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Il cuore vigile 7. GLI UOMINI NON SONO FORMICHE.


Dopo aver parlato dell'influsso diretto dei campi di concentramento tedeschi sugli internati, resta ora da considerare un altro aspetto egualmente importante di quella istituzione, cioè come essi fossero utilizzati, in maniera non altrettanto diretta, per intimorire i cittadini tedeschi in generale e per modificarne la personalità. Sotto questo aspetto, fortunatamente, il loro successo non fu totale. Tuttavia, per gli altri popoli, e per gli Americani in particolare, resta difficile capire come delle persone che un tempo avevano conosciuto la libertà e goduto dei suoi vantaggi siano potute cadere sotto il maleficio del nazionalsocialismo.
Sarà meglio cominciare parlando di quelle vittime dello Stato nazista che perirono per proteggere i propri beni materiali. Ciò avvenne anche in Francia, seppure con risultati meno rilevanti. Gli sfollati che fuggivano davanti ai Tedeschi invasori soccombevano sotto il peso dei beni che avevano caricati su carri, carretti, biciclette, o sulle loro stesse spalle, perché non ammettevano di poter affrontare la vita senza di essi. Era certamente molto difficile sostituire questi beni, ma ancor più difficile sarebbe stato sostituire la propria vita.
Nel corso di questo libro ho spesse volte affermato che il successo o il fallimento di ogni società di massa dipendono dalla capacità dei suoi membri di trasformare la propria personalità in modo tale da riuscire a trasformare la società stessa in una società diversa e veramente umana; per quel che qui ci interessa, in una società dove la tecnica non domini gli uomini, ma venga assoggettata alle loro esigenze.
Così, uno dei primi necessari adattamenti alle nuove esigenze tecnologiche dovrebbe essere il chiaro riconoscimento del fatto che gli oggetti inanimati sono di gran lunga meno essenziali per l'uomo di quanto lo fossero un tempo, perché non è più necessario un anno di lavoro per procurarsi un buon vestito, o un buon letto con il materasso e il resto. Tale riconoscimento, se deve veramente aumentare la nostra libertà e non la nostra schiavitù, dovrà farci attaccare sempre meno a questi beni. D'altro canto, l'ancor grande attaccamento attuale ai propri beni potrà forse aiutare gli Americani, così orgogliosi delle loro libertà, a capire meglio l'esperienza della Germania sotto Hitler.
Nessuno desidera rinunciare alla libertà. Il problema è però molto più complesso quando si debba decidere quanti beni si sia disposti a rischiare per restare liberi, e fino a che punto dovrà essere radicale il cambiamento delle condizioni di vita necessario per proteggere la nostra autonomia.
Quando è in gioco la vita e si è ancora nel pieno possesso delle proprie forze prendere decisioni e attuarle è relativamente facile. Quasi lo stesso si può dire per la libertà fisica. Ma nel caso dell'indipendenza personale le cose non sono più tanto semplici. La maggior parte delle persone non rischierebbe certamente la vita per evitare interferenze di poco conto nella propria autonomia. E quando lo Stato interviene con numerose interferenze di poco conto, scaglionate nel tempo, qual è il punto in cui uno dice: «Ora basta, anche a costo della mia vita»? Tutte queste insignificanti interferenze avranno a poco a poco minato il suo coraggio, ed egli non sarà più abbastanza sicuro di sé per decidersi ad agire. Lo stesso vale per l'angoscia generata dal timore per la propria vita o per la propria libertà, o per entrambe.
Agire al primo manifestarsi dell'angoscia è relativamente facile, perché l'angoscia è una forza potente che spinge all'azione. Ma se l'azione viene rinviata, quanto più a lungo dura l'angoscia, e maggiore è la quantità di energia consumata per soffocarla (invece che per eliminarne la causa), tanto maggiore sarà la quantità di energia vitale sottratta alla persona e tanto minore la sua capacità di agire spontaneamente.
Agli inizi della tirannide tedesca, la capacità di resistervi diminuiva nei cittadini tedeschi in proporzione al tempo che essi lasciavano passare senza opporvisi e, una volta messo in moto, questo processo continuò per forza propria. Molti rimasero a lungo convinti che alla successiva interferenza dello Stato nella loro autonomia, alla successiva umiliazione, si sarebbero decisi ad agire una volta per tutte. Solo che a quel punto non erano più in grado di farlo e, ormai troppo tardi, dovevano rendersi conto che la strada verso la loro disintegrazione come persone, o peggio, verso i campi della morte, era stata lastricata di buone intenzioni non attuate in tempo.

Non ho bisogno di ripetere qui che io non mi interesso di questo processo psicologico per l'importanza che esso ebbe all'interno di un sistema ormai morto, ma perché le stesse tendenze agiscono in qualsiasi società di massa e, fino a un certo punto, sono individuabili anche ai nostri giorni.
Anche i campi di concentramento intaccarono solo gradualmente l'autonomia della popolazione. Nei primi anni (1933-1936), i campi servivano a punire e a terrorizzare gli antinazisti attivi nel senso tradizionale, cioè determinate persone in quanto individui. Successivamente, però, si ebbe un'innovazione importante: il tentativo sistematico di depersonalizzare totalmente tutti i cittadini. Ho già descritto come questa nuova impostazione venisse attuata nei campi. Voglio ora dare un'idea dei metodi adottati per raggiungere lo stesso scopo fra la popolazione civile tedesca, e di come le tecniche della Gestapo seguissero un piano generale ben definito ed efficacemente «propagandato».
Dopo il 1936, rafforzatosi lo Stato di Hitler e distrutta ogni opposizione politica, non restavano in Germania né individui né gruppi organizzati che potessero minacciarne seriamente l'esistenza. Anche se si continuava a internare la gente nei campi di concentramento per atti di opposizione individuali, negli anni successivi la stragrande maggioranza veniva internata in base alla sua appartenenza a determinati gruppi sociali. Le persone erano punite perché, per una ragione o per l'altra, il gruppo sociale cui appartenevano era caduto in disgrazia. La punizione e l'intimidazione non colpivano più un determinato individuo e la sua famiglia, ma larghi settori della popolazione. Lo scopo principale di questo passaggio dall'individuo al gruppo sociale (che, tra l'altro, coincideva con i preparativi militari per la guerra) era di assicurarsi un controllo totale su di un popolo che ancora non era stato privato di ogni libertà di azione, cioè di costringere l'individuo ad annullarsi in una massa completamente malleabile.
La grande maggioranza dei Tedeschi aveva già accettato il governo di Hitler e i suoi sistemi, anche se alcuni continuavano a brontolare e a mostrarsi insoddisfatti di questa o di quella cosa. Una tale accettazione era in gran parte considerata frutto di un atto di libera volontà da parte di persone che godevano ancora di una considerevole libertà di azione e di un notevole senso di indipendenza interiore. Un esempio tipico era l'autorità ancora detenuta dai padri in seno alle proprie famiglie. Se una persona è veramente e pienamente libera all'interno della propria famiglia, e in grado di trarre dignità e sicurezza dal proprio lavoro, non si può dire che abbia perduto ogni autonomia.
Di conseguenza, il problema che lo Stato doveva ora risolvere era quello di eliminare tutti i fattori che impedivano lo sviluppo di una società composta esclusivamente di sudditi depersonalizzati. Si dovevano far rigare diritti quei gruppi professionali che, pur avendo accettato l'ideologia del nazionalsocialismo, si opponevano ancora ai suoi tentativi di interferire nel campo dei loro interessi personali. Essi dovevano imparare che nello Stato «totale» di massa non c'era posto per interessi personali di alcun genere.
Distruggere tutti i gruppi sociali che godevano ancora di una certa indipendenza sembrava una cosa poco pratica: si correva il rischio di ostacolare il funzionamento dello Stato e di intralciare la produzione dei beni considerati essenziali per la guerra che di lì a poco sarebbe scoppiata. Perciò quei gruppi che mostravano ancora qualche esitazione ad allinearsi dovevano essere costretti a farlo con l'intimidazione. La Gestapo chiamava «azioni» queste punizioni di gruppo, e se ne servì per la prima volta nel 1937.
In un primo tempo il sistema si affermò lentamente, distruggendo l'integrità personale più per la logica intrinseca alla natura dello Stato «totale» che per l'attuazione progressiva di un piano preordinato. Solo più tardi, essendosi queste «azioni» rivelate efficaci, si cominciò a preordinarle con lo scopo deliberato di distruggere l'autonomia di larghi strati della popolazione, eliminando alcuni loro membri opportunamente selezionati.


- Controllo dal basso.

