Lo abbiamo chiesto a Simone Ho­rat, ricercatore in sociologia politica all’Istituto degli Studi Politici ed In­ternazionali dell’Università di Lo­sanna ed ospite, venerdì sera scorso, della Commissione culturale della sezione socialista di Lugano. Ticine­se 26enne, Simone ha dedicato la sua tesi di laurea, nel 2005, all’analisi del­l’esperienza del C. S. O. A. Il Molino, con il titolo « Rapports sociaux de sexe et militantisme, analyse de l’in­fluence du genre sur la compétence politique dans un centre social au­togéré » . Simone Horat, come è nata l’idea per questa tesi?
« Mi interessava analizzare i rap­porti di genere fra uomo e donna; non in un’istituzione classica, bensì su un terreno il cui quadro di partenza fosse molto diverso ed essenzialmente anti­sessista ed anti- patriarcale. Elabora­ta la parte teorica, la scelta dell’ogget­to d’indagine è stata spontanea, un po’ forse perché volevo studiare un fe­nomeno che appartenesse al Ticino, ed un po’ perché conoscevo, in parte, l’at­tività del movimento » .
Può riassumere brevemente le va­rie fasi d’analisi ed i principali risul­tati del tuo lavoro?
« Per diversi mesi, nel 2004, ho segui­to l’attività del centro e delle persone partecipando alle assemblee settima­nali. A questa osservazione etnografi­ca è seguita una fase di interviste, ed infine l’analisi e l’elaborazione dei ri­sultati. Durante la fase d’osservazione, analizzando il rapporto uomo/donna, mi sono reso conto che esso non poteva essere preso in considerazione senza te­ner conto della durata della militanza, ossia la permanenza all’interno della comunità ».
Ed in che modo questa ‘ militanza’ influenzava i rapporti di genere?
« Stando anche ai contributi teorici raccolti sull’argomento, avrei imma­ginato una maggiore differenza fra uomo e donna all’interno della comu­nità autonoma per ciò che concerne il concetto di ‘ competenza politica’, ma non solo in termini di conoscenza pra­tica o prerogativa di un sesso più del­l’altro. Quella che potremmo definire ‘ vecchia guardia’ del Molino – poco importa, veramente, se uomini o don­ne – pare acquisire una maggiore sicu­rezza ed un più accentuato senso di competenza quanto a scrivere o pren­dere la parola in pubblico, cosa che si riscontra meno tra i nuovi entrati » . In questo senso il fatto di essere stati molto tempo nel movimento fa diminuire la differenza fra uomini e donne all’interno del gruppo di auto­gestiti, ma rende difficile l’integra­zione del giovane?
« Certamente. I risultati del mio la­voro sono stati per i/ le ragazzi/ e del Molino un argomento di discussione ed approfondimento; il/ la giovane è ora seguito/ a personalmente, viene coinvolto/ a maggiormente nelle di­verse attività e può così sentirsi più fa­cilmente utile per il movimento. E que­sto sempre più negli ultimi anni. Da sempre, comunque, un’importante ga­ranzia per le minoranze è rappresen­tata dal sistema assembleare, in cui le decisioni vengono prese unicamente all’unanimità. Le ‘ nuove leve’ rappre­sentano un punto d’apertura verso l’e­sterno ed il nuovo e sono anche quelle che, all’interno della struttura lavora­no molto. Sta cambiando parecchio » . In che senso?
« Benché la separazione fra giovani e militanti ( i giovani sono militanti!) nel mio lavoro di ricerca sia molto ca­ricaturale, si osserva con l’avanzare dell’età un mutamento della disponi­bilità. Pur mantenendo saldi i loro ideali, molti rappresentanti della ‘ vec­chia guardia’ lasciano nuovo spazio ai giovani, per trasferirsi magari in altri tipi di lotte, ad esempio quelle sindacaliste » . NEVIA

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