CARO BASQUIAT CHE IPOCRITA QUESTA CITTÀ

Prendendo spunto da un artista che sentiamo vicino, visitiamo oggi il museo salotto della città di Lugano per lanciare alcune riflessioni sulla mercificazione e sulla privatizzazione della cultura, proponendo un’autoriduzione dell’entrata al prezzo simbolico di un franco.
Basquiat, nero dei ghetti emarginati, ha vissuto il conflitto di esprimere la propria specificità esistenziale in una società egemone, dominata da una borghesia opulenta, dal capitalismo selvaggio, dal moralismo religioso, dall’ingiustizia legislativa e dal conformismo estetico-comportamentale imposto dalla moda.
Ha rivendicato il proprio diritto di esistere attraverso quello fondamentale di espressione e l’ha fatto a priori di tutto, nell’anonimato e nell’emarginazione, in modo semplice e spontaneo, esprimendo il suo punto di vista nei confronti di quell’ordinamento sociale da cui lui era escluso, attraverso graffiti eseguiti sulle superfici delle strutture di proprietà statale e privata al fine di restituirgli quella valenza di pubblica proprietà non imposta dall’alto ma autogestita dal basso.
Quest’esperienza, oggi definita vandalismo e duramente repressa tanto da mettere delle taglie sugli autori/trici, ha strappato Basquiat dalla clandestinità sub culturale proiettandolo di forza nei circuiti dell’arte mercato, dove non è più l’artista che gestisce i suoi lavori ma lo fanno per lui gli intermediari del settore che scelgono chi promuovere secondo criteri accademici imposti dalle tendenze. Per poi spingerlo a produrre, organizzando aste che fissano i prezzi delle opere d’arte secondo la legge del mercato, conferendo loro il controllo monopolistico della produzione artistica di alto livello. Così l’opera d’arte perde il suo valore intrinseco e ne assume uno venale destinato ad aumentare con il tempo, diventando oggetto da collezione e di investimento ai sensi della speculazione. Gran parte della produzione esce dai circuiti “pubblici” e diventa proprietà privata: esattamente il contrario dell’impulso originale che stava alla base dell’opera di Basquiat. L’arte diventa trofeo da sfoggiare nei salotti e negli uffici di prestigio, come spesso vediamo nelle foto ritratto dei rappresentanti del mondo economico, politico e borghese. Arte sfoggiata in segno di potere da quella classe esclusiva, che grazie all’elevato potere economico in suo possesso riesce ad assorbire tutto.
Anche lo stesso Basquiat o tutti quegli artisti che come lui hanno vissuto una vita di emarginazione, abuso di sostanze e povertà, proiettati da un estremo all’altro del bipolarismo sociale, già così tangibile nelle metropoli statunitensi e che la sua opera ha colto e proiettato nel futuro rendendo il suo lavoro oggi, a 25 anni dalla sua prima mostra, più che mai contemporaneo.
La stessa logica del “o con noi o contro di noi”, dei ricchi sempre più ricchi e dei poveri sempre di più e sempre più poveri, che si é propagata nei vari ambiti della società globale, veicolata dalla deregolamentazione economica applicata da Reagan in quegli stessi anni, importata in Europa da Margaret Thatcher e che in seguito si è propagandata in tutto il globo imponendo la gestione neoliberista dell’economia. Un pensiero unico ed escludente che ha caratterizzato la storia degli ultimi 25 anni, tanto caro anche alla città di Lugano, terza piazza finanziaria svizzera e in quanto tale punto nevralgico di quel metabolismo monetario responsabile di miseria e distruzione globale.
Una città che organizza la mostra di Basquiat per motivi di prestigio, per incrementare l’indotto economico a vantaggio dei soliti, pochi, privilegiati. Un’offerta culturale di complemento per coloro che vengono in città per gestire i loro patrimoni, i loro intrallazzi, a farsi curare in cliniche esclusive a frequentare scuole esclusive, ad abbuffarsi nei ritrovi esclusivi e a divertirsi al casinò. Il tutto potendosi muovere in un contesto urbano “sicuro ed accogliente”, pulito e possibilmente senza graffiti sui muri, in modo che non si turbino le coscienze di chi spende, con una distinzione netta da chi quei servizi li offre e coloro che ne dovrebbero beneficiare ma non se li possono permettere, anzi non se li possono nemmeno sognare perché malgrado il lavoro, faticano a pagare l’affitto, l’assicurazione malattia e a vestire i propri figli, faticano a pensare al futuro. Individui costretti a vivere nel precariato all’interno di una città che promuove l’abbondanza, nella quale le case popolari cedono il posto alle banche, alle fiduciarie, agli studi legali e ai parcheggi.
Proponiamo quest’azione perché pensiamo che l’arte debba essere pubblica e popolare, in quanto non è il prodotto di un mostro sacro strumentalizzato dal capitalismo ma il gesto espressivo di un essere umano come lo siamo tutti. Quindi l’arte dev’essere accessibile a tutti, in quanto interfaccia che ci proietta nell’interiorità esistenziale dell’individuo. Quell’interiorità esistenziale che costituisce la ricchezza dell’individuo, in quanto fonte della creatività. Quella creatività che dovrebbe stare alla base della biodiversità sociale ma che invece viene repressa da una società monoculturale conservatrice ultraconformista e sempre più isterica che annienta l’individualità e di conseguenza il diritto di esprimersi. Se non quando è da impulso alla macchina capitalista. Ed è esattamente questo che capita oggi, anche qua a Lugano. Una città che ipocritamente promuove un evento culturale nato dalla subcultura, la stessa a cui la città di Lugano nega il diritto di esistere, anzi la reprime e la criminalizza da anni.

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