indice


Tasselli

Tasselli

Giuliano Spazzali, Milano, luglio 1995

Mi si chiede di ripercorrere cronologicamente la vita di Sergio. Temo di non esserne capace. Da quando (da assai piccoli) Sergio mi scuoteva rudemente la testa perché non riuscivo a pronunciare la r, né ero in grado di correggere il difetto collocando correttamente — secondo i suoi precisi insegnamenti — la lingua in relazione a denti e palato, ebbene da allora Sergio la testa me l'ha scossa ancora molte altre volte ma, per così dire, a distanza, annusando, ciascuno di noi, le piste dell'altro ma evitando percorsi a intreccio, sovrapposizioni, passi a due. Nonostante ciò credo di sapere tutto ciò che conta di Sergio, ma in modo non raccontabile secondo quell'ordine e quel metodo che vuole che vi siano caselle e tasselli e ciascun tassello trovi collocazione nella sua casella. D'altra parte la qualità (si può dire così?) più sorprendente di Sergio è stata quella di collocare tasselli in caselle improprie, di trovare caselle per tasselli all'apparenza inesistenti e di costruire tasselli per caselle invisibili.

In uno dei nostri ultimi incontri — mentre senza forzature ma allusivamente ricordavamo frammenti di storia familiare (comparve qui il fantasma di una amatissima prozia, nostro primo e comune mentore e guida al "socialismo", del tutto illetterata del resto, ma provvista di un geniale, ironico e micidiale intuito circa la vera natura di questo mondo) — Sergio mi invitò a riscrivere la "storia": né la sua né la mia, propriamente, ma piuttosto quella di un nucleo domestico al quale, essendone tributari, rendere grazie, se del caso, e contro il quale fare vendetta, se del caso. Glielo promisi, pur sapendo che non avrei mantenuto la promessa. Non si trattava, è ovvio, di "macchiettare" questo o quel familiare, quanto di stabilire nessi, per aumenti e diminuzioni, tra ciascuno e tutti (e lui e me compresi). Sicché quando ho incominciato a leggere le note su Lo spazio questa conversazione mi è tornata alla mente: la leggevo, questa sua nota, per la prima volta e subito mi è tornato il ricordo di una prima e altra lettura, quella di Michelstaedter, di cui non ho capito mai nulla e Sergio, credo, tutto. E perciò senza sorpresa ho poi trovato, a fine scritto, il preciso riferimento, quasi rimando e appunto per memoria (tema da ulteriormente approfondire?), alla Retorica e persuasione del filosofo triestino.

Questo dimostra come io non sia capace (e Sergio non vorrebbe che lo fossi) di fissare in date certe, con precisa classificazione dei reperti, la cronologia della sua vita, quasi archeologia di un passato personale fatto di "cose" e non di "rapporti": contro l'opinione e le convinzioni più profonde di Sergio (tutti i suoi scritti, in questo senso, parlano chiaro e assai convincentemente).

Comunque, per chi volesse appassionarsi a questa materia, dirò solo che per Sergio, essendo nato il 16 agosto del 1936 ed essendo studente precoce (ha fatto tutto "prima" e naturalmente, cioè senza sforzo apparente, bene), ogni vicenda prende data e posto, nel senso di una discutibile linearità del tempo, secondo scansioni personali convenzionali e note (studi, laurea, eccetera) e secondo lo sviluppo di eventi esterni altrettanto noti e collocabili tra due estremi: dalla prima infanzia di guerra alla maturità terminativa e finale che finisce per coincidere con l'immaturità della supposta fine-corsa della prima repubblica.

In mezzo ci sono, dunque, cinquantotto anni, e allora chiunque può industriarsi a formulare veridiche ipotesi circa le date di un percorso vitale (e umano) del quale non si sa se apprezzare di più la coerenza aspra e violenta o la persuasiva e apparente "mitezza" dell'argomentare o la grande disponibilità a comprendere e a farsi carico di qualsiasi cosa o persona non piacesse o non facesse comodo a lor signori. E ciò secondo una mai elusa linea guida (salvo duttili variabili e acconci approfondimenti): ciò che piace al mio avversario a me non piace, e ciò che al contrario non gli piace a me piace moltissimo.

