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Il gioco e le candele

Il gioco e le candele

Intervento per il processo BR di Torino pubblicato sullo "Speciale Controinformazione", aprile '81

Gli imputati che in questo processo respingono la imputazione di appartenenza alla "banda armata Brigate Rosse" sono numerosi. E la loro posizione politico-processuale sarà presumibilmente di fatto assai diversa da quella che i giudici che hanno condotto l'istruttoria hanno voluto far ritenere, in numerose dichiarazioni alla stampa.

A mio parere la posizione politico-processuale di questi imputati rappresenta l'elemento più interessante del processo.

Secondo i giudici istruttori di Torino (autori della istruttoria da cui nasce il processo), la punta avanzata del gruppo degli imputati sarebbe rappresentata da una decina di "militanti del pentimento", capeggiati dal noto Peci. Seguirebbe il grosso, comprendente piccoli pentiti ma sinceri, mezzi pentiti, pentiti di essere pentiti ecc. In coda, un gruppetto di brigatisti, dichiarati, isolati da tutti gli altri.

A mio parere le cose non stanno così. Anzi stanno in modo del tutto capovolto. La gran parte degli imputati che respingono la imputazione di appartenenza alle BR hanno certamente molti elementi politici e anche di atteggiamento processuale che li distinguono dal gruppo degli imputati che si dichiarano militanti delle BR. Tuttavia con questi ultimi hanno anche degli elementi in comune, sia di dibattito politico che di atteggiamento processuale: elementi che invece li dividono radicalmente dal manipolo dei "militanti del pentimento", capeggiati dal noto Peci.

Questa premessa è indispensabile per capire l'atteggiamento processuale di molti imputati che — pur difendendosi dalle accuse loro mosse — rifiuteranno di tenere il processo per un luogo di legittimo confronto politico.

Rifiuteranno perciò di giustificarsi attraverso la enunciazione delle loro opinioni (che non intendono sottoporre a giudizio del tribunale) e perciò di farsi misurare a seconda di quanto riescono a "distanziarsi" dalle BR. Si sa che questo atteggiamento processuale spesso viene considerato esso stesso un grave indizio a carico dell'imputato. Ma forse potrebbe essere quella di questo processo una buona occasione per evidenziare come ciò sia frutto di mera malafede. In effetti è un diritto dell'imputato rifiutare il contradditorio su ciò che non è né può essere oggetto del processo (le opinioni).

Ma per molti imputati vi è di più. Vi è una ragione politico-processuale in positivo che li indurrà a rifiutare questo genere di contradditorio politico; una ragione riconducibile alla collocazione di classe degli imputati. Collocazione che ben può essere apertamente rivendicata ed essa si è esplicitamente affermata.

Del resto i giudici lo sanno. Lo sanno per primi. Il 99% degli imputati che essi giudicano, in tutti i processi che celebrano, appartiene alle classi sociali "inferiori", le classi subalterne. Davanti ai giudici questo 99% di imputati di solito fa la commedia, si affida alla giustizia, piange, protesta per la propria innocenza, esalta (anche per bocca dei difensori) le virtù del codice penale e della costituzione. Ma i giudici lo sanno per primi. In verità questo 99% di imputati non ha nulla a che vedere con la logica, le virtù e i valori del codice penale e della costituzione.

Virtù, valori e logica di classe di questo 99% di imputati sono di tanto diversi, che i giudici farebbero troppa fatica a capirli, e così preferiscono fare come se non esistessero, e si accontentano della commedia.

Per molti degli imputati di questo processo, la logica, le virtù e i valori delle classi subordinate, quelli che i giudici non farebbero neppure lo sforzo di capire, sono importanti, spesso ragione di vita.

Per questi imputati non avrà perciò senso prostituire in una inutile commedia cose che fanno parte della loro stessa vita.

Presumibilmente perciò non discorreranno di "politica" con i giudici, non pretenderanno di "convincerli" della bontà di alcunché. Si limiteranno a esigere che i giudici si attengano alle regole che essi pretendono di servire. Non perché queste regole valgano poi molto, ma affinché — come si suol dire — si sappia una volta per tutte "di che morte si deve morire".

Ed avranno ragione di pretendere che la torva malafede di qualche giudice in mancanza di argomenti non affermi che questo atteggiamento nei confronti della giustizia (che significa solo esigere il rispetto delle regole che questa stessa giustizia pretende di avere) sia una prova di appartenenza alle Brigate Rosse.

Chi i tribunali li frequenta sa bene che in questo modo si rende solo esplicito ciò che è implicito nella commedia che molti proletari tutti i giorni si ritengono in obbligo di recitare davanti a chi li giudica.

Le caratteristiche generali di questo processo (che chiameremo TO/81) si possono descrivere per differenza rispetto al processo BR TO/78 da una parte, e per differenza/somiglianza rispetto al processo di Genova del 19801.

In prima approssimazione queste differenze/somiglianze si possono sintetizzare come segue. Nel processo TO/78 il ruolo dominante è costituito da imputati che si dichiarano appartenenti alle BR, che, anzi (a torto o a ragione) verranno in seguito identificati come il "nucleo storico" delle BR. Invece nel processo GE/80, nessuno degli imputati si dichiara delle BR, anzi tutti si identificano in una generale collocazione "di classe" o "di movimento". L'esito del processo sarà poi ampiamente contestato dai CC, come del resto, seppure in misura minore, una analoga contestazione c'era stata contro l'esito del processo di TO/78.

Ora, in questo processo (TO/81) vi è un nucleo di imputati, relativamente ristretto, che si dichiara delle BR e un gruppo, molto più numeroso (almeno a considerare gli atti istruttori) che si identifica politicamente come "classe" o come "movimento". Dovendosi intendere per "movimento" una particolare manifestazione politica di classe (ma su ciò sarà necessario tornare), manifestazione politica in relazione alla quale, almeno in parte, si deve procedere alla stessa determinazione delle BR come organizzazione. Un problema sul quale sono possibili più questioni di quanto in genere si voglia far credere.

L'isolamento degli imputati BR dichiarati, da un'area di classe e di "movimento", come se fossero pazzi e criminali, è stato uno degli obiettivi principali della stampa di regime dei primi processi BR, e ancora e in particolare in quello TO/78. A questo scopo la stampa stessa dovette — per realizzare la differenza — riscrivere una immagine del "movimento", come fenomeno di massa e pacifico, abrogando tacitamente la immagine elaborata in precedenza di "movimento ultraminoritario e violento". Tale ultima immagine caratterizzava le polemiche del decennio '65-'75. Ora in verità entrambe queste immagini sono solo strumenti polemici, entrambe assai poco rispondenti alla realtà dei fatti. A questo solo fine e in poche parole si può tentare una determinazione più adeguata di quell'insieme di comportamenti sociali antagonisti negli anni '60-'70, al di fuori delle strutture storiche della opposizione di classe (PCI-PSI-sindacati).

