I quindici anni di centro sociale raccontati da due protagonisti dell’occupazione degli ex Molini Bernasconi di Alfonso Reggiani

Spaghetti, aglio, olio e peperoncino: è il menu della prima cena consumata nei locali appena occupati degli ex Molini Bernasconi di Viganello. È la notte di sabato 12 ottobre 1996. Un gruppo di giovani, di quelli che in discoteca neanche ad averci i soldi ci andavano, prese possesso di uno stabile in disuso e abbandonato da anni (dove oggi sorge la Coop, per intenderci). Muove così i primi passi una storia (cfr articolo sotto) che continua ancora oggi.

Si ricorda bene Paolo, oggi 42enne, la prima notte di occupazione. « Eravamo centinaia. Abbiamo cucinato con fornelli a gas da campeggio e mangiato in piatti di plastica ». Ma quegli spaghetti avevano un sapore forte non solo per il peperoncino. Sapevano di sfida alle autorità, avevano il gusto di un sogno che si stava realizzando senza che i partecipanti si rendessero completamente conto di quello che stavano facendo. Suonò come un affronto alle autorità che tuttavia non reagirono, forse sorprese dall’azione, forse nella speranza che la situazione tornasse “normale” nel giro di pochi giorni. Ma quello che apparve di primo acchito come un gesto irriverente nei confronti delle autorità, prese corpo e continuò.

Come si passò dalle parole all’azione? « Al termine dell’ennesimo corteo indetto da “Realtà antagonista” lungo le strade della città, per rivendicare un centro sociale autogestito all’ex Termica, siamo entrati negli ex Molini Bernasconi di Viganello scavalcando la ramina del Piccadilly – racconta Paolo –. Eravamo stufi di anni di rivendicazioni senza esito. Doveva essere un’azione simbolica e avremmo dovuto restare solo qualche giorno. Ma tutti erano carichi di energia e l’esperienza è proseguita. Un sacco di persone si sono aggregate e un giorno dopo l’altro il movimento è cresciuto. C’era grande fermento, molta confusione, c’erano giovani provenienti da esperienze simili come “Realtà antagonista”, “Gas”, “Collettivo zapatista”, “Robin Hood” ». La spinta forse decisiva verso l’occupazione venne dagli scantinati di uno stabile di via Vergiò a Breganzona, dove si svolgevano riunioni settimanali e ci voleva la parola d’ordine per entrare. Alcuni erano reduci da un viaggio nella regione del Chiapas in Messico e avevano portato i racconti della nascita del movimento zapatista e delle prime zone libere dalla sovranità dello Stato. Non solo. « Nella primavera di quell’anno una delle prime Feste di primavera del Tassino, a cui parteciparono tantissimi, si rivelò come una “prova tecnica di autogestione”. C’era anche Bill Arigoni che ci spronò ad andare avanti. L’intervento repressivo delle forze dell’ordine non fece altro che alimentare il movimento. E migliaia di persone sfilarono lungo le strade della città ».

Oggi quarantenne, Michele è un altro di quelli che ha partecipato in prima persona alla storia del Molino: « Erano gli anni dell’apprendistato. Per noi ragazzi del campetto di Cassarate le possibilità di socializzare e ascoltare musica erano le “discofeste” al Conza, al capannone di Pregassona o a Trevano, ma il problema era sempre lo stesso: entrate a 10 franchi o più, e per una birra ne pagavi 3. Spesso ci si ritrovava a passare la serata fuori, si socializzava come si poteva, rinunciando alla “Festa” ». Ma cosa resta oggi dopo 15 anni? « Credo che oggi Lugano sarebbe impensabile senza uno spazio come il Molino, la società è cambiata ma i bisogni sono ancora gli stessi: spazi di aggregazione, al di fuori dalle logiche commerciali, con un ideale comune di libertà. Sono orgoglioso di aver partecipato alla nascita e alla crescita di questa realtà (ripeto) irrinunciabile ».

Ancora oggi il centro sociale è una palestra di vita, in cui ognuno porta le proprie esperienze personali e ha potuto crescere acquisendo competenze che si sono rivelate utili anche nel mondo del lavoro. « L’autogestione e la condivisione delle attività non sono parole vuote di significato – prosegue Michele – . Qui abbiamo imparato ad organizzare eventi, a gestirli anche nelle situazioni complesse e potenzialmente conflittuali. Al Molino la piramide del potere è appiattita, non ci sono capi, decide l’assemblea. E sono nate tante iniziative come piccole cooperative che creano autoreddito ».

