indice


Sorvegliare e punire Capitolo secondo.
I mezzi del buon addestramento.

Walhausen, ai primissimi del secolo Diciassettesimo, parlava della «retta» disciplina come di un'arte del «buon addestramento» (65). In effetti, il potere disciplinare è un potere che, in luogo di sottrarre e prevalere, ha come funzione principale quella di «addestrare» o, piuttosto, di addestrare, per meglio, prelevare e sottrarre di più. Non incatena le forze per ridurle, esso cerca di legarle facendo in modo, nell'insieme, di moltiplicarle e utilizzarle. Invece di piegare uniformemente e in massa tutto ciò che gli è sottomesso, separa, analizza, differenzia, spinge i suoi processi di scomposizione fino alle singolarità necessarie e sufficienti. Esso «addestra» le moltitudini mobili, confuse, inutili, di corpi e di forze in una molteplicità di elementi individuali - piccole cellule separate, autonomie organiche, identità e continuità genetiche, segmenti combinatori. La disciplina «fabbrica» degli individui; essa è la tecnica specifica di un potere che si conferisce gli individui sia come oggetti sia come strumenti del proprio esercizio. Non è un potere trionfante, che partendo dal proprio eccesso può affidarsi alla propria sovrapotenza: è un potere modesto, sospettoso, che funziona sui binari di un'economia calcolata, ma permanente. Modalità umili, procedure modeste, se confrontate ai rituali maestosi della sovranità od ai grandi apparati dello Stato. Ma saranno proprio le prime ad invadere poco a poco le forme maggiori, a modificarne i meccanismi e ad imporre le loro procedure. L'apparato giudiziario non sfuggirà a questa invasione appena segreta. Il successo del potere disciplinare deriva senza dubbio dall'uso di strumenti semplici: il controllo gerarchico, la sanzione normalizzatrice e la loro combinazione in una procedura che gli è specifica: l'esame.


La sorveglianza gerarchica.

L'esercizio della disciplina presuppone un dispositivo che costringe facendo giocare il controllo; un apparato in cui le tecniche che permettono di vedere inducono effetti di potere, e dove, in cambio, i mezzi di coercizione rendono chiaramente visibili coloro sui quali si applicano. Lentamente, nel corso dell'età classica, vediamo strutturarsi quegli «osservatori» della molteplicità umana ai quali la storia delle scienze ha riservato così poche lodi. A fianco della grande tecnologia dei cannocchiali, delle lenti, dei fasci luminosi che ha fatto corpo con la fondazione della nuova fisica e della nuova cosmologia, ci furono le piccole tecniche delle sorveglianze multiple e incrociate, degli sguardi che devono vedere senza essere visti; un'arte oscura della luce e del visibile ha preparato in sordina un nuovo sapere sull'uomo, attraverso tecniche per assoggettarlo e procedimenti per utilizzarlo.
Questi «osservatori» hanno un modello quasi ideale: il campo militare. E' la città affrettata e artificiale, che si costruisce e si rimodella quasi a volontà; è l'alto loco di un potere che deve avere tanto più di intensità, ma anche di discrezione e tanto più di efficacia e valore preventivo, in quanto si esercita su uomini armati. Nel campo perfetto, tutto il potere viene esercitato col solo gioco di una sorveglianza precisa, e ogni sguardo sarà una tessera nel funzionamento globale del potere. Il vecchio e tradizionale schema quadrato viene considerevolmente affinato secondo innumerevoli variazioni. Si definiscono esattamente la geometria delle strade, il numero e la distribuzione delle tende, l'orientazione dei loro ingressi, la disposizione delle file e delle righe; si disegna la rete degli sguardi che si controllano l'un l'altro: «Nella piazza d'armi si tirano cinque linee; la prima è a 16 piedi dalla seconda, le altre sono a 8 piedi l'una dall'altra e l'ultima è a 8 piedi dal sostegno per le armi. Le rastrelliere per i fucili sono a 10 piedi dalle tende degli ufficiali di basso rango, precisamente di fronte al primo bastone. Una strada di compagnia è larga 51 piedi... Tutte le tende sono a 2 piedi l'una dall'altra. Le tende dei subalterni sono di fronte alle strade delle loro compagnie. L'asta posteriore è a 8 piedi dall'ultima tenda dei soldati, e l'ingresso guarda verso la tenda dei capitani... Le tende dei capitani sono rizzate di fronte alle strade delle loro compagnie. L'ingresso guarda verso le compagnie stesse» (66). Il campo è il diagramma di un potere che agisce per mezzo di una visibilità generale. Ritroveremo a lungo, nell'urbanistica, nella costruzione di città operaie, di ospedali, di ospizi, di prigioni, di case d'educazione, questo modello del campo, o almeno il principio che lo sottende: l'incastrarsi spaziale delle sorveglianze gerarchizzate. Principio dell'«incastro», Il campo fu, nell'arte poco confessabile delle sorveglianze, quello che la camera oscura fu nella grande scienza dell'ottica.
Tutta una problematica va allora sviluppandosi: quella di un'architettura che non è più fatta semplicemente per essere vista (fasto dei palazzi), o per sorvegliare lo spazio esterno (geometria delle fortezze), ma per permettere un controllo interno, articolato e dettagliato - per rendere visibili coloro che vi si trovano. Più in generale, quella di un'architettura che sarebbe diventata un operatore nella trasformazione degli individui: agire su coloro ch'essa ospita, fornire una presa sulla loro condotta, ricondurre fino a loro gli effetti del potere, offrirli ad una conoscenza, modificarli. Le pietre possono rendere docili e conoscibili. Al vecchio, semplice schema del chiudere e del rinchiudere - il muro spesso, la porta solida che impediscono di entrare o di uscire -, comincia a sostituirsi il calcolo delle aperture, dei pieni e dei vuoti, dei passaggi e delle trasparenze. E' così che l'ospedale-edificio si organizza poco a poco come strumento di azione medica: deve permettere di osservare bene gli ammalati, dunque di meglio predisporre le cure; la forma degli edifici deve, con l'accurata separazione degli ammalati, impedire i contagi; la ventilazione e l'aria che si fa circolare intorno ad ogni letto, infine, devono evitare che i vapori deleteri ristagnino intorno al paziente, decomponendo i suoi umori e moltiplicando la malattia per mezzo dei suoi effetti immediati. L'ospedale - quello che si vuole organizzare nella seconda metà del secolo, e per il quale sono stati fatti tanti progetti dopo il secondo incendio dell'H™tel Dieu - non è più semplicemente il tetto sotto cui si riparano la miseria e la morte prossima, è, con la sua stessa sostanza materiale, un operatore terapeutico.