Non è qui possibile fare un'analisi di questo "movimento", delle sue origini e della sua evoluzione, anche per evitare di inserire per questa via, in una riflessione che riguarda uno specifico processo, quegli elementi di confronto politico che gli imputati stessi intendono lasciare fuori dal processo. Mi limito perciò a richiamare l'attenzione sui problemi posti dalla presenza/assenza nel movimento delle caratteristiche: "di massa" e "pacifico". "Di massa" di solito ha un significato quantitativo e uno qualitativo. Dal punto di vista quantitativo si tratta di una determinazione di valore molto opinabile e che si può lasciare senza danno alle speculazioni dei giornalisti dediti a "contare" il numero dei partecipanti alle manifestazioni. Più interessante è il significato qualitativo della caratteristica "di massa". In genere si dice di massa quel movimento le cui motivazioni e i cui obiettivi non sono i più alti possibili dal punto di vista delle ultime opzioni ideali, ma si situano a un livello medio, tale da consentire il coinvolgimento di soggetti che anche divergano tra di loro a livello delle ultime opzioni ideali. E, per questo, è potenzialmente idoneo a coinvolgere un maggior numero di persone di quante possano essere coinvolte in ordine a omogeneità e coerenze rilevanti le ultime opzioni ideali. Ora, quali che siano le sue più lontane origini, il "movimento" degli anni '60-'70 ha avuto indubbiamente i caratteri propri di un movimento di massa in molte delle sue articolazioni (politico-sindacali di fabbrica, di quartiere, di scuola...). Ha dimostrato la sua capacità di influenzare anche le organizzazioni storiche della sinistra in ordine a questi obiettivi "di massa". Non si può ragionevolmente negargli questa caratteristica.

Per quanto riguarda il carattere di "pacifico", è indubbio che il movimento '60-'70, in generale, ha dato luogo a numerosi episodi di violenza. Non solo nel senso che ha "provocato" la violenza delle "forze dell'ordine", ma anche nel senso che ha direttamente usato la violenza. Si può ben dire che per lo più si è trattato di una violenza che richiedeva un non altissimo livello di organizzazione e che poteva coinvolgere così senza difficoltà un numero relativamente elevato di persone. Per cui in un certo senso è vero che si poté parlare di "violenza di massa" e nella maggior parte dei casi di non più che di un minaccioso atteggiamento preannunciante violenza da parte di numerose persone. A regola queste caratteristiche potrebbero anche legittimare la qualifica di "pacifico" del movimento. Almeno nel senso in cui può dirsi pacifico un movimento sociale di opposizione al potere, in qualsiasi caso. In questi termini certamente nulla avevano capito quei giornali e quei tribunali che negli anni del "movimento" (che ora ricordano quasi con nostalgia) lo qualificavano ultraminoritario e violento, mentre oggi lo gratificano, qualificandolo "di massa" e "pacifico" (oltre che ovviamente "defunto").

Avrebbe perciò senso contrapporre le organizzazioni armate al movimento fino al punto di negare ogni contiguità politica dei due fenomeni, fino al punto di approvare il secondo per le stesse ragioni per cui si disapprovano le prime? Per la verità c'è ormai qualcuno che, prudentemente, sta provando a varare la tesi: "la colpa del terrorismo è del '68", lasciando però sempre alquanto oscuro il problema di determinare allora di chi sia la colpa del '68.

Questa è una questione che interessa inevitabilmente il processo di cui ci stiamo occupando: è ben vero — e in questi tempi più che mai è possibile accorgersene — che molti, moltissimi grilli parlanti di quegli anni Sessanta e Settanta, manifestarono allora atteggiamenti molto battaglieri, ora per nervosismo, ora per dannunzianesimo ritardato, ora per contingente ricerca del plauso delle (per così dire) folle; spesso autoinvestendosi di un magistero rivelatosi alla luce dei fatti grottesco e irresponsabile. Pronti a miti e ragionevoli consigli, una volta terminata la proiezione del film, e vistisi presentare il conto dell'abbuffata.

Ma non è questo personale vincolo politico che ci interessa. Ci interessa dire poche parole sulla legittimità odierna di quella stampa e di quei tribunali che formulano il loro "giudizio" sulle organizzazioni armate, quasi esclusivamente per "differenza" rispetto alla storia della lotta di classe e alla più recente cronaca del "movimento".

Mi sembra possibile affermare che in buona parte degli orientamenti del pur composito movimento, sotto le più varie etichette, è stato presente un radicale antagonismo al potere e alla realtà sociale di cui il potere (questo potere) è manifestazione. Un radicale antagonismo tutt'altro che nuovo alla lotta di classe e alla sua storia, ma del tutto estraneo ai più recenti orientamenti della c.d. "sinistra storica". Ciò doveva essere ben chiaro — all'establishment durante il decennio '65-'75, e certo da ciò derivò la necessità di attaccare come minoritario e violento (se non addirittura fascista) il movimento finché apparve vivo; necessità non più sentita oggi, che appare morto.

Apparve in quel decennio chiaramente la conseguenza inevitabile a cui l'antagonismo di classe nelle sue forme più radicali, fra l'altro, portava: il tema della violenza nel conflitto. Apparvero anche chiare le radici storiche e internazionali di questa consapevolezza.

A questo punto l'uso del termine "movimento" richiede un ulteriore approfondimento. Il "movimento" ha assunto corporeità materializzandosi in antagonismo, trasgressione rivoluzionaria, ribellismo, sapendo cogliere, accomunati in un "sentire comune di sinistra", bisogni immediati della classe operaia, traducendoli in slogan e parole d'ordine ancora vive nel ricordo e nella pratica di lotta del proletariato. Ma in questo senso, il "movimento" resta datato epocalmente nel decennio '65-'75.

Dal '75 si impongono delle distinzioni. In parte consistente esso è stato ricondotto dalle pratiche del potere a un ambito di opinione, a una concezione di vita libertaria e anarchica ma compatibile col sistema, respinto su posizioni sempre più avulse dalla realtà del conflitto di classe, che lo hanno portato al rinnegamento della politica in una individualistica ricerca di "un'isola dorata in una società di merda", costretto tutt'al più a interrogarsi su come essere contro il potere senza ricorrere all'uso della violenza. Le componenti più aristocratiche hanno individuato nel parlamentarismo l'unica residua forma di lotta politico-ideale, mentre nelle fasce di emarginazione sociale e del sottoproletariato si individuava in modo effimero un nuovo soggetto rivoluzionario con connotati di classe, in quella astrazione che si è rivelata la figura dell'operaio sociale.

È indubbio che un certo numero di imputati assume come suo patrimonio (perché percorso politico obbligato dalla propria maturazione politica) l'esperienza del movimento. Ciò non rappresenta comunque un connotato esauriente. Prendiamo la questione dall'altra parte del movimento: quella che si è mossa, per modo di dire, "diffusamente e sott'acqua" (cioè non attraverso grandi espressioni di sintesi e senza cercare momenti di legittimizzazione da parte del potere), senza per questo identificarsi con le organizzazioni armate e clandestine. È innegabile, e la composizione sociale degli imputati in questo processo lo dimostra, che da questa area è emerso un dato nuovo, sconcertante (anche se non più di tanto) per il potere, ma sicuramente traumatico per la sinistra storica: l'alto numero di proletari che rivendicano una milizia presente o passata nelle BR.

