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Lettera a "Liberazione" e a "il manifesto"

Lettera a "Liberazione" e a "il manifesto"

ottobre '92

Cari amici di Liberazione e del Manifesto,

mi tocca di avvertirvi che anche solo leggendo, e ancora più pubblicando, queste poche righe correte il rischio di finire incatenati in galera. Se vi sembra più logico, smettete dunque subito e bruciate la lettera. Per il caso contrario, a vostro rischio e pericolo, continuo a scrivere.

La ragione della pericolosità, per voi e per chiunque altro, di entrare in contatto con me, direttamente o indirettamente, è che io sono ricercato da tutte le polizie del mondo in virtù di una serie di mandati di cattura internazionali emessi da non so più quali procure generali della indecorosa Repubblica Italiana (non molto tempo fa, un cittadino svizzero condannato in Italia con me nello stesso processo — condannato in contumacia — e che certamente si era dimenticato dello sventurato avvenimento, è stato arrestato a Bombay, dove faceva dell'innocente turismo, dalla polizia indiana ed estradato in Italia), e ciò da una decina di anni, perché — con una sorpresa per me immutata nel tempo (e che ritengo non muterà mai) — io sono considerato un terribile criminale.

C'è stato un tempo in cui ho considerato questo fatto una onorevole conclusione di una modesta e non eclatante carriera di avvocato-impiegato-insegnante, nonché di marito-padre di famiglia-all'occasione amante, non particolarmente brillante. Il fatto è che ho avuto molto tempo per riflettere: un paio di anni in galera e molti, ormai molti anni di esilio.

Ebbene mi compete di spiegarvi, molto brevemente, la ragione per cui io godo di questa alta considerazione presso le polizie di tutto il mondo, ciò vale non solo per me, ma per molti altri nelle mie condizioni. (Una volta la polizia di un paese in cui mi trovavo, mi ha letteralmente "deportato", solo per qualche giorno in verità, insieme a un manipolo di altri bravi giovani, in un paesino isolato sotto sorveglianza di un numero di poliziotti due o tre volte superiore al numero dei "deportati", nel timore, così si diceva, che organizzassimo un attentato a Reagan che era in quei giorni in visita da quelle parti. Poco dopo un mio vago conoscente, per ragioni ignote, è stato espulso dallo stesso paese nel Burundi, proprio così, nel Burundi dove gli alti Tutsi esercitano la dittatura sui piccoli Hutu — e si tratta solo di alcuni esempi).

In breve: a quanto pare quello di impedire, a me come a molti altri, di prendere parte — seppure nei ruoli non certo eccelsi che mi hanno consentito e mi consentono le mie qualità e capacità, alla lotta di classe del nostro paese — ha costituito un obiettivo degno dell'attenzione di numerosi magistrati e poliziotti (il che, in un certo senso, dovrebbe tornarmi a onore), anche a costo di montare "palle" di ogni genere, di una verosimiglianza men che minima.

Io sono stato condannato (e sono ricercato) perché accusato (a torto) di aver tentato di trasportare sulle mie spalle in Italia dalla Svizzera dell'esplosivo, per ragioni che nessuno ha saputo spiegare, esplosivo che in ogni caso in Italia non è mai arrivato. Inoltre sono stato condannato (e sono ricercato) perché accusato (a torto) di avere cercato di convincere un perfetto imbecille a diventare non gladiatore, ma brigatista rosso (cosa che, in ogni caso, il demente non ha mai neppure tentato di fare neanche alla lontana). Infine sono stato condannato (e sono ricercato) perché accusato (a torto) di avere informato dei brigatisti rossi e non dei gladiatori, a che cosa corrispondessero le chiavi "trovate" in tasca a un arrestato non gladiatore. (In realtà chiavi mai trovate, che nessuno si è mai occupato di stabilire che cosa avrebbero dovuto aprire. Ovvio, d'altronde, perché le chiavi in questione non sono neppure mai esistite).

Ma le prove, cari amici, le prove! Tutte dichiarazioni di coimputati confessi dei più gravi reati, ma pentitissimi come agnellini e, pertanto, oggi liberi come l'aria e coccolati dalle polizie di tutto il mondo. Io sono qui a scrivere lettere dal mio eterno e precario esilio.

Non molto tempo fa, i miei difensori hanno tentato di fare revisionare il "processo delle chiavi", sulla base di una dichiarazione del loro presunto detentore, secondo la quale egli puramente e semplicemente non deteneva alcuna delle famose chiavi. L'istanza è stata respinta in considerazione del fatto che il dichiarante era stato mio coimputato, senza considerare che chi mi aveva accusato e mi aveva fatto condannare era parimenti un mio coimputato, che non mi conosceva neppure, e che è uno dei "pentiti mascalzoni" più evidenti della nostra miserevole storia. Che ne dicono quelli che, davvero o per finta, credono nello stato di diritto?

