achtungVenerdi 17 ottobre, ore 09.00, Assisi Correzionali di Lugano, PRESENZA SOLIDALE per l’inizio del processo contro il maestro accusato di sommossa, danneggiamento e ingiurie per aver contestato il procuratore Caselli all’Università di Lugano e per aver affisso un adesivo contro Norman Gobbi.

Dal Ticino alla Val Susa contro chi devasta vite e territori.
Sempre contro fascisti e razzisti al governo e ovunque.

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LE LOTTE NON SI ARRESTANO * LA SOLIDARIETÀ NON SI PROCESSA
A Chiara, Niccolò, Mattia, Claudio.

(…) Edo e io ci guardavamo negli occhi, senza parlare. Entrambi con gli occhi pieni di lacrime. Sapevamo che quella sarebbe stata la nostra ultima notte assieme.
Quei bastardi volevano distruggere anche l’amore. Sono sicura che non conoscono il significato dell’amore, ma sicuramente sanno che è qualcosa di bello, perchè tutto quello che loro non hanno è bello.

(Soledad, descrivendo il suo arresto. In Martin Caparros – Amor y Anarquia. La vida urgente de Maria Soledad Rosa)

18 anni di lotte, resistenza e solidarietà

Dalle mobilitazioni internazionali contro il WEF e il G8, alla solidarietà attiva con il Chiapas e la Palestina, attraversando i cammini di innumerevoli famiglie ecuadoriane giunte in Ticino, di migranti sudanesi congelati in una notte d’inverno, di corpi sotterrati in un bunker del Lucomagno. Abbiamo colorato l’ambasciata di Svezia, pitturato su quella italiana, imbrattato quella messicana. Siamo stati in via Monte Boglia a rimandare al mittente i vomitevoli messaggi di matrice fascista del loro giornalino e dei loro tristi figuri.
Ci siamo uniti agli scioperi dell’edilizia, delle Officine di Bellinzona, denunciato la morte di Anthony alle pretoriali di Bellinzona, le botte a rumeni invalidi e le speculazioni edilizie – dal San Carlino, alle rive dei laghi, alle case abbattute. Ci siamo mobilitati compatti nel silenzio accondiscendente contro le invasioni ticinesi dei vari Blocher, Bossi, Berlusconi, dell’ex ministro fascista del governo Pinochet Piñera…

Venerdì 17 ottobre 2014, alle Correzionali di Lugano avverrà il processo contro il maestro accusato, assieme ad altre 8 persone, di sommossa, ingiurie e violenze per l’azione avvenuta contro l’arrivo del procuratore italiano Caselli all’università di Lugano e per aver affisso degli adesivi dove si invitava a scovare le differenze tra gli attuali centri di detenzione per migranti e i campi di concentramento e tra il ministro in divisa Norman Gobbi e il maresciallo nazista Hermann Göring.

Manifestiamo la nostra completa solidarietà al maestro e ne approfittiamo per precisare alcune questioni. Forse a qualcuno interesserà.
1.Il procuratore capo Caselli, la repressione e la lunga storia del movimento NOTAV

In quest’aula non troverete le parole per raccontare quella notte di maggio.Usate il linguaggio di una società abituata agli eserciti, alle conquiste, alla sopraffazione. Gli attacchi militari e paramilitari, la violenza indiscriminata, le armi da guerra appartengono agli Stati e ai loro emulatori. Noi abbiamo lanciato il cuore oltre la rassegnazione. Abbiamo gettato un granello di sabbia nell’ingranaggio di un progresso il cui unico effetto è l’incessante distruzione del pianeta in cui viviamo. C’ero quella notte ed è mia la voce femminile che è stata intercettata. Ho attraversato un pezzo della mia vita insieme a tutti quegli uomini e a tutte quelle donne che da più di vent’anni oppongono un no inappellabile a un’idea devastante di mondo. Ne sono fiera e felice. (Chiara, sua dichiarazione al processo di Torino)

