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Situazione dei paesi ex Est – Cina

Situazione dei paesi ex Est — Cina

dattiloscritto, maggio '92

L'attuale momento

Sarebbe completamente sbagliato assimilare la attuale situazione in Cina a quella dei paesi ex socialisti dell'Europa orientale e dell'ex URSS. Bisogna considerare che la Cina contemporanea è ancora il più grande dei paesi del mondo dove il capitalismo si è sviluppato in modo diseguale e complessivamente modesto, e in cui uno sviluppo di tipo socialista (benché caratterizzato sotto Mao da esperienze fra le più avanzate della storia), è stato radicalmente bloccato, a partire dalla metà degli anni Settanta. La Cina contemporanea è (insieme all'India) il cuore politico, economico e culturale del c.d. Terzo Mondo1.

L'inizio del '92 rappresenta con la più grande probabilità un momento di importante cambiamento nella situazione della Cina. Il periodo '88-'91 è caratterizzato da un forte rallentamento della politica di "riforme" promossa da Deng fin dal '78, dopo l'evizione del maoista moderato Hua Guo Feng che aveva preso il potere dopo la morte di Mao ('76). All'inizio del '92 Deng riprende il davanti della scena e rilancia energicamente la sua linea politica.

Ancora nel dicembre dello scorso anno il partito alimentava una campagna di "studio del socialismo", orientata sostanzialmente a frenare le tendenze di destra e i loro progetti di restaurazione del capitalismo. Trentadue importanti personaggi del regime nello stesso tempo si sentivano autorizzati a promuovere una battaglia contro le Zone Economiche speciali, dove il capitalismo è ufficialmente "autorizzato" (come nelle aree delle concessioni straniere al tempo dell'Impero).

Deng, che ufficialmente si era dimesso da tutti gli incarichi nel novembre 1989, per così dire ritirandosi a vita privata, ricompare sulla scena per porre fine a questa fase che rischiava di compromettere tutto il suo lavoro di "riformatore" portato avanti tra il 1978 e il 1988. Dunque il problema fondamentale è: quale è in sostanza la linea di Deng?

Deng è un vecchio e solido antimaoista di destra, messo da parte da ogni responsabilità di potere dagli anni della rivoluzione culturale, perché sostenitore della linea dello sviluppo delle forze produttive a costo di qualsiasi compromesso politico, in sostanza di una sorta di NEP permanente. Si può ben ritenere che negli ultimi anni di vita di Mao una forte frazione brezneviana si sia sviluppata anche in Cina.

Negli ultimi anni di Mao presumibilmente anche Ciu En Lai premeva per una revisione della linea maoista e per una evizione della cosiddetta "banda dei quattro" (di cui fa parte Chang Chin, la moglie di Mao). Il senso di questa opposizione "di destra" è quello della salvaguardia della "nomenklatura" dirigente in primo luogo dell'economia del paese.

Evidentemente anche in Cina questa nomenklatura tende a costituirsi in borghesia di Stato, ma, data l'arretratezza (sia dal punto di vista capitalistico che da un punto di vista socialistico) dello sviluppo delle forze produttive nel paese nel suo complesso, questo processo presenta caratteristiche particolari e un procedere zigzagante, appunto da Terzo Mondo. Nel periodo maoista, periodo molto lungo e profondamente radicato nella storia della guerra di liberazione e della guerra civile, si è formato un complesso di quadri comunisti, ampio e solido, abituato al contatto con le grandi masse proletarie e abituato a fare ricorso alla mobilitazione di massa per sciogliere i nodi politici più sensibili. Il rapporto di questi quadri comunisti con la nomenklatura di Stato è complesso e ambiguo. Servirsene, ma non lasciarle lo spazio per costituirsi in classe: questa grosso modo la linea della frazione maoista del partito, egemone fino alla prima metà degli anni Settanta, e messa in minoranza dopo il '78, per l'appunto dalla frazione revisionista e riformista espressa da Deng. Di fronte alla frazione divenuta minoritaria della sinistra (come si suol dire veteromaoista e, perché no, veterostalinista) certamente si è sviluppata una frazione di ultradestra, più che "revisionista", francamente liberal-borghese, che non corrisponde al disegno denghiano. È interessante notare che in Cina del tutto ufficialmente la sinistra continua a chiamarsi sinistra e la destra, destra; contrariamente ai paesi ex socialisti d'Europa e dell'URSS, dove invece la sinistra si chiama destra e la destra, sinistra. Una buffonata di cui siamo debitori ai fini politologi della borghesia (quella di qua e quella di là).

