Succede cioè che gli Stati si fanno garanti del grande capitale, tornano, attraverso l’erogazione di moneta, a permettere alle banche e agli istituti di credito di recuperare le perdite, ricapitalizzarsi e tornare a fare affari. In altre parole la salvaguardia del capitalismo liberista.

Ma come garantire questa crescita dopo che per anni la grande speculazione finanziaria ha prodotto ricchezza sulla riduzione del costo del lavoro e grazie alle privatizzazioni?
La soluzione continua ad essere la medesima. Socializzare il debito, in altre parole, permettere alla finanza di ottenere gli strumenti per ulteriori speculazioni. Più precisamente far pagare la “crisi” a tutti NOI.

In molti paragonano questo periodo alla grande depressione degli anni trenta ma se si presta attenzione a ciò che accadde nel ’29 ci si accorge che, allora, impresari ed azionisti si suicidavano gettandosi dai propri palazzi. Oggi invece, nemmeno i dirigenti più esposti si sono lasciati sfuggire liquidazioni milionarie. Ma qualche cosa di simile al ’29 purtroppo c’è. Un crescente razzismo culturale che i suoi sostenitori mimetizzano in eventi di cronaca, promuovendo la cultura del controllo, fomentando paure, xenofobia e la conseguente ricerca di capri espiatori. Vittime sacrificali da brandire sull’altare della sicurezza.

Mentre le grandi industrie licenziano quotidianamente migliaia di lavoratori, la giustizia sociale, la solidarietà ed il mutuo soccorso perdono valore. Il controllo diffuso, se possibile armato, diventa prioritario. Viene chiamato sicurezza e promosso dagli stati come valore fondante per una comunità, oggi, frammentata, liquida e fragile.
Ed è proprio in una società fragile che risulta più facile instaurare la cultura del sospetto, utilizzare cioè la sorveglianza come metodo condiviso per infondere sicurezza, promuovere la sensazione che solo l’esercito, la polizia ed in generale gli “addetti alla sicurezza”, rappresentino la soluzione più adatta ai problemi che questa “crisi” si prepara a generare.

Noi, precari e precarie, nativi o migranti, dobbiamo collocarci “altrove”, definendo con precisione ciò che vogliamo, il modo con cui lo otterremo. Un percorso di analisi, di agitazione, di critica ad un modello di sviluppo insostenibile. “Altrove” é un ragionamento compiuto sulla natura e sulla riforma del welfare, “altrove” é anche una critica al modo di sviluppo, “altrove” è una riattualizzazione del conflitto nell’era precaria e “altrove” è un’idea precisa delle solidarietà fondati ed irrinunciabili da cui partire.” – “L’era glaciale, EuroMayDay ’09” (2)

Se così non fosse, la soluzione della crisi economica, climatica ed alimentare che ci attende ci porterà verso società ancora più autoritarie.

(1) Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo britannico, professore all’Università di Leeds (GB), autore tra l’altro di “Paura liquida” e di “Consumo, dunque sono”.

(2) City of gods/Intelligence precaria – il primo numero free & free press (ovvero libero e gratuito) – è stato distribuito in 50.000 copie nella città di Milano. È la parola delle precarie e dei precari dell’informazione che si rivolge alle precarie e ai precari in genere.

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