Nello stesso modo, la scuola-edificio deve essere un operatore di addestramento. E' una macchina pedagogica, quella che Pâris-Duverney aveva concepito per la Scuola militare e che aveva imposto, fin nei minimi dettagli, a Gabriel. Addestrare dei corpi vigorosi, imperativo di salute; ottenere ufficiali competenti, imperativo di qualificazione; formare militari obbedienti, imperativo politico; prevenire la dissolutezza e l'omosessualità, imperativo di moralità. Quadrupla ragione per stabilire paratie stagne tra gli individui, ma anche aperture per una continua sorveglianza. Lo stesso edificio della Scuola doveva essere un apparato di sorveglianza; le camere erano disposte lungo un corridoio come una serie di piccole celle; a intervalli regolari un alloggiamento da ufficiale, in modo che «ogni decina di allievi abbia un ufficiale a destra e uno a sinistra»; gli allievi vi erano chiusi per tutta la durata della notte: e Pâris aveva insistito perché si facesse di vetro «la chiusura di ogni camera dalla parte del corridoio, dall'altezza del gomito fino ad uno o due piedi dal soffitto. Oltre il fatto che il colpo d'occhio di queste vetrate non può essere che piacevole, si osa dire che è utile sotto molti aspetti, senza parlare delle ragioni disciplinari che possono determinare questa disposizione» (67). Nelle sale da pranzo, era stata prevista una «predella un po' elevata per mettervi le tavole degli ispettori degli studi, affinché possano vedere durante il pasto tutte le tavole degli allievi delle loro divisioni»; erano state installate delle latrine con mezze porte, perché il sorvegliante che vi era preposto potesse vedere la testa e le gambe degli allievi, ma con separazioni laterali sufficientemente alte «affinché coloro che sono dentro non possano vedersi» (68). Scrupoli infiniti di una sorveglianza che l'architettura rinnovava attraverso mille dispositivi senza onore. Li troveremo derisori solo dimenticando il ruolo di questa strumentazione, minore ma senza fratture, nella oggettivazione progressiva e nell'incasellamento sempre più minuto dei comportamenti individuali. Le istituzioni disciplinari hanno finito col secernere un apparato di controllo che ha funzionato come microscopio della condotta; le divisioni puntuali e analitiche ch'esse hanno realizzato, hanno formato, intorno agli uomini un apparato di osservazione, di registrazione e di addestramento. In queste macchine per osservare, come suddividere i controlli, come stabilire delle relazioni, delle comunicazioni fra essi? Come fare affinché dalla loro molteplicità calcolata, risulti un potere omogeneo e continuo?
L'apparato disciplinare perfetto avrebbe permesso, con un solo sguardo, di vedere tutto, in permanenza. Un punto centrale sarebbe stato insieme fonte di luce rischiarante ogni cosa e luogo di convergenza per tutto ciò che deve essere saputo. E' quello che aveva immaginato Ledoux, costruendo Arc-et-Senans: al centro, degli edifici disposti in cerchio e aperti tutti verso l'interno; una costruzione alta doveva cumulare le funzioni amministrative di direzione, poliziesche di sorveglianza, economiche di controllo e di verifica, religiose di incoraggiamento all'obbedienza e al lavoro; di là sarebbero venuti tutti gli ordini, là sarebbero state registrate tutte le attività, individuati e puniti tutti gli errori: e tutto questo immediatamente, quasi senza altro supporto che un'esatta geometria. Fra le ragioni del prestigio accordato, nella seconda metà del secolo Diciottesimo, alle architetture circolari (69), bisogna senza dubbio includere questa: esse esprimevano una certa utopia politica.
Ma il controllo disciplinare ebbe, di fatto, bisogno di ricambio. Meglio di un cerchio, la piramide avrebbe potuto rispondere a due esigenze: essere abbastanza completa per formare una rete senza lacune - possibilità per conseguenza di moltiplicare i livelli e di ripartirli su tutta la superficie da controllare; ed essere tuttavia abbastanza discreta da non gravare con un peso inerte sull'attività da disciplinare e da non diventare per questa un freno o un ostacolo; integrarsi al dispositivo disciplinare come una funzione che ne accresce i possibili effetti. Essa è sì costretta a scomporre le sue istanze, ma per maggiorare la sua funzione produttiva. Specificare la sorveglianza e renderla funzionale.
E' il problema dei grandi opifici e delle fabbriche, dove si organizza un nuovo tipo di sorveglianza. Diverso da quello che nei regimi di manifattura veniva assicurato dall'esterno dagli ispettori, incaricati di far rispettare i regolamenti; si tratta ora di un controllo intenso, continuo; corre lungo tutto il processo di lavorazione; non verte - o non solamente - sulla produzione (natura, quantità di materie prime, tipo di strumenti utilizzati, dimensione e qualità dei prodotti), ma prende a suo conto l'attività degli uomini, il loro "savoir-faire", il loro modo di comportarsi, la prontezza, lo zelo, la condotta. Ed è anche altra cosa rispetto al controllo domestico del maestro, presente a fianco degli operai e degli apprendisti, poiché viene effettuato da commessi, sorveglianti, controllori e capifabbrica. Nella misura in cui l'apparato di produzione diviene più importante e più complesso, nella misura in cui aumentano il numero degli operai e la divisione del lavoro, i compiti di controllo divengono più necessari e più difficili.
Sorvegliare diventa allora una funzione precisa, ma che deve essere parte integrante del processo di produzione; lo deve doppiare in tutta la sua lunghezza. Diviene indispensabile un personale specializzato, costantemente presente e distinto dagli operai: «Nella grande manifattura, tutto si fa a colpi di campana, gli operai vengono repressi e rimproverati severamente. I commessi, abituati ad un'aria di severità e di comando, in verità necessaria con la moltitudine, li trattano duramente o con disprezzo; così accade che gli operai o sono più cari o non fanno che restare per poco alla manifattura» (70). Ma se gli operai preferiscono l'inquadramento di tipo corporativo a questo nuovo regime di sorveglianza, i padroni, dal canto loro vi riconoscono un elemento indissociabile del sistema della produzione industriale, della proprietà privata e del profitto. A scala di officina, di grande fonderia, o di miniera, «gli oggetti costosi si sono così moltiplicati che la più modesta infedeltà su ciascun oggetto darebbe in totale una frode immensa, che non solo assorbirebbe i benefici, ma provocherebbe la dissoluzione dei capitali;... la minima imperizia non rilevata, e perciò ripetuta ogni giorno, può divenire funesta all'impresa al punto da annientarla in assai poco tempo»; di qui il fatto che solo agenti, dipendenti direttamente dal proprietario, e dediti a questo solo compito, potranno vegliare «a che non ci sia un solo soldo di spesa inutile, a che non ci sia un solo momento della giornata, perduto»; il loro ruolo sarà di «sorvegliare gli operai, visitare tutti i lavori, informare il comitato di tutti gli avvenimenti» (71). La sorveglianza diviene un operatore economico decisivo, nella misura in cui essa è, insieme, un elemento interno dell'apparato di produzione e un ingranaggio specifico del potere disciplinare (72).
