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Se l'aquila ferita vola rasoterra non vuol dire che per questo sia diventata una gallina

Se l'aquila ferita vola rasoterra non vuol dire che per questo sia diventata una gallina

pubblicato su "Assemblea", marzo '84

La volontà (di molti che si dicono comunisti) di annunciare la fine di un'epoca, di lavarsi le mani da ogni responsabilità (quanto meno per il presente e per il futuro) produce molte sintesi affrettate verso nuove metafisiche, che si pongono a filo di lama fra la versione borghese conservatrice del trionfo dell'"individualità contro il collettivismo" (con strizzatine d'occhio fino alla "nuova destra estrema") e la versione moderna (cioè postmoderna) dell'individualismo "eversivo".

Un'astrazione (qualche volta simbolo) — l'individuo — viene una volta di più venduta come la realtà, senza molto faticare, per lo più andando a prestito di prodotti già confezionati, da tempo in offerta speciale. Si evita così un serio bilancio di ciò che è stato vissuto e pensato nel passato remoto e prossimo sul rapporto fra individuo e organizzazione e sul rapporto di questa contraddizione con il progetto di una "transizione" che resta accuratamente maldefinita.

Così, barcamenandosi fra 1984 e Mondo Nuovo, e dopo aver straparlato di materialismo dialettico, si finisce col cambiare cavallo e balzare in groppa all'"individualità liberata". Vizio invero non nuovo della generazione sessantottina che, al posto di parlare di se stessa, per non scoprirsi a sinistra (anzi per "sfondare" a sinistra) deve rappresentarsi come generale, anzi universale. Si conosce l'insofferenza atavica dei sessantottini per l'"ortodossia marxista" ed è meglio perciò rinunciare ad argomentare sulla base degli assunti "classici" sul rapporto "essere-coscienza". Meglio restare piuttosto al terreno delle influenze nefaste e paralizzanti che questi discorsi esercitano sul dibattito rivoluzionario, non tanto o solo sul terreno delle teorie del linguaggio, quanto soprattutto nelle conseguenze politiche.

In questi discorsi, che danno le classi già in via di estinzione, sarebbe la individualità, meglio se nella forma trasgressiva e violenta, a giocare il ruolo protagonista. Per cui non ci sarebbe più da rompersi il capo per riuscire a far pendere il piatto della bilancia a favore del proletariato, attraverso l'organizzazione cosciente.

Il processo organizzativo o di ricomposizione politica del proletariato non si darebbe più attraverso la negazione della propria sorte privata e la sua identificazione in quella della classe, ma per affinità. Ed in definitiva chi abbia affinità da vendere e individualità forte da imporre, è facile immaginarlo: è l'intellettuale, che a differenza della massa ha il gusto dell'originalità.

Bisognerebbe, secondo questi discorsi, farla finita con il "finalismo spersonalizzante" che ci impedirebbe di vivere come soggetti trasformati/trasformanti il nostro presente e, soprattutto, bisognerebbe farla finita con la macchina organizzativa che ci stritola come individualità e con la "politica rivoluzionaria" che cattura e piega i voli della trasgressione alle esigenze della liberazione proletaria. Si assiste insomma a un processo, questo sì all'interno e contro gli interessi del proletariato, di recupero dell'individualismo liberato, che — a differenza di quel che avviene per gli ex "gauchistes" francesi — non è rivendicato come teoria e pratica tollerante di e per "soggetti borghesi", ma (da parte degli italiani) piuttosto legittimato come "rivoluzionario e comunista".

Questo (invero poco nuovo) scenario teorico è dominato da una notizia a mo' di prefazione: lo stato borghese ha sconfitto le organizzazioni armate degli anni Settanta (informazione questa davvero poco contestabile sul piano militare, anche se assai più equivoca sul piano politico) e con esse l'intera esperienza di lotta e di organizzazione del proletariato di una intera epoca storica. La prova ne sarebbe per alcuni che la borghesia è più che mai padrona del campo, per altri che non sarebbe neppure più sul campo, obsoleto lo stesso suo concetto. Ma, a nostro avviso, è proprio questo messaggio che si vuol far discendere dalla scarna notizia sulla sconfitta delle organizzazioni armate a mancare di fondamento, al primo esame un po' più attento. Come giudicare se il ruolo storico positivo della borghesia esprima ancora una capacità di conquistare spazi e di manifestarsi secondo una sua propria logica incontrastabile, secondo alcuni perfino producendo i post di se stessa come classe, o invece se la coniugazione di crisi e di antagonismo proletario in atto lo ridimensioni e deformi costantemente, disgregandone la coerenza interna, anche se non vi può essere alcun ragionevole dubbio che la borghesia ha oggi il potere?

