VIDA LOCA
un documentario di Christian Poveda, Spagna, Francia e Messico, 2008 (v.o. spagnolo, sottotitolato in francese)

Uno sguardo da vicino sulla realtà salvadoregna, un atto di coraggio che ci apre una finestra sulla vita dei mareros , tutta volta al sacrificio per quella che loro non cessano mai di chiamare “famiglia”. Un appellativo che sottolinea come i giovani siano allo sbando, senza radici.

Sopravvivono nella loro patria come dentro alla giungla, a colpi di pistola, coltelli e fucili. Il fenomeno è radicato anche in Guatemala e in Honduras ma le gangs che si contendono il potere nel Salvador sono la MS- 13 (o Mara Salvatrucha) e la Maras 18 , che è quella raccontata dal reporter franco-spagnolo vissuto per tre anni in quest’angolo caldo della Terra.

Lo sguardo che guida l’obiettivo è mosso da pietà e non si fa mai giudice nemmeno davanti alle azioni terribili che vengono commesse, nemmeno davanti ai volti esanimi di alcuni personaggi uccisi durante le riprese che sono andate avanti nonostante tutto. Uno sguardo che sembra compiangere questi piccoli delinquenti che si trasformano in assassini quasi per gioco ma che “sono gli unici a comprendere il malessere della vita del Paese” come affermava lo stesso Poveda. Uno sguardo partecipe forse, anche perché con loro condivideva la cicatrice dell’esilio, essendo nato in Algeria da genitori spagnoli fuggiti dalla dittatura franchista.

Famiglia salvadoregna

Come può passare inosservato un bambino tatuato dalla testa ai piedi ? Come possono non fare rumore le grida lanciate da giovani madri, sorelle e fidanzate che ogni giorno vedono morire i propri cari? Come si può permettere il perpetrarsi di pestaggi e stupri che sono la prassi obbligata per i riti d’iniziazione?

“La vida loca” si scaglia proprio contro l’oblio che soffoca queste voci, contro l’indifferenza che sovrasta questa realtà, contro la cecità sapientemente raccontata attraverso la metafora della perdita dell’occhio della giovane donna. Contro la mancanza di quei “Padri” istituzionali che sono assenti nella vita civile come lo sono quelli naturali all’interno del documentario. Perfino nella storia della giovane appartenente alla maras 18 che è stata adottata, la famiglia è rappresentata dalla madre e la sorella. Di uomini non ce n’è traccia, sono rimasti tutti sul campo di battaglia.

Il documentario di Poveda è uno sparo lanciato nel silenzio, l o stesso che lo ha ucciso lo scorso 3 settembre a Tonacatepeque , una zona a nord di San Salvador, di rientro da alcune scene girate a La Campanera, roccaforte della Maras 18.

Il Presidente del Salvador Mauricio Funes si è detto “sconvolto dall’accaduto” e ha aperto un’inchiesta per individuare i colpevoli. Intanto un’altra vita è stata sacrificata per la libertà di stampa . Un altro nome si va ad aggiungere, come ha ricordato recentemente Roberto Saviano, a quelli Anna Politkovskaja, Natalia Estemirova e a tutti quelli che hanno combattuto la propria battaglia attraverso le immagini e o sulle pagine dei giornali e che, nonostante tutto, l’hanno vinta.

> CineMolino
tutti i giovedì alle 20.30, entrata libera

Rassegna: ripercorrendo le americhe

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