Non ignoro naturalmente la furia "giustizialista" che si è di recente abbattuta sull'Italia. Non ho stati d'animo contro il dr. Di Pietro e ancor meno a favore della famiglia Craxi. Tuttavia non mi dispiacerebbe sapere chi tira le fila di questa nuova megamacchina di pentitismo. Non sarà per caso il solito principe gobbo che regola i suoi conti in sospeso con i suoi soci criminali?

Quella del "pentitismo" è una macchina che opera senza arresto e divora infine quegli stessi che l'hanno fabbricata e gestita.

In verità non è tutto. Qualche volta sono stato anche assolto. Ricercato per anni e anni sulla base di un mandato di cattura che mi colpiva, insieme a un centinaio di altri bravi giovani (né bravo né giovane sono appellativi che competono a me personalmente), per aver promosso la guerra civile in Italia, sono/siamo stati tutti assolti, perché di questa tentata guerra civile malauguratamente (dico io) non si trovava traccia. Che emozione cari amici, che emozione!

Ma non basta ancora. Un giudice, della cui salute mentale molti dubitano (sono certo che ha spiccato mandato di cattura contro Arafat, e suppongo anche contro il defunto Breznev, contro Deng ecc.) e, ovviamente, sulla base di dichiarazioni di un pentito (mio ex-cliente che mi vergogno di avere a suo tempo tirato fuori dalla galera, sulla cui salute mentale è lecito nutrire seri dubbi), mi ha rinviato a giudizio per fatti letteralmente inesistenti e che se fossero anche mai esistiti, avrebbero costituito comunque reati largamente prescritti. Si dice che in sede di giudizio sono stato assolto. Grazie tante. Naturalmente il mio accusatore (reo confesso di gravi reati) e il suo giudice sono liberi come l'aria, e io sono qui a scrivere lettere dal mio eterno e precario esilio.

Ma, scusate, l'ultima e più comica circostanza (fra quelle a me note): un altro giudice ha tentato (con scarso successo, bisogna dire) di far stabilire da un famoso linguista se i miei tipici (sic!) giri di frase corrispondessero o no ai giri di frase usati in certi documenti "sovversivi". Credo che il senso dell'umorismo del famoso linguista abbia in definitiva evitato che questo capitolo della tragicommedia avesse seguito... Ci sarà di certo anche dell'altro, di cui non sono informato.

Naturalmente nel contempo sono stato privato, vita natural durante, della facoltà di esercitare la professione di avvocato e di insegnante, e non godo del minimo diritto a una pensione, nonostante la mia, relativamente, tarda età. Vedete voi le conseguenze.

Ma ora voglio lasciare perdere questi (per me) tuttora incombenti retroscena.

Certo gli stravizi finiranno con l'accelerare la conclusione del naturalmente breve percorso. E lo stravizio è il mio solo vizio. Non saranno stati a farlo i processi, le detenzioni, le condanne e le ricerche poliziesche, tutti fatti che (lo devo ammettere) oltre ad avermi infinitamente sorpreso, mi hanno a tal punto (non sempre però) divertito da contribuire ad allungarmi la vita, invece di abbreviarla. Desidero brevemente informarvi delle acquisizioni intellettuali che mi sono state consentite da questo lungo periodo di riflessione.

Devo ammettere che, in conclusione e a modo mio, anch'io mi sono pentito.

Desidero spiegarvi il senso di questo "a modo mio".

Io non ho tentato di portare dell'esplosivo dalla Svizzera in Italia. Ma ogni volta che leggo — specialmente in questi tempi — un giornale italiano, mi pento di non averlo fatto in tempo utile.

Io non sono stato un brigatista, né ho collaborato con le BR altrimenti che difendendone alcuni militanti davanti ai tribunali dalla prima Repubblica. In definitiva mi pento quanto meno di non aver praticato una milizia politica più attiva e offensiva di quella che ho effettivamente praticato. Sono stato incoerente rispetto all'essenziale delle mie più profonde convinzioni.

Negli anni Settanta (e perché non ora?) non solo era un dovere civico difendere gli interessi della classe — operaia e proletaria — da gladiatori, allora chiamati con i più svariati nomi e la cui attività era a molti ben nota, senza attendere le rivelazioni del principe gobbo (con la massima simpatia per i gobbi che non siano principi). Dico "non solo" perché per chi la pensa nell'ordine di idee a cui mi onoro di appartenere indegnamente (cioè per i comunisti), la difesa senza l'attacco costituisce una pura inetta astrazione. Negli anni Settanta le condizioni soggettive (altra è la questione del giudizio da portare sulle condizioni oggettive) per coniugare la difesa con l'attacco erano state certo più favorevoli di oggi (benché ieri, oggi e domani le regole di fondo non cambino) e non averle praticamente sfruttate costituisce una responsabilità per molti, ad esempio per me. Ogni considerazione va riservata a chi, con incerta fortuna, allora ha cercato di farlo. Quali che siano le sue attuali dichiarazioni. La stanchezza e il male di vivere non sono stati inventati (solo sfruttati) da giudici e poliziotti. Stanchezza e male di vivere meritano che non mi perda in vane polemiche (con l'evidente eccezione dei tradimenti e delle falsificazioni interessate). Del resto le città d'Italia sono piene di vie e di piazze dedicate a Silvio Pellico, che non è stato il primo né sarà l'ultimo del genere.

