La città di Lugano sta dedicando in questi mesi una mostra proprio a lui, artista che ha rivendicato il diritto di esistere attraverso quello fondamentale di potersi esprimere e che l’ha fatto nell’anonimato e nell’emarginazione, in modo semplice e spontaneo esternando il proprio punto di vista nei confronti di un ordinamento sociale da cui lui stesso era escluso. Basquiat era un “ imbrattatore” di muri, un esecutore di graffiti su superfici di strutture di proprietà pubblica e privata, il cui scopo era quello di restituire loro quella valenza pubblica e universale non imposta dall’alto, ma autogestita dal basso.
Achille Bonito Oliva scrive nel suo contributo al catalogo della mostra: « Se la città si presenta come un sistema di segni organizzato, come uno spazio mosso da segnali gestiti dall’alto, questi graffiti sono una risposta, il tentativo di riappropriarsi lo spazio urbano e i suoi codici per autogestirli. L’autogestione si muove ribaltando completamente le norme che reggono, nella società capitalistica, la creazione cosiddetta artistica: il carattere individuale e la proprietà personale del lavoro artistico » .
Basquiat è stato strappato dalla clandestinità subculturale e proiettato di forza nei circuiti dell’arte- mercato, dove non è più l’artista stesso a gestire i propri lavori ma lo fanno per lui degli intermediari del settore, che lo spingono a produrre secondo criteri imposti da tendenze e fissando i prezzi delle opere seguendo la logica delle leggi di mercato. Si assiste dunque a un controllo di tipo monopolistico della produzione artistica di alto livello.
L’opera d’arte perde così il suo valore intrinseco per assumerne uno venale destinato ad aumentare nel tempo, diventando oggetto da collezione e di investimento dipendente dalla speculazione.
« Quello che il mercato amava più di un giovane artista di successo – si legge su una parete dell’esposizione – era un giovane artista di successo morto » ( R. Hughes).
Basquiat attraverso la sua breve esistenza mostra tutti i paradossi della società contemporanea, fortemente divisa fra una élite possidente “ glorificata” e una massa anonima sempre più “ dimenticata”.
E sabato scorso una cinquantina di militanti del Centro socioculturale autogestito Il molino ha voluto rivendicare la possibilità per tutti di accedere alla mostra al prezzo simbolico di 1 franco, consegnando all’entrata un biglietto a nome di precari, interinali, squattrinati, disoccupati, studenti e “ working poor”, categorie sociali oggigiorno sempre più diffuse ma anche sempre più emarginate. Nel corso della manifestazione davanti a Villa Malpensata è stato anche distribuito un volantino in cui si legge: « Prendendo spunto da un artista che sentiamo vicino, visitiamo oggi il museo salotto della città di Lugano per lanciare alcune riflessioni sulla mercificazione e la privatizzazione della cultura » .
« Proponiamo quest’azione – hanno inoltre dichiarato gli autonomi – perché pensiamo che l’arte debba essere pubblica e popolare, accessibile a tutti in quanto gesto espressivo dell’interiorità di un essere umano e per denunciare una città che ipocritamente promuove un evento culturale nato dalla subcultura, quella stessa cultura a cui Lugano nega il diritto di esistere, anzi la criminalizza e reprime da anni » .
L’iniziativa ha voluto dunque denunciare l’ambiguità di una città che non perde occasione per proiettare verso l’esterno un’immagine di sé aperta e sensibile, pavoneggiandosi anche a livello internazionale, mentre al suo interno non esita a discriminare chi lotta per aprire nuovi spazi.
PETRA DEMARCHI

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