Da più di 20 anni il movimento NOTAV si batte contro la creazione di gallerie che devasteranno un’intera vallata per guadagnare 45 minuti sull’attuale linea ad alta velocità Torino-Lione (info: www.notav.info). Se in Svizzera per opporci a opere distruttrici, vedi il raddoppio del Gottardo, abbiamo compiacenti referendum, sistematicamente annullati, nel resto del pianeta, chi non ci sta, resiste mettendoci direttamente corpi e menti. E in Val di Susa i corpi e le menti di uomini e donne hanno adottato, fra le altre cose, la pratica collettiva del sabotaggio contro l’opera. Il procuratore capo Caselli già attivo nella lotta antimafia degli anni ’80, e giustiziere venerato dalla sinistra riformista, si è incaricato della missione volta a spezzare questa resistenza. Ma la storia della lotta in Val Susa è lunga, complessa e partecipata. Inizialmente nata attorno ad alcuni comitati locali, si è poi estesa a Torino, raggiungendo l’intera Italia e contaminando parecchie realtà europee. Tra queste anche la nostra esperienza che già nel 2005 solidarizzava con la valle, con un presidio al consolato italiano, dopo il violento sgombero del presidio di Venaus. In Valle si parla di difesa del territorio e di movimento NOTAV nelle scuole, nei municipi, nei mercati, al bar, per strada. È una storia collettiva di uomini e di donne, di anziani e di bambini, uniti contro un’opera, che dopo la costruzione dell’autostrada, andrà nuovamente a espropriarli di terre, acque, vigneti, boschi, immettendo grosse quantità di amianto e di gas tossici. Una terra defraudata e contaminata per un’opera inutile, in perenne ritardo con il forte rischio di perdere i finanziamenti dell’Unione Europea, i cui costi preventivati ammontano a 24 miliardi di euro. E non vi è dubbio alcuno che saranno abbondantemente superati anche se dovessero riuscire a ultimarla nei 30 anni preventivati.

Chi intralcia questi lauti guadagni non può essere che un terrorista. Forze dell’ordine e magistratura se ne incaricano già dalla fine degli anni ’90, criminalizzando il movimento NOTAV. La prima ondata di perquisizioni e arresti si concluse con il suicidio in carcere di Edoardo Massari (Edo) e Soledad Rosas (Sole), i primi, con Silvano Pellissero, a finire in carcere con l’accusa di attentati contro la linea ad alta velocità che, peraltro, da sempre esiste. I lunghi mesi di detenzione in condizioni d’isolamento totale provocarono i “suicidi” di Edo e Sole, attivi nel movimento squatter torinese, mentre l’impianto accusatorio della magistratura finì in niente. Poco tempo dopo infatti venne emesso un non luogo a procedere nei loro confronti. Ciò non impedì alla magistratura torinese di proseguire l’opera di criminalizzazione di un intero movimento. Dopo vari anni di pausa, i teoremi eversivi prodotti dalla magistratura ritornano puntuali col rafforzarsi del movimento. Sgomberato il presidio della Libera Repubblica della Maddalena e la conseguente battaglia nei boschi del 3 luglio 2011, una nuova ondata di denunce, perquisizioni, fogli di via e arresti colpisce tutta la Valle, diffondendosi in tutta Italia. Centinaia di persone, con le accuse più svariate e fantasiose, vengono denunciate, indagate e allontanate dalla Valle. Ma anche in questo caso, nonostante una pressione mediatica enorme, le ipotesi accusatorie si rivelano in parte inconsistenti e la gran parte dei processi svoltisi finora evidenziano continue lacune e approssimazioni.

Uno di questi processi è quello che si svolge in questi giorni a Torino, dove 53 persone sono indagate per gli scontri a difesa della Libera Repubblica della Maddalena. La pubblica accusa ha chiesto un totale di quasi 200 anni di carcere con pene che vanno dai 6 mesi ai 6 anni, in un lungo e contorto processo che vede coinvolt* compagn* del movimento, abitanti della Valle e rappresentanti dei municipi. Altro processo in corso è quello contro Niccolò, Mattia, Chiara e Claudio, che per ipoteticamente aver danneggiato un compressore, sono accusati di terrorismo e danno all’immagine della nazione. I quattro, da più di un anno in difficili condizioni di detenzione preventiva, rischiano fino a 20 anni di prigione, anche se nel frattempo – dato importante – l’accusa di terrorismo è stata invalidata dalla Cassazione. Stessa sorte e stesse accuse formulate ad altri 3 compagni, Graziano, Francesco e Lucio, da qualche mese in carcere. Infine, tra le innumerevoli procedure in corso, ricordiamo quella contro lo scrittore Erri de Luca, sotto processo da qualche mese, per aver rivendicato pubblicamente la pratica del sabotaggio (delitto d’opinione!).