Stesso movimento nella riorganizzazione dell'insegnamento elementare: specificazione della sorveglianza e integrazione nel rapporto pedagogico. Lo sviluppo delle scuole parrocchiali, l'aumento del numero dei loro allievi, l'inesistenza di metodi che permettessero di regolare simultaneamente l'attività di tutta una classe, il disordine e la confusione che ne derivavano, rendevano necessario predisporre dei controlli. Per aiutare il maestro, Batencour sceglie tra gli allievi migliori tutta una serie di «ufficiali», intendenti, osservatori, istruttori, ripetitori, recitatori di preghiere, ufficiali di scrittura, distributori d'inchiostro o di elemosine, visitatori. I ruoli così definiti sono di due ordini: gli uni corrispondono a compiti materiali (distribuire l'inchiostro, la carta, dare elemosine ai poveri, leggere testi spirituali nei giorni di festa, eccetera); altri sono dell'ordine della sorveglianza: gli «osservatori» devono notare chi «ha lasciato il banco, chi chiacchiera, chi non ha rosario né libro di preghiere, chi si comporta male a messa, chi commette qualche mancanza di pudore, chiacchiera o fa chiasso nella strada»; gli «ammonitori» hanno l'incarico di «sorvegliare quelli che parleranno o bisbiglieranno studiando le lezioni, quelli che non scriveranno o scherzeranno»; i «visitatori» indagheranno, nelle famiglie, sugli allievi che sono stati assenti o hanno commesso gravi mancanze. Quanto agli «intendenti», essi sorvegliano tutti gli altri ufficiali. Solo i «ripetitori» hanno un ruolo pedagogico: devono far leggere gli allievi a due a due, a voce bassa (73). Ora, qualche decennio più tardi, Demia riprende una gerarchia dello stesso tipo, ma le funzioni di sorveglianza sono ora doppiate quasi tutte da un ruolo pedagogico: un vicemaestro insegna a tenere la penna, guida la mano, corregge gli errori e nello stesso tempo «segna gli errori durante le disputazioni»; un altro sottomaestro ha gli stessi compiti nella classe di lettura; l'intendente che controlla gli altri ufficiali e veglia sul comportamento generale è anche incaricato di «adattare i nuovi venuti agli esercizi della scuola»; i decurioni fanno ripetere le lezioni e «segnano» quelli che non le sanno (74). Abbiamo qui l'abbozzo di una istituzione di tipo «mutuale» in cui sono integrate all'interno di un unico dispositivo tre procedure: l'insegnamento propriamente detto, l'acquisizione di conoscenze attraverso l'esercizio stesso dell'attività pedagogica, infine un'osservazione reciproca e gerarchizzata. Una relazione di sorveglianza, definita e regolata, è inscritta all'interno della pratica d'insegnamento: non come elemento riportato o adiacente, ma come meccanismo inerente, che moltiplica la sua efficacia.
La sorveglianza gerarchizzata, continua e funzionale non è, senza dubbio, una delle grandi «invenzioni» tecniche del secolo Diciottesimo, ma la sua insidiosa estensione deve l'importanza che le è propria in questo periodo ai nuovi meccanismi di potere che porta con sé. Grazie ad essa, il potere disciplinare diviene un sistema «integrato», legato dall'interno all'economia ed ai fini del dispositivo in cui si esercita. Esso si organizza inoltre come potere multiplo, automatico ed anonimo; poiché, se è vero che la sorveglianza riposa su degli individui, il suo funzionamento è quello di una rete di relazioni dall'alto al basso, ma, anche, fino a un certo punto, dal basso all'alto e collateralmente. Questa rete fa «tenere» l'insieme e lo attraversa integralmente con effetti di potere che si appoggiano gli uni sugli altri: sorveglianti perpetuamente sorvegliati. Il potere, nella sorveglianza gerarchizzata delle discipline, non si detiene come una cosa, non si trasferisce come una proprietà: funziona come un meccanismo. E, se è vero che la sua organizzazione piramidale gli assegna un «capo», è il meccanismo tutto intero a produrre «potere» e a distribuire gli individui in questo campo permanente e continuo. Ciò che permette al potere disciplinare di essere contemporaneamente assolutamente indiscreto - perché è dappertutto e sempre all'erta e perché non lascia, in linea di principio, alcuna zona d'ombra e controlla senza posa quelli stessi che sono incaricati di controllare, e assolutamente «discreto», perché funziona in permanenza e in gran parte in silenzio. La disciplina fa «funzionare» un potere relazionale che si sostiene sui suoi propri meccanismi e che, allo splendore delle manifestazioni, sostituisce il gioco ininterrotto di sguardi calcolati. Grazie alle tecniche di sorveglianza, la «fisica» del potere, la presa sul corpo, si effettuano secondo tutto un gioco di spazi, di linee, di schermi, di fasci, di gradi, e senza ricorrere, almeno in linea di principio, all'eccesso, alla forza, alla violenza. Potere che è in apparenza tanto meno «corporale», quanto più è sapientemente «fisico».


La sanzione normalizzatrice.

1. All'orfanotrofio del cavalier Paulet, le adunanze del tribunale che si riuniva ogni mattina davano luogo a tutto un cerimoniale: «Trovammo tutti gli allievi schierati; un allineamento, una immobilità, un silenzio perfetti. Il maggiore, giovane gentiluomo di sedici anni, era fuori dai ranghi, la spada sguainata; al suo comando, la truppa si mise in movimento a passo raddoppiato per formare un cerchio. Il consiglio si riunì al centro; ogni ufficiale fece il rapporto sulla sua truppa nelle ventiquattro ore. Gli accusati furono ammessi a giustificarsi; si ascoltarono dei testimoni; si iniziarono le deliberazioni e, quando si giunse ad un accordo, il maggiore rese conto ad alta voce del numero dei colpevoli, della natura delle infrazioni e dei castighi ordinati - La truppa sfilò in seguito in perfetto ordine» (75). Nel cuore di ogni sistema disciplinare, funziona un piccolo meccanismo penale, che beneficia di una sorta di, privilegio di giustizia, con leggi proprie, reati specifici, forme particolari di sanzione, istanze di giudizio. Le discipline stabiliscono una «infra-penalità»; incasellano uno spazio che le leggi lasciano vuoto; qualificano e reprimono una serie di comportamenti che per il loro interesse relativamente scarso sfuggivano ai grandi sistemi di punizione. «Quando entrano, i lavoranti dovranno salutarsi reciprocamente;... quando escono dovranno riporre le merci e gli utensili di cui si sono serviti e, di sera, spegnere la loro lampada»; «è espressamente vietato divertire i compagni con gesti o altrimenti»; essi dovranno «comportarsi decentemente e onestamente»; colui che si sarà assentato per più di cinque minuti senza avvertire il signor Oppenheim sarà «sanzionato di una mezza giornata»; e, per essere sicuri che niente fosse dimenticato in questa minuta giustizia penale, è proibito fare «tutto ciò che può nuocere al signor Oppenheirn ed ai suoi soci» (76). Al laboratorio, a scuola, nell'esercito, infierisce tutta una micropenalità del tempo (ritardi, assenze, interruzione dei compiti), dell'attività (disattenzione, negligenza, mancanza di zelo), del modo di comportarsi (maleducazione, disobbedienza), dei discorsi (chiacchiere, insolenza), del corpo (attitudini «scorrette», gesti non conformi, scarsa pulizia), della sessualità (immodestia, indecenza). Nello stesso tempo, viene utilizzata, a titolo di punizione, tutta una serie di sottili procedimenti, che vanno dal lieve castigo fisico, a modeste privazioni, a piccole umiliazioni. Si tratta di rendere penalizzabili le più minuscole frazioni della condotta, e, nello stesso tempo, di conferire una funzione punitiva ad elementi, in apparenza indifferenti, dell'apparato disciplinare: al limite, ogni cosa potrà servire a punire la minima cosa; ogni soggetto si troverà preso in una universalità punibile-punente. «Nel termine, punizione, si deve comprendere tutto ciò che è capace di far sentire ai fanciulli l'errore commesso, tutto ciò che è capace di umiliarli, di dar loro un senso di confusione:... un certo freddo, una certa indifferenza, un tormento, una umiliazione, una destituzione di posto» (77).
2. Ma la disciplina porta con sé un modo specifico di punire, che non è solamente un modello ridotto del tribunale. Ciò che attiene alla penalità disciplinare, è l'inosservanza, è tutto quello che non si adegua alla regola, tutto quello che se ne allontana; gli scarti. E' penalizzabile il campo indefinito del non conforme: il soldato commette un «errore» ogni volta che non raggiunge il livello richiesto; l'«errore» dell'allievo, sia pure reato minore, è una inattitudine a adempiere ai suoi compiti. Il regolamento della fanteria prussiana imponeva di trattare con «tutto il rigore possibile» il soldato che non avesse appreso a maneggiare correttamente il fucile. Nello stesso modo «quando uno scolaro non ricorderà il catechismo del giorno precedente, si potrà obbligarlo ad apprendere quello del giorno, senza fare alcun errore, e glielo si farà ripetere a memoria l'indomani; oppure lo si obbligherà ad ascoltarlo in piedi o in ginocchio, con le mani giunte, oppure gli si infliggerà qualche altra penitenza».
