30 NOVEMBRE 2005

dal Giornale di Vicenza

Salgono sul tetto del carcere In due minacciano di buttarsi
Il sindaco è assolto
L’estrema destra aspetta l’ok di Berlusconi
MONTECCHIO MAGGIORE.Cercano casa ben 10 antenne

Clamorosa protesta di due giovani romeni da maggio in cella per rapina
Salgono sul tetto del carcere In due minacciano di buttarsi
«Vogliamo il processo». Il pm Barbaglio li convince a scendere

di Diego Neri

Hanno approfittato dell’ora d’aria per arrampicarsi come gatti sulla palazzina centrale del S. Pio X e, una volta raggiunto il tetto, a petto nudo hanno minacciato di suicidarsi. La clamorosa protesta di due giovani romeni, detenuti da otto mesi, è durata un paio d’ore. Per convincerli a scendere è stata necessaria la pazienza del pm Angela Barbaglio, che con la direttrice della casa circondariale e la polizia penitenziaria ha trattato a lungo con loro. «Sono due poveri disperati - ha commentato con umanità il magistrato -. L’indagine a loro carico è stata già chiusa, entro Natale dovrebbero essere processati». Lucian Nica, 20 anni, e Alexandru Marius, 19, sono due romeni clandestini arrestati dai carabinieri del radiomobile e del reparto operativo il 26 maggio scorso. Con il connazionale Petrica Stoian, 18, quella mattina tentarono di entrare nel giardino di Villa Da Porto, a Torri di Quartesolo, armati di fucili. L’obiettivo erano i forzieri dell’orafo Cristiano Rigon. Ma i militari, che avevano ricevuto indicazioni precise, riuscirono a bloccarli prima che mettessero in atto il piano. Per fermarli fu necessario sparare, e Nica rimase ferito. Da allora il terzetto è in cella in attesa di giudizio. Assistiti dagli avv. Alberto Negri e Anna Maiorino, che oggi andranno a trovarli, Nica e Marius nelle scorse settimane si sono fatti interrogare dal pm Vartan Giacomelli: hanno raccontato di essere arrivati in Italia sperando in un posto di lavoro, ma senza permesso di soggiorno di aver vivacchiato di furti fra Padova e Bologna. Fino a quando non sono stati arruolati in un’organizzazione criminale (avrebbero fornito indicazioni utili agli inquirenti anche in questo senso) che ha dato loro dei vecchi fucili indicando la villa dell’orafo. Ieri Nica ha convinto Marius a inscenare la protesta. Non è la prima azione dimostrativa dei romeni in carcere. «Vogliamo il processo - hanno ribadito - e quindi l’espulsione dall’Italia». Una scena del genere non si vedeva a Vicenza da anni. Il blitz di ieri ricorda le proteste del 1976, quando i detenuti salivano a decine sul tetto del carcere cittadino di allora, che era a S. Biagio. Veloci e scaltri come gatti, durante l’ora del passeggio hanno girato l’angolo ed hanno iniziato ad arrampicarsi sul muro della palazzina, salendo per una ventina di metri. Alcuni agenti li hanno visti all’ultimo, e hanno intimato loro di scendere. Ma i giovani sono arrivati fin sul tetto, si sono spogliati rimanendo al freddo e sotto la pioggia a torso nudo ed hanno iniziato ad urlare. Erano le 10.30. In pochi minuti la direttrice Irene Iannucci ha dato l’allarme. Sono arrivati i vigili del fuoco con i teloni nel caso i due giovani avessero deciso di lanciarsi sul serio, un’ambulanza del Suem, polizia e carabinieri. Gli agenti penitenziari, con l’assistente Campanella, sono saliti dalle scale interne raggiungendo il tetto piatto coperto da uno strato di ghiaia. Si sono avvicinati ai romeni ma i due hanno scavalcato il muretto che delimita la copertura minacciando di lanciarsi nel vuoto. «Vogliamo parlare con il magistrato», hanno urlato i romeni. Gli agenti hanno contattato il pm di turno, Barbaglio. Il sostituto procuratore è arrivato intorno alle 11 e, con l’aiuto di un altro detenuto, il romeno Constantin Bratu, che ha fatto da interprete, ha iniziato a trattare. Marius è stato il primo ad arrendersi. Ha accettato la felpa che gli è stata lanciata per coprirsi dal e si è consegnato. Più complesso convincere Nica, il capobanda del gruppetto. Ma verso mezzogiorno anche lui si è arreso. Il magistrato, con la direttrice e i poliziotti, ha parlato a lungo con i due detenuti in attesa di giudizio. Ha contattato il pm Giacomelli, ed ha spiegato loro che, essendo già state chiuse le indagini, per il processo è questione di settimane. Con i tempi della giustizia, non hanno dovuto attendere poi molto. I due giovani, convinti, sono tornati in cella.