Durante il periodo caratterizzato da queste prime «azioni», si punivano soltanto i capi dei gruppi recalcitranti, perché il sistema nazista era fondato sul principio del capo, della guida responsabile. Cioè, per principio, i capi sopportavano tutta la responsabilità; i ranghi e i plotoni dovevano limitarsi a obbedire ciecamente. Ma questo sistema funzionava solo finché il potere si concentrava nelle mani di una o di poche persone, oppure in quelle di un piccolo gruppo bene integrato. Non funzionava invece nel caso di gruppi vasti, dove non era possibile individuare con chiarezza una guida sicura. Benché nella Germania nazista tutte le decisioni provenissero in ultima analisi da Hitler, una società moderna ha bisogno di numerosi sottogruppi. Anche i sottogruppi creati dallo Stato tendono poi ad affermare la propria indipendenza e a competere per i loro interessi particolari con altri gruppi, anch'essi creati dallo Stato.
Non c'era perciò da risolvere solo il problema di come trattare gruppi preesistenti, ma anche di come sottomettere a un controllo totale i gruppi che erano sorti da poco. Essi erano tutti necessari per il funzionamento dello Stato. I loro membri, del resto, ne erano ben coscienti e ciò rafforzava la loro indipendenza. Inoltre, se i membri dei gruppi obbedivano ciecamente ai loro capi, come si diceva loro di fare, che cosa poteva garantire lo Stato contro la possibilità che i capi dei gruppi mettessero in pericolo la sua stessa esistenza diventando dei sovversivi? Lo scopo essenziale era dunque di trovare la maniera di sottomettere a un controllo totale tutti i gruppi, tanto i capi quanto i membri, e di farlo senza annullare il "Führerprinzip", sulla base del quale i sottogruppi erano organizzati. Il problema fu risolto intimorendo i membri dei gruppi a un punto tale che la paura per la propria vita controbilanciasse l'obbedienza ai capi che da essi si pretendeva.
Per raggiungere questo scopo si adottò il metodo del controllo dal basso. Doveva però essere un controllo che non conferisse potenza, perché ciò sarebbe stato contrario al principio della guida unica, e avrebbe dato ai membri la possibilità di rendersi indipendenti. Al contrario, esso doveva, se possibile, indebolirli. Per conseguire questo risultato si usarono come principali forze motrici il risentimento e l'angoscia. Un azione scaturita da un senso di risentimento o di angoscia non dà alla persona che la compie né forza né sicurezza, ma tende invece a indebolirla, anche se l'azione ha successo. Nel caso di alcuni gruppi, il risentimento contro il capo era sufficiente per assicurare il controllo statale dal basso. In altri invece gli interessi dei membri erano tanto vicini a quelli del capo che il solo risentimento non era una forza abbastanza potente; per questa ragione si cercava di diffondere in essi un senso di ansiosa incertezza.
In seno alla famiglia, i genitori dirigono e i figli costituiscono i ranghi. Per ragioni storiche nella famiglia tedesca l'autorità paterna era molto forte. In un gruppo familiare di questo tipo si avevano sì importanti interessi in comune, ma la sua struttura rigidamente classista generava nei figli anche una notevole dose di paura e di risentimento contro i genitori. Perciò, se la paura dei genitori fosse stata sostituita da una più forte paura dello Stato, o se quest'ultimo avesse appoggiato i figli contro i genitori, sarebbe stato relativamente facile suscitare e incoraggiare il loro risentimento contro l'autorità paterna. Servendosi di questo risentimento, lo Stato poteva così stabilire un controllo completo e debilitante sull'intera famiglia.
In realtà non si ebbero mai molte denunce di genitori da parte dei figli, o di un ragazzo da parte di un suo compagno, sì da danneggiare a fondo l'integrazione dei genitori o da disintegrare le famiglie in genere. Ma le poche denunce avvenute e le loro terribili conseguenze, rese note a tutti, furono sufficienti per seminare nelle famiglie tedesche sospetti e paure. La cosa più distruttiva per i genitori era di dover temere continuamente le conseguenze di quello che potevano dire o fare davanti ai propri figli.
Questa paura afferrava alla gola la maggior parte dei genitori, e, indebolendo la loro sicurezza dentro le stesse mura di casa, inaridiva in loro una delle fonti principali del rispetto di sé, il senso del proprio valore, e conseguentemente l'autonomia interiore. Il timore di esser traditi, più che il tradimento effettivo da parte dei figli o dei loro compagni di scuola, li induceva a creare delle barriere difensive anche dentro le mura di casa. La fiducia totale, che costituisce il valore più grande di ogni rapporto intimo, diventò un pericolo, invece di essere, come dovrebbe, un sollievo. La vita familiare si trasformò in un'esperienza di preoccupazioni e tensioni continue: i genitori dovevano stare perennemente in guardia e vivere in un'atmosfera di sospetti e paure; la famiglia, che avrebbe dovuto costituire la fonte di sicurezza maggiore, divenne così un mondo di esperienze debilitanti.
Potremmo aggiungere che, mentre furono relativamente pochi i figli che denunciarono i loro genitori, molti di più furono quelli che minacciarono di farlo. I figli che attuarono questa minaccia non ne ricavarono certo un rafforzamento della personalità: indeboliti dal senso di colpa, dovevano giustificarsi ai propri occhi mediante una dedizione ancora più assoluta al super-padre, al capo. Solo considerando come sacri il capo o lo Stato potevano giustificare la rivolta contro i genitori. Così, quel poco di autonomia conquistata vendicandosi contro di loro la ottenevano a spese della rinuncia a un'autonomia più profonda, dovendo ora considerare le esigenze imposte dallo Stato come preponderanti, inevitabili e assolute.
Le lodi che ricevevano da parte della polizia segreta oppure gli elogi pubblicamente ricevuti sui giornali o alle riunioni della Gioventù hitleriana procuravano loro una soddisfazione che non poteva tuttavia compensare il silenzioso ostracismo con cui le famiglie colpivano quei giovani delatori, o l'assenza di un familiare imprigionato per colpa loro, o le difficoltà economiche in cui era piombata la famiglia perché privata della persona che la manteneva. Solo una specie di glorificazione dello Stato poteva offrire un sufficiente risarcimento: così il tentativo di conquistarsi l'indipendenza nei confronti dei genitori finiva in una sottomissione ancor più completa.
Quello che abbiamo detto della famiglia valeva, sia pure in grado minore, anche per altri gruppi sociali meno fortemente coesi. Un dirigente denunciato veniva sostituito da un altro, che doveva il proprio avanzamento non al rispetto dei colleghi o alla propria competenza professionale, ma soltanto allo Stato che lo aveva nominato. Probabilmente, gli amici della persona che egli aveva sostituito gli erano ostili e lo disprezzavano; una ragione di più perché il nuovo venuto si dimostrasse utile allo Stato mediante un'obbedienza ancora maggiore, dato che non poteva contare sull'appoggio del proprio gruppo. Basti questo per dare un'idea dei metodi con cui nello Stato nazista si arrivava a intimorire dal basso i capi dei vari gruppi.


- Le «azioni punitive».

Si vide ben presto, però, che non bastava intimorire i capi recalcitranti per intimorire anche i membri del gruppo. Così facendo, infatti, si dava l'impressione che non fosse poi troppo pericoloso limitarsi a far parte di un determinato gruppo, purché non si prendessero iniziative personali e non si esprimessero opinioni precise. Di conseguenza la Gestapo cambiò sistema e, invece di arrestare solo i capi, cominciò a inviare nei campi di concentramento elementi dei vari settori dei gruppi insoddisfatti. Questa nuova tattica le permise di perseguitare un membro qualsiasi del gruppo, di seminare il terrore fra i rimanenti, e inoltre di distruggere l'indipendenza del gruppo senza dover toccare la persona del capo, quando la cosa fosse imbarazzante.
A un certo momento, per esempio, si formò un movimento di intellettuali che si opponeva alla irreggimentazione delle attività culturali e alla messa al bando di quella che veniva definita ufficialmente «arte decadente». Esso faceva capo al famoso direttore d'orchestra Furtwängler che segretamente lo incoraggiava, pur senza prendere nei suoi confronti una posizione di aperto sostegno. Egli non fu mai minacciato direttamente, ma il gruppo venne distrutto, e tutti gli artisti perseguitati mediante arresti nei diversi settori. Con questo sistema, anche se Furtwängler si fosse deciso ad assumere una parte più attiva nel movimento, si sarebbe trovato ad essere un capo senza seguaci, e il movimento si sarebbe egualmente dissolto. E' abbastanza interessante notare che fu perseguitato anche un certo numero di artisti che non avevano niente a che fare con quel movimento di opposizione. Questo, tuttavia, non aveva la minima importanza. Quando gli altri artisti venivano a sapere che alcuni dei loro amici erano stati colpiti, erano pochi coloro che ne chiedevano la ragione. Tutti si sentivano terrorizzati lo stesso, indipendentemente dall'atteggiamento politico delle vittime.
Da principio, e sempre seguendo lo stesso sistema, furono decimate soltanto alcune categorie professionali, come i medici e gli avvocati, perché si rifiutavano ancora di accettare completamente il nuovo posto che era stato loro assegnato nella società. Significativo era infatti che per un secolo e più queste categorie si fossero sentite particolarmente fiere della loro educazione speciale, del loro sapere, dei loro contributi alla società e della posizione particolare che tutto ciò aveva loro procurato. Per queste ed altre ragioni, tali categorie ritenevano di aver diritto a certi privilegi e a godere di una considerazione particolare, anche perché erano effettivamente trattate in modo diverso dal resto della popolazione. Ritenevano che molto di quello che lo Stato nazista faceva fosse necessario sia per assicurarsi un largo seguito fra le masse, sia per tenerle poi sotto controllo. Ma ritenevano anche che questi sistemi non si potessero né si dovessero applicare al loro gruppo sociale, perché essi erano perfettamente in grado di curare i propri interessi e di decidere che cosa fosse bene per loro stessi e per la nazione. Le «azioni» condotte contro questi gruppi colti e privilegiati li misero ben presto a terra, mostrando loro quanto fosse pericoloso per chiunque permettersi il lusso di avere opinioni personali, o di ritenersi degli individui.
Le «azioni punitive» si rivelarono tanto efficaci che ben presto esse vennero usate per eliminare completamente interi gruppi sociali o professionali, la cui esistenza era ritenuta inutile o indesiderabile. Ancora una volta i primi a subire questa sorte furono gli zingari, un gruppo cioè che per antica tradizione si opponeva a qualsiasi tentativo diretto a limitare la sua libertà di movimento o di azione. Quando si fu rivelato inefficace ogni altro tentativo di costringerli a fissare la propria residenza per meglio sottoporli a controllo, e quando un'«azione» limitata contro di loro (l'arresto di circa duecento persone) non riuscì a piegarli, tutti gli zingari furono internati nei campi di concentramento. Fu questo un nuovo avvertimento: se l'internamento di una sezione del gruppo non bastava, lo si sarebbe distrutto tutto.
Una soluzione così radicale non si rese necessaria per altre categorie di persone indesiderabili, come i cantanti dei locali notturni e le ballerine di professione. Attraverso i giornali e i colloqui con i capi delle loro associazioni sindacali costoro furono i primi ad essere ammoniti a trovarsi un'altra professione più utile per lo Stato. Dopo che un certo numero di essi fu inviato nei campi di concentramento, quelli ancora in libertà mostrarono senza indugio di aver capito la lezione: sciolsero «volontariamente» le loro organizzazioni e si trovarono un altro lavoro. Da allora in poi il monito a trovarsi un lavoro più «utile» fu in genere sufficiente perché chi esercitava una professione che lo Stato considerava indesiderabile cambiasse immediatamente lavoro.
Con categorie professionali che non agivano ai margini della società, che non fossero cioè tenutari di bordelli, «protettori» di prostitute, "entreneuses", eccetera, raggiungere lo stesso scopo fu in un certo senso meno facile. Le classi lavoratrici nel loro insieme non avevano ancora ricevuto una rigida regolamentazione. Gli operai avevano ancora una certa libertà giuridicamente riconosciuta di cambiare posto, di protestare per le condizioni di lavoro, di pretendere salari più alti; ben presto anche questo tipo di difesa di interessi settoriali fu soffocato, non tanto per le piccole difficoltà che queste richieste potevano procurare all'industria o al mercato del lavoro, ma piuttosto per la pretesa a una certa autonomia che queste rivendicazioni testimoniavano. L'obbedienza incondizionata allo Stato, d'altro canto, era ricompensata con benefici tangibili, dei quali le ferie speciali offerte dalla "Kraft durch Freude" («La forza per mezzo della gioia») erano soltanto i più propagandati.
La paura dei campi di concentramento si diffuse tra la popolazione tedesca fin da quando essi furono istituiti. Ma prima di queste «azioni punitive» il "kleine Mann", l'uomo della strada, si considerava troppo poco importante per doversene preoccupare. Fino a quel momento anche i membri del partito nazista si erano sentiti liberi di esprimere critiche o di permettersi piccole infrazioni della disciplina.
Ma rientra nella natura dello Stato di massa oppressivo arrivare ben presto alla necessità di intimorire anche i suoi stessi sostenitori. Alcuni fra i primi sostenitori del nazionalsocialismo, agendo in base a convinzioni personali, tentarono infatti di dare pratica attuazione a certi princìpi del sistema «prematuramente», o secondo metodi disapprovati dai capi. Tali persone furono giudicate pericolose per lo Stato né più né meno dei suoi oppositori più attivi. Perché, anche in questo caso, il pericolo non risiedeva tanto nella natura delle convinzioni particolari di un determinato individuo ma piuttosto nel fatto in sé che egli avesse delle opinioni personali. Le «azioni punitive» insegnarono ai membri del partito che anch'essi si trovavano continuamente esposti. Costoro conoscevano già i rischi che comportava la minima deviazione dai princìpi stabiliti dalla Gestapo. Dovevano ora imparare quanto fosse pericoloso avere semplicemente delle convinzioni personali. (1)


