Forse immaginavano che l’emigrazione clandestina dai martoriati paesi del così detto terzo mondo era finalmente scongiurata.
Tutto in regola. I Signori e le Signore incaricati della gestione politica e della sicurezza cantonale orgogliosamente vittoriosi. Territorio pulito, spazio sgomberato, i « sorridenti rifiuti » rimpatriati. Ma il loro umanitarismo velato dall’ipocrisia, ha fatto cilecca. E sono tornati. Impauriti, sorridenti, umili, onesti, poveri. Dignitosi! In fuga dall’Ecuador, dove le politiche neoliberiste e la recente dollarizzazione hanno ridotto allo stremo il 75% della popolazione ( dal 1995 al 2000 l’indice di povertà è passato da 3,1 a 9,1 milioni di PERSONE!) e nel quale la seconda maggior entrata dell’economia nazionale arriva dai fondi degli emigranti ( dal 1996 al 2001 ben 2,5 milioni di ecuadoriani hanno cercato miglior sorte nei paesi « ricchi » su un totale di 12 milioni di persone).
Quindi ritornano. Stesse condizioni, la strada, il gelo, la fame e i soliti, tanti, occhi chiusi.
Ora scopriamo che sua Signoria il comandante della polizia ticinese Piazzini « teme il freddo e che vorrebbe evitare, per ragioni umanitarie, che queste persone trascorrano la notte all’addiaccio, all’interno di autovetture » ( CdT 3.12.02). Ma per sei freddi anni, sua Eminenza, non vedeva, non sentiva, non parlava. Intere famiglie costrette a passare la notte all’addiaccio all’interno di autovetture! A volte addirittura accompagnate dai poliziotti al Maglio, sempre ben distanti dai Signori e dalle Signore benpensanti, a carico degli illegali del Molino.
Scopriamo inoltre che il Signor Cappella, caposezione permessi e immigrazione, non ritiene gli ecuadoriani un allarme sociale, salvo, quando si ammassano in condizioni igieniche precarie come, è successo al Maglio ( CdT 3.12.02). Oppure, aggiungerei, quando dei soggetti che vivono al margine della società, prendono coscienza della propria condizione e si organizzano diventando un soggetto politico che lotta per i propri diritti. Mentre quando in una macchina dormono intere famiglie al freddo, in un qualche posteggio non sono esseri umani degni e non rappresentano un allarme sociale impellente.
Naturalmente… pure lui all’oscuro di tutto! Subito a ruota, seguono i vari Pedrazzini, Pesenti e Sandrinelli, ripetutamente informati della grave situazione. Buio totale! Eppure pensano. Lo dimostra la soluzione che hanno individuato: controlli, rimpatri, espulsioni, consulenza di assistenti sociali per… espellere ben 52 persone… insomma il vecchio sistema repressivo di tolleranza zero tuttora in uso nella quasi totalità di nazioni umanamente evolute.
L’integrazione ormai una lontana chimera. Pensano e producono: il centro di accoglienza securizzato per richiedenti d’asilo ormai ultimato. Un carcere leva problemi al modico costo di 1 milione di franchi. Poco, se paragonati ai 50 ( milioni) per il casino, ai 10 ( milioni) per ristrutturare il Macello per la solita cultura artificiale e ai 3,5 ( milioni) regalati in tre anni a Stinca, direttore dell’Ente Turistico Ticinese.
Ma forse con l’avvento del felice natalcapitalista, gli ipocriti occhi si apriranno e qualcuno penserà che al posto di una prigione si potrà spendere qualche pubblico denaro in un centro di prima accoglienza dove, tutti coloro che lo necessitano, possano trovare una mensa, dei letti, una lavatrice e soprattutto la possibilità di una vita degna. Nelle maggiori città europee e in molti cantoni svizzeri una struttura simile é già in funzione. Considerate le notevoli ambizioni della città di Lugano sarebbe auspicabile la realizzazione di questo centro di prima accoglienza e chissà mai che anche nel Cantone Ticino si possa aprire, con un po’ più di buon senso e un po’ meno di competitività, un futuro di tolleranza e di solidarietà dove le diversità, sociali, culturali e politiche, saranno considerate come un arricchimento e non come una paura da combattere.

Tazio Pessi, Locarno

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