Il disperato e patetico tentativo dei partiti storici della classe operaia di negare una milizia proletaria nelle organizzazioni armate cade miserevolmente insieme alle tesi della infiltrazione di elementi estranei alla classe. Si squarcia il velo delle mistificazioni che si erano tradotte in grossolani epiteti (manovrati dalla CIA, rinnegati piccolo-borghesi, folli criminali ecc.). Intendo dire che in quel movimento che non cerca più soprattutto le grandi e spettacolari scadenze di piazza e i leaders carismatici, ma si diffonde e si radica in miriadi di esperienze di base, tanto più fortemente antagoniste quanto meno alla ricerca di legittimazioni istituzionali e paraistituzionali, in quel movimento anche le organizzazioni armate hanno trovato interlocutori, e interlocutori proletari. Si riscopre così la benevola neutralità (verso il "terrorismo") di molta parte della classe operaia, il reale fallimento di scioperi e pretese mobilitazioni di massa contro la lotta armata, di iniziative come quelle dei questionari di massa, del disperato tentativo di mettere in atto una sorta di polizia parallela all'interno delle fabbriche e dei quartieri proletari. Tutti fenomeni che tendono a circoscriversi in ambiti ristretti ed elitari di singoli delegati sindacali o quadri di base dei partiti "storici".

Comunque si voglia giudicare la portata dei vari fenomeni politici intrecciatisi in questi tempi, intorno a questi fatti, certo si è che le immagini del "terrorista senza interlocutori nel movimento delle masse proletarie" ha dovuto essere abbandonato, a pro di analisi più realistiche e più complesse, che da parte di qualcuno sono giunte anche a formali riconoscimenti di dignità politica del fenomeno della lotta armata, sbilanciandosi fino ad apprezzare un percorso ideologico, culturale e politico in particolare dei cosiddetti "nuclei storici" (occorrendo in contrapposizione ai "militanti attuali").

Era inevitabile che dove il "movimento" accentuava le sue connotazioni proletarie, là i nodi delle forme di organizzazione, del ruolo delle avanguardie, dello stesso tema della violenza, venissero al pettine e che questo stesso fosse il terreno, lo spazio nel quale le organizzazioni armate si dialettizzavano e si dialettizzano. Esorcizzare tutto ciò è certamente possibile, ma è certo intellettualmente poco dignitoso.

Non dobbiamo certo ora andare più a fondo su questo discorso. Ci serve averlo accennato solo per dire che il giudice che si sforza di leggere le organizzazioni armate come dei bitorzoli, dei cancri cresciuti mostruosamente su di un tessuto sano che li respinge e che ne è respinto commette innanzitutto una mistificazione intellettuale imperdonabile, che di necessità lo porta a non comprendere il fenomeno che esamina, ovvero (se vogliamo) a mistificarlo in modo grossolano, al servizio di un risultato predeterminato.

Diciamo subito che la mistificazione principale di cui stiamo parlando è quella che impone al giudice di incasellare ogni soggetto che non appaia inserito nella "legittimità" della sinistra storica o nella relativa eresia delle forme più pacifiche dell'ex movimento, in una o altra organizzazione armata, apparendo impossibile o meglio inesistente ogni e qualsiasi luogo diverso da quello della organizzazione armata per collocarvi soggetti animati da atteggiamenti di antagonismo sociale radicale.

Si tratta di quell'antagonismo che storicamente e planetariamente è spesso o sempre coniugato con gli aspetti violenti del conflitto di classe. Il giudice istruttore di Torino mette insieme, necessariamente insieme, l'atteggiamento di antagonismo sociale radicale che "comprende" (sia nel senso di far proprio che nel senso di "capire") la violenza con una soggettività elevata a potenza corrispondente a una milizia organizzata, e oltretutto organizzata in una specifica organizzazione, che egli ha preventivamente descritto come una eccezione nel tessuto sociale. E ciò perché non può e non vuole spiegare l'atteggiamento di antagonismo sociale radicale, se non con una soggettività specialmente perversa, come sarebbe quella corrispondente alla milizia nella particolare organizzazione, preventivamente "demonizzata". A pensiero del giudice istruttore torinese, una soggettività per così dire perversa sì, ma non per questo brigatista, non giungerebbe mai a produrre un antagonismo sociale talmente radicale da "comprendere" la violenza. Portata a questi limiti (in una paradossale sintonia con quanto in sostanza le BR pensano di se stesse), la linea di ragionamento del giudice rivela tutto il suo effetto mistificante di una realtà storica e sociale, ben più vasta nello spazio e nel tempo del "movimento '65-'75" e ovviamente ben più vasta della organizzazione BR.

Ora, ben lungi da me, con questa distinzione, il voler mostrare altra cosa che la contiguità reale — quella che dopo tante negazioni scandalizzate e tartufesche, ora anche qualche osservatore ammette più o meno obtorto collo — fra questa area di antagonismo sociale, episodicamente manifestatasi nel "movimento", e le organizzazioni armate. Il che significa, in poche e riassuntive parole, che la organizzazione armata esiste dentro un tessuto politico sociale piuttosto vasto e che i soggetti che in questo tessuto sono compresi hanno e possono avere con le organizzazioni armate una serie di rapporti, materiali e ideali, politici e organizzativi di assai varia natura e anche contradditori, in ogni caso non sempre penalmente rilevanti, fra i quali ve ne è uno e uno solo che si può identificare legittimamente con la partecipazione alla organizzazione. Qui non voglio fare essenzialmente una questione di rilevanza penale. Per ipotesi, infatti, comportamenti sociali, non legati alla partecipazione a una organizzazione armata, ma cresciuti nel tessuto politico e sociale dell'antagonismo radicale, potrebbero assumere anche forme penalmente assai più rilevanti della stessa partecipazione alla organizzazione stessa (un al di fuori sia politico che giuridico). Quel che ci interessa di sottolineare è che il giudice o non ha capito o finge di non capire questa articolazione, fino al punto di discostarsi dallo stesso schema di fattispecie criminose predisposte dal legislatore che invece (alla sua maniera) questo tipo di realtà aveva ben presente. E di ciò in seguito.

Ma torniamo alle tappe rappresentate dai diversi processi, toccandone ovviamente solo alcuni importanti aspetti.

Abbiamo già visto che nel processo TO/78 gli imputati detenuti rappresentavano il cosiddetto "nucleo storico" delle BR, erano tutti rei confessi (del reato associativo) e svolgevano certamente il ruolo principale nel processo. Gli altri imputati, tutti a piede libero, si presentarono in ordine sparso, e fra di essi emerse politicamente solo il caso di Giovanbattista Lazagna, accusato di essere una sorta di agente reclutatore delle BR Lazagna si dichiarò sempre innocente, pur rivendicando una sua propria personalità politica, dentro la quale spiegava i fatti materiali contestatigli (essenzialmente il contatto con quello che poi si rivelò il provocatore Girotto). Il tema del tessuto sociale e politico contiguo alla organizzazione BR non fu tematizzato dal processo, se non come sfondo biografico dei "capi storici", ma vi aleggiava una "implicita" comprensione del fenomeno. Per fare un esempio, è certo che un eventuale ruolo di consulente personale di altro imputato brigatista (o preteso tale), ruolo assunto da Lazagna per mere ragioni di contiguità politica, sarebbe risultato comprensibile al di fuori della finzione di una sua "partecipazione alle BR". In queste forme il concetto di contiguità non criminale, più o meno implicitamente, si presentava in quel processo.