La direttrice: «Un gesto di disperazione, valuteremo se punirli. Alzeremo delle barriere». Il pm: «Si sono scusati per il caos che hanno causato»
«Sono poveri cristi. Nessun reato»
Avevano già fatto lo sciopero della fame, uno si era ferito ai polsi

(d. n.) «Sono due poveri cristi. Uno ha solo la mamma, il papà è stato ucciso in Romania. L’altro ha in patria una moglie e una bimba. Non hanno commesso reati, non avvierò alcuna inchiesta». Il pm Angela Barbaglio esce dal carcere pochi minuti dopo le 12.30. Da quasi due ore contratta con i giovani romeni saliti sul tetto della palazzina centrale. Pesando le parole, li ha persuasi a calmarsi spiegando loro che al momento non hanno possibilità di essere espulsi, e che entro qualche settimana saranno processati con il rito abbreviato. «Mi hanno detto di essere pronti a pagare per quello che hanno fatto, e si sono scusati. Non ne possono più di attendere, ma non conoscono l’Italia, la nostra lingua, le nostre leggi. Arrivano qui col miraggio del lavoro, poi senza permesso di soggiorno finiscono in pasto a criminali veri che li usano per furti e rapine». Una visione che collima con quella dell’avv. Alberto Negri, che difende Marius e Nica: «Sono giovanissimi e disperati. Pensavano che l’Italia fosse la terra del Bengodi, poi sono stati reclutati da organizzazioni criminali che hanno messo in mano loro, degli sprovveduti, delle armi. Una volta arrestati hanno collaborato con gli inquirenti. Non hanno solo compreso che devono avere pazienza». La direttrice della casa circondariale Irene Iannucci, a qualche ora dalla protesta, dimostra ancora la sua preoccupazione. «Temevo per la loro incolumità. Già in passato avevano protestato, con uno sciopero della fame durato qualche giorno. Quello di oggi (ieri per chi legge) è un gesto di disperazione». Nica si era anche ferito, tagliandosi i polsi con una lametta, ma sempre per sollecitare il processo. Nessun riferimento, nelle loro azioni dimostrative, alle condizioni igieniche o al sovraffollamento, motivo l’altro ieri di un sopralluogo dei Verdi. «Chiederemo l’autorizzazione per sistemare delle barriere in modo da evitare gesti analoghi, che peraltro non erano mai accaduti - conclude Iannucci -. Punirli? Ora valuteremo se prendere qualche provvedimento. Ma non è detto».


La presunta omessa denuncia per le avances dell’ex assessore Baldinato
Il sindaco è assolto
Accolta la tesi dell’avv. Ghedini sull’innocenza Il pm chiedeva la condanna a 200 euro di multa