Certo la vittoria sulle organizzazioni armate ha costituito un punto importante del processo borghese. Ma non ha costituito l'essenza del progetto stesso e non lo esaurisce. Dunque non si tratta di una misura sufficiente. L'essenza del progetto politico della borghesia va vista nella stabilizzazione del rapporto di produzione capitalistico e di conseguente subordinazione del proletariato delle "città", attraverso una equilibrata mescolanza di bastone e carota, secondo una ricetta adatta ai tempi delle grandi concentrazioni urbane, della stagnazione-crisi (quando di carota ce n'è poca), degli incombenti rischi di guerra planetaria. Non sembra che si possa dire che questo elemento essenziale del progetto politico della borghesia si sia realizzato come conseguenza della sconfitta delle organizzazioni armate. Non si può dire che né la fase ascendente del ciclo, né la fase di stagnazione lunga e di crisi abbiano prodotto sistemi di "carota" coerenti. Non si tratta tanto di paragonare livelli assoluti di consumo, quanto piuttosto di valutare l'efficacia di dinamiche relative, di sistemi di valori di consumo. E qui non sembra contestabile che la borghesia ha fatto cilecca: non c'è stata negli ultimi decenni, e non c'è in questa fase di crisi, dinamica relativa dei consumi proletari che non produca costantemente frizioni, contestazioni, antagonismo. Ma neppure l'ingrediente del "bastone" ha dato luogo a un sistema coerente ed efficace. Non è, in effetti, l'estensione della carcerizzazione e del c.d. "controllo sociale" che dà la misura della efficacia del "bastone" (forse addirittura si potrebbe dire il contrario). È l'efficacia della minaccia di annientamento nel far piegare la schiena e cucire la bocca che ne è la vera misura. Si può dire che le schiene si siano piegate e le bocche siano cucite? Sono evidenti le difficoltà del momento, la pericolosità di tutte le "operazioni transfughi", e non è il caso di peccare di trionfalismo. Ma sembra piuttosto vero il contrario e sembra anche verificata la vecchia massima: "dove c'è oppressione, là vi è ribellione". Lo stesso uso abnorme del pentitismo e della dissociazione militare sono più una prova dell'incoerenza del sistema del bastone, che del contrario.

Non ci si vuole affatto riferire al pur diffuso ribellismo, individualismo, anarchismo ecc. che non sono i sintomi dell'antagonismo, ma piuttosto il contrario: elementi di ideologia borghese e strumenti di governo delle classi subalterne: un po' di carota grattugiata.

Si tratta invece della tensione proletaria, questa sì storica e attuale, alla riappropriazione del prodotto del lavoro, dello spazio e del tempo della vita. Tensione che specialmente nella crisi interpreta la possibilità del superamento del binomio reddito/salario e quindi esprime la transitorietà stessa del rapporto di produzione capitalistico. Tensione che smaschera anche il preteso ruolo tecnico e neutrale delle gerarchie sociali.

Ancora una volta: non si tratta delle tesi sul rifiuto del lavoro e dell'antiautoritarismo estetizzante, che sono solo sottoprodotti del ribellismo e dell'individualismo borghesi; elementi di debolezza e non di forza in seno al proletariato. Ma dell'esigenza di una progettualità collettiva radicalmente alternativa al progetto borghese, cioè della lenta ma costante maturazione nella coscienza proletaria di una cultura della "transizione" (cioè della consapevolezza non solo della necessità della rivoluzione, ma anche della sua possibilità). In questo contesto la sconfitta delle organizzazioni armate può ben essere considerata "episodica", nel senso che non ha modificato profondamente le tendenze di fondo. Invero è proprio sul terreno del linguaggio parlato (oggetto di analisi ora molto alla moda) che queste tensioni presenti nel proletariato dentro la crisi si esprimono ancora debolmente. I presunti conflitti nell'area linguistica (la c.d. trasgressione linguistica) raramente escono dall'ambito del puro conflitto apparente, tutto interno all'ambito del sistema della parola borghese. Ed è su questo terreno che i maggiori sforzi debbono essere fatti, e, in questo senso, giustamente si richiama da più parti l'attenzione sul problema del "dare la parola" alla realtà di classe. In definitiva sul problema della comunicazione antagonista. La sconfitta delle organizzazioni armate degli anni Settanta, non vuol dire neppure nulla in relazione ai grandi problemi, questi sì storici ed epocali, posti dalla violenza essenziale con cui sono conservati i rapporti di produzione capitalistici. Probabilmente nella sconfitta di certe esperienze di lotta armata e clandestina può essere visto piuttosto il fallimento di qualche ricetta-scorciatoia adottata e sperimentata anche su spinte di suggestioni culturali borghesi. Talora perfino trappole.

Ma resta innegabile che queste esperienze hanno fatto definitivamente luce nel cuore stesso della metropoli sulla logica ultima percorrente fin da ora il presente del conflitto sociale.

I grandi problemi, quelli storici ed epocali, non solo restano posti nella loro interezza, ma sono di giorno in giorno posti in modo più acuto.

È gran tempo di fare a meno delle scorciatoie e delle distrazioni chiacchierine del "marxismo critico", linfa rivitalizzante della socialdemocrazia.

È gran tempo di smettere di sbandierare come programma massimo il nostro "io" malconcio.

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