Questo concetto ebbe i suoi riflessi anche nella immagine stessa che ne uscì della organizzazione BR. In generale la distinzione fra organizzatori e partecipanti seguì una linea aderente al profilo della specificità e intensità del dolo, diverso e diversamente intenso nelle due fattispecie — con la eccezione che la titolarità di "basi logistiche" si volle automaticamente identica alla qualifica di "organizzatore" (decisione assai contestata e contestabile). Col risultato di alcune derubricazioni e di qualche scarcerazione per decorrenza dei termini. Dando così luogo al primo caso di brigatisti confessi e condannati come tali e in libertà. Ciò diede vita alle prime polemiche contro una magistratura la quale apparve ancora della idea (diversa da quella dei CC) che non tutte le incriminazioni legate a un processo BR comportassero la condanna all'ergastolo. E che perciò fosse del tutto concepibile la idea del brigatista confesso, condannato e libero (senza essere ricoverato in un manicomio). In qualche modo questo tipo di decisione indirettamente avallava l'esistenza di quel tessuto sociale che a suo tempo aveva nutrito i futuri brigatisti e che avrebbe potuto riassorbirli come ex brigatisti, senza che si fossero pentiti, ma anche senza per questo essere automaticamente riassorbiti nelle fila dell'organizzazione.

Il processo GE/80 fu in qualche modo la prosecuzione di questa parte del discorso, marginale a Torino ma principale a Genova. I CC a Genova avevano voluto sperimentare una equazione del tipo movimento uguale contiguità uguale partecipazione alla organizzazione armata, con il blitz del '79. Ma la magistratura rispose picche. Non vi era stato bisogno — almeno per molti degli imputati — di ricorrere a dichiarazioni politiche di "distanziamento" dal partito armato. Era ovvio che molti degli imputati avrebbero rifiutato di gestire in questo modo le loro difese. Ugualmente l'equivalenza contiguità — non distanziamento, non fu giudicata dalla magistratura giudicante identica alla partecipazione alla organizzazione armata, e gli imputati furono assolti. Da ciò le note politiche assai più vivaci che nel caso di TO/78, dei CC contro la sentenza.

Non credo valga la pena di replicare al tipo di propaganda di goebbelsiana finezza nella quale si è distinto il piccolo catone sulle colonne del Corriere della Sera. Tuttavia forse val la pena di notare che tutta questa martellante propaganda si fondava sui seguenti fatti: qualche imputato scarcerato e terrorizzato (non dai "terroristi") si è dato alla fuga; qualche imputato ha rivelato di mantenere contatti di natura niente affatto chiarita con organizzazioni armate (natura non più chiaribile dato che i CC hanno ritenuto più pratico ucciderlo); qualche imputato ha dato la prova che processarlo per contiguità era ridicolo, quando a miglior ragione si sarebbe potuto processarlo (e condannarlo) per qualche cosa di più concreto. Argomenti che mi sembrano più utili alla difesa della sentenza assolutoria che alla sua denigrazione.

Abbastanza diverso appare il modo in cui si profila il processo cosiddetto 7 aprile/21 dicembre. Qui tutti i numerosissimi imputati si richiamano al movimento e non solo rifiutano la imputazione di partecipazione a qualsivoglia organizzazione armata, ma pongono a fondamento delle loro difese una differenza vivacemente polemica nei confronti delle organizzazioni armate (quali che siano). La particolarità del caso appare la seguente: un elemento di differenza, diversità, conflitto politico all'interno dell'area sociale dell'antagonismo radicale (differenza, diversità, conflitto certamente reali) viene prospettato come rilevante nei suoi contenuti squisitamente politici, dal punto di vista del potere antagonista, e perciò anche penalmente. A mio parere, l'impiccio irresolubile di questo discorso è che esso, dal punto di vista del potere, rischia di esibire una divaricazione politica inintelligibile per il potere e finisce perciò con l'infirmare la stessa verità che gli è propria (cioè la differenza/contiguità fra organizzazioni armate e movimento), convalidando per converso e paradossalmente la tendenza di certa magistratura a leggere tutto il movimento (in quanto antagonista) come "organizzazione armata complessiva". Si tratta comunque di una istruttoria molto complessa, sulla quale oramai ci si può sperabilmente attendere qualche chiarimento in sede di dibattimento.

E veniamo infine al nostro processo: TO/81. Anche qui, come in TO/78 vi è un nucleo di imputati confesso di appartenenza alle BR. Come a Genova però se ci atteniamo agli atti istruttori, la maggioranza degli imputati si richiama a posizioni di "classe" o di "movimento" e respinge la imputazione di appartenere alle BR. Differentemente dal processo 7 aprile/21 dicembre, in generale gli imputati che si richiamano al movimento (almeno nella maggior parte dei casi), pur affermando la rilevanza anche penale della differenza fra movimento e organizzazione armata, rifiutano di mettere in discussione in sede processuale le ragioni politiche (puramente politiche) di questa differenza (e cioè rifiutano la tecnica difensiva del "distanziamento"), dichiarando tali ragioni irrilevanti penalmente. Per assurdo, potremmo dire che mentre il 7 aprile chiede di essere assolto dalle accuse di partecipazione alla organizzazione armata perché distante da essa, in questo processo (TO/81) molti imputati, fra i quali mi trovo io stesso, chiedono di essere assolti dalla accusa di partecipazione alla organizzazione armata, perché contigui a essa.

Ma ci sono altre particolarità molto rilevanti. In primo luogo lo stesso quadro complessivo in cui il processo si inserisce. Questo processo verrà celebrato contemporaneamente (per scelta teatrale del potere, da studiare attentamente) nel tempo e nello spazio, all'altro grande processo politico del 1981, quello contro una ottantina di imputati di appartenenza a Prima Linea. Non possiamo entrare nel merito di questo altro processo che si svolgerà contemporaneamente, ma dobbiamo prendere atto che la contemporaneità dei due processi è destinata a produrre degli effetti speciali: innanzitutto consolidare l'immagine della sostanziale unità del disegno eversivo e terroristico, della globalità della crisi politica che lo travolge (così si dice) e infine — usando di forzate complementarità fra elementi dei due processi — formare la immagine di una "dignità politica del pentimento". Questo ultimo punto è essenziale al disegno politico del potere.

Infatti non è più sufficiente il pentimento morale, il ritorno alla ragione, cui si contrapponga la tenace follia di alcuni. Come si è già detto, questi processi si differenziano notevolmente dai primi processi contro imputati di appartenere a organizzazioni armate. Lo stesso numero degli imputati, la forte prevalenza fra di essi di avanguardie operaie, fortemente politicizzate, con grande esperienza politico-sindacale, ha imposto di diluire (fino a farla quasi scomparire) la immagine del folle criminale che ha fatto la scelta di militare in organizzazioni armate per una sorta di deformità morale, oppure per estetismo piccolo borghese.

