È da poco trascorso il sesto anniversario dell’inizio dell’autogestione in Ticino. Le date esatte sono quelle del 6 e 12 ottobre 1996. La prima riguarda l’occupazione di «Casa Cinzia» a Bellinzona, un vetusto stabile disabitato e situato in via Jauch, proprio di fronte al palazzo del governo. L’occupazione non durerà neppure cinque mesi, stroncata il 1. marzo successivo da un’irruzione in forze della polizia (52 agenti impiegati), che opera una ventina di fermi e sequestra una diecina di bottiglie di molotov, coltelli, manganelli e tre chili di marijuana. Poco dopo lo sgombero «Casa Cinzia» viene addirittura demolita, per impedirne ogni tentativo di rioccupazione.
Il sabato successivo, a Lugano, mentre si vive la vigilia dei campionati mondiali di ciclismo su strada che si concluderanno con la vittoria del belga Musseuw e il secondo posto del ticinese Mauro Gianetti, tre gruppi giovanili (GAS, Gruppo per l’autogestione culturale, Robin Hood e Realtà Antagonista) organizzano una manifestazione in piazza Indipendenza per rivendicare (lo fanno dal 1990, inizialmente con le famose «Feste di primavera» al parco del Tassino) un centro socio- culturale autogestito. Al termine del pomeriggio il gruppo di autonomi si dirige verso gli ex-Molini Bernasconi di Viganello, un vecchio stabilimento industriale dismesso, e dà inizio all’occupazione. Durerà fra alti e bassi, momenti di tensione (fra cui un incendio, l’ 8 giugno, con accuse reciproche di averlo causato), crescente irritazione degli abitanti del quartiere per i frequenti schiamazzi notturni, fino all’estate successiva.
Il 27 giugno 1987 finalmente, dopo estenuanti trattative tra gli occupanti e rappresentanti di diversi Comuni (Lugano, Viganello, Paradiso, Massagno, Pregassona, Breganzona, Canobbio, Montagnola, Gentilino e Sorengo) e del Cantone, si arriva ad un accordo. Gli autonomi, che nel frattempo hanno costituito un’associazione denominata «Alba» , accettano
di lasciare gli ex- Molini Bernasconi e di trasferirsi «provvisoriamente» all’ex- ristorante del Maglio a Canobbio, che il Cantone ha acquistato qualche anno prima nell’ambito della politica di reperimento di terreni eventualmente utilizzabili per il Piano dei trasporti del Luganese. Al Maglio, ma poi l’ubicazione verrà sposta più a sud, era originariamente previsto lo sbocco est della galleria Vedeggio-Cassarate. L’accordo per il trasferimento del centro dell’autogestione dagli ex-Molini al Maglio viene siglato per il governo cantonale da due consiglieri di stato, Pietro Martinelli e Alex Pedrazzini. La sistemazione al Maglio, a partire da agosto 1997, è comunque provvisoria e dovrebbe cessare a fine anno (poi verrà prorogata dal Consiglio di Stato a fine marzo 1998). In cambio della firma gli autonomi riescono a strappare ai rappresentanti comunali l’impegno scritto a cercare una sede stabile per il centro sociale nel tessuto urbano. L’accordo prevede anche che i giovani potranno svolgere attività sociali e ricreative nella misura in cui non procureranno disturbi alla quiete pubblica: concerti all’aperto e manifestazioni con grande richiamo di pubblico non saranno ammessi. Il Maglio è in territorio di Canobbio e l’autorità municipale locale deve fare buon viso a cattivo gioco. «La soluzione ci è stata imposta dal Cantone contro la volontà del Consiglio comunale e violando le norme di piano regolatore» è l’amaro commento del sindaco Roberto Lurati, che ha già in mano da circa un mese una petizione con 437 firme di suoi cittadini contrari all’insediamento nel Comune del centro autogestito.
Il resto della vicenda è la storia, anche un po’ ripetitiva, del tentativo di Canobbio di far cessare l’occupazione del Maglio, diventata illegale (ma lo era anche prima dal punto di vista pianificatorio) sicuramente a partire da fine marzo 1998, e della sempre più imbarazzata posizione del Consiglio di Stato, stretto fra queste pressioni e il timore (legittimo beninteso) che una prova di forza con l’autogestione possa comportare anche dei rischi per l’ordine pubblico. Nel nutrito carteggio fra Municipio di Canobbio e Consiglio di Stato vi è ad esempio una lettera di quest’ultimo (24 novembre 1999) che dichiara «quale proprietario degli spazi occupati dal Centro sociale, non intende procedere nel corso dei prossimi mesi allo sgombero del Maglio e assume perciò la responsabilità della presenza del Centro sociale stesso» . La frustrazione delle autorità comunali di Canobbio e dei loro cittadini, che raccolgono a più riprese firme per chiedere lo sgombero del Maglio, porta infine l’estate scorsa il Municipio (salvo il municipale socialista Luca Gatti) e la maggioranza del Consiglio comunale a minacciare le dimissioni, con un ultimatum a fine agosto che viene sventato in extremis dopo un ulteriore incontro. Le ultimissime puntate del romanzo dell’autogestione sono del settembre scorso. Il 16 esce una nota informativa de «Il Molino» che annuncia la ripresa delle « attività culturali » dopo la pausa estiva e presenta un cartellone di concerti, con inizio alle 23 o alle 24, quasi tutti i venerdì e sabato. È probabilmente la goccia che fa traboccare il vaso. Due giorni dopo, una nota della Cancelleria dello Stato annuncia che il Consiglio di Stato «ha deciso di ribadire l’ordine di sospensione delle attività di richiamo pubblico al Maglio» e se questo verrà disatteso «si vedrà costretto a mettere in atto tutte le misure necessarie per ottenere nel futuro il rispetto delle proprie decisioni» . Siamo all’epilogo: dopo c’è solo la decisione di sgombero.
m. m.

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