L'ordine che i castighi disciplinari devono far rispettare è di natura mista: è un ordine «artificiale», posto in maniera esplicita da una legge, un programma, un regolamento. Ma è anche un ordine definito da processi naturali ed osservabili ; la durata di un apprendistato, il tempo di un esercizio, il livello di attitudine riferito ad una regolarità, che è anche una regola. Gli allievi delle scuole cristiane non devono mai essere ammessi ad una «classe» che non siano ancora in grado di seguire, perché li si esporrebbe al pericolo di non potere apprendere; pertanto la durata di ogni stadio «è fissata da regolamenti e colui che al termine di tre esami non ha potuto passare all'ordine superiore deve esser messo, ben in evidenza, nel banco degli «ignoranti». La punizione in regime disciplinare comporta un duplice riferimento giuridico-naturale.
3. Il castigo disciplinare ha la funzione di ridurre gli scarti. Deve dunque essere essenzialmente correttivo. A lato delle punizioni direttamente dedotte dal modello giudiziario (frusta, ammende, celle di segregazione), i sistemi disciplinari privilegiano le punizioni che siano nell'ordine dell'esercizio - apprendimento intensificato, moltiplicato, ripetuto numerose volte: il regolamento del 1766 per la fanteria prevedeva che i soldati di prima classe «che dimostreranno negligenza o cattiva volontà, saranno messi di nuovo nell'ultima classe» e non potranno risalire alla prima che dopo nuove esercitazioni ed un nuovo esame. Così diceva, da parte sua, J.-B. de La Salle: «Tra tutte le punizioni, i pensi sono la più onesta per un maestro, la più vantaggiosa e la più gradita per i genitori»; essi permettono di «ricavare, dagli stessi errori degli alunni, i mezzi per affrettare i loro progressi correggendo i loro difetti»; ad esempio, a quelli «che non avranno scritto tutto quello che dovevano scrivere, o non si saranno applicati a farlo bene, si potrà dare qualche penso da scrivere o da imparare a memoria» (78). La punizione disciplinare è, in gran parte almeno, isomorfa alla obbligazione stessa; è meno la vendetta della legge oltraggiata che non la sua ripetizione, la sua insistenza raddoppiata. Cosicché l'effetto correttivo che ci si attende passa solo in modo accessorio attraverso la espiazione ed il pentimento; viene ottenuto direttamente dalla meccanica dell'addestramento. Castigare è esercitare.
4. La punizione, nella disciplina, non è che un elemento di un sistema duplice: gratificazione-sanzione. Ed è questo sistema a divenire operante nel processo di addestramento e di correzione. Il maestro «deve evitare, quanto più gli è possibile, di usare i castighi; al contrario deve cercare di rendere le ricompense più frequenti delle pene, essendo i pigri incitati più dal desiderio di essere ricompensati come i diligenti, che non dal timore dei castighi; per ciò sarà molto fruttuoso, quando il maestro sarà costretto ad usare un castigo, ch'egli cerchi di guadagnare, se può, il cuore del fanciullo, prima di infliggerglielo» (79). Questo meccanismo a due elementi permette un certo numero di operazioni caratteristiche della penalità disciplinare. Prima di tutto la qualificazione delle condotte e delle prestazioni partendo da due valori opposti del bene e del male; in luogo della semplice spartizione del proibito, qual è conosciuta dalla giustizia penale, abbiamo una distribuzione tra polo positivo e polo negativo; tutta la condotta ricade nel campo delle note buone e cattive, dei punti buoni e cattivi. E' inoltre possibile stabilire una quantificazione ed una economia cifrata. Una contabilità penale, incessantemente aggiornata, permette di ottenere il bilancio punitivo di ciascuno. La «giustizia» scolare ha spinto molto lontano questo sistema, di cui troviamo almeno i rudimenti nell'esercito e negli opifici. I Fratelli delle Scuole cristiane avevano organizzato tutta una microeconomia dei privilegi e dei pensi: «I privilegi serviranno agli scolari per esentarsi dalle penitenze che saranno loro imposte... Ad esempio, uno scolaro abbia avuto come penso quattro o sei domande di catechismo da copiare; potrà liberarsi da questa penitenza mediante qualche punto dei privilegi; il maestro ne assegnerà il numero per ogni domanda... Poiché i privilegi valgono un numero determinato di punti, il maestro ne ha anche altri di minor valore, che serviranno da moneta ai primi. Ad esempio, un fanciullo abbia un penso da cui non può redimersi che con sei punti; ed abbia un privilegio da dieci: egli lo presenta al maestro che gli rende quattro punti; e così per gli altri» (80). E, attraverso il gioco di questa quantificazione, di questa circolazione di crediti e debiti, grazie al calcolo permanente delle note in più e in meno, gli apparati disciplinari gerarchizzano, gli uni in rapporto agli altri, i «buoni» ed i «cattivi» soggetti. Attraverso la microeconomia di una perpetua penalità, si opera una differenziazione che non è più quella degli atti, ma degli individui stessi, della loro natura, delle loro virtualità, del loro livello o valore. La disciplina, sanzionando gli atti con esattezza, misura gli individui «in verità»; la penalità che essa pone in opera si integra nel ciclo di conoscenza degli individui.
5. La ripartizione secondo ranghi o gradi ha un duplice ruolo: segnare gli scarti, gerarchizzare le qualità, le competenze, le attitudini; ma anche castigare e ricompensare. Funzionamento penale dell'ordinare e carattere ordinale della sanzione. La disciplina ricompensa col solo gioco degli avanzamenti, permettendo di guadagnare ranghi e posti; punisce facendo retrocedere e degradando. Il rango in se stesso vale come ricompensa o punizione. Alla Scuola militare era stato messo a punto un complesso sistema di classificazione «onorifica»: le uniformi la traducevano agli occhi di tutti, e castighi più o meno nobili o vergognosi erano collegati, come marchio di privilegio o di infamia, ai ranghi così distribuiti. Questa ripartizione classificatoria e penale viene effettuata ad intervalli ravvicinati attraverso i rapporti che gli ufficiali, i professori ed i loro aiutanti, senza prendere in considerazione età o grado, fanno sulle «qualità morali degli allievi», e sulla «loro condotta universalmente riconosciuta». La prima classe, detta «dei molto buoni» si distingue da una spallina d'argento; il suo onore è di essere trattata come «una truppa puramente militare»; militari saranno dunque le punizioni cui ha diritto (arresti e, nei casi gravi, prigione). La seconda classe, «dei buoni», porta una spallina di seta rossa e argento; essi sono passibili della prigione e degli arresti, ma anche della gabbia e della messa in ginocchio. La classe dei «mediocri» ha diritto ad una spallina di lana rossa; alle pene precedenti, si aggiunge, in caso di necessità, la divisa di lana grezza. L'ultima classe, quella dei «cattivi», è segnata da una spallina di lana scura; «gli allievi di questa classe saranno sottomessi a tutte le punizioni usate nella scuola o a tutte quelle che si crederà necessario introdurre, e perfino alla segreta». A queste, si aggiunse per un certo tempo la classe «vergognosa», per la quale vennero preparati regolamenti speciali «in modo che coloro che la compongono siano sempre separati dagli altri e vestiti di lana grezza». Poiché solo il merito e la condotta devono decidere il posto di un allievo, «quelli delle due ultime potranno lusingarsi di salire alle prime e di portarne i distintivi, quando, su testimonianze universali, sarà riconosciuto che se ne sono resi degni, per il cambiamento della loro condotta ed i loro progressi; e, ugualmente, quelli delle prime classi discenderanno nelle altre nel caso in cui diminuissero lo zelo o in cui rapporti numerosi e svantaggiosi dimostrassero che non meritano più le disposizioni e le prerogative delle prime classi...» La classificazione che punisce deve tendere a sparire: la classe «vergognosa» non esiste altro che per cancellarsi: «Al fine di giudicare il tipo di conversione degli allievi della classe vergognosa che si comportino bene», essi verranno riintrodotti nelle altre classi, e si renderanno loro le uniformi, ma resteranno coi compagni di infamia durante i pasti e le ricreazioni; vi rimarranno se non continueranno a comportarsi bene; ne «usciranno assolutamente, quando si sarà contenti di loro e nella classe e nella divisione» (81). Doppio effetto, di conseguenza, di questa penalità gerarchizzante: distribuire gli allievi secondo le attitudini e la condotta, dunque secondo l'uso che si potrà farne quando usciranno dalla scuola; esercitare su di loro una pressione costante perché si sottomettano tutti allo stesso modello, perché siano costretti tutti insieme «alla subordinazione, alla docilità, all'attenzione negli studi e nelle esercitazioni, e all'esatta pratica dei doveri e di tutte le parti della disciplina». Perché, tutti, si rassomiglino.
