Chi vivrà vedrà

Sergio Spazzali













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Lettera di Vincenzo Guagliardo

Lettera di Vincenzo Guagliardo

Opera, casa di reclusione, 27 gennaio 1994

Ho ricevuto una triste notizia: il mio amico Sergio Spazzali è morto durante il suo esilio in Francia e alla fine del mio sedicesimo anno di carcere, frustrando la voglia che avevo di rivederlo un giorno. Quando l'ho conosciuto, durante la sua prima carcerazione, nel 1976, era ancora un insegnante, contento di esserlo, al quale i suoi allievi mandavano spesso belle e intelligenti lettere piene di curiosità e solidarietà. Venendo a conoscere tanti compagni in carcere di cui poco si sapeva e di cui tutto si diceva, e ricordandosi di avere una laurea in legge, egli ci disse al momento di uscire: "visto che io vado e voi restate qui, mi metto a fare l'avvocato, nominatemi pure". Rimasi piacevolmente stupito da una scelta simile, le cui complesse motivazioni etiche non potevano sfuggirmi. Ma questo bastò per farlo rientrare in carcere negli anni del "pentitismo": venne infatti accusato di far parte delle BR come me, che a quei tempi lo ero effettivamente e dichiaratamente. Sergio non era un BR; ma commise l'"errore" che me lo rese ancora più simpatico — di difendersi con orgoglio davanti al tribunale: lui, compagno che aveva deciso di far l'avvocato soltanto per la verità, disse che compito dell'avvocato, fra Stato e imputato, era quello di stare dalla parte di quest'ultimo contro lo Stato. E che perciò, proprio perché come persona non era "ambiguo", suo dovere era quello di essere "contiguo" alla causa degli accusati. Il suo era un discorso troppo sottile per quegli anni rozzi, forse addirittura incomprensibile in questi anni solo più mercantili. E dunque venne condannato non per quel che era, ma per ciò con cui era solidale in base a ragioni profonde che, al di là delle sue diverse scelte da noi BR, avevano a che fare con la lunga storia degli oppressi e di cui non si può rendere conto nello spazio di una lettera come questa.

Sergio, uscito dal carcere per scadenza dei termini della carcerazione preventiva, scelse la strada dell'esilio, della latitanza, per difendere la sua identità di compagno, cioè per cose che hanno a che fare con la dignità di ogni essere umano: non con questa o quella storia politica, ma con qualcosa di più profondo che meriterebbe più attenzione da parte di tutti quelli che vogliono un effettivo mutamento sociale. Visse questa scelta in silenzio e via via dimenticato quasi da tutti. Ma sono le scelte di quelli come lui che mi tengono su fra queste mura. Spero che si capisca che il motivo per cui Sergio è morto in esilio, o per il quale altri come me resistono in carcere, ha oggi a che fare — come dire? — con la fedeltà a dei valori della lotta all'oppressione che superano il carattere storico di questa o quella esperienza politica e la stessa politica.

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