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Il capro espiatorio 8.
LA SCIENZA DEI MITI.


Come ormai sappiamo, nelle forme, nelle idee e nelle istituzioni religiose in genere bisogna vedere il riflesso alterato di violenze che, eccezionalmente, hanno 'avuto successo' in rapporto alle loro ripercussioni collettive e vedere altresì nella mitologia, in particolare, un ricordo di queste stesse violenze, quali questo successo ha costretto i loro perpetratori a rappresentarsele. Trasmettendosi di generazione in generazione, il ricordo evolve necessariamente, ma non ritrova mai il segreto della distorsione originaria, che anzi si allontana sempre di più, sprofondando e perdendosi. Le religioni e le culture dissimulano questa violenza per fondarsi e perpetuarsi. Portare allo scoperto il loro segreto equivale a dare una soluzione che deve essere definita scientifica al più grande enigma di tutte le scienze dell'uomo, quello della natura e dell'origine del religioso.
Nell'affermare questo carattere scientifico contraddico il dogma attuale, secondo cui la scienza in senso stretto è impossibile entro l'ambito propriamente umano. La mia affermazione incontra uno scetticismo estremo soprattutto negli ambienti più competenti, in linea di principio, a giudicarne: gli specialisti delle scienze, ovvero delle non-scienze dell'uomo. Persino i meno severi nei miei confronti precisano frequentemente che io merito indulgenza a dispetto, e non in virtù, delle mie esorbitanti pretese. La loro benevolenza mi conforta, ma mi sorprende. Se la tesi che io difendo non ha alcun valore, che valore possono avere interi libri dedicati alla sua difesa?
Vedo chiaramente di quali circostanze attenuanti potrei beneficiare. In un universo che non crede più a niente, delle rivendicazioni eccessive non sono in sé e per sé un male: il numero dei libri pubblicati cresce costantemente e un povero autore, per attirare l'attenzione su quello che ha scritto, si vede costretto a esagerarne l'importanza. Deve farsi pubblicità da sé. Non dobbiamo dunque prendercela per qualche eccesso di linguaggio perché, in realtà, non è lui che delira, ma sono le condizioni oggettive della creazione culturale.
Mi dispiace di dover smentire questa generosa interpretazione del mio comportamento. Più rifletto e meno vedo la possibilità di parlare diversamente da come faccio. Devo dunque ritornare alla carica a rischio di perdere certe simpatie che poggiano, temo, su un malinteso.
Nel vortice sempre più veloce dei 'metodi' e delle 'teorie', nel valzer delle interpretazioni che godono per breve tempo il favore del pubblico prima di cadere in un oblio dal quale probabilmente mai più riaffioreranno, sembra che nessuna specie di stabilità sussista, che nessuna verità sia capace di "reggere". L'ultimo dettame della moda asserisce persino che le interpretazioni sono infinite e tutte equivalenti, poiché l'una non è mai più vera o più falsa dell'altra. Di un testo possono esistere, sembra, tante interpretazioni quanti sono i lettori. Esse sono dunque destinate ad un avvicendarsi senza fine nell'euforia generale della libertà finalmente conquistata, senza che nessuna possa mai avere la meglio sulle sue rivali.
Non bisogna confondere lo sterminio reciproco e ritualizzato delle 'metodologie' con l'insieme dell'intelligenza attuale. Questo dramma ci distrae, ma è simile a una tempesta nell'oceano, che si svolge in superficie senza turbare minimamente l'immobilità del profondo. Più ci agitiamo, più la nostra agitazione appare come l'unica realtà, e più l'invisibile ci sfugge.
Gli pseudo-demistificatori possono divorarsi tra loro senza svilire il principio critico dal quale dipendono tutti, ma in modo sempre più infedele. Le dottrine recenti provengono tutte da un solo e identico procedimento di decifrazione, il più antico che il mondo occidentale abbia inventato, l'unico veramente duraturo. E per il fatto stesso che è un procedimento al di là di ogni contestazione, passa inosservato al pari di Dio stesso. Esercita su di noi un tale ascendente che sembra confondersi con la percezione immediata. Se attirate su di esso l'attenzione di coloro che lo utilizzano, nel momento stesso in cui l'utilizzano, susciterete il loro stupore.