La macchina repressiva condotta da Caselli, ben supportata dagli organi di stampa italiani sempre precisi e puntuali nella loro opera di disinformazione – rivela un unico fine: impressionare e intimorire, tentando di indebolire il movimento nella divisione tra buoni e cattivi. I risultati sono però nulli, e il movimento popolare NOTAV resta compatto.
Ad andarsene in pensione è invece il procuratore Caselli, pure denunciato per abuso d’ufficio, proprio mentre la solidarietà con i/le compagni/e in carcere e gli/le indagati/e si estendeva a tutto il mondo, come avvenuto a fine maggio scorso a Torino, dove un corteo di 20.000 persone rivendicava la pratica del sabotaggio in complicità con i quattro. E una volta Caselli in pensione pure i due altri principali PM della macchina repressiva, Rinaudo e Padalino, vengono rimossi dal loro incarico. Rinaudo è pure al centro di un’inchiesta ordinata dal Consiglio Superiore della Magistratura dopo la pubblicazione di un dettagliato dossier dove vengono illustrate le sue relazioni pericolose con interessi mafiosi (www.notav.info/senza-categoria/strane-amicizie-del-pm-rinaudo).

Il linguaggio che accomuna i primi processi di fine anni ’90 e la nuova caccia alle streghe inaugurata da Caselli ha un suo filo logico. Dietro una parvenza democratica, cercata nel codice penale e nell’immagine idilliaca del procuratore, ben appoggiato da un’ampia galassia della sinistra democratica riformista e ormai liberista, si cela il goffo tentativo di sconfiggere un movimento popolare capace non solo di resistere nel tempo, ma di rafforzarsi.

Chiaramente con altre intensità, riscontriamo alcune similitudini nel processo di Lugano, dietro il quale si muovono la parte leghista-fascista del consigliere di Stato Norman Gobbi, la corrente liberal-socialista legata al procuratore pubblico John Noseda e la galassia intellettual-chic confluita in Incontro Democratico.
2. La legittimità della protesta: “legal, illegal… scheissegal”

Capisco lo sgomento dell’opinione pubblica e dei suoi affabulatori per la ricomparsa di questo illustre sconosciuto, il sabotaggio, dopo che si erano tanto spesi nel seppellirlo sotto quintali di menzogne. Alla lotta contro il treno veloce il merito di aver rispolverato tale pratica, di aver saputo scegliere quando e come impiegarla e di essere riuscita a distinguere il giusto dal legale. (Claudio al processo di Torino)

Non è la prima volta che lo scriviamo ma lo ricordiamo, onde evitare patetiche morali paternalistiche e buoniste su quello che è consentito fare e quello che non lo è. “Insomma cari ragazzi se volete protestare, cosa giusta e legittima, fatelo per piacere, avete tutti gli spazi che la nostra legge vi consente” (giudice Siro Quadri, processo contro occupazione a Massagno). La cara vecchia teoria, più volte declamata nei tribunali ticinesi, sugli ampi spazi consentiti dalla nostra democrazia per contestare, in modo pacato e non troppo urlato, questo sistema. La tipica pace sociale svizzera che da sempre addormenta le coscienze. E ci fossimo rassegnati a questa legalità, il CSOA il Molino, come spazio e come pratica quotidiana, non esisterebbe. Legalità invece pienamente rispettata nel caso della lotta contro l’inceneritore di Giubiasco, la cui mobilitazione, dopo che il referendum appoggiato da tantissime persone venne invalidato, non è più stata in grado di opporsi in nessun modo a quell’opera. Allo stesso modo anche per la nuova proposta di raddoppio della galleria di base del Gottardo, nuovamente rilanciato dal padronato e dalle maggiori forze politiche svizzere dopo che già era stato massicciamente bocciato da una votazione popolare, non ci facciamo grandi speranze sulla possibilità di una lotta diversa se il raddoppio dovesse – purtroppo! – venire accettato.

