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STORIA

La canapa è una pianta millenaria.
Originaria dell’Asia Centrale prese a diffondersi (per mano dell’uomo e per la sua naturale attitudine a prosperare) ovunque: in Oriente, in Africa, in tutta Europa e nelle America (esistono centinaia e centinaia sostantivi che la definiscono nel mondo).

Si ritiene che la pianta fosse usata già in epoca preistorica, ma i primi reperti relativi al suo uso tessile sono databili al 4000 a.C.
Oltre agli usi pratici per fabbricare corda e tela, se ne conosceva anche il suo uso medico.

L’imperatore cinese Shen-Nung scrisse, nel 2737 a.C. un libro di farmaceutica in cui si disponeva l’uso della resina della canapa per trattare «debolezza femminile, gotta, reumi, malaria, influenza e svenimenti». Altri riferimenti alla pianta sono rintracciabili in trattati di letteratura medica cinese ancora oggi in uso.

 

Alcuni studi assegnano alle popolazioni provenienti dal Sud Africa l’introduzione della canapa nel Sud America. In America del Nord è addirittura George Washington a regalare una testimonianza della presenza della canapa appuntando (nel suo diario del 1765) note e dettagli sulla coltivazione della pianta; coltura che egli stesso praticava.

È probabile che l’Europa abbia conosciuto la canapa indiana nel Medioevo, portata dai Crociati di ritorno dalla Terra Santa; certo è che nel ‘500 è ingrediente comune nei ricettari di stregoneria.
Diventerà argomento di dominio letterario: nel corso del tempo si avvicenderanno Rabelais, Gautier, Dumas, Baudelaire, Carroll, Verga, Benjamin.

Nell’Europa del XVII secolo, venne rilevata una differenza tra la pianta della canapa che cresceva in India e quella europea. Alla fine del ‘700 questa distinzione diede luogo ad un cospicuo dibattito che si concluse con la distinzione tra la canapa indica e la canapa sativa (in realtà non si tratta di due piante diverse ma solo di diverse varietà).

Numerosi studi sulla canapa risalgono alla spedizione napoleonica in Egitto, ma le prime ricerche chimiche sono datate intorno al 1830, in questi anni gli studi sulla canapa affascinano il fior fiore del panorama scientifico europeo.
Il principio attivo della pianta fu isolato nel 1896 da Wood, Spivey e Easterfield.
Per tutto il XIX secolo ricercatori come G. Polli e C. Erba continuarono a studiare la canapa che la medicina considerò fino al 1900 come un farmaco analgesico, antispasmodico e antidepressivo.

Nel 1937 Henry Ford produsse la prima vettura interamente composta di canapa e alimentata da carburante estratto dalla pianta medesima, nello stesso periodo vengono promulgate le prime leggi atte a regolamentarne l’uso.

Eclatante la campagna condotta negli USA (intorno agli anni ‘30) da H. Aslinger della Federal Bureau of Narcotics, che denunciò al Congresso del ‘37: la marijuana “istiga alla violenza più di qualsiasi altra droga mai conosciuta dall’uomo”.

Sfruttando l’odio razziale verso i neri e gli ispanici (tra i maggiori assuntori) volle colpire la diffusione della cannabis, ma anche i ceti politicamente scomodi.

L’Italia risultava, sin dagli inizi del ‘900, la seconda produttrice mondiale di canapa. Per molto tempo la canapa nazionale è stata riconosciuta tra le migliori fibre naturali tessili per indumenti.

La pianta offriva non poche opportunità ai coltivatori: versatile e poco problematica riusciva a migliorare lo stato del terreno nei momenti di avvicendamento delle colture.

Usata per la produzione di tessuti e per la produzione di carta e cordame, in campo farmaceutico la canapa veniva impiegata per la cura di svariate patologie (nausea, asma, amenorrea).
Utilizzata in sostituzione del costoso tabacco, fu però soppiantata, come altrove, dalle “sigarette americane” negli anni del boom e dell’industrializzazione. Stessa sorte toccò alla canapa destinata al tessile, oscurata dalle fibre sintetiche sempre americane.

In Italia, il primo provvedimento repressivo nei confronti della cannabis risale alla legge n°396 del 1923, a cura di Mussolini ed Oviglio.

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