Pietro Martinelli, due mesi dopo l’occupazione degli stabilimenti ex Molini, il governo cantonale è stato chiamato ad intervenire dal comune di Viganello con una richiesta di sgombero. Come è stata accolta dal Consiglio di Stato (Cds) questa richiesta?

Diciamo subito che il problema è stato affrontato senza la volontà di risolverlo. Qualsiasi soluzione definitiva sarebbe risultata traumatica. Traumatica perché con la creazione e accettazione di un centro autogestito si sarebbe dovuto affrontare l’impopolarità dell’opinione pubblica, soprattutto nel Luganese. La vocazione di Lugano è di attirare persone con alti redditi e con grandi capitali. Vi immaginate un centro autogestito a Monte Carlo? Evidentemente no. Il centro autogestito rappresenta una messa in pericolo di uno stato di benessere che la maggior parte della popolazione apprezza. Lo sgombero significava invece una serie di grattacapi che né l’autorità cantonale né quella locale desideravano, al pari di magistratura e polizia. L’allora Procuratore generale Luca Marcellini si è sempre opposto ad un intervento di forza, considerandolo non proporzionato. Quindi si è deciso di andare avanti senza decidere. A volte rispondendo ad alcune delle attese degli autogestiti e contemporaneamente ad altre attese della popolazione. A volte la politica di non decidere, se non sufficiente, è necessaria.

Questa politica era condivisa in Cds?

Condivisa in corpore dal Cds perché si era assunto, ad esempio, l’impopolarità di destinare la sede del Maglio di Canobbio agli autogestiti. L’impopolarità comunque ricadeva in gran parte su di me. Qualcuno si ricorderà dell’accoglienza che ricevevo a Viganello al grido: «Martinel, Martinel, fö di bal da Viganel».
Quando è entrato nei Molini occupati per la prima volta, quale è stato l’impatto?
Vi era una gran confusione logistica. Ma era comprensibile visto lo stato di abbandono in cui versava la ex fabbrica. Ho anche intravisto qualche possibile rischio di infortuni, di cui ho discusso la sera stessa con i rappresentanti del Molino. Altrimenti, vi era un’atmosfera simpatica e rilassata.

Come autorità cantonale sentivate la necessità di attenuare l’alta conflittualità che si era venuta a creare?

Ci rendevamo conto della difficoltà perché qualsiasi soluzione era impossibile se non c’era la collaborazione di un comune. Nel frattempo era stato fatto un studio cantonale, quello redatto dalla Commissione Martinoni, che aveva portato esempi di centri autogestiti in città svizzere di medie e grandi dimensioni. La Commissione Martinoni aveva poi concluso che si trattava di una richiesta giustificata: era una rivendicazione che aveva una sua storia di diversi anni, costellata da promesse mai mantenute da Lugano.
Quando ha saputo dell’incendio ai Molini di Viganello, come ha reagito?
Era un sabato mattina e stavo andando con Fabio Pedrina a fare una gita con le pelli di foca. Al Radiogiornale delle sei abbiamo sentito la notizia dell’incendio. Ero sconvolto e preoccupato. Stavo per rinunciare alla gita. Pedrina mi ha però convinto a telefonare per avere ulteriori informazioni sull’acccaduto. Mi rassicurarono dicendo che non c’erano stati dei feriti e che non c’erano questioni particolarmente urgenti. Ho quindi aspettato lunedì mattina per recarmi sul posto. Ricordo però che ero colpito dalla notizia perché avevo dei timori. D’altronde non è mai stata fatta luce sulle responsabilità dell’incendio.

Si è fatto una idea personale dell’incendio?

La polizia aveva formulato due tesi. La prima che l’incendio fosse stato provocato da persone del Centro stesso e la seconda da persone esterne con altre finalità.
Non voglio sostituirmi alla polizia. Ritengo però che la tesi interna era sostenuta da ben pochi elementi. Non vedo che interesse avessero gli autogestiti ad appiccarsi il fuoco.

Lo sgombero del Maglio del 2002 invece che reazione ha suscitato in lei?

All’epoca non ero più consigliere di Stato. Già dal 1999 però, quando ero ancora in governo, avevo capito che si sarebbe andati in quella direzione. La mia reazione allo sgombero è stata: «Ora Lugano deve scegliere!». E poi ha scelto di non scegliere come avevamo fatto noi.

Secondo lei lo sgombero era giustificato?

Era inevitabile. Il Cantone può fare qualcosa finché giuridicamente è possibile. Non può farlo quando non è più possibile.

Avrebbe preso la stessa decisione?

Penso di sì.

La strategia di non decidere, come la valuta a posteriori?

Dopo 10 anni, tra Viganello, il Maglio e ora il macello, constato che il Centro continua ad esistere. Mi pare inoltre che le proteste siano notevolmente diminuite, anche se ogni tanto salta fuori una qualche interpellanza contraria in Consiglio comunale. Mi sembra però che da parte del Municipio di Lugano resta la paura nel prendere una decisione definitiva. Comprensibile, perché non c’è nessun interesse “a svegliare il cane che dorme”.

