Piaccia o non piaccia, lo sgombero del Maglio – oggettivamente inevitabile – non cancella questa legittimazione. Troppo tardi, motivo per cui non ha più senso stare a disquisire sul perché e il per come: adesso – anche se non tutti hanno voluto questa bicicletta e qualcuno non vorrebbe pedalare per gli altrui errori politici – occorre trovare una soluzione, evitando un ennesimo scaricabarile tra la Città di Lugano, il Comune di Canobbio e il Cantone. Al punto in cui s’è arrivati, non si può continuare a fare i tartufi. E’ evidente che solo con il contributo della Città si potrà trovare una via d’uscita. D’altra parte, come in altre realtà svizzere, la questione dell’autogestione è un fenomeno tipicamente urbano: non risulta che si okkupino cascine a Madonna d’Arla o a Cimalmotto. Lugano – che si appresta a diventare la Grande Lugano, con le sue ambizioni e il suo accentuato ruolo – dovrà fare la sua parte assieme al Cantone.
Il vero scandalo di tutta la vicenda non è però lo sgombero di un gruppuscolo di autogestiti – che ha comunque bisogno dello scontro per confermare la propria esistenza e il presunto bisogno sociale del “collettivo” – ma il fatto che nessuno abbia mosso un dito per la situazione disumana dei 56 ecuadoriani ritrovati nelle adiacenze del Maglio. Pare che molti sapessero, eppure non abbiamo visto fiaccolate e lumini lungo il cammino di questa povera gente; non abbiamo avuto notizie di scioperi della fame o di incatenamenti agli alberi del Pian della Stampa. In compenso sabato abbiamo visto la sinistra piazzaiola ululare non tanto per gli ecuadoriani, ma per i poveri cocchi del Maglio. Il peggio è che ora gli ecuadoriani verranno anche sfruttati come alibi politico

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