Non è perciò più sufficiente che il pentito rappresenti il "ritorno alla ragione" o anche semplicemente "il ritorno a casa del figliol prodigo". Perché il pentimento abbia una efficacia non solo di delazione, ma anche di dissuasione, è necessario che questo pentimento abbia uno spessore politico. Lo spessore della denuncia del fallimento di un disegno politico complessivo.

In un certo senso, seppure con ritardo, la repressione segue le pieghe delle stesse contraddizioni sviluppatesi nel "movimento rivoluzionario". È proprio la componente più marcatamente di classe, quella proletaria, che con la sua presenza tende a portare a fondo la questione della "violenza" confrontandosi con questa questione sul terreno di un progetto politico organizzato, distanziandosi dallo spontaneismo e dall'assemblearismo di buona parte del movimento. È proprio questa divisione interna al movimento, a partire dalla quale (da una parte della quale) si innesta anche la scelta soggettiva delle organizzazioni armate che, articolando i livelli politici di quello che complessivamente abbiamo chiamato antagonismo sociale radicale, impone anche al potere, alla repressione, di articolare i livelli sia dell'attacco poliziesco-militare (e di ciò gli esempi sono tanti) sia del contrattacco politico. Ed è questo, in fondo, il senso della elevazione del "pentito" da elemento politicamente passivo ad agente politico attivo, propagandista della diserzione ecc., che caratterizza i punti centrali di questo duplice rito processuale.

Ora buon numero di imputati di questo processo, fra i quali mi colloco io stesso, ha un preciso interesse politico a evitare accuratamente il rischio di trovarsi (pur respingendo, come respinge, l'accusa di appartenenza alla organizzazione armata) appiattiti, schiacciati sul "proclama" del pentito di turno. Per molti imputati, e non solo per me, il dichiararsi non appartenenti alla organizzazione armata non significa pentimento di alcunché, né appello a disertare il campo di un conflitto di classe che li vede invece attivamente e dichiaratamente impegnati, in mancanza di meglio anche nelle carceri. Quello che, sia io stesso che altri fra gli imputati di questo processo, affermiamo è che la rilevanza penale di tale milizia di classe, praticata e rivendicata, è tutt'altra cosa di quello che il giudice istruttore pretende di affermare, per risolvere semplificatamente il suo problema "poliziesco", e cioè una partecipazione alla organizzazione armata, comunque denominata. Vogliamo anche chiarire che non vogliamo avere nulla a che spartire con il disegno della fabbricazione e dell'uso politico dei "pentiti" contro il movimento di classe e per il suo "squarciamento" sotto il bisturi della repressione. Ciò almeno per quanto mi concerne personalmente.

Su queste premesse si può tentare una lettura critica del processo, così come emerge dagli atti istruttori, almeno nei suoi punti essenziali.

La prima questione che appare da discutersi è l'immagine che dalla istruttoria emerge delle BR come organizzazione in se stessa, e in relazione all'area del movimento. E, nello stesso tempo, l'immagine che Peci ha delle BR e della relazione che le BR hanno con l'area del movimento. Sarà un po' difficile distinguere i due aspetti. Poiché da una parte il giudice istruttore ricava le sue opinioni sulle BR in buona parte da quanto Peci dice. Dall'altra parte Peci verbalizza secondo una griglia di "pregiudizi" e di capacità di capire che è propria del giudice. In ogni caso, verificheremo una diversità importante fra quanto il giudice e Peci pensano delle BR e quanto è dato di sapere di quello che le BR pensano di se stesse e anche di quello che in fatto risultano essere. Mi riferisco, oltre che alle risultanze dei diversi processi (che conosco bene per ragioni professionali), ai documenti delle BR in parte pubblicati, in parte acquisiti agli atti dei processi, documenti tutti che non posso citare testualmente non avendone in carcere la materiale disponibilità (in parte si tratta di materiale che mi è stato sequestrato). Si tratta di una divergenza che, se per il giudice può essere facilmente giustificata, lo è molto meno per quanto concerne Peci. Per quanto concerne quest'ultimo dobbiamo ritenere in parte che sia stato deformato dallo interrogante, e in parte che egli stesso effetivamente non abbia capito un gran che della organizzazione in cui militava, e che perciò sia inattendibile innanzitutto per mancanza di intelligenza politica.

Per semplicità raccogliamo la questione intorno a un punto focale. La definizione delle determinazioni di regolare/irregolare, clandestino, e dirigente, rispetto alla struttura colonna. Ovviamente "regolare" vuol dire che lavora per la organizzazione a tempo pieno; "clandestino" che vive con falsa identità e "dirigente" che svolge funzioni specifiche (appunto dirigenti) nella organizzazione. Ora il far coincidere le tre determinazioni (regolare, clandestino e dirigente) fra loro, e tutte insieme come le caratteristiche dei militanti di colonna (struttura così contrapposta alle "brigate") in rapporto biunivoco (per cui il militante regolare, clandestino e dirigente è membro della colonna e il membro della colonna è per ciò stesso regolare, clandestino e dirigente) è una delle caratteristiche della costruzione del giudice e di Peci. Tanto è che i casi che apertamente contraddicono questa costruzione sono considerati dal giudice non più che eccezioni che confermerebbero la regola (Ponti è regolare e dirigente ma non clandestina; Vai, idem; Betassa è dirigente ma non regolare né clandestino; Mattioli è clandestino ma non dirigente, e simili). Conseguenza è che strutture come "direzione di colonna" fanno capolino, ma non trovano definizione adeguata. Né il giudice né Peci capiscono che si tratta di tre determinazioni che hanno origini e logiche diverse, che possono confluire nello stesso soggetto, come no; che sussistono nel movimento di classe prima che in qualsiasi organizzazione specifica, anche se certamente sono oggetto di una specifica sistematizzazione da parte delle BR a uso interno della loro organizzazione. Ma è del tutto assurdo ipotizzare che si tratti di determinazioni che nelle BR acquistano un significato del tutto indipendente e autonomo rispetto al significato che hanno nel "movimento di classe" in generale; e se così si ritenesse, si dovrebbe rigorosamente dimostrarlo.

In verità "regolare/irregolare" non è terminologia propria del movimento, anche se il concetto vi è familiare: quello di militante "a tempo pieno" più o meno (spesso assai "meno") mantenuto dai compagni organizzati e non. "Clandestino" poi è determinazione certo non tipica né esclusiva di organizzazioni specifiche e armate. Mi si consenta a questo proposito una breve digressione. A p. 139 della ordinanza di rinvio a giudizio si fornisce la prova di una letteratura di stile assai goffo, che testimonia o di una straordinaria ingenuità o di una straordinaria malafede — o forse addirittura di entrambe disgustosamente commiste. Il giudice si scandalizza di "persone che si nascondono" e che spiano la "società aperta". Ovviamente si tratta dei brigatisti che "schedano" artigianalmente la "classe dirigente".