Il lettore ha già riconosciuto una nostra vecchia conoscenza: la decifrazione delle rappresentazioni persecutorie. Nel contesto della nostra storia essa ci apparirà banale, ma estrapolatela da questo contesto e subito farà la figura di una sconosciuta. Eppure, la nostra ignoranza non ha niente a che vedere con quella di Monsieur Jourdain che faceva della prosa senza saperlo. La banalità circoscritta del procedimento non deve nasconderci quel che vi è di eccezionale e persino di unico in un quadro antropologico. Al di fuori della nostra cultura nessuno lo ha mai scoperto e anche il nostro modo di utilizzarlo senza mai guardarlo ha un che di misterioso.
Nel mondo attuale sprechiamo questo procedimento e ce ne serviamo costantemente per accusarci a vicenda di tendenze persecutorie. Esso è contaminato dallo spirito di parte e dall'ideologia. Proprio per ritrovarlo in tutta la sua purezza e illustrarlo ho scelto dei testi antichi la cui interpretazione non sia inficiata dalle controversie parassitarie relative al nostro mondo. La demistificazione di un Guillaume de Machaut crea l'unanimità intorno a sé. Da lì ho preso le mosse e lì sempre tornerò per farla finita con le interminabili vessazioni dei nostri gemelli mimetici testualizzati. Le questioni di lana caprina non possono scalfire la solidità granitica della decifrazione che abbiamo analizzata.
Certo, esistono sempre degli sconsiderati, specie in un'epoca offuscata come la nostra, che disconoscono le evidenze più lampanti, ma i loro arzigogoli non hanno la minima rilevanza intellettuale. Anzi, è bene essere anche più chiari. Un giorno o l'altro, la rivolta contro il tipo di evidenza di cui parlo potrebbe ristabilire il suo potere e ancora una volta potremmo trovarci davanti alle legioni di Norimberga o al loro equivalente. Le conseguenze storiche sarebbero catastrofiche, ma le conseguenze intellettuali sarebbero nulle. Questa verità non sopporta alcun compromesso, e niente né nessuno potrà cambiarvi alcunché. Anche se domani non ci sarà più un solo essere sulla terra che possa testimoniarla, questa verità resterà la verità. Qualcosa sfugge qui al nostro relativismo culturale e ad ogni critica del nostro «etnocentrismo». Volenti o nolenti dobbiamo riconoscere questo fatto, e la maggior parte di noi lo riconosce se costretta, ma è una costrizione che non ci piace. Abbiamo il vago timore che essa ci trascini più lontano di quanto vorremmo.
Possiamo dire scientifica questa "verità"? Molti avrebbero risposto affermativamente nell'epoca in cui il termine scienza si applicava senza contrasti alle certezze maggiori. Persino oggi, se provate a interrogare le persone che vi circondano, vedrete che molti risponderanno senza esitare che soltanto la mentalità scientifica ha potuto porre fine alla caccia alle streghe. E' la causalità magica, persecutoria, ciò che sta dietro di essa, e per rinunciare a quest'ultima bisogna simultaneamente smettere di credere nella prima. L'inizio della rivoluzione scientifica, di fatto, coincide in Occidente più o meno con la definitiva rinuncia a questa caccia alle streghe. Per usare il linguaggio degli etnologi, diremo che un risoluto orientamento verso le cause naturali prevale sempre più sulla immemoriale preferenza degli uomini per le "cause significative sul piano dei rapporti sociali", che sono anche le "cause suscettibili di intervento correttivo", ossia le "vittime".
Tra la scienza e la fine della caccia alle streghe esiste un rapporto stretto. Perché allora questa considerazione non dovrebbe essere sufficiente per definire 'scientifica' l'interpretazione che sovverte la rappresentazione persecutoria rivelandola? Negli ultimi tempi siamo diventati più schizzinosi in materia di scienza. I filosofi della scienza, influenzati probabilmente dai tempi, apprezzano sempre meno le certezze stabili. Sicuramente storceranno la bocca davanti a una operazione così priva di rischi e di difficoltà quale la smitizzazione di Guillaume de Machaut. Diciamolo pure, invocare la scienza, in questo caso, non dà nessuna soddisfazione.
Rinunciamo dunque a questo termine glorioso per una faccenda così banale. E rinunciarvi precisamente a questo punto mi sembra abbastanza divertente, perché proprio sotto questo aspetto diventa manifesto il carattere necessariamente scientifico della mia tesi.