Il malcontento popolare, dovuto essenzialmente alla miseria degli strati sociali più deboli manipolato anche da frazioni dell'estrema destra (camuffata sotto la solita maschera della "riforma politica"), aveva dato luogo nel giugno '89 ai tragici eventi di piazza Tien-An-Men. Per reprimere i disordini Deng dovette allora accettare il rallentamento del processo riformatore e fare appello alla tradizionale autorità del partito. Verosimilmente molti elementi della sinistra allora si sono assunti delle gravose responsabilità nella repressione dei moti popolari, nell'illusione di riconquistare degli spazi e bloccare definitivamente il revisionismo/riformismo denghiani.

In effetti per un paio di anni Deng si ritira parzialmente dalla scena, lasciando spazio, per così dire a una sorta di centro-sinistra (rappresentato dal primo ministro Li Peng), mentre l'asse del suo lavoro politico è evidentemente orientato su di una alleanza di centro-destra, più o meno rappresentata dal suo amico Zhao Ziyang (il quale dopo Tien-An-Men passa in "riserva").

Una vana illusione. Tra la fine del '91 e l'inizio del '92, Deng ritorna energicamente sulla scena e si scatena una battaglia politica fondamentale, che vedrà Deng vincente (seppure in una situazione ancora caratterizzata da molti elementi di precarietà) e l'apertura di una tendenza probabilmente oramai irreversibile verso la stabilizzazione della borghesia di Stato e una sua cauta apertura alla integrazione nel sistema dell'imperialismo occidentale. Bisogna tenere presente che, se è dubbia la volontà della borghesia imperialista di comperarsi l'ex URSS, ancora più dubbia è la sua intenzione di farsi carico di un immenso paese come è la Cina, ancora più arretrato e che rischia di crollare nel caos economico, politico e sociale se completamente integrato nel mercato imperialista. Il che è in genere vero per tutto il Terzo Mondo, nel quale regimi di borghesia compradora militarmente rafforzati (dall'interno e dall'esterno), dotati di qualche coloritura "nazionale", appaiono molto più praticabili per la borghesia imperialista.

Conviene tenere presenti alcune delle date più recenti:

— nel gennaio '92 Deng, pur non ricoprendo più alcun incarico ufficiale, fa un clamoroso viaggio nello Guang Dong (la ragione di Canton, la più inserita in uno sviluppo capitalistico, integrato nel mercato mondiale, insieme a Shanghai) per tessere le lodi più sperticate delle esperienze in atto in questa regione;

— il 24 febbraio il "Quotidiano del Popolo" (che pure è nelle mani del centro-sinistra antidenghista: direttore Gao Di) pubblica un articolo ispirato da Deng, che segna una vera e propria svolta politica. Per la prima volta si parla del "capitalismo" in termini positivi. Vi si sostiene che è necessario "fare uso del capitalismo", "sviluppare un'economia capitalistica per completare l'economia socialista", e "assorbire in modo critico gli elementi utili della cultura occidentale". Si polemizza contro la gente che ora loda Mao, Stalin e il soldato modello Lei Feng, mentre fino a ora almeno formalmente Mao non veniva toccato (salvo che per l'esperienza della rivoluzione culturale). In sostanza gli argomenti degli infiammati discorsi dello Guang Dong;

