Dopo un periodo di clandestinità, viene nuovamente arrestato nel 1976 e condannato all’ergastolo per essere stato uno degli ispiratori della costituzione di un gruppo attivo nella lotta armata. Dopo 18 anni trascorsi tra carcere “a regime speciale” e carcere “a regime normale”, usufruisce in seguito della semilibertà. Oggi ha 65 anni ed è un cittadino libero: «ho pagato il mio debito», dice. Attualmente lavora per la Cooperativa Sensibili alle foglie (www.sensibiliallefoglie.it) che si occupa di ricerca sociale e produzioni letterarie (oltre 150 libri in catalogo). Gira l’Italia, anche quella più remota, per instaurare un rapporto diretto con le persone interessate ai lavori di ricerca e analisi di Sensibili alle foglie. Sabato 2 dicembre sarà alle 21 al Centro sociale autogestito Il Molino di Lugano per presentare una trilogia (“L’azienda totale”, “Il dominio flessibile” e “Il consumatore lavorato”) che tratta delle condizioni di lavoro all’interno della grande distribuzione e del cliente consumatore, partendo dall’esperienza diretta dei lavoratori.

Signor Curcio, perché la scelta dei centri commerciali come terreno di studio?
L’analisi è nata sulla spinta dei sindacati che operano all’interno delle imprese della grande distribuzione. L’altro motivo, più sottile, è il ruolo di queste aziende che nelle aree fortemente sviluppate rappresentano un terreno di studio interessante delle trasformazioni in atto sia nell’organizzazione del lavoro sia nelle dinamiche del consumo.
Nei primi due libri l’analisi si concentra sul rapporto di lavoro all’interno di un’azienda della grande distribuzione. Cosa ne scaturisce?
È una trasformazione di grande interesse che tende a “singolarizzare” il lavoratore, portandolo ad essere sempre più un singolo in relazione con l’azienda e ad instaurare uno scambio simbolico nuovo rispetto alla società industriale. Uno scambio che richiede da un lato una disponibilità senza forma e dall’altra una possibile inclusione temporanea nella dinamica delle aziende. A seconda di quanto è disponibile, il lavoratore resta o meno interessante per l’azienda.
Perchè le aziende della grande distribuzione vengono spesso paragonate ad istituzioni totalizzanti come il carcere?
Nella metodologia dello studio abbiamo voluto analizzare le analogie dei dispositivi totalizzanti che esistono nelle istituzioni totali come la prigione o i campi di concentramento, per leggere se e come questi meccanismi si riproducono nel mondo del lavoro. Non si tratta però di una metodologia innovativa, in quanto altri nel passato l’avevano già utilizzata, come Primo Levi e Erving Goffman. L’innovazione è nel passaggio da una osservazione teorica ad un lavoro sul campo. Abbiamo cercato di capire come il processo di individualizzazione del lavoratore sia sempre più in relazione ai dispositivi totalizzanti. Quello che abbiamo riscontrato è che nel mondo del lavoro vi sia una tendenza a ridurre i diritti, a stratificarli, a disseminare i privilegi, e in definitiva a fare un’operazione tipica di controllo sociale delle istituzioni totali.
Nei libri si raccontano storie tratte dai racconti di impiegati nella vendita.
La nostra metodologia di socio-analisi è narrativa. Creiamo dei gruppi di lavoro con dei dipendenti di una stessa azienda i quali raccontano le loro esperienze. In seguito analizziamo i punti comuni delle narrazioni per individuare quelli che Foucault chiamava “i dispositivi” e da lì risalire alla catena di comando.
Un altro principio cardine del vostro approccio è “Più una cosa appare scontata, meno lo è”.
Crediamo di conoscere il mondo del lavoro. In realtà però quasi tutte le idee che ci permettevano di capire la società industriale sono idee ormai “fuori corso” in questa società globale, idee che non ci permettono di capire realmente le trasformazioni in atto. Per questo noi non partiamo dalle analisi ma dal vissuto dei lavoratori proprio per ripensare, ricostruire delle possibili interpretazioni.
Un collaboratore del nostro giornale, Mauro Marconi, commentando in un articolo i suoi libri si chiedeva: «È il vento neoliberista che veste il lavoro con i suoi dispositivi totalizzanti o è il lavoro salariato stesso che per sua natura è totalizzante?»
Il lavoro salariato è in sè generatore di alienazione, di estraniazione del lavoratore dai frutti del suo lavoro. Tuttavia nell’epoca che viviamo, abbiamo delle specificità nuove che prendono le distanze dalla storia del movimento dei lavoratori, quando questi erano sì dei lavoratori con scarsi diritti ma avevano ancora un’idea d’insieme e lottavano collettivamente per diritti comuni. Oggi i diritti si disperdono e i lavoratori sono individui singoli di fronte ad una macchina troppo potente per loro.
Nei libri viene descritto il processo d’identificazione del lavoratore con l’azienda.
L’azienda vuole dal lavoratore tutta la sua vita. Chiede una prestazione totalizzante. Vuole da lui il sorriso della pubblicità, le frasi dette automaticamente, la divisa dell’azienda. Vuole che si identifichi con l’azienda e se non lo fa, non è l’uomo giusto al posto giusto.
In questa logica, sembra quindi destinata a scomparire la contrapposizione tra l’interesse dell’azienda (bassi costi del personale e più alti profitti possibili) e l’interesse del lavoratore (lavorare di meno ed essere pagato di più).
L’azienda realizza questo attraverso le leggi che gli consentono di usare lavoratori interinali, ad affitto o a collaborazione di progetto. Sono lavoratori a tempo determinato. Un tempo anche breve durante il quale però l’identificazione con l’azienda deve essere totale, anche se di corta durata.
Tra le tecniche di resistenza messe in atto dai salariati, viene descritta anche quella dell’opera sindacale dei dipendenti. Ritiene il sindacato lo strumento giusto per organizzare una resistenza?
Domanda sulla quale occorre interrogarsi molto. Il sindacato oggi appare inadeguato a far fronte alle trasformazioni in atto e soprattutto ai tipi di battaglie che oggi sono globali. Queste grandi aziende di distribuzione operano in 3 continenti con delle modalità di gestione del lavoro che sono planetarie. I sindacati invece ragionano in altri termini, classificando le aziende di distribuzione nel ramo del commercio, mentre in realtà queste sono aziende globali.
Nella prefazione di “Azienda totale”, il sindacalista Gianni Rodilosso descrive il declino della presenza sindacale nella grande distribuzione.
La ricerca è proprio nata dalla constatazione fatta dagli stessi sindacati di essere passati da un settore in cui era alto il tasso di sindacalizzazione negli anni precedenti, ad un settore che oggi è completamente desindacalizzato. Capire perchè sia successo e quali conseguenze abbia questa situazione sui diritti del cittadino lavoratore è indispensabile.
Ne “Il consumatore lavorato”, il terzo libro, viene analizzato il rapporto tra cliente e l’azienda di grande distribuzione.
E centrale nella riflessione è il passaggio della società dei consumi ad una società dei consumatori. Le aziende oggi producono prima di tutto i loro consumatori. Il processo di produzione dei consumatori è un processo che ha tecnologie particolari sulle quali è importante fare delle ricerche.
In un capitolo si tratta l’esempio del cliente “moderno” che si fa da solo il conto della spesa, che da cliente diventa cassiere.
Il consumatore diventa elemento di valorizzazione del capitale. È un cliente ritualizzato che entra in un ciclo infernale di dipendenza. Si pensi all’evoluzione del credito al consumo dove il consumatore diventa legato mani e piedi al sistema di consumo. Molto spesso questa figura è un lavoratore che diventa consumatore e consuma tutta la sua vita, nell’arco delle ventiquattro ore, nel ciclo della grande distribuzione.
Quali possono essere le forme di resistenza del consumatore, tenuto conto del fatto che a causa dei pochi soldi a disposizione le persone sono quasi obbligate a far la spesa nei centri commerciali?
Le forme di resistenza devono essere pensate sul piano della cittadinanza. Dobbiamo immaginare noi stessi non più come lavoratori e consumatori, ma come cittadini portatori di diritti, quindi ad un livello superiore del mercato, ponendo i problemi che precedono il mercato come problemi fondamentali. Così facendo usciremo dalla logica della guerra per i costi e bassi prezzi che è sempre una guerra contro i lavoratori ma anche contro i consumatori.