Di che cosa si tratta in effetti? Si tratta di applicare a certi testi, a cui nessuno finora aveva mai pensato di applicarlo, un procedimento di decifrazione antichissimo e di provata efficacia, di una validità mille volte confermata nell'ambito attuale della sua applicazione.
Il vero e proprio dibattito sulla mia ipotesi non è ancora iniziato. Finora io stesso sono stato incapace di situarlo in modo esatto. Per porre la questione correttamente, bisogna prima riconoscere gli stretti limiti della mia iniziativa. La novità della mia argomentazione non consiste affatto in quello che ci si immagina. Io mi limito ad allargare l'ambito di applicazione di una modalità interpretativa di cui nessuno contesta la validità. La vera questione concerne la fondatezza o meno di questo allargamento. Quindi, ho ragione e ho veramente scoperto qualcosa, oppure ho torto e ho veramente perso il mio tempo. L'ipotesi non è stata inventata da me: io mi limito ad applicarla altrove, ed essa esige solo qualche lieve adattamento, come abbiamo visto, per applicarsi al mito come è già stata applicata a Guillaume de Machaut. Io potrò avere ragione o torto, ma non ho bisogno di avere ragione sulla sostanza perché il solo epiteto che si convenga alla mia ipotesi sia quello di scientifico. Se ho torto, la mia ipotesi sarà presto dimenticata; se ho ragione, applicarla alla mitologia non comporterà niente di diverso dalla sua applicazione ai testi storici. L'ipotesi è la stessa, e il tipo di testo è pure lo stesso. Se si impone, si imporrà per ragioni analoghe a quelle che l'hanno imposta altrove allo stesso modo. Ed essa si iscriverà nella mente degli uomini con la stessa forza.
Come dicevo, l'unico motivo di scartare l'epiteto di scientifico per la nostra lettura di Guillaume de Machaut non è l'incertezza, bensì la troppa certezza, la mancanza di rischio e l'assenza di alternativa.
Ma non appena applichiamo all'ambito mitologico la nostra vecchia demistificazione senza problemi, i suoi caratteri cambiano. All'evidenza abitudinaria si sostituisce l'avventura, l'incognito riappare. Le teorie rivali sono numerose e, almeno per adesso, appaiono più 'serie' della mia.
Supponendo sempre che io abbia ragione, lo scetticismo che mi si oppone oggi non è più significativo di quanto sarebbe potuto essere, nella Francia del diciassettesimo secolo, un referendum nazionale sulla questione della stregoneria. La concezione tradizionale avrebbe certamente trionfato; il ridurre la stregoneria a rappresentazione persecutoria non avrebbe raccolto che un basso numero di suffragi. Meno di un secolo dopo, invece, lo stesso referendum avrebbe dato dei risultati opposti. Se adesso applichiamo l'ipotesi alla mitologia, avverrà la stessa cosa; ci si abituerà a poco a poco a considerare i miti secondo la visuale della rappresentazione persecutoria, come ci siamo abituati a farlo per la caccia alle streghe. I risultati sono troppo perfetti perché il ricorso all'ipotesi non diventi meccanico e 'naturale' per i miti, come lo è già per le persecuzioni storiche. Verrà il giorno in cui leggere il mito di Edipo in maniera diversa da quella secondo cui leggiamo il testo di Guillaume de Machaut sembrerà non meno strano di quanto sembri oggi la loro equiparazione. In quel giorno, lo sfasamento da noi constatato, e che oggi suscita tanto scalpore, tra l'interpretazione di un mito collocato nel suo contesto mitologico e quella dello stesso mito trasposto in un contesto storico, sarà scomparso.
Allora, il problema della scientificità della smitizzazione della mitologia non esisterà più, come ormai non esiste più a proposito di Guillaume de Machaut. Ma se la scientificità della mia ipotesi non solleverà più obiezioni, ciò accadrà per una ragione inversa a quella per cui oggi mi viene negata: essa sarà infatti diventata troppo evidente, troppo al di qua delle effervescenti e saporose frontiere del sapere. Ebbene, mi contenterò che sia considerata "scientifica" durante tutto il periodo intermedio tra l'odierno rifiuto quasi universale e la futura accettazione universale. Così come durante un periodo equivalente è stata considerata scientifica la demistificazione della stregoneria europea.
Infatti, come abbiamo visto poco fa, esiste una certa riluttanza a definire scientifica un'ipotesi troppo priva di rischi e d'incertezza. Ma un'ipotesi che contenesse soltanto rischi e incertezze a maggior ragione non sarebbe scientifica. Per meritare questo titolo glorioso bisogna combinare il massimo d'incertezza attuale con il massimo di certezza potenziale.
