Uno.
Il loro panorama quotidiano (che è pure il nostro!) è dominato dalle pubblicità che propongono valori non propriamente umanitari. Dalla mercificazione dei corpi (esibiti in una statuaria marmorea bellezza, tutti magri, formosi-muscolosi, siliconati, …), al consumismo (con i profumi, vestitini firmati, orologi all’ultimo grido, …), non mancano gli inviti a modellarsi e a rifarsi la propria apparenza.

Due.
La realizzazione professionale propone: competizione nel libero mercato, individualismo, orari di lavoro alienanti, frustrazione, problemi di salute e magari disoccupazione. Le prospettive d’avanzamento professionale sono molto inferiori a quelle di restare infinocchiati in reti di previdenza sociale per i disoccupati…

Tre.
La cultura del tempo libero e quella della informazione propongono spettacoli e notizie allineate alla migliore tradizione orwelliana: filmati spettacolari ad alto tasso di violenza, appiattimento sulle notizie d’agenzia ufficiali, spettacolarizzazione degli eventi (meglio se drammatici)…

Quattro.
La scuola prepara i giovani al mondo del lavoro? Allo studio? In verità nozionismo e competizione dominano le modalità di relazione (fra altre cose, relazione = modo di organizzare la realtà). La scuola tratta dei problemi attuali e vitali quali la disoccupazione, l’inquinamento, la borsa della spesa, l’erosione del potere d’acquisto, l’emigrazione, ecc.?

Cinque.
Eccetera, eccetera, eccetera, (provate voi a continuare …)
Su quelle proposte egemoni si vuole forgiare la loro vita? Certo che no, diranno tutti.

Domanda: chi conosce un luogo dove i giovani cercano di sviluppare una socialità che tutto ha nei suoi desideri fuorché il bestiale istinto mercantile? Dove hanno proposto centinaia e anche migliaia di manifestazioni culturali, evitando di cascare nelle trappole del mercato? Dove cercano di vivere quotidianamente la solidarietà e dove tra mille difficoltà la costruiscono senza l’aiuto di chi li sta a guardare?
E dove l’impegno civile e sociale non è l’anticamera per un posto di lavoro pubblico o privato promesso dai padrini (avvocature, commissioni, posti che contano, ecc …) e dove questo impegno viene svolto a titolo del tutto gratuito.
Non è certo lo Stato che deve legittimare l’esistenza dei centri sociali. I Centri Sociali Autogestiti si legittimano da soli! Non 1, ma 10, 100 Molini.
Purtroppo questa lezione non è ancora stata capita da tutti i progressisti.

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