Il
4 febbraio si è aperto il processo contro
quattro abitanti del csoa lachimica, presi nel
mucchio per criminalizzare la liberazione di uno
spazio abbandonato.
Noi continuiamo imperterriti a ribadirlo:
Le idee non si processano
Fino
il 26 ottobre del 2004 le exscuole Perini erano
uno stabile vuoto, abbandonato da anni, lasciato
al degrado, vetri rotti, muri danneggiati, immondizia
sparsa ovunque. All’esterno un vecchio cancello
a circondare un giardino bellissimo, inaccessibile
al quartiere. Una grande centrale elettrica alle
spalle, una piazza di fronte. Un territorio di
periferia come tanti, ricco di risorse invisibili
e di potenzialità inespresse.
Noi siamo le donne e gli uomini che il pomeriggio
del 26 ottobre questo spazio hanno aperto e quindi
liberato, pulito colorato riempito vissuto.
È diventato in poco tempo uno dei luoghi
più vivi del quartiere, l’ombelico
anomalo di quel territorio, una cerniera tra la
città (il macro), le sue contraddizioni,
i suoi conflitti e il micro, la tranquillità appartata,
genuina di quell’angolo di Verona.
Un luogo che passo dopo passo, in tre anni, ha
provato ad ascoltare e a parlare con il territorio
in cui andava a collocarsi, a rispettarlo a pretendere
lo stesso.
Un rapporto complesso fatto di alcuni contrasti
ma soprattutto di molte moltissime occasioni d’incontro.
Le iniziative, tante e diverse, non possiamo qui
sintetizzare.
Un luogo vissuto dai tanti che già avevano
alle spalle esperienze simili ma anche da molte
ragazze e ragazzi che ad esso si avvicinavano per
la sua originalità, per l' empatia immediata,
la complicità, la prossimità con
i personali vissuti quotidiani.
Uno
spazio aperto perché poggiava le proprie
fondamenta sull’autogestione, una forma di
vita, politica e sociale, che si basa sul protagonismo
dal basso, sulla responsabilizzazione condivisa,
sull’assenza di eleghe sulle scelte prese
e partecipate da tutti nelle assemblee di gestione.
A questo non volevamo allora e non vogliamo adesso
rinunciare.
Se l’autogestione era/è un obiettivo,
l’occupazione era ed è (lo abbiamo
ribadito centinaia di volte) un mezzo, prezioso,
talvolta irrinunciabile, ma non un fine a se stesso.
Per questo, abbiamo capito da subito che la ricchezza
della Chimica in quel luogo coincideva con la sua
fragilità. Per farla vivere e crescere,
per permetterle di fare e diventare progetto era
necessario uscire dallo stato di precarietà alla
quale lo stato di “illegalità formale”,
non sostanziale (perché è nella sostanza
illegale abbandonare al degrado uno spazio simile),
ci condannava. Abbiamo da subito attivato contatti
con le istituzioni di prossimità, la circoscrizione,
e cittadine, l’amministrazione comunale.
Abbiamo avviato una vertenza non autoreferenziale,
perché non trattava di noi e delle nostre
esigenze, trattava dei bisogni e dei desideri di
una parte della città, della sua popolazione,
di un’idea “sul cosa e il come” in
tema di beni comuni, di spazi pubblici, dal loro
utilizzo alla loro fruibilità.
Una proposizione non facile da accettare "anche" per
una amministrazione di centro sinistra, che peraltro
non gradiva l’atteggiamento critico espresso
nelle e dalle lotte che in quello spazio nascevano,
che da quella soggettività venivano portate
avanti. Scomodo.
Una forma di vita collettiva che sappia essere
sociale culturale e politica al contempo crea immediatamente
un immaginario, è una passione positiva
che costruisce ben oltre la stessa comunità che
l’ha avviata.
Una
spina nel fianco a chi allora governava è diventato
a maggior ragione un regalo su un piatto d’argento
a chi stava per arrivare, al nuovo "Cangrande" della
città, che di noi avrebbe fatto il corpo
tangibile di uno tra i nemici, di cui la sua politica
si nutre e si nutriva: sgomberare il centro
sociale, cacciare i vucumprà cancellare i rom dalla
città…questi i punti chiave della
sua campagna elettorale.
Come
andò la storia lo racconta la cronaca.
Oggi
si apre un altro racconto che contiene tutto
il resto. Un faldone processuale nel quale 4
di noi arbitrariamente ritenuti i “responsabili” di
quell’esperienza verranno processati, per
tentare di condannare tutto: l’occupazione,
le lotte, gli immaginari di cui siamo responsabili.
Vorrebbero infierire, farci saldare il conto per
avere osato disobbedire, per aver immaginato un’altra
Verona, per non aver avuto paura, o forse solo
per intimidire chi ci dovesse riprovare.
Probabilmente sono loro ad avere avuto ed avere
paura. Terrorizzati dagli altri dal diverso da
se stessi dal futuro.
Oggi come allora rivendichiamo il senso profondo
di quell'esperienza, oggi come allora ribadiamo:
le idee non si sgomberano, i bisogni e i desideri
non si processano!!!
Chiediamo
alle tante individualità e realtà sociali,
che hanno attraversato lo spazio, di Verona e non
solo, di esserci, nelle forme che ciascuna riterrà più opportune.
con la solidarietà attiva, con l'attenzione
a quanto accadrà e a quanto proporremo.
La memoria è un ingranaggio collettivo,
ed è necessario che funzioni bene per immaginare
insieme la città che verrà.
le/gli abitanti del centro sociale occupato autogestito
lachimica