di Ivano Tolettini

Innocente. Il sindaco Enrico Hüllweck non ha violato la legge nel “sex mobbing” di palazzo Trissino. Il giudice Giovanni Biondo dopo venti minuti di camera di consiglio l’ha assolto con la formula ampia del “fatto non sussiste” dal sospetto di non avere denunciato alla procura le presunte avance di cui sarebbero state oggetto due dipendenti comunali, tra il ’98 e 2000, alle prese con l’ assessore al personale Gilberto Baldinato. Il pm Paolo Pecori non era dello stesso parere e aveva chiesto la condanna a una multa di 200 euro. Invece, è passata la tesi dell’avv. Niccolò Ghedini, per il quale dagli atti non emergeva alcuna irregolarità. Il primo cittadino è uscito a testa alta dal processo che si è svolto in camera di consiglio con il “rito abbreviato”e che lo vedeva sulla graticola dalla primavera ’03 per questioni di sostanza e di forma. La prima riguarda il fatto che non c’era prova di quello che avrebbe detto l’impiegata N.C., allorché segnalò di avere subito le attenzioni (in ipotesi una molestia sessuale) di Baldinato tra il ’98 e ’99, il quale le avrebbe toccato il seno in una circostanza. C’è la sua parola contro quella dell’assessore. Quanto al secondo episodio, si sarebbe trattato di un’ingiuria e non già di una molestia. Si era nella primavera 2000, la dipendente G.P. voleva essere trasferita e chiese un incontro all’assessore. Questi le avrebbe prospettato che se voleva essere trasferita «una bella signora come lei ... deve allargare le gambe». Lei rifiutò e lo avrebbe riferito al sindaco. In che termini? Il problema di fondo di questo processo è che i fatti sono avvenuti molti anni fa. In seguito il clima amministrativo cambiò e nella schiera degli accusatori del sindaco c’erano coloro che fino a qualche tempo prima erano stati suoi collaboratori. Come il segretario generale Letterio Balsamo, il consulente Carlo Loro e l’avvocato Renato Ellero. Ognuno di loro, dice la difesa, aveva un motivo di rivalsa. Questi elementi, tuttavia, per l’accusa andavano letti in chiave colpevolista, nel senso che Hüllweck una volta informato delle scivolate di Baldinato, (dalle quali peraltro è stato poi assolto), avrebbe dovuto riferirlo al magistrato. Anche perché avrebbe dovuto insospettirsi dalle segnalazioni pervenutegli dal terzetto Balsamo-Loro-Ellero. L’avv. Ghedini ha letto i tasselli dell’inchiesta in una chiave opposta. Ha sottolineato che dalle dichiarazioni delle donne non si comprendeva a quali tipi di violenze facessero riferimento. Non solo, negli uffici comunali ci sarebbe stato un clima che il sindaco avvertiva come goliardico, non a caso ci sarebbero stati ripetuti scherzi, e, pertanto, avvertì quelle segnalazioni come delle battute. «Ho sostenuto non solo l’insussistenza dei fatti contestati - ha spiegato il legale -, ma anche la carenza dell’elemento psicologico del reato. Cioè il sindaco, che è un medico, nel momento in cui gli venivano riferiti determinati comportamenti non sapeva che fossero eventuali violazioni di legge». Il difensore ha pure osservato che l’ipotetica omissione di denuncia, collocata dalla procura tra gennaio e aprile 2000, andava letta come un caso tipico di non punibilità. Hüllweck coprendo i fatti, salvava se stesso da un grave e inevitabile nocumento nel proprio onore politico, perché aveva voluto Baldinato come assessore per il rapporto fiduciario che risaliva al tempo dell’Ordine dei medici, e quanto succedeva si traduceva in un autogol. Il giudice Biondo, però, è andato all’apparenza (bisognerà leggere i motivi) oltre. Ha assolto Hüllweck nel merito perché non è venuto meno al proprio ruolo di pubblico ufficiale. Le segnalazioni di molestie erano generiche, improprie o interessate a fini politici, tali comunque da non configurare un quadro di violenze sessuali. Come ha sostenuto il giudice Massimo Gerace lo scorso maggio quando assolse Baldinato.