Ora, forse, basterebbe chiedersi che bisogno ha uno che non sia matto, di nascondersi e spiare ciò che si presenta come società aperta, che tutti apertamente possono vedere e penetrare nella sua trasparenza. Invero è certo il contrario. Che il potere porta alla più grande trasparenza anche gli aspetti più intimi della vita delle classi subalterne, mentre nasconde se stesso dietro sigle, simboli e anonimati che hanno lo scopo, da sempre dichiarato, di costruire se stesso in mito di potenza e sicurezza, al riparo dall'ira delle masse. Mentre alle classi subalterne è consigliato dai prudenti di sempre di non ostentare rapporti politici, opinioni, legami organizzativi, propositi e anche solo sentimenti, senza bisogno di essere militanti di organizzazioni armate. Non ostentare, se non addirittura discretamente celare agli occhi del potere quanto possono della loro vita e non solo di quella politica. Così ciò che, per converso, è veramente scandaloso, è la mistificazione dietro la quale si nascondono gli uomini del potere e i loro rapporti, e la spoliazione di ogni intimità cui obbligano le classi subalterne.

Ecco che, per tornare a noi, una relativa "clandestinità" caratterizza tutti i diversi momenti della vita delle masse, tutta la logica del "movimento di classe" e non è per nulla tipica delle BR. Non è qui il luogo per discutere dei diversi significati, difensivi e offensivi, che questa "clandestinità" può assumere. Il soggetto che vive sotto false generalità è un caso molto particolare di "clandestinità", anche esso ben noto anche al di fuori delle organizzazioni politiche. Caso per nulla necessariamente coincidente con quello del "militante a tempo pieno" e tanto meno con quello del "dirigente". (A titolo di mera curiosità si ricorda che recenti informazioni dagli USA ci dicono che in quel paese circa dodici milioni di persone vivono sotto falso nome.) Il ruolo di "dirigente" deriva solo ed esclusivamente dalla esperienza e capacità politica del soggetto interessato. La funzione politicamente dirigente non è necessariamente e logicamente identica al lavoro a tempo pieno al possesso di falsi documenti di identità. Solo una visione fumettaro-carbonara della politica (quella visione che è propria del giudice istruttore e di Peci) può autorizzare una simile conclusione. Conclusione che — stranamente — appare assai prossima alla immagine propria della burocrazia aziendale e di un ufficio giudiziario o militare che a quella delle strutture politiche formali e informali del movimento di classe.

Inciso per infastidire il senso comune travestito da buon senso

A questo punto inserisco brevemente una considerazione che, pur non essendo indispensabile allo sviluppo del tema in discussione, è pur sempre utile al fine di avvertire il senso comune che esso non è necessariamente buon senso. Riguarda la determinazione di "armato" come attributo di militante.

Un'adeguata campagna di opinione, cui il movimento non ha saputo rispondere, ha finito per circondare le "armi" e "gli armati" di un alone di orrore/fascino assolutamente equivoci. Per lunga pezza l'ordinamento borghese ha tenuto (e in paesi come gli USA ancora tiene) per corrispondente del tutto a un diritto l'armamento leggero individuale. Talché, da un punto di vista strettamente borghese, la proposta radicale di abolire, a mezzo referendum, il porto d'armi, sarebbe del tutto logica, non per consentirne il divieto universale ad armarsi, ma per ricavarne la liceità universale all'armamento. E, fino alle leggi speciali del 1974, anche in Italia l'armamento personale leggero, per quanto non consentito, non era però considerato un reato molto grave. Ora, ciò che sta alla base delle leggi speciali sulle armi, e dell'orrore/fascino che vi si associa, è puramente e semplicemente il crollo verticale del consenso di massa al sistema politico, che contraddistingue all'incirca l'ultimo decennio. E certo la possibilità che l'armamento individuale anche leggero, da eminentemente difensivo diventi, a causa del dissenso politico di massa col quale si coniuga, uno strumento politicamente offensivo, giustifica le maggiori preoccupazioni dello establishment. Che farebbe perciò meglio a preoccuparsi per la caduta del consenso e il montare della marea del dissenso, piuttosto che inebriarsi di ditirambi pacifisti di assai dubbia e in ogni caso assai recente origine. Questa considerazione, a mio parere, fornisce anche una semplice spiegazione, di un busillis che spesso sembra intrigare gli studiosi di "terrorismo". Essi si trovano di fronte all'affermazione (formulata in varie forme) di organizzazioni armate (alle quali sembrano corrispondere almeno in parte i fatti), secondo la quale "la lotta armata crea essa stessa lo spazio politico con il quale entra in rapporto dialettico". Tale affermazione corrisponde esattamente alla realtà, nel senso che indubbiamente la prospettiva di un uso organizzato e offensivo di un armamento anche leggero è idonea a rivelare, a far emergere, un antagonismo sociale di massa che si trovi allo stato latente. Si tratta di una funzione particolare, in un complesso sistema che non è certo qui il caso di esaminare. Tuttavia val la pena di considerare che, anche su questo punto (le armi del militante), l'ottica del giudice istruttore e di Peci appare di una grossolanità preoccupante. (Basti vedere con quanta approssimazione vengono inquadrate posizioni come quelle Corli e Colletta.)

Ma torniamo all'essenziale della immagine delle BR di Peci e del suo giudice. Dai documenti stessi delle BR risulta chiaro che la definizione della "colonna" avviene in relazione al concetto di polo (colonna-struttura inerente a un polo) e non alla collettività dei militanti dirigenti, clandestini e regolari inerenti a una area geografica. Sicché della colonna fanno parte regolari e irregolari, legali e clandestini, dirigenti (la direzione di colonna) e non dirigenti, ivi comprese tutte le strutture di "brigata". Appare poi chiaro che per "polo" deve intendersi un referente non geografico, ma politico. Ma questo Peci e il suo giudice non lo possono capire. Per cui — con ovvie conseguenze di semplificazione sul piano dei criteri di incriminazione, come subito diremo — la struttura base della organizzazione diviene il nucleo dei militanti di norma regolari, clandestini e dirigenti, che costituiscono la colonna. E d'altra parte non vi è struttura organizzata che si muova nel "movimento" con caratteristiche anche solo vagamente clandestine che non appartenga alle BR (qualora abbia qualche contatto anche indiretto con esse) o ad altra organizzazione armata clandestina (che — come ormai sappiamo fin troppo bene — al giudice sembra impossibile non essere essa stessa in qualche modo unita alle BR in un solo disegno — tanto ristretto sarebbe lo spazio politico in cui simili iniziative si muovono). Esempi di deformazione del ruolo di strutture del genere si trovano a proposito dei cosiddetti "nuclei del potere rosso" alle pp. 174, 213 e 369 della ordinanza di rinvio a giudizio.

Ora lo avere evidenziato queste distorsioni gravi della immagine organizzativa delle BR che il giudice (in sintonia con Peci) fornisce e dello stesso rapporto fra BR e "movimento", che utilità può avere al fine della critica della ordinanza di rinvio a giudizio, sotto il profilo della rilevanza penale? Una grande utilità, ove si mostri come da queste distorsioni discenda una distorsione radicale dello stesso rapporto dentro/fuori la organizzazione BR, e dello stesso rapporto organizzazione/partecipazione dentro le BR.