Insomma, l'arte di punire, nel regime del potere disciplinare, non tende né all'espiazione e neppure esattamente alla repressione, ma pone in opera cinque operazioni ben distinte: ascrivere gli atti, le prestazioni, le condotte singole ad un insieme che è nello stesso tempo campo di comparazione, spazio di differenziazione e principio di una regola da seguire. Differenziare gli individui, gli uni rispetto agli altri e in funzione di questa regola d'insieme - sia che la si faccia funzionare come soglia minimale, come media da rispettare o come optimum cui bisogna avvicinarsi. Misurare in termini quantitativi e gerarchizzare in termini di valore le capacità, il livello, la «natura» degli individui. Far giocare, attraverso questa misura «valorizzante», la costrizione di una conformità da realizzare. Tracciare infine il limite che definirà la differenza in rapporto a tutte le differenze, la frontiera esterna dell'anormale (la classe «vergognosa» della Scuola militare). Penalità perpetua che passa per tutti i punti, e controlla tutti gli istanti delle istituzioni disciplinari, paragona, differenzia, gerarchizza, omogeneizza, esclude. In una parola, normalizza.
Essa si oppone dunque, termine a termine, ad una penalità giudiziaria che ha come funzione essenziale il riferirsi non già ad un insieme di fenomeni osservabili, ma ad un corpus di leggi e di testi che bisogna custodire nella memoria, non il differenziare degli individui, ma lo specificare degli atti sotto un certo numero di categorie generali; non il gerarchizzare, ma il far giocare puramente e semplicemente l'opposizione binaria del permesso e del vietato; non l'omogeneizzare, ma l'operare la divisione, acquisita una volta per tutte, della condanna. I dispositivi disciplinari hanno secreta una «penalità della regola» che è irriducibile nei principi e nel funzionamento alla penalità tradizionale della legge. Il piccolo tribunale che sembra statuire in permanenza negli edifici disciplinari, e che talvolta prende la forma teatrale del grande apparato giudiziario, non deve creare illusioni: salvo per alcune continuità formali, esso non riconduce i meccanismi della giustizia criminale fino alla trama dell'esistenza quotidiana; o almeno l'essenziale non sta in questo; le discipline hanno fabbricato - appoggiandosi su tutta una serie di procedimenti d'altronde assai antichi - un nuovo funzionamento punitivo, ed è questo che poco a poco ha investito il grande apparato esteriore che esso sembrava riprodurre modestamente o ironicamente. Il funzionamento giuridico-antropologico che tutta la storia della penalità moderna tradisce, non trova la sua origine nella sovrapposizione delle scienze umane alla giustizia criminale e nelle esigenze proprie di questa nuova razionalità o dell'umanesimo che essa porterebbe con sé; esso ha il suo punto di formazione in quella tecnica disciplinare che ha fatto giocare i nuovi meccanismi della sanzione normalizzatrice.
Appare, attraverso le discipline, il potere della Norma. Nuova legge della società moderna? Diciamo piuttosto che, dal secolo Diciottesimo, esso è venuto ad aggiungersi ad altri poteri costringendoli a nuove delimitazioni; quello della Legge, quello della Parola e del Testo, quello della Tradizione. Il Normale, si instaura come principio di coercizione nell'insegnamento con l'introduzione di un'educazione standardizzata e con l'organizzazione delle scuole normali; si instaura nello sforzo di organizzare un corpo medico e un inquadramento ospedaliero nazionale, suscettibile di far funzionare norme generali di sanità; si instaura nella regolamentazione dei procedimenti e dei prodotti industriali (82). Come la sorveglianza - ed insieme ad essa -, la normalizzazione diviene uno dei grandi strumenti di potere alla fine dell'età classica. Ai segni che traducevano status, privilegi, appartenenze, si tende a sostituire, o per lo meno ad aggiungere, tutto un gioco di gradi di normalità, che sono segni di appartenenza ad un corpo sociale omogeneo, ma che contengono un ruolo di classificazione, di gerarchizzazione, di distribuzione dei ranghi. Da una parte il potere di normalizzazione costringe all'omogeneità, ma dall'altra individualizza permettendo di misurare gli scarti, di determinare i livelli, di fissare le specialità e di rendere le differenze utili, adattandole le une alle altre. Si comprende come il potere della norma funzioni facilmente all'interno di un sistema di uguaglianza formale, poiché all'interno di una omogeneità che è la regola, esso introduce, come imperativo utile e risultato di una misurazione, tutto lo spettro delle differenze individuali.


L'esame.

L'esame combina le tecniche della gerarchia che sorveglia e quelle della sanzione che normalizza. E' un controllo normalizzatore, una sorveglianza che permette di qualificare, classificare, punire. Stabilisce sugli individui una visibilità attraverso la quale essi vengono differenziati e sanzionati. Per questo, in tutti i dispositivi disciplinari, l'esame è altamente ritualizzato. In esso vengono a congiungersi la cerimonia del potere e la forma dell'esperienza, lo spiegamento della forza e lo stabilimento della verità. Nel cuore delle procedure disciplinari, manifesta l'assoggettamento di coloro che vengono percepiti come oggetti e l'oggettivazione di coloro che sono assoggettati. La sovrapposizione dei rapporti di potere e delle relazioni di sapere assume nell'esame tutto il suo splendore visibile. Ecco un'altra innovazione dell'età classica che gli storici delle scienze hanno lasciato nell'ombra. Si fa la storia delle esperienze sui ciechi-nati, i ragazzi-lupo o sull'ipnosi. Ma chi farà la storia, più generale, più sfumata, più determinante anche, dell'«esame» - dei suoi rituali, dei suoi metodi, dei suoi personaggi e del loro ruolo, dei suoi giochi di domande e risposte, dei suoi sistemi di votazione e classificazione? Poiché in questa sottile tecnica si trovano impegnati tutto un dominio di sapere, tutto un campo di potere. Si parla spesso dell'ideologia che le «scienze» umane portano con sé, in modo discreto o loquace. Ma la loro stessa tecnologia, quel piccolo schema operativo talmente diffuso (dalla psichiatria alla pedagogia, dalla diagnosi delle malattie all'assunzione della manodopera), quel procedimento, così familiare, dell'esame, non mette forse in opera, all'interno di un solo meccanismo, relazioni di potere tali da permettere di prelevare e di costituire del sapere? Non è semplicemente a livello della coscienza, delle rappresentazioni, e in ciò che si crede di sapere, ma è a livello di ciò che rende possibile un sapere, che si costituisce l'investimento politico.
