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Ergastolo

Ergastolo

pubblicato sulla rivista greca "Convoy", luglio '87

Considerazioni generali

L'ergastolo, in generale, non è altro che una forma di pena di morte, la cui esecuzione viene delegata alla natura, coadiuvata, quest'ultima, dagli specifici effetti letali della reclusione, che, nel caso, assume la funzione di un patibolo o una sedia elettrica a effetto ritardato. Nella pratica dei paesi considerati più civili, in quasi tutti i casi di condanna a morte mediante l'ergastolo è prevista la possibilità della concessione della grazia (ovvero il ritorno al mondo extracarcerario) al sopravissuto, di solito dopo un periodo superiore ai dieci anni, quando il "beneficiario", ormai, è ridotto in uno stato di debilitazione totale. E questo in considerazione del fatto che gli effetti debilitanti della reclusione sono tali che, dopo dieci anni di carcerazione senza alcun contatto con il mondo esterno, qualsiasi soggetto medio può essere considerato sostanzialmente un vegetale (naturalmente ci sono delle eccezioni, soprattutto nel caso di detenuti politici o appartenenti a grandi organizzazioni criminali, che ben di rado perdono completamente il contatto con il mondo esterno).

Concedendo la grazia dopo dieci-vent'anni di reclusione, si intende dimostrare che l'ergastolo non equivale alla condanna a una "morte psichica". E visto che la morte psichica, comunque, è meno grave della morte fisica, l'ergastolo può apparire "migliore" della pena di morte (per non dire che in caso di ergastolo è sempre possibile un tentativo di evasione).

L'ergastolo non ha carattere retributivo

La tesi secondo cui la pena corrisponde alla colpa (nel senso che la prima è maggiore o minore a seconda di quanto è grande o piccola la seconda), per cui, una volta "scontata la pena" o "pagato il proprio debito alla società", il condannato ritorna "purificato" alla vita extracarceraria, non si può ovviamente applicare al caso dell'ergastolo (o della pena di morte): non ha senso attendersi il ritorno al mondo extracarcerario di un soggetto fisicamente o psichicamente morto. Le varianti di questa tesi sono infinite e, sostanzialmente, si equivalgono tutte: oggi è di moda soprattutto quella della reintegrazione del reo nella società mediante un trattamento correzionale individualizzato. Ma quello che questa formula non prende in considerazione è il fatto che, essendo la società una società di scontri e di contrapposizioni, la forma propria della reintegrazione nella società non può essere altro che l'educazione allo scontro e, di conseguenza, la forma base di trattamento correzionale individualizzato è l'apprendimento dell'insurrezione.

La pena dell'ergastolo, in ultima analisi, non ha nulla in comune con le teorie "moderne" della pena, salvo la loro ipocrisia.

Cosa significa l'ergastolo?

L'ergastolo — come la pena di morte — rappresenta il momento in cui la contradditorietà della realtà sociale viene risolta tramite il meccanismo della decisione giudiziaria. Tale risoluzione si fonda, grosso modo, sul sofisma per cui, di fronte a una minaccia rivolta alla coesione sociale (che è in sé supposta, cioè prodotta ideologicamente), la società deve ristabilire questa sua coesione ipotizzata (come a dire ideologica, nel senso negativo del termine, cioè mitica) mediante uno specifico atto concreto — l'eliminazione di un essere umano — attorno a cui ricomporsi.

Da questo punto di vista, pena di morte ed ergastolo non differiscono in nulla dall'antica pratica dell'uccisione rituale del "capro espiatorio". Con la sola differenza che in questo caso il "capro" è un uomo.

È evidente che, alla luce di questa logica, il problema delle responsabilità del "capro", intese come espressione individuale di una turbativa della (supposta) coesione sociale, non merita neanche di essere discusso. Per lo stesso motivo se ne prescinde del tutto quando la morte (fisica o psichica) viene inflitta in una situazione di guerra, cioè quando il fine è quello di distruggere delle forze nemiche, interne o esterne.

Ombre sul regime della prova penale

Anche a prescindere dalla contraddizione rappresentata dal problema della responsabilità personale nel caso di una pena, come l'ergastolo, che non ha carattere retributivo, un'altra considerazione, che riguarda sempre l'ergastolo e la pena di morte, proietta nuove ombre sul regime, già in sé oscuro, della prova penale.

Un condannato a qualsivoglia pena, una volta scontata la pena stessa, può sempre rivolgersi alla società per rivendicare la propria innocenza e denunciare l'ingiustizia di cui è stato oggetto. Da qui la necessità che le prove siano "indiscutibili", cioè che non siano contestabili dal condannato.