— per il 9 marzo è convocato il Politburo. La svolta diventa ufficiale. Si tratta senz'altro di un Politburo di importanza storica, in previsione della convocazione del Parlamento per il 20 marzo e del XIV congresso del partito per l'ottobre '92. Deng annuncia, e il Politburo approva, l'inizio di un periodo di "cento anni di riforme economiche". La linea è fondata su un punto centrale (la costruzione economica) e due punti principali, l'ideologia e la riforma, contro la tesi del famoso economista veteromaoista Cheng Yun, secondo il quale i punti centrali dovrebbero essere la costruzione economica e l'ideologia (posizione battuta). Cheng accusa apertamente Deng di portare la Cina sulla via dell'URSS, e sostiene (battuto) che bisogna rafforzare la costruzione dell'ideologia rivoluzionaria, aderire al principio di un partito proletario, e rafforzare la fede nel marxismo-leninismo. Deng propone e il Politburo approva: bisogna sviluppare le forze produttive, rafforzare la potenza nazionale e promuovere il livello di vita. Se bisogna contrastare la destra, la priorità è però quella della lotta contro la sinistra. Viene attaccata e messa in minoranza la cosiddetta "nuova banda dei quattro": Song Ring, responsabile dell'organizzazione, Wang Renzhi, responsabile della propaganda, Gao Di direttore del "Quotidiano del Popolo" e He Jingzhi, ministro della Cultura. Tutti vecchi quadri maoisti;

— il 20 marzo si apre la seduta del Parlamento, in un clima di disordine mai visto prima. Apparentemente nel Parlamento la forza della destra estrema è significativamente molto più grande che non nel partito, e ciò non è evidentemente gradito a Deng. Chi è destinato a fare le spese della svolta, in questa sede, è però il primo ministro Li Peng, protagonista di primo piano della repressione di Tien-An-Men. Il suo rapporto è ferocemente emendato (centinaia di emendamenti) e, così corretto, viene approvato in modo molto mitigato. In fondo l'unico vero merito che gli viene riconosciuto è quello di aver fornito una "rappresentazione realistica" della disastrata, del resto relativamente, situazione economico-sociale: Li Peng resterà in carica, ma presumibilmente per poco. La linea fatta passare da Deng nel Politburo, passa a maggioranza (grande numero di voti contrari, di assenti dal voto, ma soprattutto di astensioni). Come si è accennato, gli incidenti più clamorosi sono provocati da una destra che, non senza argomenti demagogici, per esempio l'opposizione "ecologista" alla costruzione (da parte dello Stato) di una grande diga, in sostanza vorrebbe portare la linea di Deng agli estremi. Ma Deng ha troppo bene appreso la lezione polacca e dell'ex URSS, e vuole evitare lo sbracamento più totale.

I voti contrari più significativi si raccolgono confusamente su di una legge sui sindacati, una legge contro la discriminazione delle donne, una legge sui diritti dei deputati, ma soprattutto sulla legge che approva il bilancio fiscale. La vittoria di Deng è per molti versi faticata. Li Peng nel suo rapporto aveva significativamente omesso di citare la priorità della lotta contro la "sinistra", e per questo era stato duramente criticato. Tuttavia il giorno dopo la chiusura del Parlamento (il 4 aprile 1992) il "Quotidiano del Popolo" esce con un articolo che maliziosamente si dimentica della "lotta contro la sinistra". Dunque la battaglia non è conclusa, anche se Deng ha indubbiamente imboccato la dirittura di arrivo in prima posizione. Bisogna vedere quali sono gli aspetti strutturali sottostanti a questi sconvolgimenti politici.

Alcuni elementi strutturali

La Cina è il paese del Terzo Mondo che ha il più grande potenziale economico, un potenziale economico ancora quasi completamente intatto, nonostante gli sconvolgimenti politici che hanno investito tutti i paesi ex socialisti. La Cina è in corsa per divenire nel prossimo decennio una delle dieci più grandi potenze economiche nel mondo e, in un senso o nell'altro (affermazione del potere di un blocco sociale nazional-compradore asservito alla borghesia imperialista o ripresa del processo di costruzione del socialismo), un modello di organizzazione politico-sociale per tutto il Terzo Mondo. La prospettiva più improbabile è quella che il potere vi venga preso da una borghesia nazionale, espansiva in senso imperialista, in grado di concorrere con la borghesia imperialista occidentale. Deng e i suoi collaboratori lo sanno, e perciò sono lungi dal volersi avviare su una via gorbacioviana (relativo "centrismo" di Deng). La Cina si è fermata sulla soglia di una Grande Depressione di stile russo. Il futuro è quanto mai problematico, come del resto per tutto il Terzo Mondo.