Una delle condizioni essenziali per giungere allo sblocco epistemologico della medicina alla fine del secolo Diciottesimo fu la organizzazione dell'ospedale come apparato per «esaminare». Il rituale della visita ne è l'espressione più vistosa. Nel secolo Diciottesimo, il medico, proveniente dall'esterno, aggiungeva la sua ispezione ad altri controlli - religiosi, amministrativi; non partecipava minimamente alla gestione quotidiana dell'ospedale. Poco a poco, la visita divenne più regolare, più rigorosa, più ampia, soprattutto, ricoprendo una parte sempre più importante nel funzionamento ospedaliero. Nel 1661, il medico dell'H™tel Dieu di Parigi era tenuto ad una visita al giorno; nel 1667, un medico «in aspettativa» doveva esaminare, nel pomeriggio, alcuni ammalati, più seriamente colpiti. I regolamenti del secolo Diciottesimo precisano gli orari della visita e la sua durata (due ore al minimo); insistono perché una rotazione permetta di assicurarla tutti i giorni «anche la domenica di Pasqua»; infine, nel 1771, viene istituito il medico residente, con il compito di «rendere tutti i servizi del suo ufficio, tanto di notte che di giorno, tra gli intervalli tra una visita e l'altra di un medico esterno» (83). L'ispezione di un tempo, discontinua e rapida, viene trasformata in una ispezione regolare che mette l'ammalato in situazione d'esame quasi ininterrotto. Con due conseguenze: nella gerarchia interna, il medico, finora elemento esterno, comincia ad affermarsi sul personale religioso ed a confidargli un ruolo determinato ma subordinato nella tecnica dell'esame; appare allora la categoria dell'«infermiere». Quanto all'ospedale, che era prima di tutto un luogo di assistenza, va diventando luogo di formazione e di collazione di conoscenze: inversione dei rapporti di potere e costituzione di un sapere. L'ospedale ben «disciplinato» costituirà il luogo adeguato alla «disciplina» medica; questa potrà allora perdere il suo carattere testuale e riferirsi meno alla tradizione di autori decisivi che non a un campo di oggetti perpetuamente offerti all'esame.
Nello stesso modo la scuola diviene una sorta di apparato di esame ininterrotto, che doppia in tutta la sua lunghezza la operazione d'insegnamento. Si tratterà sempre meno di quei tornei in cui gli allievi affrontavano le loro forze e sempre più di un confronto perpetuo di ciascuno con tutti, che permette di misurare e insieme di sanzionare. I Fratelli delle Scuole cristiane volevano che i loro allievi avessero una prova in ogni giorno della settimana: il primo di ortografia, il secondo di aritmetica, il terzo di catechismo al mattino e di calligrafia il pomeriggio, eccetera. In più, una prova doveva aver luogo ogni mese alfine di designare coloro che meritavano di essere ammessi all'esame dell'ispettore (84). Dal 1775, vi erano, alla Ecole des Ponts et Chaussées, sedici esami all'anno: tre di matematica, tre d'architettura, tre di disegno, due di calligrafia, uno di taglio di pietre da costruzione, uno di stile, uno di rilievo topografico, uno di livellazione, uno di estimo civile (85). L'esame non si accontenta di sanzionare un apprendistato, ne è uno dei fattori permanenti; lo sottende secondo un rituale di potere costantemente rinnovato. Ora l'esame permette al maestro, mentre trasmette il proprio sapere, di stabilire sugli allievi tutto un campo di conoscenze. Mentre la prova che concludeva un apprendistato nella tradizione corporativa convalidava un'attitudine acquisita - il «capolavoro» (86) autentificava una trasmissione di sapere già avvenuta -, l'esame, a scuola, è un autentico e costante scambio di saperi: garantisce il passaggio delle conoscenze dal maestro all'allievo, ma preleva dall'allievo un sapere destinato e riservato al maestro. La scuola diviene il luogo di elaborazione della pedagogia. E come la procedura dell'esame ospedaliero permette lo sblocco epistemologico della medicina, l'era della scuola «esaminatoria» segna l'inizio di una pedagogia che funziona come scienza. L'età delle ispezioni e delle manovre ripetute indefinitamente, nell'esercito, ha anche segnato lo sviluppo di un immenso sapere tattico che si è espresso all'epoca delle guerre napoleoniche.
L'esame porta con sé tutto un meccanismo che lega ad una certa forma di esercizio del potere, un certo tipo di formazione di sapere.
1. "L'esame inverte l'economia della visibilità nell'esercizio del potere". Tradizionalmente, il potere è ciò che si vede, ciò che si mostra, ciò che si manifesta, e, in modo paradossale, trova il principio della sua forza nel gesto con cui la ostenta. Coloro sui quali si esercita, possono rimanere nell'ombra; essi non ricevono luce che da quella parte di potere che è loro concessa, o dal riflesso che essi ne portano per un istante. Il potere disciplinare si esercita rendendosi invisibile, e, al contrario, impone a coloro che sottomette un principio di visibilità obbligatoria. Nella disciplina sono i soggetti a dover essere visti. L'illuminazione assicura la presa del potere che si esercita su di loro. E' il fatto di essere visto incessantemente, di poter sempre essere visto, che mantiene in soggezione l'individuo disciplinare. E l'esame è la tecnica con cui il potere, in luogo di emettere i segni della sua potenza, in luogo di imporre il marchio ai suoi soggetti, li capta in un meccanismo di oggettivazione. Nello spazio in cui domina, il potere disciplinare manifesta la sua potenza, essenzialmente, sistemando degli oggetti. L'esame si pone come la cerimonia di questa oggettivazione.
Fino ad allora, il ruolo della cerimonia politica era consistito nel dar luogo alla manifestazione, eccessiva e ben regolata insieme, del potere; espressione sontuosa della potenza, «dispendio» nello stesso tempo esagerato e codificato, in cui il potere riprendeva vigore. Essa si apparentava sempre più o meno al trionfo. La solenne apparizione del sovrano portava con sé qualcosa della consacrazione, dell'incoronazione, del ritorno della vittoria; perfino i fasti funerari si svolgevano solo nello splendore della potenza ostentata. La disciplina ha un suo tipo di cerimonia. Non è il trionfo, è la rivista, è la «parata», forma fastosa dell'esame. I «soggetti», vi sono offerti come «oggetti», all'osservazione di un potere che non si manifesta altro che col solo sguardo. Essi non ricevono direttamente l'immagine della potenza sovrana, ne palesano solamente gli effetti - e per così dire a vuoto - sui loro corpi divenuti esattamente leggibili e docili. Il 15 marzo 1666, Luigi Quattordicesimo presenzia alla prima rivista militare; 18000 uomini: «una delle più splendide azioni del regno», che, si diceva, aveva «tenuto tutta l'Europa nell'inquietudine». Molti anni dopo venne coniata una medaglia per commemorare l'evento (87). Essa porta scritto nell'esergo: «Disciplina militaris restitua», e alla leggenda «Prolusio ad victorias». A destra il re, il piede destro in avanti, comanda lui stesso, con un bastone, l'esercitazione. Sulla metà sinistra, schiere di soldati appaiono di faccia e con un senso di profondità; stendono il braccio all'altezza della spalla e tengono il fucile esattamente verticale; la gamba destra in avanti e il piede sinistro volto verso l'esterno. Al suolo, delle linee si tagliano ad angolo retto, disegnando, sotto ai piedi dei soldati, larghi quadri che servono da riferimento per le diverse fasi e posizioni dell'esercitazione. Nello sfondo si disegna un'architettura classica. Le colonne del palazzo prolungano quelle costituite dagli uomini allineati e dai fucili diritti, come, senza dubbio, la pavimentazione a quadri prolunga le linee dell'esercitazione. Ma al di sopra della balaustra che corona l'edificio, alcune statue rappresentano personaggi danzanti: linee sinuose, gesti morbidi, drappeggi. Il marmo è percorso da movimenti, il cui principio d'unità è armonico. Gli uomini, al contrario, sono immobilizzati in una attitudine uniformemente ripetuta di fila in fila, di linea in linea: unità tattica. L'ordine dell'architettura, che libera al sommo figure di danza, impone al suolo le sue regole e la sua geometria ad uomini disciplinati. Le colonne del potere. «Bene, - diceva un giorno il granduca Michele, davanti al quale erano state fatte eseguire delle manovre alle truppe, - solamente, respirano» (88).