- Terrore diffuso a casaccio.

I membri dei gruppi organizzati non furono tuttavia i soli a venire intimoriti mediante le «azioni punitive». Queste si rivelarono egualmente utili per distruggere ogni altro tentativo, anche non organizzato, di indipendenza e di autoaffermazione: per esempio, l'ascolto di trasmissioni delle radio straniere. Dapprima l'ascolto di una trasmissione estera era mal tollerato ma ancora permesso: solo dopo lo scoppio della guerra fu proibito per legge e punito con la prigione. Poiché questa attività non coinvolgeva alcun gruppo organizzato, non si poteva sperare di intimorire quelli che se ne rendevano colpevoli imprigionandone alcuni a caso, né, d'altra parte, si potevano mettere in prigione tutti quanti. Si adottò perciò la tattica di raccogliere prove (fondate su denunce private) contro alcune centinaia di persone e di inviarle tutte insieme in un campo di concentramento. Anche in questo caso non importava minimamente che alcune di loro non avessero mai ascoltato trasmissioni estere. Il resto della popolazione non ne fu meno terrorizzato.
All'azione contro queste persone, e ciò molto prima che l'ascolto di trasmissioni estere fosse diventato illegale, si dette la massima pubblicità. Il numero delle denunce, e le conseguenze terribili che ne erano derivate, accrebbero il terrore di essere denunciati perfino per quello che si faceva in casa propria. E' perciò indubbio che questo sistema riuscì nell'intento di intimorire chi intendesse svolgere la stessa attività.
E' importante rendersi conto che le «azioni» di questo tipo colpivano quasi sempre la gente per qualcosa che non era stato ancora proibito per legge. Sarebbe stato facilissimo per lo Stato fare approvare qualsiasi legge. Ma questo non era lo scopo delle «azioni». Esse erano dirette meno a punire dei trasgressori che a costringere i cittadini a fare quello che lo Stato desiderava, e a farlo di propria iniziativa. Non c'è dubbio che il movente verso questa forma di ubbidienza ai desideri dello Stato fosse l'angoscia. Ma era l'angoscia che costringeva una persona a ubbidire, e non la lettera della legge. Per quanto questa distinzione possa sembrare sottile, essa è importante dal punto di vista psicologico.
Questo effetto psicologico non dipendeva dal fatto che, mentre nel primo caso l'uomo della strada poteva pretendere di avere una possibilità di scelta, nell'altro non l'aveva. Tali sottigliezze giuridiche non avevano alcuna forza psicologica, o ne avevano in quantità trascurabile. La grande differenza era che una legge è sempre resa di dominio pubblico, e perciò chiunque è in grado di sapere quello che ci si aspetta da lui, mentre nel caso delle «azioni punitive» l'uomo della strada non sapeva mai quale altro suo comportamento sarebbe stato successivamente punito. Le «azioni punitive» costringevano le persone che volevano sentirsi tranquille ad anticipare le aspettative dello Stato molto tempo prima che esso le rendesse note. L'angoscia faceva temere al cittadino sempre nuove «azioni» che intaccassero settori sempre più estesi della sua attività, settori che nemmeno uno Stato «totale» poteva permettersi di controllare per legge senza mettere in pericolo il proprio funzionamento. I cittadini perciò dovevano comportarsi in un certo modo anche quando si trattasse di attività che non erano state ancora scelte come obiettivi di un'«azione».
Per prevedere correttamente la natura di eventi futuri si devono conoscere bene i pensieri, le motivazioni, i desideri di un'altra persona (o di un certo gruppo sociale). L'uomo della strada aveva un solo modo per procurarsi questa specie di conoscenza «intuitiva»: identificarsi totalmente con lo Stato, identificarsi al punto di comprenderne tutte le finalità sia presenti sia future. L'imprevedibilità delle «azioni», le quali comportavano una punizione gravissima per comportamenti che persone non «al corrente» avevano ritenuto tollerati o addirittura permessi, costringeva a mettersi immediatamente «al corrente»: costringeva a farsi parte integrante dello Stato «totale» (per salvarsi, e quindi non di propria volontà), al punto di anticipare, conformandovisi, quello che lo Stato con tutta probabilità avrebbe richiesto in futuro.
I risultati furono impressionanti. Verso il 1939 il numero dei dissenzienti attivi si era ormai talmente ridotto che il semplice ascolto di trasmissioni estere divenne un delitto politico di gravità pari a quello che pochi anni prima era stato stampare e distribuire volantini che incitassero alla rivolta.
Nel 1938, per esempio, fu scatenata un'«azione» (cui venne data ampia pubblicità), contro i cosiddetti "Meckerer", cioè contro i mormoratori, coloro che si supponeva avessero criticato in privato lo Stato o i propri datori di lavoro. Questa «azione» e quella contro gli ascoltatori di trasmissioni estere furono fra le prime iniziative volte a introdurre il controllo dello Stato sul comportamento individuale nell'intimità della casa.
Si erano già avute, è vero, «azioni» su scala minore contro i "Rassenschaender" (i trasgressori delle leggi razziali) le quali avevano già esteso il controllo dello Stato all'ambito più strettamente personale, cioè ai rapporti sessuali. Ma poiché queste «azioni» erano dirette contro Tedeschi che avessero avuto rapporti intimi con Ebrei (e in quantità trascurabile con neri o altri), ne fu colpito solo un piccolo gruppo. Quelle contro gli omosessuali avevano colpito più profondamente la vita privata degli individui, ma, poiché gli omosessuali erano visti di malocchio dalla maggior parte della popolazione, questa serie di «azioni» si limitò a intimorire le persone direttamente interessate.
Le cose erano ben diverse nel caso dell'azione contro i cosiddetti mormoratori. Ora nessun tedesco poteva più sentirsi al sicuro in casa propria. Quando le «azioni» ebbero ormai distrutto ogni intimità privata mediante i premi concessi a coloro che denunciavano la gente per quello che diceva o faceva in casa propria, le organizzazioni giovanili naziste si erano ormai consolidate. I bambini erano già stati abbastanza indottrinati per poter superare la paura o il rispetto verso i genitori, e ora sapevano fare la spia su di loro e sui loro amici, o sapevano minacciare di farla.
Ben presto però i preparativi resi necessari dalla prossima guerra totale ebbero una priorità assoluta, e si ritenne di dover sradicare un altro gruppo di persone: quello degli individui considerati pericolosi per lo stato di guerra. Anche in questo caso le misure prese venivano chiamate «azioni di gruppo». Il numero più cospicuo di questi nuovi arrestati era formato dagli obiettori di coscienza, fra i quali il sottogruppo più numeroso era quello dei Testimoni di Geova.
Le notizie che si leggevano sui giornali avevano già da tempo ragguagliato chiunque sui campi di concentramento e sul loro carattere punitivo, anche se in proposito non venivano forniti particolari. Anzi, quest'ultima circostanza non faceva che aumentare l'angoscia nel pubblico, perché, da un punto di vista psicologico, l'individuo è in grado di affrontare meglio anche la peggiore tortura se ne conosce la natura. Egli può rimuovere, talvolta, la conoscenza che ne ha, oppure negare il suo carattere minaccioso. Ma l'ignoto che minaccia la nostra vita è molto più pauroso, perché il suo stesso mistero ci perseguita incessantemente. Non possiamo né affrontarlo né dimenticarlo, ed esso domina perciò la nostra vita psichica, in modo consapevole e inconsapevole, sotto forma di terrore. Questo può spiegare perché il campo di concentramento minacciasse non soltanto coloro che si opponevano al regime, ma anche coloro che non avevano mai violato una sola norma.
In realtà, non era tanto la minaccia del campo di concentramento a diffondere nelle persone un tale terrore da immobilizzarne i movimenti mediante l'angoscia. Le induceva a questa immobilità soprattutto l'incapacità di prendere decisioni importanti e di agire di conseguenza. Ormai non era più in gioco la loro dignità, ma la loro stessa vita. Quanto più forte era l'angoscia, tanto più impellente si faceva in loro il bisogno di agire ma, come si sa, l'angoscia è un fattore debilitante. Come abbiamo osservato all'inizio di questo capitolo, infatti, agire alle prime manifestazioni d'angoscia è relativamente semplice, perché l'angoscia è, allora, un incentivo potente.
L'angoscia particolare generata dalla minaccia del campo di concentramento suscitava, oltre ai timori per la propria vita, anche ansia per quella che si potrebbe chiamare la propria esistenza morale. Il problema che ci si poneva era questo: se resistere allo Stato mi priva della mia posizione sia in società sia in seno alla famiglia, e inoltre della mia casa e dei miei beni materiali, sarò poi egualmente in grado di rifarmi una vita senza quella che è sempre stata la fonte principale della mia sicurezza? Soltanto coloro che erano sicuri di saper distinguere in se stessi e nella propria vita l'effimero dall'essenziale potevano nutrire la fiducia che, qualunque cosa accadesse, l'essenziale non sarebbe mai stato perduto per loro; potevano perciò permettersi di agire per porre fine alla loro angoscia. Essi cercarono infatti o di combattere il nazismo o di fuggire dalla Germania. (2)
Per i Tedeschi, se ne rendessero conto o no, quanto più a lungo restavano sotto la pressione dell'angoscia, quanto maggiore era la quantità di energia consumata per soffocare l'angoscia stessa, tanto minore era l'energia interiore che rimaneva disponibile per alimentare il loro coraggio; tanto più spesso, quindi, essi erano spinti a rifugiarsi nelle esteriorità che li avevano sorretti precedentemente. Era lo stesso processo psicologico che portava alla disintegrazione molti prigionieri apolitici borghesi, anche se nei campi di concentramento esso era più accelerato. Quanto più forte si faceva la pressione dell'angoscia che spingeva ad agire coloro che erano ancora liberi, tanto meno essi sembravano capaci di farlo. (3)
Da alcuni di loro, perciò, l'ordine di presentarsi alla Gestapo era accolto con un senso di sollievo, talvolta perché l'angoscia era aumentata così repentinamente che la paura aveva il sopravvento sull'incertezza e li spingeva ad agire in una maniera o nell'altra, talvolta perché l'arrivo della Gestapo poneva finalmente termine alla loro agonia mentale. Ora almeno essi non dovevano più domandarsi penosamente: che cosa mi darà forza, le mie convinzioni interiori, oppure il lavoro, o i beni che sono riuscito ad accumulare? Quanto più a lungo durava la loro incertezza, senza che riuscissero a dare una risposta definitiva a questa domanda cruciale, tanto più era in pericolo la loro stessa esistenza come esseri umani. Anche il semplice fatto di doversi porre continuamente di fronte a una tale alternativa costituiva un'esperienza debilitante. Se a ciò si aggiungono i dubbi su come sarebbero stati giudicati dalla moglie e dai figli, su come essi si sarebbero comportati con loro quando si fossero trovati privi dei simboli esterni della loro condizione sociale e della sicurezza che ne derivava, non restava loro molto per cui valesse la pena di vivere, oltre queste cose esteriori, e ben poca era l'energia interiore che essi conservavano. (4)
Molti Tedeschi sapevano o temevano di essere stati schedati dalla Gestapo per venire interrogati, e non cessavano di far piani per cercare di fuggire. Eppure restavano dov'erano, aspettando di essere convocati, e quando finalmente arrivava l'ordine di presentarsi alla sede della Gestapo il tale o il talaltro giorno, essi non avevano più la forza interiore di procurarsi la salvezza con la fuga. Altre ragioni che spiegano questo effetto paralizzante della Gestapo sulla popolazione tedesca saranno esposte nelle pagine seguenti.