Prodotto nazionale

Il Prodotto Nazionale (nonostante le difficoltà di lettura delle statistiche cinesi, sia che provengano da fonti interne che da fonti internazionali) non ha mai subito una diminuzione, sia nel periodo maoista che in quello denghista.

 

— 1965-89: media + 5,7%

— 1980-85: media + 10%

— 1981: + 7,5%

— 1986: + 7,5%

— 1987: + 9/10%

— 1980-89: media circa + 8%

— 1989: + 4%

— 1990: + 5%

— 1991: + 7%

— 1992: (stima) + 4,5%

— piano quinquennale 1991-95: stima + 6% all'anno

Produzione industriale

La produzione industriale (in quantità materiali) mostra un incremento maggiore di quello del Prodotto Nazionale complessivo (contrariamente ai paesi capitalisti): 1991: + 14% (l'industria copre il 48% del P.N., nonostante assorba solo il 17% della popolazione attiva).

Inflazione

Il tasso di inflazione sembra relativamente elevato, specialmente nel periodo del rallentamento delle riforme denghiane:

 

— 1987: 8,8%

— 1988: 20,7%

— 1989: 16,3%

— 1990: 2,1%

— 1991: 10%

— 1992: (stima) 7%

Ciò può essere spiegato con il fatto che l'equipe di Li Peng (come abbiamo detto, una sorta di centro-sinistra) è stata, ed è, particolarmente affezionata alla difesa della industria di Stato che abbisogna di un consistente finanziamento da parte del bilancio di Stato. Ad ogni modo i tassi di inflazione relativamente elevati sembrano non ostacolare in prospettiva lo stabilimento di un cambio fisso col dollaro nordamericano sul mercato internazionale. Questioni su cui subito ritorneremo.

Disoccupazione

È molto difficile valutare realisticamente la disoccupazione cinese. I tassi ufficiali (sulla forza di lavoro) appaiono relativamente modesti:

 

— 1987: 2%

— 1988: 2%

— 1989: 3/4%

— 1990: 2,5%

 

Ma nello stesso tempo in valori assoluti si parla di 20 milioni di operai disoccupati, e per quanto riguarda le campagne qualche fonte parla di oltre 200 milioni di contadini senza lavoro. Ora bisogna considerare che la riforma denghista, iniziata nel '78, è consistita soprattutto in una controriforma agraria, cioè in una restaurazione della proprietà individuale o familiare della terra, e a una apertura dei mercati "liberi" dei prodotti agricoli. Il che ha portato a un discreto aumento della produzione cerealicola ma, nello stesso tempo, a una massiccia espulsione di forza lavoro dalle campagne (fenomeno noto come quello dei contadini migranti da regione a regione e della formazione di un grande sottoproletariato urbano).

Diversamente la politica denghista della "porta aperta" al capitalismo nelle Zone Economiche speciali (Guang Dong e Shanghai in modo particolare) non ha veramente inciso sulla occupazione operaia nell'industria di Stato (base di classe del partito comunista). Il tentativo di affossare le imprese industriali di Stato deficitarie da un punto di vista capitalistico (calcolo economico sulla base della mercificabilità e non della quantità materiale della produzione) attraverso una nuova legge sui fallimenti (approvata nel 1988) è stato paralizzato nella fase lipenghista, e debolmente ripreso alla fine del '91. Il che comporta che il finanziamento pubblico delle imprese industriali di Stato (circa 40.000 grandi imprese, di cui circa 1/3 in passivo) è continuato e sta continuando, anche dopo il rilancio del riformismo denghista nei primi mesi del '92. La dottrina ufficiale vuole che le imprese deficitarie vengano risanate attraverso il loro raggruppamento, una sorta di "ristrutturazione" socialista, il che comporta una rilevante garanzia per l'occupazione operaia.