Questo non è evidentemente possibile nel caso dell'ergastolo e della pena di morte, visto che chi è fisicamente o psichicamente morto non può rivendicare alcunché. E questa è l'ombra cui abbiamo alluso: la colpevolezza di chi è fisicamente o psichicamente morto non può neanche essere messa in discussione. Naturalmente ci sono delle eccezioni, che riguardano, per esempio, chi lascia degli eredi materiali o spirituali. Comunque, perché fosse "riaperto" il caso di Gian Giacomo Mora, il povero barbiere milanese che nel XVII secolo fu squartato vivo, ci sono voluti due secoli e un grande scrittore (Alessandro Manzoni) deciso a descrivere un caso esemplare. Oggi, macabra espiazione di un'espiazione, la via in cui egli aveva la sua bottega porta il suo nome.

Naturalmente quest'ombra si proietta anche sulle pene a scadenza determinata. In effetti, qualsiasi pena a scadenza determinata comporta il rischio, esplicito o implicito, di trasformarsi, nel corso della vita del condannato, in una pena di morte fisica o psichica, riducendo il condannato a un "tipo" caratterizzato una volta per tutte da un comportamento antisociale.

In definitiva, quello che finisce per risultare anomalo e deformato è il carattere stesso della prova penale, nel senso che nella maggior parte dei casi l'accusato ha tutto l'interesse ad accettare (sia pur in assenza di elementi probatori indiscutibili) una pena a scadenza determinata, che significa la liberazione (sia pur provvisoria) dal temibile ruolo di "capro espiatorio" di una colpa sociale che comporta la morte fisica o psichica, perché diversamente correrebbe il rischio di essere stigmatizzato irrevocabilmente come individuo antisociale.

La macchina penale, che opera sempre con l'obiettivo finale di costruire il "capro espiatorio", costruisce nel corso della procedura anche le varie articolazioni corrispondenti.

Stando così le cose, è ovvio che le ombre di cui abbiamo parlato si proiettino sul meccanismo della prova in generale. Ad essere posto in discussione dall'evidente contestabilità della pena di morte e dell'ergastolo è il diritto penale nel suo complesso.

Con una sola eccezione

L'eccezione. Nel caso in cui si verifica un uso "militare" del diritto penale, quando, cioè, il diritto penale si trasforma in un meccanismo di eliminazione del nemico (in questo caso interno), quando opera al fine di diminuire le forze dell'avversario e di aumentare le proprie. Allora, e solo allora, non sussiste alcuna contraddizione. In questo caso, anche il regime della prova penale si salva: in effetti, uccidere un amico invece che un nemico sarebbe un errore imperdonabile.

Ma naturalmente l'eliminazione della contraddizione si paga al prezzo di identificare l'intero diritto penale con una sorta di legge marziale interna. Conclusione cui ben difficilmente accederebbero giudici e politici.

Noi, al contrario, abbiamo tutte le ragioni per accettarla. Non avremmo nulla in contrario, in effetti, se le nostre pene fossero motivate con la necessità di distruggere il nemico interno. Troveremmo più facilmente i modi in cui rispondere.

Chi vuole l'ergastolo e chi no

Ci sono due possibilità: chi vuole l'ergastolo può aderire, con maggiore o minor convinzione, all'ideologia del "capro espiatorio", per cui la condanna a morte fisica o psichica ha un'importanza soprattutto rituale e di conseguenza il problema della colpevolezza o meno dell'imputato è, in definitiva, privo di significato; oppure può adottare esplicitamente la teoria dell'eliminazione del nemico interno, come a dire la teoria del terrorismo di stato.

Noi siamo contrari alla pena di morte, siamo contrari all'ergastolo, innanzitutto perché, non essendo ancora ridotti a una condizione di vegetali, ne siamo le vittime potenziali, e in secondo luogo perché la questione della pena di morte e dell'ergastolo ci consente di scoprire quali siano in realtà i fondamenti dell'assurda pretesa di punire da parte dei detentori del potere.

Anche se a essere accusati fossero dei delinquenti fascisti, non saremmo certo noi a chiedere la pena di morte o dell'ergastolo ai tribunali della Repubblica. Il popolo conosce ben altri tribunali, conosce un'altra giustizia...

Logicamente, per qualcuno varrà l'equivalenza "ergastolo ai delinquenti fascisti/ergastolo al Russo", come se accettare la punizione da parte del Potere nel primo caso obbligasse ad accettarla anche nel secondo.

Per noi, invece, no.

NOTE

1 Una serie di rivolte carcerarie e l'arresto di un detenuto evaso che cercava di far evadere un detenuto ergastolano danno avvio a un dibattito sulle condizioni detentive, sull'ergastolo e sui diritti dei prigionieri. Si noti che la posizione della sinistra greca sull'ergastolo era resa complessa dal fatto che la sua abolizione avrebbe comportato la liberazione dei membri della dittatura militare. Il testo è stato tradotto dal greco [n.d.r.].

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