Prendiamo questa medaglia come testimonianza del momento in cui si congiungono, in modo paradossale ma significativo, l'emblema più splendente del potere sovrano e l'emergere peculiare dei poteri disciplinari. La visibilità quasi insostenibile del monarca, si tramuta in visibilità inevitabile dei soggetti. Ed è questa inversione di visibilità nel funzionamento delle discipline che assicurerà, fin nei suoi gradi più bassi, l'esercizio del potere. Si entra nell'età dell'esame infinito e della oggettivazione costrittiva.
2. "L'esame fa anche entrare l'individualità in un campo documentario". Essa lascia dietro di sé un archivio sottilmente minuzioso che si costituisce a livello dei corpi e dei giorni. L'esame che pone gli individui in un campo di sorveglianza, li situa ugualmente in una rete di scritturazioni; li coinvolge in tutto uno spessore di documenti che li captano e li fissano. Le procedure d'esame sono state subito accompagnate da un rigoroso sistema di registrazione e dal cumulo documentario. Un «potere di scritturazione» si costituisce come elemento essenziale negli ingranaggi disciplinari. In molti punti, si modella sui metodi tradizionali della documentazione amministrativa, ma con tecniche particolari e innovazioni importanti. Le prime concernono i metodi di identificazione, segnalazione o descrizione. Era il problema da risolvere, per l'esercito: ritrovare i disertori, evitare gli arruolamenti a ripetizione, correggere gli inventari fittizi presentati dagli ufficiali, conoscere lo stato di servizio ed il valore di ciascuno, stabilire con certezza il bilancio dei dispersi e dei morti. Era il problema degli ospedali, dove era necessario riconoscere gli ammalati, cacciare i simulatori, seguire l'evoluzione delle malattie, verificare l'efficacia dei trattamenti, reperire i casi analoghi e gli inizi di epidemie. Era il problema degli istituti di insegnamento, dove si doveva caratterizzare l'attitudine di ogni allievo, situarne il livello e le capacità, indicare l'eventuale utilizzazione che se ne potesse fare: «Il registro serve per farvi ricorso a tempo e luogo, per conoscere le abitudini dei fanciulli, il loro avanzamento nella pietà, nel catechismo, nelle lettere secondo il tempo della Scuola, la loro mente e la loro capacità di giudizio, che si troverà indicato dal momento dell'ingresso» (89).
Di qui la formazione di tutta una serie di codici della individualità disciplinare che permettono di trascrivere, omogeneizzandoli, i tratti individuali stabiliti dall'esame. codice fisico dei connotati, codice medico dei sintomi, codice scolastico e militare delle condotte e delle prestazioni. Questi codici ancora molto rudimentali, sia qualitativamente che quantitativamente, segnano il momento di una prima «formalizzazione» dell'individuale all'interno delle relazioni di potere. Le altre innovazioni della scrittura disciplinare consistono nell'operare la correlazione di questi elementi, il cumulo dei documenti, la loro seriazione, l'organizzazione di campi comparativi che permettono di classificare, formare categorie, stabilire medie, fissare norme. Gli ospedali del secolo Diciottesimo sono stati, in particolare, grandi laboratori per i metodi di scritturazione e documentazione. La tenuta dei registri, la loro specificazione, i metodi di trascrizione degli uni negli altri, la loro circolazione durante le visite, il loro confronto nel corso di riunioni regolari dei medici e degli amministratori, la trasmissione dei dati ad organizzazioni di centralizzazione (sia degli ospedali sia dell'ufficio centrale dell'assistenza); la contabilità delle malattie, delle guarigioni, dei decessi, a livello di un ospedale, di una città, al limite dell'intera nazione, hanno fatto parte integrante del processo con cui gli ospedali sono stati sottoposti al regime disciplinare. Tra le condizioni fondamentali di una buona «disciplina» medica, nei due sensi del termine, bisogna includere i procedimenti di scritturazione che permettono di integrare, senza che vi si perdano, i dati individuali in sistemi cumulativi; fare in modo che, partendo da un qualsiasi registro generale, si possa ritrovare un individuo e che, inversamente, ogni dato dell'esame individuale possa ripercuotersi in calcoli d'insieme.
Grazie a tutto questo apparato di scritturazioni che lo accompagna, l'esame apre due possibilità, che sono correlative: la costituzione dell'individuo come oggetto descrivibile, analizzabile, non per ridurlo tuttavia, in tratti «specifici» come fanno i naturalisti a proposito degli esseri viventi, ma per mantenerlo, nei suoi tratti singoli, nella sua evoluzione particolare, nelle capacità o attitudini sue proprie, sotto lo sguardo di un sapere permanente; e, d'altra parte, la costituzione di un sistema comparativo che permetta la misurazione dei fenomeni globali, la descrizione di gruppi, la caratterizzazione di fenomeni collettivi, la valutazione degli scarti degli individui, gli uni in rapporto agli altri, la loro ripartizione in una «popolazione».
Importanza decisiva, di conseguenza, di tutte quelle piccole tecniche di annotazione, registrazione, costituzione di dossiers, di messa in colonna e in quadro, che ci sono familiari e che hanno permesso lo sblocco epistemologico delle scienze dell'individuo. E' senza dubbio giusto il porsi il problema aristotelico: è possibile una scienza dell'individuo; è lecita? A grande problema, grandi soluzioni, forse. Ma, verso la fine del secolo Diciottesimo, esiste il piccolo problema storico dell'emergere di ciò che potremmo mettere sotto la sigla di scienze «cliniche»; problema dell'ingresso dell'individuo (e non più della specie) nel campo del sapere; problema dell'ingresso della descrizione singola, dell'interrogatorio, dell'anamnesi, del «dossier», nel funzionamento generale del discorso scientifico. A questo semplice problema di fatto, è necessaria senza dubbio una risposta senza grandezza: bisogna guardare dalla parte di questi processi di scritturazione e di registrazione, bisogna guardate dalla parte dei meccanismi d'esame, dalla parte della formazione dei dispositivi di disciplina e della formazione di un nuovo tipo di sapere sui corpi. La nascita delle scienze dell'uomo? Verosimilmente dobbiamo cercarla in quegli archivi, di scarsa gloria, in cui è stato elaborato il gioco moderno delle coercizioni sui corpi, i gesti, i comportamenti.
