di E. Itzenplitz e U. Meinhof, Repubblica Federale Tedesca 1970, drammatico, b/n, 90′, con Dagmar Biener, Petra Redinger, Antje Hagen, Barbara Schöne,  Christine Diersch, Helge Hennig

Ulrike Meinhof ha completato la sceneggiatura di questo film televisivo sullo spunto di una rivolta in una casa di gruppo per ragazze nel 1969 e prima di fuggire per fondare la Rote Arme Fraktion (RAF) nel 1970. Il film è stato programmato per essere mostrato in televisione, nel maggio del 1970, ma il ruolo di Ulrike nella liberazione di Andreas Baader poche settimane prima, porto’ al suo definitivo annullamento, anche se la sceneggiatura fu pubblicata solo nel 1971. Il film non è stato mostrato in televisione fino alla fine degli anni Novanta. E ‘quindi difficile non avvicinarsi a questo film come a un documento fondamentale della Ulrike politico-intellettuale, in transizione dal suo malcontento sempre più evidente con le forme tradizionali di attivismo politico (compreso l’interesse per i media come il film stesso) all’abbarccio della lotta armata, rifiutando definitivamente ogni compromesso con le istituzioni della società. Meinhof fonda la costruzione della sceneggiuatura su delle interviste raccolte con ragazze provenienti da case correttive, alcune delle quali ospitate in casa sua (una, Irene Goergens, sarebbe poi divenuta un membro della RAF). La casa delle giovani nel film è chiaramente destinata a somigliare ad una prigione, e serve a riprodurre una società in miniaturta. Le giovani donne “indisciplinate” in casa sono regolarmente sottoposte a forme punitive disciplinari, tutti i loro diritti e privilegi posso essere arbitrariamente sospesi, spesso attraverso l’isolamento nel “buco”. Come una ragazza dice: “Qui tutto è semplice: niente sigarette, il foro, niente ferie, niente TV. Qui sappiamo dove siamo.” Sono inoltre costrette a lavoare, e nonostante l’alienante ripetizione del lavoro sono pagate molto poco e possono subire ritorsioni salariali in caso di disobbedienza al lavoro. Anche se duramente attaccato dall’autorità, il lesbismo pervade l’istituzione, forse perché, come Sarah Colvin sostiene, “il lesbismo è una metafora della solidarietà”. Quando “Bambule” appare nell’immagine finale, la parola assume la forma di un comando rivolto allo spettatore e alla società. In un’intervista alla radio, Meinhof spiego’ sostenendo che: “Bambule significa ribellione, resistenza, contro-violenza – gli sforzi verso la liberazione”. Nonostante la data il film risulta estremamente attuale poiché pone l’accento sul concetto di rieducazione e di disciplinamento delle condotte ribelli all’ordine costituito. Repressione permettendo, sarà possibile avviare un interessante dibattito con la presenza del compagno che ha curato la traduzione in italiano (attualmente detenuto in seguito all’infamante campagna repressiva nei confronti del movimento NoTav!)

Qui non si rassegna nessuno: carceri, fughe e repressione
Marzo, aprile, maggio 2012 al CINEMOLINO @ CSOA IL MOLINO – Lugano
Inizio proiezioni: 21’00 – entrata libera

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