- Signore, Signore, rendimi muto!

Quasi tutti i cittadini, come i prigionieri dei campi di concentramento, dovevano elaborare delle difese contro la minaccia continua della Gestapo e dell'internamento. Diversamente dai prigionieri, però, essi non dettero vita ad alcuna forma di difesa organizzata. Ritenevano infatti che ciò non avrebbe avuto altra conseguenza che di facilitare gli arresti. Gli internati erano perfettamente coscienti di questo fatto, e solevano dire che i campi erano l'unico posto in Germania dove si potesse discutere di politica senza rischiare di essere immediatamente denunciati e messi in prigione. Dato che ogni specie di difesa organizzata era estremamente pericolosa, i cittadini tedeschi dovevano fare affidamento soprattutto su forme di difesa psicologica, le quali non erano molto diverse da quelle elaborate dai prigionieri, anche se in loro esse non furono mai altrettanto complesse e approfondite.
Nei primi anni di esistenza dei campi di concentramento i cittadini tedeschi non avevano, tutto sommato, una grande gamma di scelte circa i modi di affrontare il problema da essi presentato. Potevano tentare di negarne l'esistenza, ma questo era difficile, perché era proprio la Gestapo che dava ad essi la massima pubblicità. Potevano cercare di credere che essi non fossero poi così terribili come ci si poteva immaginare, e fu proprio ciò che molti Tedeschi si sforzarono di credere. Ma anche questo era difficile, perché i giornali li ammonivano continuamente che, se non si fossero comportati a dovere, sarebbero finiti in un campo. La maniera più semplice di affrontare il problema era ritenere che vi si internasse soltanto la feccia della società e che le persone ivi rinchiuse non ricevessero che quello che si meritavano. Ma soltanto una minoranza poteva indursi a credere una cosa del genere.
Quei Tedeschi, poi, che si sentivano offesi dal fatto di essere costretti a vivere sotto la continua minaccia del terrore, dovevano anche ammettere di fronte a se stessi che il loro governo era abietto, il che minava ulteriormente il loro rispetto di sé. Per qualsiasi persona che tenesse alla propria moralità e al rispetto di sé, riconoscere il vero carattere dei campi di concentramento implicava l'obbligo o di lottare contro il regime che li aveva creati e li manteneva, o almeno di assumere in cuor proprio nei confronti di quel regime una posizione di rifiuto.
In mancanza di un'opposizione organizzata, che cominciò a manifestarsi soltanto quando la disfatta militare diventò evidente, lottare apertamente contro il regime era non solo fatale, ma anche insensato, a meno che la vita di una persona non fosse già in pericolo. Nondimeno, alcuni studenti universitari preferirono iniziare una battaglia perduta in partenza piuttosto che eludere quello che essi consideravano un dovere morale. A parte la lotta aperta, c'erano poi altre cose che si sarebbero potute fare, e che alcuni fecero, come nascondere o aiutare in altro modo gli antinazisti e gli Ebrei.
Ma anche il fatto di prendere una posizione interiore ben ferma contro il regime esigeva che si fosse pronti a rinunciare alla propria posizione sociale, presente e futura, e a rischiare la sicurezza economica, in alcuni casi, poi, anche a rischiare la sicurezza interiore che deriva dal vivere in seno alla propria famiglia. Anche in questo caso potevano correre un tale rischio soltanto quei pochi che non esitavano a giudicare insignificante il valore della propria posizione sociale e dei propri beni, e che in compenso erano sicuri dell'attaccamento che provavano per coloro che amavano, indipendentemente da quello che potesse accadere. Ma questa è una forma di sicurezza che solo pochi posseggono, fin quando la maggior parte di noi non avrà raggiunto quel più alto livello di integrazione che è richiesto dalla vita in una società di massa.
Da tutto questo si può facilmente capire come l'essere costretti a vivere in simili condizioni indebolisca il rispetto di sé e alla fine porti alla disintegrazione del l'individuo. E' invece meno facile capire come ciò porti quasi ineluttabilmente a una profonda scissione della personalità e con essa alla distruzione completa dell'autonomia personale.
Il terrore che l'esistenza dei campi di concentramento e le diverse «azioni» diffondevano nei cittadini tedeschi li costringeva non soltanto a non fiatare, ma a non far niente che potesse spiacere alle autorità. Sotto questo aspetto essi non si comportavano diversamente dagli internati nei campi: mentre il bravo bambino può farsi vedere ma non sentire, il cittadino tedesco doveva essere invisibile e muto.
Una cosa è comportarsi come dei bambini perché lo si è, un'altra è invece essere adulti e doversi imporre un comportamento di tipo infantile, e questo per sempre. La necessità di imporselo ebbe probabilmente su di loro gravi conseguenze psicologiche, ciò che non avviene, invece, nel bambino.
Tuttavia, non si poteva parlare soltanto di una condizione di dipendenza assoluta coercitivamente imposta dall'esterno: si aveva anche una evidente scissione all'interno della personalità. L'angoscia e il desiderio di proteggere la propria vita costringevano quelle persone a rinunciare a ciò che, in ultima analisi, è il più importante mezzo di sopravvivenza, alla capacità cioè di reagire adeguatamente e di prendere decisioni. Rinunciandovi, non erano più uomini, ma solo bambini. Sapendo che per sopravvivere come uomini avrebbero dovuto agire e reagire, e che tentando invece di sopravvivere non facendo né l'una cosa né l'altra l'individuo si vedeva privato di ogni rispetto di sé e di ogni senso di autonomia.


