di violenza, ma lo diventa solo quando si cerca di farlo stare peggio. Ed è da parte sua reazione proporzionata solo quella che abbia come fine di stare male, come prima, non peggio di prima. Dal punto di vista materialista, accettare questo ragionamento sarebbe perlomeno curioso. Sempre con buona pace del compagno Marchais e del suo rassemblement.

Ci sono infine dei compagni molto più dialettici, molto più seri. Questi compagni dicono (e forse anche pensano) in sostanza questo: non vi è limite o qualità di violenza da parte della classe subalterna che, in virtù dello sviluppo dei rapporti di forza fra le classi, non possa essere legittimata (e cioè decriminalizzata). Ma essi, questi compagni, dicono: poniamo attenzione a questo problema (un reale problema): dato che la violenza della classe subalterna ha una qualità politica, diversa dalla violenza della classe dominante (quella della classe subalterna è una violenza di massa, ossia di una maggioranza), non esiste una discriminante nuova (nuova rispetto a quelle "metastoriche", "estetiche" ecc.) che pone il limite alla possibilità di legittimazione (cioè di "decriminalizzazione") della violenza della classe subalterna. È questa discriminante quella costituita dal fatto che, a data situazione, in un dato momento, la violenza della classe subalterna sia realmente una violenza di "massa" — cioè una violenza di qualità politica diversa da quella esercitata dalla classe dominante. Io, personalmente, credo che questo problema sia un problema molto giusto, molto corretto.

C'è un problema però che mi tormenta, rispetto a questi compagni. Un problema al limite dell'esprimibile, perché, a rigore, si riduce a una obiezione ad personam, una obiezione vietata, secondo Aristotele. La arrischio lo stesso. E chi vuole intendere, intenda.

Compagni che cosa fate voi, giorno su giorno, ora su ora, perché la classe subalterna, a livello di massa, si appropri della capacità di esercitare una violenza di qualità politica diversa da quella espressa dalla classe dominante? Chi o che cosa vi ha dato il permesso di stare a "osservare attentamente"? E non avendo il permesso di stare a guardare, chi vi ha dato il permesso di parlare? Diciamo anche (se vi fa piacere) chi mi dà il permesso di parlare?

Ecco che allora da una obiezione ad personam — non consentita — viene una indicazione materialistica di un certo rilievo metodologico. La questione è questa — che Dio ci aiuti, cari compagni! — quale è la mediazione fra ciò che diciamo (e forse pensiamo) e ciò che siamo, oppure facciamo?

Uscendo dall'esistenziale — ed è facile farlo a chi è padrone della problematica del femminismo, e perciò tutto sa del superamento della differenza fra pubblico e privato — tutti i partecipanti a questo dibattito fanno politica, danno un contributo ciascuno alla organizzazione politica di cui fanno parte. Sarebbe molto interessante sapere cosa ciascuno di noi — se il noi è consentito nei vostri confronti a un detenuto quanto meno sospetto di "criminalità" — fa nei confronti, a mezzo, della sua organizzazione politica, affinché le masse — dico le masse (oh compagni "molto più"!) — si approprino di quella loro propria violenza, di qualità politica alternativa a quella propria della borghesia, che consentirà loro prima di resistere e poi di vincere e poi ancora di difendere la loro vittoria. Con buona pace del concetto di legalità, di criminalità e di moralità del compagno Marchais, che ancora una volta, per fargli dispetto, noi salutiamo col pugno chiuso.

Voglio concludere questo breve intervento con una considerazione sulla attualità del tema posto da questo dibattito. In ogni momento storico la classe subalterna ha visto il tentativo di criminalizzare i suoi comportamenti politici (dalla criminalizzazione della coalizione sindacale, alla criminalizzazione dello sciopero, alla criminalizzazione di ogni forma di "azione diretta", anti-istituzionale — blocco delle merci, picchetto, occupazione delle terre, delle fabbriche, delle case ecc. — fino alla criminalizzazione fra le più ferme della pretesa della classe subalterna di togliere il monopolio delle armi alla classe al potere) ma in questo momento storico di grande e profonda crisi politica a livello planetario si verificano due concomitanti grandi tendenze che agiscono nello stesso tempo sul limite fra legalità e criminalità nella lotta politica. Da una parte le grandi masse popolari tendono a espropriare la classe dominante dei suoi spazi più tradizionali di governo con nuove forme di lotta, di azione diretta, di azione anti-istituzionale e ciò su di una base vastissima e in un contesto estremamente articolato. Dall'altra parte la classe dominante insegue questa articolazione della lotta delle masse popolari con una caterva di leggi speciali e di pratiche di potere che superano disinvoltamente gli stessi limiti formali delle norme esistenti, nella direzione della restrizione sistematica e progressiva degli spazi di "legalità". Così è che a livello planetario le manifestazioni di lotta politica, assoggettabili a qualificazioni "criminali", si estendono a macchia d'olio. Gli organi del potere si impigliano in una contraddizione tipica di questa operazione. Criminalizzando sempre più numerosi comportamenti politici, devono negare il carattere politico a questi comportamenti. Su questa linea seguìti pedestremente da socialdemocratici e revisionisti. Dall'altra parte, per giustificare la necessità di criminalizzare questi comportamenti, non possono evitare di sottolinearne la pericolosità politica. Nel dibattersi in questa contraddizione il potere rivela in un modo ancora, un modo nuovo, il suo carattere di puro arbitrio, pura violenza. Il nostro compito è quello di evidenziare questa contraddizione agli occhi delle masse per combattere l'influenza fra di esse esercitata dal socialriformismo e dal revisionismo. Il problema di stabilire in questo momento quale sia la dinamica oggettiva di questo confine fra legalità e criminalità nella lotta politica della classe subalterna è un problema importante. Un problema in ogni modo che non può essere risolto con presunti criteri "oggettivi" e metastorici, ma solo con un approfondito dibattito, a gestire il quale non sono competenti degli "esperti" o dei "tecnici", ma solo le masse popolari stesse attraverso i loro strumenti di organizzazione politica.

A mio parere, per le ragioni riconducibili alle considerazioni più generali svolte in apertura di questo intervento, mettere sullo stesso piano — come spesso fa il potere e con esso i riformisti e i revisionisti — la questione delle forme e degli obiettivi di lotta della classe subalterna e dei rapporti fra queste forme e obiettivi con il limite della legalità, e la questione della criminalità fascista e mafiosa, propria del potere, costituisce un grave equivoco. La violenza fascista e mafiosa del potere è infatti essenziale manifestazione dell'arbitrio e della violenza di cui questo potere è fatto. La lotta contro la legalità borghese condotta dalla classe subalterna è invece strumento per la instaurazione della società nuova, una società razionale. La razionalità dell'obiettivo si proietta sulla razionalità (da non confondersi con "legalità") degli strumenti di lotta per conseguirlo. In questo senso ogni riapparizione in questo dibattito della stupida tesi degli "opposti estremismi" deve essere combattuta e respinta con decisione.

indice


informativa privacy