Non va dimenticato infatti che, storicamente, se tutte queste parvenze democratiche – che escludono comunque gran parte della popolazione (vedi ad esempio il referendum per la cassa malati pubblica, dove tutti gli “stranieri” che la pagano ogni mese non hanno potuto esprimersi!) – fossero state rispettate, parecchie delle conquiste ottenute da milioni di persone che troppo spesso ancora perdono la vita, il lavoro, gli affetti per combattere e ribellarsi a questo sistema, non esisterebbero.

Gli esempi non mancano ma ne prendiamo uno su tutti: lo sciopero dei cavisti ticinesi di qualche mese fa e il licenziamento di tre operai per avervi partecipato. Insomma, nonostante i tanto decantati spazi democratici, a rimetterci la pelle sono sempre le/gli stesse/i e la legittimità delle nostre azioni, delle nostre lotte, delle nostre conquiste, dei nostri spazi non per forza corrisponde a ciò che viene da loro considerato legale.

Nel caso dell’arrivo di Caselli a Lugano quello che vogliamo ribadire è anche l’importanza del concetto di solidarietà, elemento imprescindibile e fondamentale nella storia delle lotte popolari. Un’internazionalismo solidale di cui tanto si è nutrito anche il Ticino nei decenni passati dalla Spagna, alla resistenza al nazifascismo, al Cile…
Dal 1996, il centro sociale – nato grazie anche alla sollevazione armata zapatista in Chiapas e ai forti legami con le terre messicane – nel suo piccolo ha fatto di questo concetto una pratica costante. E di fronte agli arresti del movimento NOTAV, non potevamo far finta di nulla.

Sebbene la volontà era semplicemente quella di esprimere il nostro dissenso attraverso la distribuzione di volantini e la posa di striscioni durante la conferenza, non ci aspettavamo tanto clamore. Nessuna pretesa di sommossa o di sovvertimento dell’ordine pubblico, ma una solidarietà concreta e attiva – come avvenuto in quel periodo in tutta Italia senza nessun problema – a chi in quel momento veniva rinchiuso in carcere per le proprie idee. D’altronde se sommossa voleva essere non ci saremmo presentati a volto scoperto con striscioni e volantini davanti a 50 persone. Ciò a cui assistiamo è invece la provincialità disarmante di questo Ticino omologato, restio a qualsiasi forma di differenza culturale, di provenienze, di idee, di pratiche. Per l’ennesima volta è andata in scena l’assoluta incapacità di gestione di una semplice protesta, che si sarebbe esaurita in pochi minuti e che ha invece prodotto un goffo e rozzo intervento da parte di poliziotti e guardie private in cerca d’adrenalina.
3. Capri espiatori e terrorismo mediatico

In Ticino si sa, se ti esponi, contesti, osi, al di fuori del consentito e del solito teatrino, vieni messo alla gogna, perdi il posto di lavoro, vieni schedato, spiato e le attenzioni di quelli in alto cambiano in modo evidente. Lo sappiamo molto bene, in tant* di noi l’abbiamo vissuto direttamente. Ma fa parte del gioco e come militanti ne siamo ben coscienti.
Capita però che ci siano casi più eclatanti, dove la ricattabilità da parte del potere diventa ancora maggiore. Essere straniero, avere altri tratti somatici o colore della pelle comporta un ulteriore castigo. Insomma se per lo meno sei v’ün di nos, te la potresti cavare. Guai invece se non lo sei: le pene sono altre. Per i fatti dell’USI sono 8 le persone denunciate con le medesime accuse, dei cui decreti d’accusa, dopo tre ripetitivi interrogatori farsa, si sono perse le tracce. Mentre, nel caso specifico, il maestro, oltre allo sputtanamento mediatico e alle denunce, perde il posto di lavoro – non rinnovato dal ministro socialista dell’educazione Bertoli, alla faccia del nuovo corso PS sul recupero del concetto di solidarietà – e non gli è ancora stato rinnovato il permesso di soggiorno. E chi è il responsabile dei permessi in Ticino? Guarda caso, l’altra parte di questa storia: il ministro in divisa Norman Gobbi.
Ma ne riparleremo.