- Ancora l'amnesia.

Dopo la disfatta militare della Germania, una prova evidente di questa disintegrazione colpì e offese in modo particolare l'opinione pubblica mondiale. Mi riferisco a quell'atteggiamento che si rivelò prevalente fra la popolazione tedesca, cioè al suo rifiuto ad ammettere di aver conosciuto l'esistenza e la natura dei campi di concentramento.
A causa di questa negazione tanto diffusa le autorità militari di occupazione decisero di dare ai campi la massima pubblicità. Si costrinsero i cittadini tedeschi a visitarli, perché gli ufficiali alleati erano inorriditi e non potevano sopportare che costoro negassero di essere stati a conoscenza di atrocità simili. Se questa fu la ragione per la quale si costrinsero i Tedeschi a visitare i campi, essa era il risultato di una decisione errata dal punto di vista psicologico.
Per esempio, le affermazioni più frequenti sulla responsabilità dei Tedeschi erano basate tutte sulla premessa che essi dovevano aver conosciuto l'esistenza e gli orrori dei campi. Ma non era questa la cosa essenziale: essenziale era sapere se essi fossero stati in condizioni di impedire cose del genere e, se sì, perché non lo avessero fatto.
Era ovvio infatti che i Tedeschi conoscessero l'esistenza dei campi: ci pensava la Gestapo a farlo sapere. I cittadini tedeschi, anzi, vivevano costantemente sotto la minaccia di esservi inviati. Alcuni tentarono di reagire lottando, e morirono quasi tutti. Altri tentarono di organizzare dei movimenti di resistenza, e finirono tra i miei compagni di prigionia nel campo di Concentramento. Si potrebbe indubbiamente rimproverare al cittadino tedesco medio di non essere stato uno di quegli eroi, ma è normale che un popolo non abbia tanti eroi quanti sono i suoi cittadini se non in circostanze particolari, come in occasione di una guerra, o quando la vita di ognuno è chiaramente e direttamente in pericolo.
Non più di una minoranza di Tedeschi combatté apertamente contro il regime di terrore imposto dalla Gestapo. Ma ricordo benissimo come si sentirono esaltati i prigionieri di Buchenwald alla notizia che i soldati delle unità «Testa di morto» della Gestapo dovevano indossare uniformi prese a prestito da soldati di altre unità, quando si recavano a Weimar, città vicinissima al campo, perché le ragazze non volevano avere nulla a che fare con loro. Li chiamavano «gli assassini» per i crimini che perpetravano contro i prigionieri. La Gestapo fece sentire la sua pressione minacciosa sui cittadini di Weimar, ma senza risultato. Il loro non era certo un modo eroico di lottare, e in realtà non si trattava nemmeno di una lotta. Ma era pur sempre una chiara dimostrazione del disgusto provato dagli abitanti di una città che prima dell'avvento del regime di Hitler aveva costantemente votato per il partito nazista.
Non possiamo certo biasimare lo spettatore inerme per i crimini della Gestapo, come non rimproveriamo agli inermi spettatori di una rapina di non aver cercato di fermare i rapinatori armati che stavano assaltando una banca. E anche questo è un paragone inadeguato. I testimoni di una rapina sanno bene che dalla loro parte c'è la polizia, una polizia le cui armi sono ancora più micidiali di quelle dei rapinatori. I cittadini tedeschi, invece, sapevano perfettamente che nessuna forza armata li avrebbe protetti se avessero cercato di intralciare l'attività della Gestapo.
Quando quel sistema basato sul terrore si era ormai affermato, che cosa poteva fare la maggioranza della popolazione tedesca? Poteva tentare di lasciare la Germania; alcuni lo fecero e un numero ancora maggiore tentò di farlo. Ma la grande maggioranza fu ben presto troppo terrorizzata per poter partire, oppure non ne ebbe la possibilità. E, del resto, quale fu il paese che aprì le sue frontiere dicendo: «Venite a me, o voi che siete oppressi»?
Quali vie d'uscita restavano a coloro che non partivano? Essi non potevano far altro che pensare notte e giorno agli orrori di cui la Gestapo li minacciava. E da ciò poteva derivare soltanto uno stato di angoscia permanente causato non da immagini nate in una mente delirante, ma da una concretissima realtà. Essi non potevano che dire a se stessi: «Il mio paese è un abisso di malvagità». Ho già cercato di mostrare che cosa produce nell'individuo il fatto di dover vivere in queste condizioni. Perciò il metodo adottato dalle autorità alleate non fu un metodo realistico. I Tedeschi furono, come è naturale, profondamente colpiti dalla vista dei cadaveri nei campi. Questo indica almeno una cosa: che dodici anni di assoluto controllo del nazismo non erano stati sufficienti per distruggere in tutti ogni sentimento di umanità.
Probabilmente la conseguenza più importante che la vista di quegli orrori produsse in loro fu la convinzione che essi avevano avuto tutte le ragioni a non osare di opporsi alla Gestapo. Fino ad allora avevano anche potuto pensare che le sue minacce fossero esagerate: ora si rendevano conto che questo pensiero non era stato che il frutto del loro desiderio, un tentativo di conservare un minimo di autonomia di giudizio, e si sentivano autorizzati a servirsi della rimozione e della negazione per dimenticare l'esistenza dei campi. Si sentivano cioè pienamente giustificati per il fatto che, costretti dal terrore, non avevano rischiato la vita opponendosi al regime.
Ma ci sono altri aspetti più seri in questo tentativo di incriminare tutti i Tedeschi per i delitti commessi dalla Gestapo. Far risalire la responsabilità di una cosa a certi gruppi sociali o a certe categorie di persone invece che agli individui è uno degli espedienti più tipici ed efficaci di un regime totalitario, in primo luogo per costringere l'individuo a sottomettersi completamente, e in secondo luogo per distruggerlo come tale. Coloro che respingono la democrazia evitano deliberatamente di pensare in termini di individui per pensare invece in termini di gruppi sociali. Essi accusano gli Ebrei, i cattolici, i capitalisti. Per costoro accusare gli individui come tali e non come membri di gruppi sociali significherebbe mettersi in contraddizione col loro principio più importante: significherebbe accettare l'idea dell'autonomia dell'individuo stesso.
Una delle condizioni essenziali dell'indipendenza morale dell'individuo è la sua responsabilità personale per gli atti che compie. Quando noi prendiamo un gruppo di cittadini tedeschi, mostriamo loro i campi di concentramento e diciamo: «I colpevoli di tutto questo siete voi!», assumiamo un atteggiamento tipicamente fascista. Chiunque accetti la dottrina della colpevolezza collettiva di un popolo intero contribuisce a distruggere lo sviluppo di una vera democrazia, la quale è fondata sull'autonomia e sulla responsabilità individuale.
In termini psicoanalitici si potrebbe dire che, proprio perché i Tedeschi avevano inconsciamente anche troppo presente l'esistenza dei campi, soltanto pochi di loro furono in grado di affrontare coscientemente i fatti. Come un soldato che sta per andare all'attacco può benissimo dire che se la caverà, e crederlo (e senza una tale convinzione cosciente non potrebbe neppure andarci, perché nel suo intimo sa benissimo quanto grave sia il pericolo), così proprio quei cittadini tedeschi che più degli altri temevano i campi di concentramento avevano più di ogni altro bisogno di credere che essi non esistessero.
Da una negazione tanto diffusa non possiamo trarre che questa conclusione: l'intensità della negazione (di fronte a fatti di cui era facilissimo accertarsi, e che erano anzi deliberatamente imposti a tutti i Tedeschi) era la contropartita esatta del grado e della profondità dell'angoscia prodotti dalla negazione stessa. La conclusione da trarsi non era che tutti i Tedeschi fossero dei bugiardi, come sembravano invece al livello di un'analisi moralistica; a un livello più profondo la conclusione era che nel loro caso non si potevano applicare i princìpi morali, perché la loro personalità era già disintegrata a un punto tale che essi non sapevano o non potevano più distinguere con chiarezza un fatto reale da un'idea generata dalla paura. Se ne dovrebbe concludere che la personalità di tutti quegli individui era disintegrata a un punto tale che essi avevano ormai perduto quell'autonomia che, sola, poteva permettere di valutare i fatti correttamente e in modo personale.
Forse si potevano distinguere due diversi livelli anche nella reazione degli altri paesi di fronte a questi fatti. Il nostro senso di disagio, se non di rabbia, si fondava sulla premessa che i Tedeschi mentissero per nostro uso e consumo, che essi volessero semplicemente crearsi un alibi, oppure che mentissero soltanto per evitare di essere puniti. Si dà infatti per scontato che la negazione nasca solo nel momento in cui la domanda viene formulata. Ma può anche darsi che noi dessimo a noi stessi un'importanza eccessiva, considerandoci, in quanto vincitori, causa del fatto che i Tedeschi mentivano.
Il bambino che nega di essere stato cattivo non mente semplicemente per ingannare noi, ma perché è altrettanto o ancora più ansioso di ingannare se stesso. Temendo di essere punito, e convinto che prima o poi la verità verrà a galla, egli vuole tanto ingannarci quanto convincere se stesso che quello che ha fatto non è mai accaduto. Soltanto a questa condizione potrà sentirsi al sicuro, sia ora sia in futuro. A cominciare da una certa età, infatti, egli si rende conto che, se ci inganna e noi lo scopriamo, la punizione sarà ancora più dura. Questa è, incidentalmente, una delle ragioni per cui una punizione troppo severa è tanto spesso dannosa per l'integrazione della personalità. Se il bambino è profondamente angosciato dalla paura della punizione, non sa più con certezza ciò che in realtà ha fatto. La sua angoscia, quando è eccessiva, lo costringe a credere di essersi comportato bene quando invece si è comportato male, come lo costringe, talvolta, a credere di essersi comportato male quando invece ciò non è vero. Questa confusione interiore riguardo a quello che è realmente accaduto è molto più dannosa allo sviluppo della personalità che non il carattere umiliante della punizione stessa, la quale, a paragone, gli procurerà un danno assai minore.
Ho detto che, forse, riguardo a questo problema, noi ci siamo attribuiti un'importanza eccessiva. Ma, in realtà, anche nel nostro caso, se sbagliavamo non era semplicemente perché esageravamo questa nostra importanza agli occhi dei Tedeschi sconfitti. La ragione principale era che non desideravamo ammettere (e qui mi riallaccio a una delle tesi più importanti di questo libro) che un regime fondato sulla coercizione possa disintegrare delle personalità adulte a un grado tale che, in ragione della sola angoscia, esse possono fermamente credere vero quello che invece riconoscerebbero per falso se l'angoscia permettesse loro di giudicare liberamente.