Negli anni Ottanta praticare efficacemente la lotta di classe è stato certamente più difficile. Nessuno ha fatto abbastanza. Io certo pochissimo, o niente del tutto. Dominato dalla preoccupazione di evitare le imboscate di queste numerose polizie, stolte nel cervello ma, certo, attrezzate nei mezzi materiali in modo, per la mia modesta persona, spropositato. E di risolvere gli ovvi problemi di sopravvivenza.

Gli anni Novanta, ormai in corso, presentano dati nuovi, sia oggettivamente che soggetivamente. Vedremo. E lo vedremo non solo per quanto riguarda ciascuno di noi, che ormai ha una certa età fisica e mentale, ma soprattutto per i più giovani, ai quali non è escluso possa venire qualche buona idea, che (speriamo bene) anche i vecchi finiranno con l'adottare.

Per intanto per me, come per tanti altri, rinchiusi nelle galere, fuggiaschi qua e là, incriminati in Italia in una precaria condizione di cittadini di secondo ordine, per le stravaganti dichiarazioni di un "pentito" qualunque, per il fanatismo fascista di certi magistrati, mi sembrerebbe un punto di partenza non rinunciabile, anche se non essenziale per la storia della lotta di classe, ottenere lo stesso trattamento di un Licio Gelli (benché io non abbia poesie da recitare in TV) o di un gladiatore qualunque (magari prossimo alla sessantina).

La Suprema Corte ha ripetutamente detto che una chiamata in correità senza riscontri obiettivi per un mafioso presunto non basta. Perché per tanti (tra i quali mi metto), è invece bastata e sta bastando? Perché se per Licio Gelli la mancata estradizione dalla Svizzera per un certo processo impedisce anche la stessa celebrazione del processo in Italia, per altri non estradati (sempre dalla Svizzera) per un altro processo (all'occorrente lo stesso mio processo), il processo è stato fatto, la condanna pronunciata e il mandato (internazionale) emesso? Noi "criminalizzati rossi" dovremmo quanto meno ottenere un eguale trattamento giudiziario di quello riservato ai presunti mafiosi, criminali, fascisti e gladiatori di ogni genere.

Oppure i nostri giudici si torcono le mani per non averci giudicati, a suo tempo, incappucciati, con microfoni deformanti della voce, senza pubblico, senza difesa, senza appello, come fanno oggi i giudici militari peruviani nei confronti di Guzman, e si propongono gli stessi risultati sebbene conseguiti con altri mezzi? Il paragone può sembrare esagerato, ma solo ciascuno di noi sa quello che vale e costa la sua vita.

Ciò almeno secondo la logica dello Stato "democratico" e "di diritto" e di quelli che mostrano di crederci. Riconosco a priori che questa pretesa ha dell'insensato (ho nel passato cercato a lungo e con fatica di farla valere, non solo per me ma per molti altri, ma invano) e che serve solo (e anche poco) a dimostrare l'insensatezza e la reale vocazione criminale dei nostri giudici, poliziotti e compagnia. È che certo non è a voi che queste questioni vanno poste. A voi che se deteneste anche la più microscopica porzione di potere in questa disgustosa compagine sociale, non indirizzerei mai una lettera.

Mi lamento? Ebbene sì, mi lamento. Non nei confronti di uno Stato di diritto, in cui non ho mai creduto, di una magistratura la cui "dipendenza" ho ben conosciuto, di una polizia del cui risibile "servizio del popolo" non vale nemmeno la pena di parlare. Mi lamento dei compagni con i quali ho condiviso anni e anni di lotte, che (a parte qualcuno, veramente pochi) ora trovano comodo pensare che gli esilii e le galere sono simpatiche scelte di vita e chi ci sta, presumibilmente, ci si trova bene. Voglio ricordare che non è così. E basta.

Per vostra consolazione ho concluso, sempre che non abbiate già logicamente deciso di distruggere la lettera dopo la lettura delle prime righe. Chi vivrà, vedrà.

Non ho grandi pretese, né grande fiducia. Non so, in verità, neppure se veramente mi interesserebbe molto tornare in Italia. Probabilmente mi basterebbe poter usare il mio nome senza rischi e (perché no?) anche poter guadagnare da vivere come uno qualunque.

Naturalmente, e come ogni rivoluzionario dabbene, non ho rinunciato a fare la rivoluzione per il comunismo. Insomma non sono un post-moderno. Forse sono cose tra di loro incompatibili. È una questione che merita approfondimento. Forse mi basterebbe solo che qualcuno facesse almeno dello humor su tragicommedie di questo genere.

Vi ringrazio dell'attenzione e dell'eventuale pubblicazione.

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