Dunque.

Anni di apprendistato

Vanno a coincidere con gli studi superiori. Ma non si tratta altro che di un passaggio da un orientamento di lavoro precedente a intense rivisitazioni successive. Analisi storica, da un lato, e poi, successivamente e più costantemente, storia del movimento operaio internazionale. Filosofia, dall'altro, lungo tracciati complessi fino ad approdi visibili e consolidati: il materialismo storico dialettico, ma con altrettanto visibili connotazioni non dogmatiche. E però (con assenza di pratica, argomenterebbe Sergio?) con incredibili incursioni in campi assolutamente disomogenei nei quali forme anche accentuate di misticismo etico hanno giocato la loro parte. In bilico tra virtù e vizio, oso dire, verso quel finale di partita che ironicamente, ma tragicamente, Sergio definisce come caduta nello stravizio come suo unico vizio. Voglio dire che però queste forzature logiche sono state il primo banco di prova di Sergio in relazione al "sociale", insomma i suoi primi esperimenti (nel senso di sperimentarsi, di mettersi in gioco, di misurarsi con i problemi degli altri).

Anni del bacino di raccolta

Sono quelli dell'università e quelli immediatamente successivi. Fino a quale punto Sergio sia stato attratto dalle organizzazioni studentesche dell'epoca non sono in grado di dire. D'altra parte a me pare che Sergio non abbia mai amato troppo il movimento degli studenti (gli studenti, sì, e lo attestano le sue successive prove di docente nelle quali ha dato il meglio di se stesso, dal punto di vista della stretta esperienza professionale, e anche con sue grandi soddisfazioni personali).

In ogni caso Sergio si è trovato nel crocevia di formazione e fondazione di quella che già allora, infaustamente, si proponeva come "classe dirigente" del domani. Di conseguenza, con perfetta inopportunità pratica ma con preciso senso politico e culturale, Sergio staccò presto la spina da tutti quei belli spiriti che stavano "studiando" per diventare assessori, sindaci, sottosegretari, presidenti di enti, ministri e altro ancora.

Come che fosse — o fosse perché allora i comunisti facevano parte per se stessi e non erano presenti se non marginalmente negli organismi rappresentativi degli studenti — Sergio, pur frequentatore attivo della storica Casa della Cultura, si avvicina presto alla magnetica personalità di Lelio Basso, onde la sua presenza nei primi anni di pubblicazione di "Problemi del Socialismo". Credo, in ogni caso, di poter dire che la prima battaglia politica che lo coinvolse duramente fu quella contro la cosiddetta legge truffa e però ancora entro organismi marginali e minoritari, benché alla fine vittoriosi (Unità popolare: Calamandrei e l'azionismo hanno lasciato il loro segno?). Operai e popolo sono ancora sullo sfondo.

Anni socialisti

Perché Sergio sia entrato — in forma meteorica — nel P.S.I. e non nel P.C.I. meriterebbe una discussione a parte. Tuttavia il P.S.I. offre a Sergio due inedite, o quasi, prospettive. Quella dei collegamenti sociali "di massa" poiché, allora, i socialisti erano ancora ben presenti nella realtà popolare e operaia italiana (e perciò ecco l'orizzonte della fabbrica svelare, almeno in parte, i suoi misteri e il proletariato mostrare infine il suo volto concreto); quella della lotta dentro un partito a dimensione nazionale che si richiama ancora al marxismo e però sta mutando il suo metabolismo di base. Lotte feroci nelle sezioni: Porta Venezia, Centro, Magenta e quelle periferiche battute palmo a palmo in tutti i comuni della provincia.

Crisi dentro il P.S.I., nascita del P.S.I.U.P. Alla fine del breve viaggio socialista, a Sergio non pare che si possa sognare a lungo nel P.S.I.U.P.