Oggi viene comunemente detto che l'economia cinese è profondamente divisa in due settori contrapposti.

Da una parte l'economia della costa (specialmente Shanghai e Guang Dong), dove si sviluppano le imprese private nazionali ma soprattutto miste (capitale nazionale e capitale straniero) operanti con tassi di sviluppo vicini al 30% all'anno e la cui produzione è destinata per il 50% all'esportazione. La borghesia cinese di queste aree ha di giorno in giorno più i caratteri della borghesia compradora, con qualche coloritura "nazionale", i cui modelli sono i "quattro dragoni"2. La sua maggiore forza è naturalmente il basso costo della mano d'opera rispetto al centro imperialista che è il suo cliente fondamentale. Il centro-destra di Deng attribuisce la massima importanza a questo settore.

Dall'altra parte il sistema delle imprese di Stato, oltre 40.000 grandi imprese, fra le quali la grande parte del sistema industriale. Un buon terzo di queste imprese opera in deficit e dipende strettamente dal bilancio dello Stato. La borghesia cinese di questo settore ha tutti i caratteri di una nomenklatura "nazionale", tendenzialmente costituita in "borghesia di Stato" di tipo brezneviano revisionista. Quello che bisogna tenere presente è che su questo settore di classe un partito comunista in cui la sinistra maoista è ancora abbastanza forte esercita una influenza ancora relativamente importante (il PCC è lungi dall'essere "interdetto di attività" come il PCUS) grazie ai suoi legami solidi con la classe operaia. Grosso modo, asse del centro-sinistra di Li Peng.

Bisogna infine considerare che le campagne, grazie alle riforme denghiste, sono da tempo in fase di progressiva kulakizzazione, dando vita a una classe di contadini sfruttatori dei mercati "liberi", specialmente urbani. Una classe fatalmente destinata a una alleanza con i compradores della costa.

Dunque oggi in Cina è in corso un conflitto grave e di grande dimensione (che ha in parte aspetti in comune con la evoluzione della situazione indiana dopo la scomparsa della dinastia Gandhi nel '91) e che fornisce le coordinate fondamentali per la lettura della situazione in tutto il Terzo Mondo, come cercheremo di verificare in una nota successiva.

Nota sullo "stalinismo" come errore di linea e sul "revisionismo" come espressione della lotta di classe

Secondo i trotzkisti lo "stalinismo" è una espressione della lotta di classe fra la nuova classe della "burocrazia" e la classe proletaria. Secondo noi questo è un errore. La "burocrazia" non è una classe in senso proprio, se non quando la sua piena disponibilità dei mezzi di produzione non ne fa duramente e semplicemente una "borghesia di Stato" (nel senso che non è giuridicamente proprietaria dei mezzi di produzione, i quali rimangono giuridicamente di proprietà dello Stato). In generale qualsiasi regime di dittatura proletaria ha bisogno di servirsi di una "burocrazia" per la amministrazione dell'economia del paese, e ciò anche nei casi dello sviluppo più avanzato possibile di strutture di tipo consiliare, sovietiche. La cuoca capo di Stato è un bel caso limite del progetto, della immaginazione politica progressista, ma niente di più. Il problema è quello di sottoporre la necessaria "burocrazia" al controllo politico degli organismi consiliari, sovietici del proletariato. Ora lo "stalinismo" ha dovuto affrontare (per ragioni che vanno a suo luogo studiate) una situazione in cui gli organismi consigliari sovietici, erano in una fase di deperimento. Al posto di forzare una rivitalizzazione degli organismi consiliari perché esercitassero il dovuto controllo sulla "burocrazia" (come ha fatto Mao con la rivoluzione culturale), lo "stalinismo" si è affidato ai quadri più sperimentati e di sicura fede comunista per esercitare un controllo di tipo amministrativo. Col risultato di fallire l'operazione e di lasciare spazio alla "burocrazia" di costituirsi in classe di "borghesia di Stato". In generale gli obiettivi perseguiti dagli "stalinisti" sono stati sempre corretti, ma il metodo si è dimostrato radicalmente inefficace. È questo che chiamiamo un errore di linea. Di contro il "revisionismo" è l'ideologia di tipo nazional popolare che caratterizza la borghesia di Stato in paesi usciti da una esperienza fallita di costruzione del socialismo/comunismo.