E ora? « Il pensiero va anche al futuro: al ricambio generazionale, alla nostra capacità di trasmettere la passione ai nuovi, al riuscire a dare spazio anche agli errori di chi non ha l’esperienza di 15 anni, e anche alla città di Lugano. Credo che la città avrà nei prossimi anni un ruolo molto importante, quello di valorizzare il lavoro fatto finora e nel saper ascoltare le esigenze che arrivano dal basso, non solo quelle funzionali alla speculazione. L’ex Macello in questo senso ha una potenzialità immensa per dare risposte al bisogno di aggregazione e socializzazione (non solo giovanile ben inteso), confido che il buon senso abbia per una volta il sopravvento ».

Insomma, un centro sociale come laboratorio sperimentale, senza regole se non quelle del rispetto e della vita in una sorta di Comune, in cui tutti partecipano, ognuno a suo modo, secondo le proprie possibilità e i propri interessi. Tutti però convinti che un altro mondo sia possibile.

E che una parte di questo si stia costruendo proprio al Molino che, nonostante tutto, continua a vivere a poche centinaia di metri dal cuore della terza piazza finanziaria svizzera.

 

Dalla piazza all’ex Macello

Agli auguri di Giudici che otto anni fa optò per trattare con gli autonomi

Una storia tormentata, almeno in alcuni periodi, quella del Molino. Tutto comincia il 12 ottobre 1996 (vedi sopra), ancorché le rivendicazioni per un centro autogestito risalgano agli anni Settanta. All’inizio dei Novanta si formalizzano con la costituzione del Gas (Gruppo per l’autogestione socioculturale). Tuttavia l’autorità politica non ne vuole sapere. Col passare degli anni nascono spontaneamente altri movimenti. Ma è dalle esperienze vissute nell’edificio in via Molinazzo a Viganello, in meno di un anno e nonostante le animate proteste di una parte della popolazione del quartiere, che il movimento si consolida e mette le radici. Invece di mandare in fumo l’autogestione, dalle ceneri di quell’incendio divampato in una notte di inizio giugno 1997 negli stabili ex Bernasconi, gli autonomi risorgono. Un incendio doloso, come appurerà in seguito la polizia, che però non riuscirà a scovare i responsabili e che obbliga gli occupanti a lasciare l’immobile. Così il movimento torna a occupare strade e piazze della città. A questo punto interviene in qualità di mediatore il Consiglio di Stato che propone quale soluzione provvisoria la sede del Maglio di Canobbio. Nonostante le proteste del Comune, il Molino si insedia al Piano della Stampa, dove resterà per oltre cinque anni. Il Cantone poi stipula un contratto con l’associazione Alba, costituita nel frattempo dagli autonomi, ma dopo nove mesi li sfratta. Ma la disdetta non verrà mai attuata. L’esperienza continua, sempre fra le proteste dell’autorità comunale di Canobbio, di una parte della popolazione e le innumerevoli interrogazioni e interpellanze giunte negli anni sui tavoli del Municipio di Lugano e del Consiglio di Stato. Una prima svolta avviene (guarda caso) a pochi mesi dalle elezioni cantonali della primavera di otto anni fa. È il 18 ottobre del 2002, quando il Consiglio di Stato ordina lo sgombero forzato del Maglio. L’autogestione così torna a riempire le strade di Lugano fino a quando la città concede, sempre a titolo provvisorio ma stipulando una convenzione con il Cantone e i rappresentanti del centro, alcuni spazi dell’ex Macello. L’obiettivo degli incontri successivi fra le parti era quello di trovare una destinazione definitiva. Ma l’esperienza prosegue ancora oggi nella provvisorietà, nonostante sia, di fatto, tollerata dall’autorità. E dal sindaco di Lugano Giorgio Giudici in persona che mercoledì ai microfoni di Teleticino ha fatto gli auguri al centro sociale ritenendo giusta la sua attività se resta nel limite del rispetto degli interessi e delle idee altrui. A destare scalpore a fine dicembre 2003 fu la decisione di Giudici di continuare le trattative con gli autonomi, fregandosene della risoluzione adottata dalla maggioranza del Legislativo che chiedeva il ripristino della legalità, convinto di non poter “liquidare” la questione con i poliziotti come invece aveva fatto il Consiglio di Stato. E la sensazione è che finché sarà lui il sindaco, questa storia potrà continuare.

 

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