“Sapevano che ci aspettavano fuori col pranzo. Hanno provato a non farci uscire, obbligandoci a restare a tavola, quando normalmente se arrivi solo un po’ dopo mezzogiorno non mangi. Poi ci hanno messo dei giochi sui tavoli e ci hanno detto di giocare – a monopoli, alle carte – come si fa coi bambini per tenerli occupati. Allora abbiamo cominciato a rumoreggiare…”.
Così raccontra William uscendo dal bunker sulla cima del passo del Lucomagno dove, come molti altri migranti, è stato mandato dopo aver domandato asilo alla Svizzera.

Nonostante la pioggia e il grigio del basso Ticino è una domenica soleggiata sui 1.926 metri del passo del Lucomagno. Un po’ di vento, ma condizioni non troppo precarie per questo inconsueto presidio solidale in quota. A darsi appuntamento in questa domenica d’ottobre, una quarantina di attivisti di varie organizzazioni di base: CSOA il Molino, Movimento dei Senza Voce, Scintilla, Stop all’ignoranza, Gioventù Biancoblu e Collettivo Zapatista.

Per portare solidarietà a chi viene nascosto, sotterrato, segregato. Per denunciare le politiche migratorie della Svizzera e della Fortezza Europa. Quelle dei muri, delle deportazioni, dei centri di reclusione, delle tragedie, del razzismo. E, soprattutto, per rendere visibili le caratteristiche condizioni d’“ospitalità” elvetiche, generosamente elargite ai 40-50 migranti sotterati nel bunker del Lucomagno con lo statuto di NEM, spesso senza saperlo.

“Le stanze sono come delle celle, in pochi metri quadrati siamo dentro in 16, in quattro file di letti a castello. Ci manca l’aria, ci sembra di soffocare. Ci sentiamo trattati come delle bestie…”, ci racconta uno dei ragazzi. E se da più parti si è celebrata l’esperienza-bunker come un “successo”, la realtà dei fatti è ben diversa, come sottolineano i migranti stessi: “siamo liberi di uscire dalle 9 alle 17, ma per fare cosa? Di solito fa molto freddo, c’è nebbia ovunque, i vestiti caldi sono pochi e il primo paese abitato è a più di 10 km. È una falsa libertà. Di fatto siamo rinchiusi tra queste montagne, ci sentiamo prigionieri. Di lavoro ce n’è poco e non per tutti, non sappiamo cosa fare, spesso sale la depressione, l’angoscia…” E sono loro stessi a rendersi conto di “essere parte della grande fabbrica dei migranti, che ci vuole ridurre a esseri non umani. La buona soluzione per mascherare i veri problemi”.

Splende il sole sul passo, i flussi si attraversano. L’incontro complice in vetta, sotto gli sguardi stupiti e incuriositi dei turisti inconsapevoli, attorno a un pranzo condiviso, con la musica ad alimentare la rabbia, fa emergere le storie personali, le speranze e i dolori, troppo spesso ignorati. I lunghi viaggi per sfuggire alle guerre e alla miseria, le spesso tragiche traversate di mari e deserti, la detenzione nei lager libici, greci, italiani. Questo essere rimbalzati tra la paura e l’ostilità da una prigione all’altra. Convivere col nulla. Tuttaltra cosa rispetto all’idilliaco contesto dipinto da media e politici. Parole inopportune e fuoriluogo (“ci siamo comportati con loro come ci si comporta con gli ospiti”; “anche noi svizzeri abbiamo passato quattro settimane nei bunker”; “è pur sempre meglio vivere sotto terra che senza un tetto”) che rientrano nel quadro di sprezzante normalità voluto artificiosamente dall’allora Capo del Dipartimento federale Giustizia e polizia Blocher qualche anno fa, e ben cavalcato in Ticino dalla Lega e da quasi tutti gli altri partiti politici. La creazione dell’emergenza asilanti, con l’obiettivo di scoraggiare gli arrivi e d’instaurare un sentimento di paura e di instabilità, dimezzando il numero di richiedenti l’asilo per ogni cantone da 20.000 a 10.000. L’esperienza bunker-Lucomagno ne è la diretta continuazione, l’ulteriore passo verso la disumanizzazione completa del migrante.

Anche se in fondo basta poco, come visto oggi, a preoccupare il “consolidato congegno di propaganda securitaria” e a rendere visibile quello che si vorrebbe sotterrare. Una presenza complice, striscioni in varie lingue – che una pattuglia della polizia grigionese ha provato senza successo a rimuovere – non sono che un primo passo per rompere gli schemi della rassegnazione. La necessità di restare umani, che squarcia la fredda indifferenza e che si oppone attivamente alle politiche volte a condannare allo stato di subumani chi ha la sola colpa di non possedere dei documenti.

NO BORDER NO NATION STOP DEPORTATION

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