- Il saluto a Hitler.

Ciò che valeva per le reazioni interiori dei cittadini tedeschi di fronte all'esistenza dei campi di concentramento vale anche per la loro reazione globale al controllo imposto da uno Stato «totale» di massa. Ma nello Stato di Hitler c'era sempre qualcosa di più, oltre alla paura per la vita, che rendeva impossibile un'opposizione al sistema. Ogni non conformista era soggetto a molti conflitti: tanto per citare il più semplice dei dilemmi, egli poteva non nascondere di essere un dissenziente ed attirarsi così la persecuzione, oppure professare la sua fede in qualcosa in cui non soltanto non credeva, ma che anzi odiava e disprezzava. Perciò il cittadino che non accettava lo Stato di massa doveva cominciare con l'ingannare se stesso, cercando scuse e sotterfugi. In tal modo, però, egli non faceva che perdere proprio quel rispetto di sé che stava cercando, invece, di difendere. Un esempio di come questo accadesse può essere il saluto a Hitler. Il saluto fu istituito deliberatamente perché dovunque, nelle birrerie, sul treno, per strada, fosse facile riconoscere chi si mostrasse ancora attaccato al vecchio modo «democratico» di salutare gli amici.
Per i seguaci di Hitler, quel saluto era un'espressione di potenza, di autoaffermazione. Ogni volta che un leale suddito dello Stato nazista lo faceva esprimeva in esso il proprio senso di soddisfazione. Per un oppositore del regime, invece, esso agiva in senso esattamente opposto. Ogni volta che doveva salutare qualcuno in pubblico subiva un'esperienza debilitante. Più esattamente, quando le circostanze lo costringevano a fare quel saluto, sentiva immediatamente di tradire le proprie convinzioni. Doveva poi fingere davanti a se stesso che ciò non aveva la minima importanza, ovvero, per dirla in un altro modo, che egli non poteva farci nulla, che doveva fare il saluto a Hitler. Poiché l'integrazione di una persona consiste proprio nel fatto che le sue azioni siano in armonia con le sue convinzioni, la via più facile per conservarla era quella di mutare le convinzioni stesse. Le cose erano rese più facili dal fatto che in ciascuno di noi esiste un forte desiderio di conformarsi al comportamento degli altri. Ognuno sa quanto sia difficile non ubbidire a certe regole di cortesia, anche con un conoscente casuale che incontriamo per strada; ed è certo infinitamente più difficile quando un comportamento che si potrebbe giudicare non ortodosso può mettere in pericolo la nostra vita. Così, per diverse volte al giorno, l'antinazista si trovava di fronte all'alternativa di diventare un martire o di rinunciare al rispetto di sé.
Una volta ebbi occasione di parlare con una giovane psicologa tedesca che agli inizi del regime nazista era ancora bambina. Suo padre era stato un oppositore energico del movimento nazista e le aveva inculcato il proprio modo di sentire. Ma il tempo passò e lei dovette andare a scuola. A scuola dovette giurare fedeltà al Führer e fare ripetutamente il saluto a Hitler. Per un certo tempo non trascurò di fare gli opportuni scongiuri, dicendo a se stessa che tanto il giuramento quanto il saluto non contavano nulla, perché lei non ci credeva. Ma, di volta in volta, diventava sempre più difficile per lei conservare il rispetto di sé e insieme continuare a credere valido il proprio atteggiamento di rifiuto, finché alla fine rinunciò alla sua riserva mentale e giurò fedeltà come tutti gli altri.
Mentre avveniva in lei questa evoluzione, un processo parallelo si stava sviluppando nei suoi rapporti col padre. All'inizio, i princìpi morali di lui le avevano dato la forza di continuare senza che le sue convinzioni vacillassero. Ma, col passare del tempo, la ragazza si sentiva trascinata con sempre maggiore forza in un conflitto gravissimo. Dapprima si era tenuta dalla parte del padre, detestando lo Stato perché aveva determinato in lei questo conflitto. Ma a un certo punto sentì che cominciava ad avercela col padre, considerandolo la fonte delle sue difficoltà, e subito dopo cominciò a detestare anche i valori in cui il padre credeva. Ma i valori dei quali non sentiamo che il peso non ci danno più forza, non ci sorreggono più. Perciò, superata questa fase della sua evoluzione interiore, i valori del padre, che in passato avevano fortificato la sua resistenza, si fecero ai suoi occhi sempre meno validi, e quello che era stato un elemento positivo divenne per lei un onere.
Se un padre pretende troppo dai propri figli, può accadere che essi finiscano col rendere meno di quello che avrebbero potuto rendere altrimenti. Da quel momento in poi non esisteva più un conflitto tra lei, col padre fermamente al suo fianco, e lo Stato di Hitler; il conflitto era ora dentro di lei, e il padre non poteva più sostenerla, perché era diventato una delle parti in conflitto. Fino a quando le sue convinzioni non avevano cominciato a vacillare, era stata orgogliosa dell'appoggio morale paterno; ma dopo, poiché si vergognava del proprio comportamento, aveva l'impressione che lui la criticasse, la criticasse per i suoi dubbi, per il suo desiderio di cedere. Così, nel momento in cui si sentiva più incerta e avrebbe avuto più che mai bisogno di sentire che il padre la rispettava, le sembrava invece che lui la respingesse, allontanandola ulteriormente da sé. E' questo un altro esempio di come, sotto l'influsso di uno Stato oppressivo, arrivi a scindersi la personalità di coloro che cercano di opporre resistenza.
Ciò che valeva per il saluto a Hitler valeva naturalmente anche per gli altri aspetti del regime. Il capillare potere dello Stato «totale» riposa proprio su questo: non soltanto esso raggiunge gli aspetti più insignificanti e più personali della vita degli individui, ma arriva a scindere in due la personalità interiore di chi gli resiste.
Può essere interessante riferire un'altra esperienza della vita di questa giovane donna, al tempo in cui era studentessa. Quando frequentava il liceo, le ragazze della sua scuola furono un giorno incaricate di fare un censimento della popolazione. Rifiutarsi di farlo avrebbe significato rischiare la tranquillità propria e della propria famiglia. Per di più, il compito sembrava abbastanza innocuo. Ma, facendo il censimento, ella si trovò improvvisamente a dover chiedere alcuni particolari di carattere personale a una famiglia ebrea. Si accorse allora che quegli Ebrei vedevano in lei un simbolo del regime e che perciò la odiavano. Si sentì offesa, ma subito dopo comprese che era proprio questo che il regime voleva da lei: che provasse risentimento verso gli Ebrei. Allora scoprì di odiare se stessa perché in qualche modo contribuiva allo sterminio degli Ebrei. Certo, odiava il regime che l'aveva costretta a porsi in quella situazione, ma anche di più odiava se stessa.
Lo Stato «totale» inventa quasi ogni giorno compiti che ogni cittadino deve eseguire, pena il rischio di venir distrutto. La maggior parte della gente, ubbidendo a queste richieste, comincia a odiare il sistema che gliele impone, ma finisce con l'odiare se stessa anche di più. Inoltre, mentre il regime è in grado di fronteggiare il loro odio, le persone non possono sopportare l'odio che nutrono per se stesse, e questo è sommamente deleterio per la loro integrazione.


- L'attrazione esercitata dalla tirannia.