3. "L'esame, contornato da tutte le sue tecniche documentarie, fa di ogni individuo un «caso»": un caso che costituisce nello stesso tempo un oggetto di una conoscenza e una presa per un potere. Il caso non è più, come nella casistica o nella giurisprudenza, un insieme di circostanze qualificanti un atto e aventi il potere di modificare l'applicazione di una regola, il caso è l'individuo quale lo possiamo descrivere, misurare, valutare, comparare ad altri e ciò nella sua stessa individualità; ed è anche l'individuo che sarà da addestrare o da correggere, da classificare, normalizzare, escludere, eccetera.
A lungo l'individualità qualunque - quella di chi sta in basso e di tutti - è rimasta al disotto della soglia di descrizione. Essere guardato, osservato, descritto in dettaglio, seguito giorno per giorno da una scritturazione, era un privilegio. La cronaca di un uomo, il racconto della sua vita, la sua storiografia redatta lungo il filo della sua esistenza facevano parte dei rituali della sua potenza. Ora, i procedimenti disciplinari invertono questo rapporto, abbassano la soglia della individualità descrivibile e fanno di questa descrizione un mezzo di controllo e un metodo di dominazione. Non più monumento per una futura memoria, ma documento per una eventuale utilizzazione. E questa nuova descrivibilità è tanto più marcata, quanto più stretto è l'inquadramento disciplinare: il bambino, il malato, il pazzo, il condannato, diverranno, sempre più frequentemente a partire dal secolo Diciottesimo, oggetto di descrizioni individuali e di relazioni biografiche. Questo mettere per iscritto delle esistenze reali, non è un processo di eroicizzazione, ma funziona come procedimento di oggettivazione e di assoggettamento. La vita accuratamente documentata dei malati mentali o dei delinquenti si riallaccia, come la cronaca dei re o l'epopea dei grandi banditi popolari, ad una certa funzione politica della scrittura; ma in tutt'altra tecnica di potere.
L'esame come fissazione, nello stesso tempo rituale e «scientifica» delle differenze individuali, come spillatura di ciascuno alla propria singolarità (in opposizione alla cerimonia in cui si manifestano gli "status", la nascita, i privilegi, le funzioni, con tutto lo splendore dei loro segni) mostra bene l'apparizione di una nuova modalità del potere in cui ciascuno riceve come "status" la propria individualità ed in cui è statutariamente legato ai tratti, alle misure, agli scarti, alle «note» che lo caratterizzano e fanno di lui, in ogni modo, un «caso».
Infine, l'esame è al centro di procedure che costituiscono l'individuo come effetto e oggetto di potere, come effetto e oggetto di sapere. E' l'esame che, combinando sorveglianza gerarchica e sanzione normalizzatrice, assicura le grandi funzioni disciplinari di ripartizione e classificazione, di estrazione massimale delle forze e del tempo, di cumulo genetico continuo, di composizione ottimale delle attitudini. Di fabbricazione, dunque, dell'individualità cellulare, organica, genetica e combinatoria. Con l'esame si ritualizzano quelle discipline che possiamo caratterizzare dicendo che sono una modalità di potere per la quale è pertinente la differenza individuale.

Le discipline segnano il momento in cui si effettua quello che potremmo chiamare il rovesciamento dell'asse politico dell'individualizzazione. In altre società - di cui il regime feudale non è che un esempio - possiamo dire che l'individualizzazione è massimale dalla parte dove si esercita la sovranità e negli strati superiori del potere. Più vi si è detentori di potenza o di privilegio, più vi si è marcati come individui, attraverso rituali, discorsi, rappresentazioni plastiche. Il «nome» e la genealogia che collocano all'interno di un insieme di parentela, il compimento di imprese che manifestano la superiorità delle forze e che vengono immortalate dalle narrazioni, le cerimonie che evidenziano, con le loro precedenze, i rapporti di potenza, i monumenti o le donazioni che conferiscono sopravvivenza dopo la morte, i fasti e gli eccessi dispendiosi, i molteplici legami di sottomissione e di superiorità che si intersecano, tutto ciò costituisce altrettante procedure di una individualizzazione «ascendente». In un regime disciplinare, al contrario, l'individualizzazione è discendente: nella misura in cui il potere diviene più anonimo e più funzionale, coloro sui quali si esercita tendono ad essere più fortemente individualizzati; e mediante sorveglianze, piuttosto che cerimonie; osservazioni, piuttosto che narrazioni commemorative; mediante misure comparative che hanno la «norma» come referenza, e non mediante genealogie che dànno gli antenati come punti di riferimento; mediante «scarti»piuttosto che attraverso imprese. In un sistema disciplinare, il bambino è più individualizzato dell'adulto, il malato più dell'uomo sano, il pazzo e il delinquente più del normale e del non-delinquente. E' verso i primi, in ogni caso, che si rivolgono i meccanismi individualizzanti; e quando si vuole individualizzare l'adulto sano, normale, legalitario è sempre chiedendogli ciò che c'è ancora in lui del bambino, da quale segreta follia egli è abitato, quale crimine fondamentale ha voluto commettere. Tutte le scienze, analisi o pratiche con radice «psico-», trovano posto in questo rovesciamento storico dei procedimenti di individualizzazione. Il momento in cui si è passati da meccanismi storico-rituali di formazione dell'individualità a meccanismi scientifico-disciplinari, in cui il normale ha dato il cambio all'ancestrale, e la misura ha preso il posto dello "status", sostituendo così all'individualità dell'uomo memorabile quella dell'uomo calcolabile, questo momento in cui le scienze dell'uomo sono divenute possibili, è quello in cui furono poste in opera una nuova tecnologia del potere ed una diversa anatomia politica del corpo. E se dal fondo del Medioevo fino ad oggi «l'avventura» è il racconto dell'individualità, il passaggio dall'epico al romanzesco, dai grandi fatti alla segreta singolarità, dai lunghi esili alla ricerca interiore dell'infanzia, dai tornei ai fantasmi, si inscrive anch'esso nella formazione di una società disciplinare. Sono le disgrazie del piccolo Hans e non più «le bon petit Henri» a raccontare l'avventura della nostra infanzia. Il "Roman de la Rose" è scritto oggi da Mary Barnes, al posto di Lancillotto, il presidente Schreber.
Si dice spesso che il modello di una società che abbia come elementi costitutivi gli individui è presa a prestito dalle forme giuridiche astratte del contratto e dello scambio. La società mercantile si sarebbe presentata come una associazione contrattuale di soggetti giuridici isolati. Forse. La teoria politica dei secoli Diciassettesimo e Diciottesimo sembra in effetti obbedire spesso a questo schema. Ma non bisogna dimenticare che nella stessa epoca è esistita una tecnica per costituire effettivamente gli individui come elementi correlativi di un potere e di un sapere. L'individuo è senza dubbio l'atomo fittizio di una rappresentazione «ideologica» della società, ma è anche una realtà fabbricata da quella tecnologia specifica del potere che si chiama «la disciplina». Bisogna smettere di descrivere sempre gli effetti del potere in termini negativi: «esclude», «reprime», «respinge», «astrae», «maschera», «nasconde», «censura». In effetti il potere produce; produce il reale; produce campi di oggetti e rituali di verità. L'individuo e la conoscenza che possiamo assumerne derivano da questa produzione.
Ma attribuire una tale potenza alle astuzie, spesso minuscole, della disciplina, non è accordar loro troppo? Da dove possono ricavare così vasti effetti?

indice


informativa privacy