Secondo la logica del sistema penale, l'esser parte della banda armata è un qualche cosa di più (in ogni caso qualche cosa di diverso) dal commettere i reati per i quali essa è costituita. Basta leggere la stessa formulazione logica dell'art. 306 C.P. Ed i reati per i quali si costituisce la banda armata, sono tutti (o quasi) reati che implicano livelli di azione armata e clandestina. È con ciò ovvio che tali reati possono essere commessi anche al di fuori della partecipazione a banda armata; così come la partecipazione alla banda armata è un fatto rilevante ai fini penali indipendentemente dalla commissione dei reati che sono i fini della stessa banda armata.

E nel caso di specie si tratta di tutti i reati nei quali può configurarsi l'uso della violenza per ragioni politiche (e la propaganda, l'apologia ecc. di questi fatti). È abbastanza chiaro che il legislatore dà prova di sapere (anche ai soli fini penali) che i comportamenti di antagonismo sociale radicale che, in un modo o nell'altro, "comprendono" la violenza, sono fatti assai più diffusi che non identificabili con comportamenti propri esclusivamente di militanti di banda armata. Ripeto che questo ragionamento non è diretto minimamente a scagionare penalmente chicchessia, ma solo a dimostrare la modestia della logica del giudice istruttore, che in ogni atteggiamento di antagonismo sociale radicale vede profilarsi la partecipazione alle Brigate Rosse. Se vogliamo, modestia molto relativa quando se ne evidenziano i fini. Il primo (un fine politico al quale si è già fatto cenno): escludere assolutamente che al di fuori della setta folle e criminale, possa sussistere antagonismo. Il secondo (un fine più interno alla azione penale): punire a titolo di partecipazione a banda armata anche comportamenti di per sé non punibili ma (nell'abnorme ottica del giudice istruttore) utilizzabili come indizi del reato associativo. Così in primissimo luogo gli artifici del ragionamento dell'inquirente oscurano del tutto la differenza reale fra l'essere e il non essere dentro le Brigate Rosse.

E di passo in passo, acquistando confidenza dalla impunità nel procedere, il giudice istruttore si farà anche prendere la mano da qualche orripilante svolazzo. Merita richiamare l'attenzione sulla questione della corrispondenza carceraria. A tale "indizio" il giudice istruttore presta programmaticamente attenzione non indifferente (vedi p. 24 della ordinanza). Si potrebbero levare i più alti lai garantisti (e si dovrebbe) per una inchiesta che assume a suo strumento di analisi il comportamento dell'imputato, dopo averlo privato della libertà e osservato in ogni risvolto della sua intimità, al servizio di una esigenza di inquisizione sui fatti oggetto dell'arresto preventivamente effettuato (e non per evitare la commissione di nuovi reati o per ragioni di sicurezza). Ma lasciamo pure questo, che dimostra solo la fragilità degli indizi sui quali l'arresto è stato costruito. Fermiamoci invece su di un punto chiave: il giudice segnala la corrispondenza carceraria come specchio delle opinioni sovversive degli imputati, dai legami amichevoli che legano fra di loro imputati detenuti, che anche non ebbero modo di conoscersi in libertà (p. es. si vedano i capitoli dedicati a Silvia Marchesa Rossi e a Tartaglione).

Fuori da questo processo, vi è la incredibile condanna di Domenico Gioia da parte della Assise di Milano, nel processo del quale la accusa ha elevato a ruolo di indizio importante la corrispondenza carceraria dell'imputato, non per il suo contenuto, ma per i suoi interlocutori. Ma se noi ammettiamo che vi può essere contiguità politica, umana e personale in un'area ampia nella quale stanno i militanti delle organizzazioni armate, i quali non nascono sotto il cavolo armati di tutto punto, come allora "stupirsi" che anche un non militante né aderente ad alcun titolo a organizzazioni armate abbia più da dire e più volentieri a un detenuto accusato a torto o a ragione di essere delle BR, piuttosto che al Consigliere Istruttore del Tribunale di Torino? Non c'è di che "stupirsi". Resterebbe semmai da stabilire la rilevanza penale di ciò. È ben vero che un comportamento in sé lecito può essere elevato a indizio di un comportamento criminale. Ma a mio avviso, le più elementari delle garanzie costituzionali (sulla libertà di pensiero e sulla inviolabilità della sfera strettamente privata) dovrebbero impedire financo di indagare su quanto è lecito e libero per definizione.

Ma la verità è che il giudice si pone nella corrente che vuole criminalizzare al di là della portata della norma penale e per far questo deve ricorrere alla finzione della "partecipazione alla banda armata" a tutti i costi. Con maggiore spudoratezza il senatore Valiani (Corsera 19/1) sosterrà il fermo di polizia, affermando che lo istituto deve servire essenzialmente a schedare persone che non hanno commesso reati, ma potrebbero commetterli, perché di animo sovversivo (desumibile da comportamenti leciti ma significativi). Ecco perciò il senso di quel processo che si è detto di criminalizzazione. Ma non solo la corrispondenza carceraria è elevata a indizio (attenzione! sempre a prescindere dai suoi contenuti eventualmente illeciti, infatti si tratta di corrispondenza non sequestrata, ma trattenuta in fotocopia a fini inquisitori, in regime di assai dubbia legalità), ma lo sono persino i rapporti parentali di sangue (come nel caso dei fratelli Morlacchi) e ancora più i rapporti coniugali, per i quali vige una sorta di presunzione di brigatismo del coniuge del brigatista (ubi tu Gaius, et ego Gaia).

Ma ancora peggio. Istituti processuali che sono stati considerati vera e propria conquista di "civiltà giuridica", quali il diritto di non rispondere, il diritto di negare gli addebiti, il diritto di non veder capovolto l'onere della prova, vengono anche essi, qualora l'imputato ne faccia uso, elevati al rango di indizi di colpevolezza (vedi ad es. pp. 321 e 464 della ordinanza). Ora è evidente di quale ampia strumentazione l'inquirente si sia dotato, ponendosi così in grado di trasformare in indizio di partecipazione a banda armata, un numero sterminato di opinioni, legami e comportamenti, di per sé leciti, anzi lecitissimi, anzi manifestazioni di veri e propri diritti del cittadino.

Ma questo insieme di artifici (un vero e proprio sistema di "finzioni giuridiche" introdotte sul terreno penale non pro reo ma contra reum!) continua a perpetrare i suoi guasti anche più oltre. Centralmente addirittura — a mio avviso, come ho avuto modo di sostenere in altri processi e in veste di difensore — nella definizione delle Brigate Rosse come banda armata. Inutile ripetere che qui facciamo solo questione di quale sia la norma incriminatrice più appropriata nella realtà politica rappresentata dalle BR e non di liceità della associazione BR.