Anni operosi

Sono quelli, così almeno la penso io, decisivi per Sergio. Grande attenzione, da parte sua, per due questioni di fondo sul presupposto che esse decidevano per tutte le altre: l'economia politica e l'internazionalismo proletario. Questioni aggirate, se non dimenticate e coperte, dentro l'esperienza socialista, ma centrali e decisive. Sergio, apparentemente fermo a Milano, in realtà viaggia molto — di persona o attraverso la fitta rete di altri viaggiatori qualificati che il Centro Franz Fanon costituisce, dando a essa uno sviluppo straordinario. Popoli, nazioni, lotte anzi guerre di liberazione, antimperialismo militante, non "passano" per il Centro, "sono" concretamente il Centro. E perciò la pubblicazione dell'ormai storico bollettino è inscindibilmente connessa con una "pratica" e una esperienza classicamente maoiste; e non ci sono "teorie" (magari correggibili e perfettibili) che non traggano il loro alimento da percorsi concreti, sperimentati, noti e visitati di prima mano. L'accelerazione verso lo studio dell'economia nazionale e mondiale, dei sistemi di produzione, dello sviluppo delle forze produttive, va così di pari passo con la prassi della politica antimperialista, contro ogni esaltazione astratta e contro ogni metodo di analisi idealistico.

L'opera di diffusione del materiale raccolto diventa opera di penetrazione in profondità nel tessuto sociale non solo milanese.

Economia e internazionalismo sono due cifre che caratterizzano, dunque, questo periodo e che poi connoteranno in modo significativo il "movimento" degli anni successivi. Ben scavato vecchia talpa!

Anni maoisti: dentro e fuori il movimento

Sono quelli della formazione dei gruppi marxisti-leninisti. Sergio andrà in Cina (in Corea e altrove) e il punto di riferimento e di coagulo diverranno per lui in Italia le Edizioni Oriente. Dentro la Federazione dei comunisti m-l ma poi, per molti versi, disimpegnato; fuori da Avanguardia Proletaria Maoista; ironico e tagliente nei confronti dei vari partiti m-l, scettico fino alla (privata) irrisione nei confronti di Servire il Popolo, ma, in ogni caso, parallelo e intersecante questo e quello e quell'altro ancora, nonostante ogni pessimismo sull'esito e sul destino della astratta polemica partito/antipartito con tutto quello che ne seguiva, compresa la permanente litigiosità astiosa di tutti contro tutti. Piuttosto, da parte sua, un bisogno di concretezza pratica lo porta a evitare la propaganda del famoso "Mao Tse Tung pensiero" per levarselo dalla bocca e introiettarlo nella testa.

E così il lavorio sugli scritti diventa, se possibile, anche più attento e approfondito; ma così anche il suo lavoro politico si incanala verso forme di organizzazione e di lotta trasversali che tendevano a collegare nei fatti e non a dividere nella ideologia i frammenti più vari dei movimenti organizzati. Chiaro, anzi ormai "classico" esempio di questo impegno è l'Unione Inquilini, esperienza realmente di massa.

E intanto l'intreccio tra fatti, persone, realtà operaie e popolari, frammenti organizzativi, pratiche di lotta, lavoro teorico, diventa tale che sono assai pochi quelli che — negli anni densi tra il '65 e il '75 — non siano passati per così dire "tra le mani" di Sergio; oppure, che è lo stesso, sono assai pochi quelli che non hanno avuto "tra le mani" Sergio. Eppure, rinunciando lui volontariamente a incontri ravvicinati con qualsiasi forma di "direzione" formale, mai restando intrappolato in eterni giuramenti di fedeltà a una piuttosto che a un'altra struttura organizzata del movimento, Sergio ha percorso più strada di tutti.

Anni della disamistade con la curia

Sono quelli caratterizzati dalla reazione dell'avversario di classe, da ciò che comunemente va sotto il nome di repressione e che va anche a coincidere con il massimo di durezza dello scontro sociale (al suo apice: la lotta armata) e con il successivo ripiegamento del movimentismo e della sua forza di impatto politico.