Ora, è proprio in questi termini che si presenta la mia ipotesi. Consapevoli delle sconfitte passate, i ricercatori hanno deciso troppo frettolosamente che questa combinazione era possibile soltanto negli ambiti matematizzabili e suscettibili di verifica sperimentale. La prova che non è così ce la fornisce il suo essere già una realtà. La mia ipotesi esiste da secoli e, grazie ad essa, il passaggio dall'incertezza alla certezza in materia di smitizzazione è già avvenuto una prima volta; potrebbe dunque avvenire una seconda volta.
Accettiamo difficilmente questo dato di fatto perché ormai le certezze ci ripugnano; tendiamo a esiliarle in angoli oscuri della nostra mente, così come tendevamo cent'anni fa a esiliare le incertezze. Dimentichiamo volentieri che la nostra smitizzazione della stregoneria e di altre superstizioni persecutorie costituisce una certezza inattaccabile.
Se questa certezza si estendesse in futuro alla mitologia, saremmo ancora lontani dal sapere tutto, ma avremmo delle risposte rigorose e verosimilmente definitive a un certo numero di domande che la ricerca inevitabilmente si pone, o che si porrebbe se non avesse appunto perduto ogni speranza di risposte rigorose e definitive.
Nell'attesa di un tale risultato, matematizzabile o no, io non vedo perché bisognerebbe rinunciare al termine 'scienza'. Quale altro termine si dovrebbe utilizzare? Mi rimproverano di servirmene senza capire realmente a cosa mi serve. Si irritano per la mia presunta arroganza. Credono possibile insegnarmi la modestia senza correre il minimo rischio; non hanno dunque il tempo di riflettere a quello che cerco di far capire?
Mi obiettano anche la «falsificazione» di Popper e altre belle cose che arrivano da Oxford, da Vienna, da Harvard. Per non correre rischi, mi viene detto, bisogna soddisfare certe condizioni così draconiane che nemmeno le scienze più rigorose potrebbero esserne all'altezza.
La nostra demistificazione di Guillaume de Machaut non è certamente «falsificabile» nel senso di Popper. Bisogna dunque rinunciarvi? Se neppure qui si ammette una certezza, se si parteggia senza riserve per la grande democrazia dell'interpretazione mai-vera-mai-falsa che ai nostri giorni va per la maggiore al di fuori del matematizzabile, un simile risultato sarà inevitabile. Ma allora dovremmo condannare retrospettivamente anche coloro che misero fine ai processi di stregoneria. Erano anche più dogmatici dei cacciatori di streghe e al pari di costoro credevano di essere i depositari della verità. Non dovremmo dunque condannarli per questa loro pretesa? Con quale diritto questa gente si permetteva di dichiarare buona soltanto un'interpretazione particolare, beninteso la propria, quando mille altri interpreti, eminenti cacciatori di streghe, universitari illustri e a volte anche molto progressisti come Jean Bodin, avevano un'idea totalmente diversa del problema? Che arroganza insopportabile, che odiosa intolleranza, che spaventoso puritanesimo! Non bisogna forse lasciar sbocciare i cento fiori dell'interpretazione, strega e non strega, cause naturali e cause magiche, cause suscettibili di un intervento correttivo e cause che non ricevono mai la giusta punizione che meritano?
Spostando un po' i contesti, come sto facendo, senza cambiare nulla alla sostanza delle cose, si dimostra facilmente la ridicolaggine di certi atteggiamenti contemporanei. Il pensiero critico è oggi in uno stato di estrema decadenza, temporanea speriamo; ma non per questo la malattia è meno acuta giacché questa stessa decadenza viene presentata come l'affinamento supremo dello spirito critico. Se i nostri antenati avessero ragionato nello stesso modo dei maestri ora in auge non avrebbero mai messo fine ai processi di stregoneria. Non c'è da meravigliarsi, dunque, quando proprio in questo stesso momento vediamo che gli orrori meno contestabili della storia recente vengono messi in dubbio da chi trova dinanzi a sé soltanto una "intelligencija" ridotta all'impotenza dai rilanci sterili di cui è vittima e dalle tesi che ne risultano; il carattere autodistruttivo di queste tesi non ci riguarda più, oppure ci riguarda come sviluppo 'positivo'.

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