Il maestro fa infatti parte della temutissima invasione frontaliera su cui si fa leva per infondere timori e terrore di questi tempi, cavallo di battaglia di tutte le paure e sulla cui pelle, come su quella di migliaia di persone, passa quel lento lavaggio del cervello che trova sempre nell’altro – più debole e più attaccabile – il capro espiatorio di tutti i problemi. Sembrerebbe quindi evidente che la sua provenienza diventi, davanti all’assenza completa di prove, un elemento centrale per almeno uscirne con la faccia pulita. Insomma, si sceglie l’elemento più “debole” e si procede alla caccia. Perché la discesa in campo del procuratore John Noseda, ben imboccato dal massone respinto Gobbi, non può risolversi in un niente.

Senza tralasciare poi che con l’introduzione delle nuove leggi votate dal popolo svizzero il 9 febbraio scorso basterebbe una minima condanna per dovere lasciare il paesello. E la sorte toccata ad Arlind e Yasin, vigliaccamente allontanati senza che avessero fatto assolutamente nulla, è un chiaro indice del clima razzista che si respira in Ticino!
Stessa dinamica del forte coi deboli e debole coi forti, nel caso dei vertici del Consiglio d’amministrazione dell’Ente Ospedaliero Cantonale di Locarno, nel quale il procuratore Noseda prontamente decreta un non luogo a procedere.
Evidenti questioni di interessi e di relazioni di forza differenti.
Non ci stupiamo chiaramente, in quanto la politica è sempre la stessa. Quella che, prima ancora che fosse fissata una data del processo, ha saputo sbattere sulle pagine della malainformazione dei principali media ticinesi il maestro, come già colpevole dei fatti.
4. Incontro democratico e le Black Panthers passate di moda

Ci incuriosiscono le relazioni “amichevoli” che la Lega intrattiene con il procuratore capo John “pistola fumante” Noseda, trasformatosi in forcaiolo giustizialista. Interessi, favori, chissà. Di certo qualcosa è successo da quando il Noseda fu paragonato sul domenical-immondezzaio ad Adolf Hitler per essersi prodigato nel chiudere i bordelli in Ticino, notoriamente parte importante degli affari del clan Bignasca. Eppure, da allora, neanche più una riga dedicata al procuratore generale sul Mattino della domenica.

Un Noseda già obbligato ad arrampicarsi sugli specchi per trovare prove credibili, sospinto dai musi offesi e indignati della galassia intellettual-riformista di Incontro Democratico che tanto si era risentita per un manipolo di persone che aveva osato rovinare la messa in scena. Ma si raccoglie quello che si semina. Il contesto attuale è ben diverso da quando il termine radical-chic fu coniato per indicare la borghesia illuminata che invitava a laute cene le Black Panthers per finanziarne il movimento. Oggi il punto d’omologazione è tale che il semplice pronunciare termini quale sabotaggio, conflitto, occupazione, rivoluzione, solidarietà, diventa un insulto inaccettabile da reprimere immediatamente.
5. Gobbi, la Lega e l’integrazione a colpi di pistola

Da ultimo gli adesivi incriminati. Li inseriamo per capire di che cosa stiamo parlando. Qualsiasi persona di buon senso troverebbe ridicola la denuncia per aver attaccato degli adesivi! Se poi la denuncia arriva da ambienti che “festeggiano l’integrazione a colpi di pistola” dopo l’uccisione di due senegalesi a Firenze qualche anno fa (Mattinonline 13.12.2011) o che invitano a “bruciare i kompagni al falò del primo d’agosto” (Paolino Gobbi, fratello di Norman, ripreso da “il diavolo”), siamo al paradosso. Prima predicano, starnazzano, infieriscono e poi quando occupano posti di potere, ne abusano in scioltezza. L’arrivo in massa nel Municipio di Lugano ne è un esempio (moltiplicatore aumentato, licenziamenti, eventi a pagamento ecc.) e la presenza leghista in consiglio di Stato riproduce tale andazzo. L’unica cosa che ancora facciamo fatica a capire, soprattutto dopo la morte del loro capetto Bignasca (quello che volveva mettere tutti gli ecologisti in una cabina telefonica e farli saltare in aria…), è come la gente non se ne renda conto. O meglio, sì lo capiamo, visto il vuoto culturale che si è creato negli ultimi decenni e sul quale tutti si sono alimentati.