Sergio riprende la sua attività, mai amata, di avvocato e segue e sviluppa i temi e i problemi delle lotte nelle carceri e di quelli del rapporto giustizia/rivoluzione, stato e diritto, processo politico.

Diviene così "nemico della curia" per non poterne essere amico: vorrei dire in ogni caso, ma in particolare nel momento in cui accettava di assumere così scomode difese. Anche qui la pratica sociale (il processo lo è nella sua concretezza) si accompagna a forti approfondimenti teorici e a una diffusa attività di propaganda militante. La somma (o meglio l'intreccio) di ciò che Sergio fa e ha fatto prima e dunque di ciò che dice e pensa (e ha detto e pensato prima) creano tutti i presupposti per la sua criminalizzazione. Fatto che puntualmente si verifica.

Anni di carcere e anni di esilio

Sono quelli che vedono Sergio perseguitato prima, condannato poi, incarcerato e in esilio infine. Per la prima volta e ufficialmente tratti di vita personalissimi di Sergio si confondono con quelli politici. Dico questo per il periodo propriamente detentivo (Sergio entrava e usciva dal carcere con allarmante periodicità), poiché del periodo di esilio posso dire relativamente poco. Certo che anche nelle sue autodifese (Sergio non si è mai dichiarato "prigioniero politico", né ha rifiutato di difendersi) si percepisce una tale forza argomentativa che, si capisce bene, doveva risultare profondamente irritante per gli inquirenti come per i giudicanti, presi letteralmente nelle loro stesse trappole logico-formali e messi con le spalle contro il muro. Non ultima ragione, questa, delle sue condanne (per la verità vi fu un magistrato accorto e intelligente che in primo grado lo assolse, salvo opportuno rovesciamento del verdetto in appello). Ma l'esilio? L'esilio, come chi vuol sapere sa, si concluse con la sua morte il 20 gennaio 1994. Resta ancora da percepire correttamente il suo rapporto con il resto degli esiliati, che a me pare più conflittuale di quanto fosse per lui opportuno. Ma l'opportunismo (o anche il solo senso della opportunità) non ha mai caratterizzato Sergio.

E sono ancora da percepire a fondo i suoi reali interessi pratici: per quelli teorici è rimasto, tra le sue carte non sequestrate (e ancora oggi non dissequestrate) dalla polizia francese, un segno, anzi più segni del suo lavoro. Che qui tutti possono leggere e di cui tutti possono profittare.

Una finale osservazione che non ammette cronologizzazione.

Sergio conosceva benissimo il latino e il greco antico. In tempi giovanili si era occupato a lungo di sanscrito. Parlava correntemente francese e greco moderno. Leggeva senza difficoltà il tedesco, l'inglese e lo spagnolo (ma forse non parlava queste lingue con uguale disinvoltura). Sono certo che così come conosceva a fondo molte anzi moltissime altre cose, nessuno ha mai subito da lui il "peso" del suo sapere. Il suo "sapere" non pesava mai perché chiunque Sergio incontrasse o affrontasse, era l'esito di questo sapere che veniva messo in gioco e non il sapere in sé e per sé. La conoscenza di molte lingue, vive o morte, gli consentiva approcci i più diversi senza intermediazioni. E infatti l'esito di qualsiasi sapere altro non è che il disinvolto uso di una lingua, non solo della lingua madre ben padroneggiata, o magari del dialetto natio. Sergio dunque conosceva da subito la lingua di chiunque incontrasse o affrontasse e usava da subito la lingua propria del suo interlocutore e non un'altra lingua. Sergio poteva contenersi così per il suo "sapere"? Anche, ma la spiegazione è riduttiva. Si conteneva così per naturale assenza di diffidenza, ma, insieme, con preciso senso della differenza e, in ogni caso e quando era il caso, con puntuale ed eminente senso dell'antagonismo.

Ti accettava, ti accoglieva nella tua lingua. O ti combatteva e ti contrastava con la tua lingua. È una idea strana che Sergio sia morto. Gente come lui non muore mai.

indice


informativa privacy