La città di Lugano e il Centro autogestito il Molino: come giudica il loro rapporto?

Finché se ne è occupato il Cantone, Lugano ha mantenuto un atteggiamento negativo. Erasmo Pelli, vice sindaco di Lugano, seguiva la problematica con sincera preoccupazione. Ma quando la questione arrivava a livello di Municipio, qualsiasi tentativo che veniva fatto per trovare una soluzione, era destinato al fallimento. Da quando c’è stato lo sgombero del Maglio però, il Comune di Lugano ha dato una risposta positiva, anche perché da quel momento il problema è a casa sua.

C’è qualcosa che non ha funzionato come avrebbe voluto nella ricerca della sede definitiva?

Devo dire che con una certa ingenuità, che ho mantenuto fino alla fine della mia carriera politica, pensavo di riuscire a trovare una soluzione con Lugano. Avevamo individuato alcune possibili sedi, come l’ex deposito dei bus comunali e la vicina masseria di Cornaredo. Vi era però il problema che con il nuovo piano viario di Lugano, tutta la zona di Cornaredo sarebbe diventa l’entrata nella città di Lugano. Una sorta di suo biglietto da visita per i turisti. Vi era quindi l’interesse di trasformare quella zona in un centro di shopping e ricreativo e che mal si sarebbe prestato ad accogliere un centro autogestito. Come cantone avevamo fatto anche uno studio di tutto il comprensorio luganese sulle possibili sedi. Ne avevamo individuate diverse, ma tutte queste possibili soluzioni si rivelavano impraticabili perché necessitavano dell’accordo del comune interessato. La stessa sede attuale dell’ex macello era una possibile variante, ma Lugano a suo tempo non ne voleva assolutamente sentir parlare. Alla fine abbiamo optato per la zona del Maglio, perchè di proprietà cantonale e già destinata nel piano regolatore di Canobbio ad attività ricreative: essa era quindi compatibile con le attività del centro autogestito. Inoltre era una soluzione accettata dal sindaco di Lugano, Giorgio Giudici, che approvava l’idea di mettere gli autogestiti in periferia.

Ritiene che l’allargamento di Lugano abbia in qualche modo aiutato “a digerire” l’esistenza di un centro sociale? Per una città più grande è più facile accettare un centro autogestito?

È possibile, perché l’importanza della zona disturbata in una grande città diventa minore rispetto ad una piccola città.

Che opinione si è fatto dell’esperienza del Molino e dei suoi militanti?

Gli incontri che avevo avuto con loro erano occasioni simpatiche. Anche se c’era molta ideologia dietro il principio dell’autogestione. Avere dei responsabili o la patente per il bar e altre questioni formali cozzavano con l’ideologia dell’autogestione. Fondamentalmente credo da parte degli autogestiti ci fosse una buona disponibilità al dialogo mentre dall’altra parte non c’era nessuna proposta. Dal punto di vista formale, gli autogestiti avevano ragione.

Il futuro del Centro come lo vede?

Non so come funzionano le cose attualmente. Quello che è certo è che il Molino a un certo punto interessava una larga fascia di popolazione, soprattutto giovanile. Ed è certo che promoveva un’offerta culturale alternativa interessante. Cosa sia rimasto oggi di questa spinta, non lo so. Il futuro dipenderà molto dal grado di vitalità del Molino.

Si arriverà mai ad una accettazione da parte dell’opinione pubblica?

La contraddizione delle ambizioni di Lugano con l’idea di centro autogestito del Molino esiste oggi come ieri. Ne è un esempio il palazzo Mantegazza concepito per attirare i Vip. Escluderei quindi un Centro autogestito a Paradiso (ride, ndr). Vi è una contraddizione fra gli interessi locali mirati a favorire l’arrivo di queste persone super privilegiate e una realtà come quella proposta dal centro autogestito. Finchè però questi interessi non entrano in conflitto diretto, credo che l’esperienza al macello potrà continuare. Credo anche che le premesse di oggi siano migliori di ieri, in virtù del fatto che i 10 anni di esistenza hanno dimostrato che si può convivere con questa esperienza. Un altro discorso è il limite di tolleranza che esiste nella nostra popolazione. Un limite che si è notevolmente abbassato in base agli interessi specifici del Luganese. È chiaro che una società democratica deve rinnovarsi. Spesso lo fa su spinte nuove che sovente partono da situazioni al limite della legalità se non proprio illegali. Ma che poi diventano accettate e legalizzate. Una società che invece si chiude al dialogo, malgrado le bellezze naturali e le banche, può con il tempo non essere più attrattiva.

Ha un messaggio da rivolgere agli autogestiti?

L’augurio è di andare avanti a portare le loro idee. E di farlo con la voglia di dialogo, perché il dialogo è cultura di per sé. Il dialogo presuppone l’ascolto, cioè capire le ragioni degli altri. Questo discorso è naturalmente valido anche per la popolazione di Lugano e per le sue autorità.

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