Le parentele del "revisionismo" con la vecchia socialdemocrazia dei paesi del centro imperialista sono evidenti. La necessità di governare un livello minimo di consenso sociale induce sia revisionisti che socialdemocratici a fare un uso disinvolto del denaro pubblico per alimentare strati privilegiati di proletariato e strutture clientelari e mafiose di ogni genere. Il loro nazionalpopulismo li apparenta d'altronde a vari fascismi "di sinistra", ben noti e diffusi nel Terzo Mondo e in qualche modo alle frazioni di "sinistra" dei fascismi storici europei. Se la tesi della continuità organica fra socialdemocrazia e fascismo è stata certamente errata (teoria del "socialfascismo"), queste sfumature di parentela restano nondimeno innegabili. La discussione sulle differenze fra socialdemocrazia e revisionismo si rivela infine una vana questione di parole, come quella delle differenze fra revisionismo, socialdemocrazia e nazional populismo. Nomi diversi per esperienze provenienti da processi storici quanto mai diversi, ma le cui parentele (e i loro limiti) non sono per niente misteriosi. Dunque se le debolezze di linea del leninismo-stalinismo hanno certamente favorito la affermazione del suo nemico (e non del suo omologo), il revisionismo, la bancarotta revisionista non può significare in alcun modo la smentita storica degli obiettivi giusti contro cui il leninismo-stalinismo si è battuto: revisionismo, titoismo ecc. Su questo terreno l'esperienza del maoismo si è spinta più avanti, teorizzando e programmando le mille rivoluzioni culturali e prevedendo l'andamento zigzagante di questa lotta. Dalla evoluzione della quale l'unico esito finale in definitiva escluso è quello della vittoria storica delle borghesie di Stato, revisioniste, socialdemocratiche o nazional popolari che siano.

Il fatto che la Cina abbia vissuto profondamente l'esperienza maoista fa sì che la lotta che attualmente vi si svolge sia incanalata su binari più solidi che dovunque altrove e che il suo esito tenda a costituire un caso esemplare a livello planetario.

NOTE

1 Può essere a ragione considerata una ingenuità quella di definire i periodi storici sulla base delle date di nascita e di morte di personaggi politici rappresentativi. Tuttavia questa ingenuità appare meno ingenua, se si considera che i "personaggi rappresentativi" sono tali non tanto perché siano i fabbricatori della situazione dei loro tempi, quanto perché sono essi stessi a divenire rappresentativi per il fatto che la situazione, nei suoi mutamenti, li sceglie come simbolo o immagine dei suoi caratteri specifici. Così il fatto che Stalin sia morto nel '53 e Mao nel '76 finiscono per costituire qualcosa che esprime sinteticamente un reale cambiamento della situazione.

2 Singapore, Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, in un altro testo Sergio scrive: "Ai giorni attuali gli esempi più rilevanti di paesi asiatici sulla via di seguire il modello dei quattro dragoni, cioè di uno sviluppo capitalistico nel quale convivono, in modo più o meno conflittuale, borghesie compradore e borghesie nazionali/di Stato, sono quelli della Thailandia e della Malesia... Si tenga presente che, contrariamente ai paesi dell'America Latina che pure costituiscono dei poli di sviluppo capitalistico (Argentina e Brasile), i quattro dragoni ed i loro parenti Asiatici non hanno seri problemi di indebitamento con l'estero, e che la sovrabbondanza di mano d'opera a basso prezzo che ha giustificato la prima fase del loro sviluppo capitalistico (e la loro capacità di attrarre capitali industriali della borghesia imperialista "occidentale" nel processo di decentralizzazione dell'industria manufatturiera) è ormai venuta meno, provocando un costante aumento dei salari degli occupati, una diminuzione sensibile del tasso di disoccupazione e minacce di incremento dei tassi di inflazione (incremento già verificatosi in sud Corea), finora modesti o comunque accettabili." [n.d.r.].

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