La vita non era certo più facile per quei genitori che improvvisamente non si sentivano più liberi nella loro stessa casa. Tuttavia l'uomo non cambia mai dall'oggi al domani. Le speranze che abbiamo nutrito fin dalla prima infanzia rimangono in noi come forze motrici potenti, anche se non trovano più riscontro alcuno nelle mutate condizioni esterne. Non è facile cessare di cercar sicurezza là dove per decenni l'abbiamo trovata. Perciò i genitori tedeschi continuarono a ricercarla nella loro casa e nei rapporti familiari, anche se sapevano che sarebbe stato vano.
Cercare qualcosa di così importante come sicurezza, dignità, rispetto - in breve tutte quelle esperienze che alimentano l'autonomia - e sperare di trovarli in situazioni che non possono più offrire nulla del genere, significa solamente che la persona non potrà non rendersi conto di essere completamente fuori strada nella ricerca di ciò che sarebbe di importanza fondamentale per la sua sopravvivenza come essere umano. A questo punto possiamo vedere più chiaramente l'attrazione psicologica esercitata dalla tirannia.
Quanto più forti ci sentiamo interiormente, tanto più capaci saremo di fronteggiare anche un mondo ostile senza lasciarci paralizzare dalla paura. Per converso, quanto più esigua è la forza interiore su cui fare affidamento - perché non è più alimentata dal rispetto della famiglia o dal senso di sicurezza e di libertà che possiamo trovare in casa nostra - tanto meno capaci saremo di fronteggiare in posizione di vantaggio circostanze esterne avverse. Se non possiamo trovare questa sicurezza in casa nostra, nei nostri intimi rapporti personali, dobbiamo convincerci di poterla trovare nel mondo circostante.
La tirannia dello Stato di massa oppressivo permette ai suoi sudditi di risolvere in un colpo solo tutte queste difficoltà e di far rinascere in loro la sicurezza sia interiore sia nelle relazioni col mondo esterno, e questo accettando di diventare quel tipo di cittadini che lo Stato desidera. In tal caso il mondo esterno non presenta più pericoli, ridiventa amichevole, e il mondo familiare torna a essere quello di prima. Si possono allora eliminare le barriere difensive che si erano erette in seno alla famiglia e si può goderne liberamente l'appoggio, acquistando così nuove energie interiori.
Forse questi diversi aspetti dell'attrazione esercitata dalla tirannia si possono riassumere in un'unica frase: quanto più assoluta è la tirannia e quanto più debole è diventato l'individuo, tanto più forte sarà in lui la tendenza a «recuperare» le proprie forze facendosi parte della tirannia, per godere così della sua potenza. Accettando tutto questo si può acquistare o riacquistare una certa integrazione interiore mediante il conformismo. Ma il prezzo che si deve pagare è l'identificazione senza riserve con la tirannia: in breve, la rinuncia alla propria autonomia.
In alcune persone questo conflitto fu tanto forte da indurle al suicidio. Ma non c'era bisogno di uccidersi, perché bastava un'osservazione imprudente per raggiungere lo stesso scopo; ed erano molti coloro che facevano affermazioni imprudenti. Altri aspettavano l'arrivo delle S.S. senza tentare di fuggire, perché, inconsciamente, volevano farla finita, anche se ciò significava l'internamento in un campo di concentramento. Una volta internati, la sopravvivenza era precaria; ma, in compenso, minore la scissione interiore della personalità. Per esempio, nei campi il saluto a Hitler non era richiesto, e neppure altre manifestazioni appariscenti di affetto per il capo. Là si poteva sfogare a parole il proprio odio contro il regime senza essere angosciati dalla paura di venire immediatamente denunciati. Soprattutto, si era completamente in balìa del nemico, contro la propria volontà, e senza che ci si potesse far nulla. Per usare il linguaggio impiegato nell'esempio precedente, i prigionieri si trovavano nelle condizioni di un bambino che non abbia alcuna possibilità di sfidare la volontà di un adulto. Prima dell'internamento ci si doveva "volontariamente" ridurre a vivere una vita di dipendenza infantile. Anche l'internato doveva adottare comportamenti di tipo infantile, è vero, ma a ciò era costretto dalle guardie, e non da se medesimo. Se, anche nel campo, un prigioniero cominciava a imporre a se stesso comportamenti di tipo infantile, la differenza spariva ed egli diventava un «anziano», una persona cioè che si era ormai adattata alla vita del campo.
Laddove, prima dell'internamento, avveniva una scissione nell'io - una parte di esso cercava di ribellarsi, l'altra obbediva - appena dentro il campo l'esterno esigeva obbedienza. Ciò che fino all'internamento era stato un conflitto puramente interiore diventava ora un conflitto fra la persona e il mondo esterno. In questo senso, e solo in questo senso, l'arresto recava un sollievo temporaneo. Ma esso non era che temporaneo perché ben presto la necessità di sopravvivere trascinava gli individui verso forme nuove ed egualmente insopportabili di conflitto.


- Il non conformista.

Il saluto a Hitler, che ho preso come esempio, era un aspetto assai esteriore della vita dei cittadini tedeschi sotto il nazismo. Le stesse considerazioni valgono per il ritratto di Hitler appeso al muro, come per quello di Stalin in Russia. Essi diventavano terribilmente importanti solo perché rammentavano al non conformista, in ogni istante della sua vita cosciente, che se anche non faceva nulla per opporsi al regime non poteva nemmeno vivere secondo le proprie convinzioni interiori. Anche se, psicologicamente, questi meccanismi sono piuttosto rozzi, non si deve credere che essi non siano estremamente potenti. L'entità che può far nascere nell'uomo un conflitto interiore tanto terribile, che può costringerlo ad agire contro le sue convinzioni e i suoi desideri, ha indubbiamente una presa straordinaria su di lui. Essere soggetti a un tale potere esteriore faceva rinascere atteggiamenti e sentimenti di tipo infantile. Soltanto nell'infanzia può accadere che altre persone, cioè i genitori, possano trascinarci in un disperato conflitto interiore se i nostri desideri sono in urto con i loro.
Non è tuttavia il potere effettivo del genitore che lo fa sembrare onnipotente agli occhi del bambino. All'inizio egli si sente liberissimo di non comportarsi come questi si aspetta da lui, di prendere i dolci dalla dispensa, o i soldi dal borsellino della madre, o di fare le esperienze suggeritegli dalla sua curiosità in materia sessuale. Il genitore può proibirglielo, ma il bambino può farlo egualmente di nascosto e senza cadere in un conflitto interiore eccessivamente grave. Ma un giorno il bambino si rende improvvisamente conto che i genitori, anche quando non sono più presenti, hanno creato nel suo spirito un penoso conflitto, il conflitto fra i suoi desideri e i loro passati divieti. E a questo punto il genitore comincia ad apparire ai suoi occhi simile a un dio, onnipotente e temibile perché potenzialmente nemico.
Questo potere di creare nel bambino conflitti interiori insolubili deve essere paragonato al potere che ha lo Stato «totale» di causare conflitti simili nello spirito dei suoi sudditi. Il bambino, come il non conformista, all'inizio era pieno di risentimento contro il potere che lo teneva sotto controllo. Ma qualsiasi potere veramente forte esercita un'attrazione irresistibile. Niente ha più successo del successo, e un potere che ha successo esercita sul fanciullo un'attrazione talmente grande che egli ne interiorizza i modi e i valori.
Questo però, si potrebbe obiettare, vale soltanto per il fanciullo e deriva dalla sua immaturità biologica. Una volta che egli sia cresciuto e che i suoi valori si siano bene affermati, una volta cioè che abbia raggiunto la sua identità personale, nessun altro potere esterno potrà affascinarlo nuovamente a tal punto. Non ci sarà più alcun bisogno che egli interiorizzi un nuovo ordine di valori.
Ma questa obiezione trascura la vera essenza dello Stato «totale» di massa: trascura cioè il fatto che "esso si propone di distruggere l'autonomia individuale". Il genitore sembra onnipotente perché ha il potere di sottrarre al bambino l'alimento vitale, il cibo. Sotto Hitler lo Stato aveva esattamente lo stesso potere. Vivendo in una società come quella, tutti i cittadini si trovavano a vivere in una condizione di dipendenza non diversa da quella del bambino per quanto riguarda l'alimento vitale. O, ancora, se il genitore può limitare la libertà di movimenti del bambino, la società di massa può fare lo stesso coi cittadini recalcitranti, e questo parallelo potrebbe andare molto lontano. (5)
Fortunatamente restavano pur sempre alcune differenze. Una delle più importanti era la necessità di una certa indipendenza di giudizio per prendere decisioni sul lavoro. Per questa ragione i lavoratori non potevano essere controllati dall'esterno al punto in cui lo sono i bambini. Questo era, io credo, un altro motivo del lavoro forzato nei campi. Quei lavoratori che mostrassero di aver conservato un'indipendenza giudicata eccessiva erano inviati a scavare delle fosse; tornavano a lavorare, per esempio, nelle fabbriche soltanto dopo che avessero interiorizzato i valori dello Stato.


- Un pensiero rassicurante.