Ma in fondo non è comunque un po’ di satira a guastare e così, tanto per precisare le mozioni che vogliono la satira di sinistra accettata e quella di destra no, ricordiamo quello che disse Dario Fo: «La satira serve per mettere il re a nudo» e non è più tale quando si accanisce contro chi questo sistema lo subisce giornalmente.

Gobbi in questo caso è paradigmatico nel suo esprimere comportamenti e idee di una provenienza definita. A volte chiaramente, come quando imita il verso della scimmia nei confronti di un giocatore nero di hockey, altre in modo più sottile come quando riutilizza concetti cari ad altre forze europee dichiaratamente fasciste (Forza Nuova, Casa Pound) su temi quali la libera circolazione “che è diventata uno dei principali elementi del totemismo fondante per l’Europa tecnocratica e centralista che uccide le specificità delle nazioni e dei popoli” (ticinonline, 01.08.2014) o quando ricorda il ruolo che si è assunto la Lega dei Ticinesi, ossia di “difendere gli interessi del Ticino e della Svizzera, con la gente, padroni in casa nostra”.

Pensiamo che per il momento, non occorra spendere ulteriori parole. Ci limitiamo a illustrare alcune perle apparse sul domenicale sul quale Gobbi spesso scrive. E non ci stancheremo mai di ripeterlo: queste idee vanno combattute su tutti i piani. La storia insegna che bisogna sempre vigilare al diffondersi di questi concetti. Occorre contrastarli giorno dopo giorno, senza lasciarsi intimorire.

“GOSSIP E ODIO” “E quando si riduce l’essere umano a mero concetto ci si dimentica che è una persona, con i suoi affetti, storia, sensibilità. A quel punto è più facile bombardare.” (Marjane Satrapi, 1 marzo 2008)
1. Rom: “Raus” o campi di lavoro – 12 settembre 2010
2. Articolo di Boris Bignasca, “Noseda come le SS?”
3. Troppi neri sui busi – 20 gennaio 2006
4. Onore a Jörg Haider. Se ne vanno sempre i migliori
La memoria, un ingranaggio collettivo da stimolare ripetutamente
Un lavoro questo che vuole essere esercizio mnemonico per avere un minimo di visione d’insieme. Troppo spesso si dimentica o si tende a dimenticare il passato lontano o recente. Troppo spesso la costante opera di rimozione culturale o la rilettura della storia sotto altre vesti e forme e la martellante disinformazione mediatica hanno saputo modellare, uniformare menti e coscienze in una visione d’assieme incapace di produrre conflitto, ridotta alla rassegnazione quotidiana. Insomma quel perenne “tanto cosa ci vuoi fare, è così e non cambierà mai nulla”.

Noi pensiamo che non sia così. Pensiamo che un’altro mondo é possibile e che sia urgente un cambio radicale a livello culturale, sociale e politico.

La costruzione del nemico – migrante, rom, islamico, frontaliere, giovane, ultras, anarchico, black block – utilizzata da quasi un intero spettro della classe politica passata e attuale, ci evidenzia un nemico da temere e combattere e sul quale focalizzare le proprie attenzioni per distogliere dall’attuale situazione di crisi. In un momento in cui è andata persa qualsiasi “sicurezza” in termini lavorativi, abitativi e sociali, ciò permette di non individuare i veri responsabili. La nostra riflessione, partendo dal processo del maestro, vuole essere un piccolo contributo alla ricerca di queste altre visioni culturali.

NO PASARAN! LIBERE TUTTI!

Solidarietà complice a tutti/e gli/le accusat* e processat* del movimento NOTAV!
Libertà e complicità a Chiara, Mattia, Niccolò, Claudio, Graziano, Francesco, Lucio
CSOA IL MOLINO

 

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