La nostra legge penale prevede diverse forme associative politiche di carattere criminale. La associazione sovversiva (270 C.P.), la associazione per i fini di eversione (270 bis C.P.), la cospirazione mediante accordo (304 C.P.), la cospirazione mediante associazione (305 C.P.) e infine la banda armata (306 C.P.). Perché mai il giudice è così tenacemente affezionato alla idea che le BR siano senz'altro una banda armata (salvo rarissime sentenze, pure esistenti, che hanno definito certe strutture dichiaratamente BR come associazione sovversiva)? Mi sembra che l'unica ragione è politica. Il giudice è tenacemente aggrappato all'obiettivo di negare in via di principio ogni valenza politica, salvo poi esprimersi in modo del tutto contrario in qualche intervista e tavola rotonda, ovvero patrocinando leggi speciali pro-pentiti), riducendole a una struttura meramente "militare" senza cervello politico, secondo lo schema "criminalità e follia".

A questo scopo la forma della "banda armata" offre molto di più di qualsiasi definizione associativa che implichi un qualsiasi spessore politico. Il noto dr. Spataro della Procura di Milano è giunto a derivare etimologicamente "banda" da "essere al bando della società" (vedi requisitoria del processo ad Alunni e altri). Per la verità è lo stesso giudice istruttore a contraddirsi quando (in questo caso) egli stesso dichiara che le azioni armate cui il soggetto abbia partecipato non sono di per sé caratteristica significativa del livello di inserimento nella organizzazione, che anzi la propaganda e il reclutamento lo sarebbero molto di più. Ma su questa contraddizione l'inquirente scivola via per tornare al suo schema preferito, delle BR come organizzazione strettamente militare, militarmente gerarchizzata o, meglio, organizzata come una impresa capitalistica o come un ufficio giudiziario. E così si trova a dover gestire l'ultima e la più clamorosa delle "deformazioni" cui la sua logica lo porta. Quella destinata a identificare (nel senso di "confondere") i livelli diversi di inserimento nella organizzazione.

La norma penale distingue i ruoli nella associazione, al fine di graduare la entità della pena (chi costituisce, chi capeggia, chi dirige, chi partecipa ecc.). Ci sembra scontato che la norma abbia voluto accentuare la responsabilità di chi nel suo ruolo investe una partecipazione psichica più alta e più assorbente. In sostanza che la norma si sia ispirata al criterio generale della graduazione secondo la intensità dell'elemento soggettivo. Ora invece il giudice istruttore, con stravagante interpretazione, vuole che la norma si sia piuttosto ispirata a una graduazione secondo un qualche elemento obiettivo, come se le diverse fattispecie associative criminali fossero dirette a offendere beni protetti di diversa importanza obiettiva (un po' la differenza fra l'ingiuria al privato e l'oltraggio al pubblico ufficiale). Ora tale interpretazione è evidentemente falsa, poiché il bene protetto dalla norma in questione (come che lo si voglia identificare) è lo stesso per tutte le diverse forme di partecipazione alla associazione. Né può ragionevolmente ritenersi che i diversi ruoli degli associati mettano in pericolo beni diversi, fra quelli tutelati. Invece il giudice istruttore ha voluto che il ruolo maggiore (quello organizzativo) spetti a chi abbia svolto funzioni obiettivamente essenziali alla vita della organizzazione, anche se richiedenti una partecipazione psichica minima: come portare messaggi o fare la "testa di legno" nell'acquisto di un immobile ecc.

La obiezione tecnica più rilevante (che comunque qui non possiamo sviluppare) sta nel fatto che è impossibile identificare quale sia la logica attraverso la quale quantificare di essenziale o di inessenziale un ruolo interno a un organismo, una volta rifiutata la logica interna di questo stesso organismo. Ma al di là della obiezione tecnica, ci interessa sottolineare ancora il significato politico di questa stravagante operazione del giudice istruttore. Significato che va al di là dell'ovvio obiettivo di aggravare le sanzioni, di allungare i termini di detenzione preventiva ecc. e che si manifesta come intenzionale cancellazione o sfocamento delle figure dei "partecipanti", come le più vicine all'area della "contiguità" non appartenente alla associazione.

Si può notare come l'appiattimento dei ruoli dei partecipanti alla banda armata alla figura dell'organizzatore venga giustificata dal giudice istruttore, fin dalle prime pagine della ordinanza, con un richiamo alla nota ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Galli del Tribunale di Milano, nel processo Alunni e altri. La cosa più strana è che il giudice Galli, per giustificare la enorme estensione della imputazione di "organizzazione" di banda armata, argomentava per differenza proprio rispetto alla "banda armata BR". Per il giudice Galli la struttura gerarchica e la suddivisione dei ruoli, in una struttura molto articolata come quella delle BR, giustificherebbe una distinzione di ruoli che invece non sarebbe più giustificabile in organismi vicini all'area dell'"autonomia", ove la diffusione dei ruoli e la relativa informalità delle strutture attribuirebbe rilevanza di organizzatore a ogni militante o quasi. Ora è particolarmente assurdo applicare alle BR lo stesso criterio che è stato elaborato (a torto o a ragione) in relazione ad altro tipo di fenomeno, proprio per differenze rispetto al fenomeno BR.

A mio parere si tratta ancora della incomprensione, o del volontario oscuramento, del significato politico del fenomeno che ci si trova a osservare. Per cui ogni analisi della soggettività è superflua trattandosi solo di identificare il ruolo obiettivo, materiale di un congegno allo interno di una macchina criminale, senza anima e vuota di relazioni con il contesto sociale. Perciò, la stessa logica presiede alla definizione delle BR come banda armata, alla forzata riduzione di ogni atteggiamento di antagonismo sociale radicale alla partecipazione alla banda armata, alla analisi della rilevanza dei ruoli nella associazione, secondo canoni obiettivi.

Verità politica e verità penale, che tanto dissociate non possono andare, imporrebbero una revisione integrale di tutta questa materia, con riferimento alla ordinanza di rinvio a giudizio di cui ci stiamo occupando.

Nel processo il potere si appresta a esigere la "dissociazione", a chiedere l'abbandono da parte degli imputati della loro identità politica, a operare il tentativo di cancellazione di una memoria storica. A mio parere non sono molti gli imputati disposti a stare al gioco, il cui valore, in termini di candele, appare oltretutto assai incerto. Pochi fra gli imputati saranno disposti a riconoscere al tribunale il diritto di "giudicare" percorsi politici che appartengono a un'area sociale di antagonismo di classe, che non può aprirsi alla inquisizione penale, neanche allo scopo di schivare un po' (o tanto) di galera.

Al tribunale deve essere lasciata la sola verifica della sua propria identità, come rappresentazione del suo comportamento quale prodotto di una regola. Personalmente ritengo che valga la pena di sfidarlo a farlo. Un gioco questo che può anche valere qualche cosa in termini di candele.

NOTE

1 Imputati in questo processo con l'accusa di banda armata e detenzione di armi sono tra gli altri Enrico Fenzi, Isabella Ravazzi, Giorgio Moroni, Paolo Pezzoli. Verranno tutti assolti. L'esito del processo fu criticato e contestato dai carabinieri e in particolare dal generale Dalla Chiesa [n.d.r.].

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