giovedì 7 marzo 2013 | ore 21:00

Documentario “Primavera in Kurdistan”
di Stefano Savona, 2006, Italia/Francia, versione italiana, 70’
… e a seguire
“NEWROZ 2012 IN KURDISTAN”, 19’

l cinema di Stefano Savona, regista palermitano residente in Francia, è un cinema eminentemente politico. Se la forma espressiva di cui Savona si serve è quella del documentario, il suo è però senza dubbio un cinema che strizza l’occhio più a De Seta che all’ammiccante e conciliante Michael Moore. Primavera in Kurdistan, recentemente trasmesso in tarda serata da Rai3 (sebbene in forma ridotta, il che non fa onore al pur coraggioso tentativo di “Doc3”), è infatti un film politico e poetico, che narra del viaggio di alcuni combattenti del Pkk (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) dal Nord dell’Iraq verso il confine con la Turchia. Il percorso tra le montagne, che Savona ha seguito con la sua telecamera nel maggio del 2003, è un percorso nella vita di questi combattenti un Kurdistan idealmente libero, che ancora oggi pare avere il diritto di esistere solo su quelle montagne.

Chi sono questi combattenti, quali sono le loro rivendicazioni e quale la loro storia? L’esperienza di questi ragazzi e ragazze viene raccontata dal regista in maniera essenziale, delicata, tramite uno sguardo ravvicinato ma rispettoso, privo di ogni eccesso retorico. L’attenzione all’ambiente nel quale si ritrova consente allo spettatore di entrare perfettamente nella situazione mostrata, senza il sovraccarico di dati e notizie di carattere storico e politico che sarebbe al contrario risultato superfluo: cosa che più di ogni altra è indicativa dell’intelligenza e della forza del film, nonché della bravura del regista. Potremmo infatti non sapere molto della questione curda eppure capire tutto di quello che succede, e anzi riuscire a cogliere il nodo della questione proprio tramite la vita quotidiana di questi giovani guerriglieri.

 

Una cosa è evidente fin dall’inizio, e costituisce il filo conduttore del film: la resistenza di questi combattenti ha il volto sorridente delle donne curde, che lottano ormai da anni non già (non più) per l’autonomia o per l’indipendenza, ma per il riconoscimento dell’esistenza del proprio popolo nella costruzione della repubblica turca, che ancora oggi si ostina a negarlo. Sono giovani donne, alcune delle quali nate e cresciute in Europa – come d’altronde il narratore Akif, nato e cresciuto in Germania, il cui diario scandisce i momenti narrativi del film -, che non perdono il sorriso neanche quando raccontano delle torture subite da parte dell’esercito iracheno. Donne la cui preparazione è politica prima che militare, come a dimostrare che la libertà e l’indipendenza sono questioni di spirito prima ancora che di forza, strettamente connesse agli aspetti più variegati dell’esistenza umana.

 

In cosa consisterà, allora, l’addestramento di queste combattenti? Lo vediamo nella parte centrale del film, quando ci addentriamo in uno dei loro campi di preparazione, che spiazza ogni sorta di cliché sull’addestramento militare: la giornata comincia la mattina presto con la scuola, continua con un allenamento sportivo, comprende la visione collettiva dei telegiornali e ancora la frequentazione di seminari nelle ore serali. Questa è la formazione delle combattenti curde, il cui giuramento rappresenta un momento di tensione etica fondamentale del film, poiché il testo che ne sancisce l’arruolamento mostra perfettamente le aspirazioni di libertà e opposizione all’ingiustizia che motivano la loro lotta. La resistenza e la rivoluzione come questione privata innanzitutto, che diventa pubblica tramite un ripensamento dei valori e dei rapporti, come ad esempio quelli di coppia, in cui la parità e il rispetto reciproco rendono la questione di genere di primaria importanza.

 

Le immagini di Savona (che alternano riprese di vita partigiana a quelle di incredibile effetto naturalistico) ci coivolgono nella vita quotidiana di questi ragazzi: ne ascoltiamo i sogni e le conversazioni, prive di qualsiasi furore ideologico. Quelli che vediamo sullo schermo sono uomini e donne che desidererebbero vivere in pace, nel rispetto della propria cultura e delle proprie tradizioni; combattenti pronti a tutto, e senza paura, certo: che però si sentono costretti a combattere, e che ne farebbero volentieri a meno, se solo le condizioni glielo consentissero. Condizioni che impediscono ad Akif, ad esempio, di scrivere il suo diario in curdo, poiché è il turco la lingua che gli è stata imposta a scuola, privandolo così della sua più naturale capacità di espressione.

 

Eppure forse ci sbagliamo, perché quella che nel film di Savona appare come una questione controversa e drammaticamente ancora aperta, è invece per l’amministrazione americana qualcosa di molto più semplice: i combattenti curdi del Pkk rappresentano una fra le trenta organizzazioni terroristiche più pericolose del mondo; dopo lo spodestamento del dittatore Saddam Hussein, insomma, uno dei nemici più importanti per la democrazia occidentale è rappresentato da questi circa 5000 combattenti che lottano sulle montagne – qualcuno in meno, se pensiamo che molti di quelli che appaiono nel film, come recita la didascalia finale, sono morti nel tentativo di varcare il confine turco. Di Ocalan, nel frattempo, nessuna notizia certa: rinchiuso in qualche remoto carcere turco di massima sicurezza, anche per merito del disinteresse e del cinismo politico del già governo D’Alema.

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