Quasi tutti i Tedeschi, dunque, o almeno la maggior parte di coloro che non erano dei nazisti convinti, subirono una considerevole diminuzione del loro rispetto di sé per numerose ragioni, ma soprattutto perché si rifiutavano di accettare quello che sapevano vero e perché dovevano vivere costantemente nel terrore senza lottare contro il regime che ne era la causa, mentre sentivano che sarebbe stato loro dovere farlo. Questi duri colpi all'opinione che avevano di se stessi potevano trovare un compenso soltanto in due modi: mediante profonde soddisfazioni tratte dalla vita familiare, oppure mediante i riconoscimenti e i successi che potevano derivargli dal lavoro.
Ma per la maggior parte di coloro che non avessero appoggiato il nazionalsocialismo ambedue queste strade erano sbarrate. La loro vita familiare veniva continuamente e seriamente minacciata dagli interventi dello Stato; i figli erano incoraggiati a spiarli, e la loro casa aveva perduto, così, ogni carattere di intimità. Questa circostanza faceva naufragare anche le famiglie che in passato erano state felici e stabili. D'altra parte, una buona posizione sociale e il successo professionale dipendevano interamente dal partito o da altre organizzazioni statali. Perfino la carriera in quelle attività o in quelle professioni che in molti paesi sono considerate private era sottoposta al controllo dello Stato.
A questi Tedeschi non rimaneva che una sola via d'uscita per cercare di potenziare un orgoglio così profondamente ferito e per conservare una parvenza di integrazione: era il semplice fatto di essere Tedeschi cittadini di una nazione che di giorno in giorno non faceva che mietere successi politici e militari. Quanto più si indeboliva il loro orgoglio, tanto più urgente diventava in loro il bisogno di trovare un'altra sorgente di energie su cui poter contare. La soluzione più allettante, alla quale abbiamo sopra accennato, era di condividere il potere del gruppo sociale al quale appartenevano. E moltissimi Tedeschi, sia fuori sia dentro i campi di concentramento, attinsero ampiamente a questa fonte di soddisfazioni sostitutive e di dignità di seconda mano.
Solo pochi Tedeschi riuscirono a sopportare la pressione esercitata su di loro dalla tirannia, sopravvivendo virtualmente isolati. Per riuscirci dovevano essere dotati di una personalità eccezionalmente bene integrata, che dovevano poi conservare intatta nutrendola con le soddisfazioni fornite da una vita familiare normale, oppure riuscendo a procurarsi successi personali in campi d'azione speciali che alimentassero in loro un sano orgoglio, sia pure in segreto.
In tutti gli altri Tedeschi, che non fossero dei nazisti convinti, l'esistenza dei campi di concentramento determinò, sia pure indirettamente, notevoli cambiamenti di personalità. Potevano anche essere mutamenti non così radicali come quelli che si avevano negli internati, ma erano pur sempre abbastanza profondi per soddisfare le esigenze dello Stato. Il nuovo tipo di integrazione che giunse a caratterizzare quasi tutti i cittadini tedeschi si trovava a un livello bassissimo di dignità personale. Ma, come loro, la maggior parte delle persone che si trovino a dover scegliere fra un'integrazione a un basso livello umano e una tensione interiore insostenibile sceglierà probabilmente la prima soluzione e respingerà la seconda, pur di riacquistare un po' di pace. Tuttavia, c'è molto di vero nel detto che la pace che regna sotto una tirannia non è la pace propria dell'uomo, ma la pace della morte.
E questo può diventare un pensiero rassicurante. Ho già detto quali siano in questo campo le mie convinzioni. Come è accaduto nei riguardi di tutte le grandi rivoluzioni della storia, anche nei riguardi dell'attuale rivoluzione tecnologica, industriale e sociale, l'uomo riuscirà, dopo un certo intervallo di tempo, a sviluppare le necessarie strutture interiori per dominarla. Egli riuscirà anche a creare le condizioni per un più alto livello di integrazione, la quale dovrà essere in armonia con le nuove condizioni di vita in cui egli verrà a trovarsi. Nuovi sviluppi tecnologici e sociali sembrano spesso ridurre l'uomo a una nuova e peggiore forma di schiavitù, come ho avuto occasione di rilevare a proposito del comportamento e delle paure dei nomadi che dovettero affrontare la necessità di arrestarsi e trasformarsi in agricoltori. Non molto diversi furono i problemi che fecero nascere le paure di Marx e di altri suoi contemporanei quando si trovarono di fronte ai primi aspetti della rivoluzione industriale: essi temevano che i lavoratori sarebbero stati sempre più umiliati e sfruttati in fabbriche sempre più mostruose, mentre noi vediamo che la maggiore meccanizzazione dell'industria ha portato con sé una sempre maggiore libertà dalla macchina e un livello di vita sempre più alto.
Progressi rivoluzionari portano sempre con sé crisi sociali, che durano fin quando l'uomo non abbia raggiunto quel più alto grado di integrazione che gli permetta non solo un nuovo adattamento, ma il suo dominio su di esse. Spesso questo adattamento è momentaneamente privo di un vero contenuto positivo, come sembra essere quello cui stiamo oggi assistendo, se lo confrontiamo con le nuove possibilità offerte dalla grande abbondanza di beni materiali e, cosa ancora più importante, dall'aumento del tempo libero. In passato l'uomo è sempre riuscito a non farsi dominare dai suoi successi, servendosi di essi come di strumenti per il raggiungimento di sempre più elevate finalità.
Se queste conclusioni sembrano troppo ottimistiche, coloro che non le condividono possono trarre un certo conforto da quello che avvenne nello Stato di Hitler, dove si videro alcune delle sue vittime scavarsi la fossa con le proprie mani per poi sdraiarvisi dentro, oppure muoversi spontaneamente verso le camere a gas. Tutti costoro formavano l'avanguardia di una marcia verso la morte, verso quella pace della morte di cui ho appena parlato. Gli uomini non sono formiche. Piuttosto che vivere un'esistenza da formiche preferiscono morire. E' questa un'altra considerazione che possiamo trarre dalla marcia verso la morte di quelle vittime delle S.S. Il fatto che le S.S. le uccidessero è meno importante del fatto che esse si incamminassero verso la morte di loro propria volontà, dimostrando così che preferivano morire piuttosto che vivere una vita non più umana.
In tempi di grandi crisi, di rivoluzioni che coinvolgono ogni aspetto della vita umana, possono aversi situazioni in cui agli uomini non è lasciata altra scelta tra questa rinuncia alla vita e il raggiungimento di un più alto livello di integrazione. Il fatto che non abbiamo ancora raggiunto questo livello non è tuttavia la prova che dovremo scegliere la prima soluzione. Se non mi inganno nel giudizio che sento di poter dare sui tempi odierni, noi stiamo già facendo i primi passi verso il controllo delle nuove condizioni di vita poste da un'epoca dominata dall'energia atomica. Ma non dobbiamo neppure ingannare noi stessi: la lotta sarà lunga e difficile, e inciderà su tutte le nostre energie morali e spirituali, se vogliamo non un «nuovo mondo» alla Huxley, ma un epoca dominata dalla ragione e dall'umanità.



NOTE al capitolo 7.

Nota 1: Questo spiega perché nel 1934 Roehm e i suoi amici più stretti dovettero essere eliminati e i loro seguaci intimoriti, e perché fino agli ultimi anni della guerra alti funzionari nazisti, compresi ufficiali delle S.S., vennero deportati nei campi di concentramento. La colpa di Roehm, agli occhi del partito, non era il fatto che egli si fosse opposto al nazismo, il che, fra l'altro, non era vero, ma il fatto che avesse voluto attuarne i princìpi con un ritmo diverso da quello voluto dal capo. Egli doveva essere eliminato per la sua pretesa di avere una volontà propria in un sistema il cui problema principale era quello di eliminare tutte le volontà individuali. Sembra evidente l'analogia tra la sorte di Roehm e quello che accadde nella Russia sovietica ad alcuni dei suoi dirigenti più importanti. I cosiddetti processi di Mosca segnarono la fine di persone che, quantunque fossero d'accordo coi princìpi fondamentali del sistema, pretendevano di conservare una certa libertà di giudizio e di azione. Quei processi ebbero luogo dopo che il sistema del terrore mediante i campi di concentramento era stato instaurato in Germania dal regime nazista. I campi di lavoro forzato russi non si spinsero così avanti come i campi di concentramento tedeschi, benché ospitassero un numero maggiore di deportati: all'inizio il terrore non fu il risultato principale da conseguire; fu solo un effetto secondario di un sistema che utilizzava il lavoro forzato.
Nota 2: Molti sionisti convinti riuscirono a sopravvivere al sistema hitleriano anche perché avevano eliminato dal loro cuore ogni attaccamento per l'ambiente familiare, avendo ancorate tutte le loro speranze a una nuova vita in Israele. Avendo da molto tempo deciso che l'oggetto unico dei loro desideri era una vita completamente nuova, era più facile per loro fare a meno della vita di un tempo. Il fatto che condividessero questi sentimenti con un circolo di amici che si sostenevano a vicenda era per loro un'ulteriore fonte di energie.
Nota 3: Era questo il processo psicologico che immobilizzava gli Ebrei nei ghetti nazisti, per esempio, anche se la loro angoscia non faceva che crescere.
Nota 4: Tornando al "Diario di Anna Frank", ci si può anche chiedere se non siano stati questi sentimenti a spingere i Frank sia a continuare a vivere insieme come famiglia (in modo da non dover mettere alla prova l'intensità dei loro legami sentimentali) sia a introdurre nel loro nascondiglio la maggior quantità di beni materiali possibile.
Nota 5: Questa era un'altra ragione della dieta da fame imposta ai prigionieri nei campi di concentramento. Il bambino teme che se i genitori non lo amano più, essi non gli forniscano ciò che è essenziale alla sua sopravvivenza e per lui questo è simboleggiato dal cibo. Questo timore e molto più fondamentale di quello di perdere l'amore e il rispetto dei genitori, che fra l'altro si manifesta più tardi. Le S.S. riattivavano questo timore fondamentale dando ai prigionieri una così scarsa quantità di cibo che essi vivevano continuamente con l'ansia di sapere quale e quanto cibo avrebbero ricevuto. I risultati erano simili a quelli che si possono osservare nel bambino quando teme che i genitori non gli diano più da mangiare. Viceversa, è difficile terrorizzare a fondo persone ben nutrite e confortevolmente alloggiate.

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