Un progetto nato in carcere

Signor Curcio, come è nata la cooperativa Sensibili alle foglie e di cosa si occupa?
Nasce nel 1990 su iniziativa di alcuni di noi che venivano da molti anni di carcere, da una riflessione sulle risorse che le persone mettono in atto per affrontare la reclusione. Quello è stato il nostro primo terreno di ricerca e a partire da quel lavoro abbiamo seguito quel filo a piombo che è rimasto importante in tutte le ricerche successive, comprese le modalità di resistenza nel mondo del lavoro all’interno di istituzioni che mettono all’opera dispositivi totalizzanti. Domanda centrale è cosa fanno le persone stritolate dalla flessibilità e precarietà per resistere e quali risorse usano. C’è solo un adattamento passivo o ci sono anche forme di adattamento creativo? Se sì quali? Rispondere a questa domanda può diventare importante per il nostro futuro.
In libreria ci hanno detto che Sensibili alle foglie ha un gran problema con la distribuzione.
Si è vero. Noi abbiamo deciso di uscire dalla grande distribuzione. Non possiamo criticarla e poi farne parte. Abbiamo costruito una rete che passa dai centri sociali, dai centri studi ai sindacati che ci consente di portare i nostri libri ad alte tirature, in un numero invidiabile dalle piccole editorie ma fuori dalla grande distribuzione. È indispensabile per una cooperativa editoriale come la nostra che si propone di fare ricerca-azione e di trasformarla in uno strumento di relazione con il mondo, non come una merce da piazzare sui banconi ma come un rapporto sociale che va costruito con le persone sia nella ricerca che nella sua comunicazione. A Lugano faremo questo.

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