«Se colpevole, mi sarei dimesso»
A rivelarlo è il primo cittadino subito dopo l’esito favorevole

(i. t.) «Se fossi stato condannato mi sarei dimesso. Ma non lo dico adesso perché il risultato mi è stato favorevole, ne avevo già parlato l’altro giorno con alcune persone, spiegando i motivi. Era per una questione di principio, perché io mi sentivo estraneo alle accuse, ma se il giudice avesse ritenuto il contrario mi sarei sentito a disagio ad affrontare le questioni pubbliche con la necessaria tranquillità». Enrico Hüllweck dopo la stretta di mano di rito con il suo legale (e compagno di partito) Niccolò Ghedini, coordinatore per il Veneto di Forza Italia, parla con calma con i cronisti dell’assoluzione che chiude quasi due anni di polemiche per il caso Baldinato. Che le sue non siano parole di circostanza, lo dimostra il fatto che nonostante l’udienza fosse stata fissata per le 13, il sindaco si è presentato in aula alle 11.30 ed ha seguito un paio di processi, prima che venisse il suo turno, vicino agli avvocati praticanti. Si è messo disciplinatamente a disposizione del suo giudice come capita di rado tra gli imputati, che spesso dribblano il tribunale con la contumacia. «Sono soddisfatto, è ovvio - spiega Hüllweck -, perché era una situazione strana. Ci sono delle vicende che si autoalimentano a livello di clima e generano delle condizioni particolari. Per questo, parlando l’altro giorno con l’amministratore delegato di TvA Claudio Cegalini, gli ho detto che mi sarei dimesso in caso di condanna. Non c’entra niente che la pena, una multa, fosse una cosa irrisoria. Mi sarebbe dispiaciuto molto perché non ritenendola una cosa giusta, mi avrebbe spinto a un passo inevitabile». - Era per una questione morale? «Certo, perché non sarei stato più sereno nel rapporto con la gente che mi ha eletto e con la squadra di giunta per il lavoro amministrativo. Del resto, non appena la vicenda assunse una dimensione pubblica non esitai a presentare un esposto alla procura nel gennaio 2003. Io mi sono comportato correttamente. Prima c’erano stati dei brontolii, delle lamentazioni generiche che non potevo percepire come degli indizi». A chi gli chiede che cosa vuole rispondere a una parte dell’opposizione che ha cavalcato la vicenda giudiziaria Baldinato per eventualmente disarcinarlo, il sindaco è serafico. «Ognuno in politica fa il mestiere che gli è proprio. Compito dell’opposizione è quello di criticare e di sfruttare le situazioni per volgerle a proprio favore. Non ci vedo nulla di strano anche in questa situazione, anche se personalmente ero tranquillo a livello personale perché avvertivo di essermi comportato secondo coscienza». Che il caso Baldinato, per il quale in primo grado entrambi i protagonisti giudiziari sono stati prosciolti, fosse scoppiato in un contesto particolare come quello della vigilia delle elezioni amministrative della primavera 2003, era ipotizzabile considerando la faziosità, per sua natura, dell’agone politico-amministrativo. Ma ai cronisti che gli chiedono se l’assoluzione vada vista come una rivincita nei confronti di chi lo voleva estromettere per via giudiziaria, Hüllweck risponde con fair play anglosassone. «Assolutamente no. Ognuno - conclude - fa il proprio gioco e disegna i propri obiettivi politici. Fa parte della logica delle cose e in politica, come nel resto della vita, bisogna essere realisti. È il gioco delle parti. Dico solo che la condanna sarebbe stata ingiusta perché io non ho violato la legge. Fino a ieri di questo ero fermamente convinto io, oggi è stato dello stesso avviso anche il giudice. Per questo sono soddisfatto».


Verso il 2006
L’estrema destra aspetta l’ok di Berlusconi
Rautiani e Alternativa sociale verso la Casa delle libertà, la Fiamma arde da sola

L’estrema destra potrebbe avere spazio nella Casa delle libertà versione 2006 attraverso accordi politici diretti con Silvio Berlusconi. È questa l’ipotesi che aspettano di veder concretizzata gli attivisti vicentini del bouquet di sigle che si contendono il paio di punti percentuali stimati a destra di Alleanza nazionale. Partito, quest’ultimo, che mantiene una certa diffidenza sull’operazione-dentro tutti in cui il presidente del consiglio vuole coinvolgere lo (spesso conflittuale) "spezzatino" di movimenti e partitini di eredità post-fascista. «Per quanto ci riguarda - anticipa Luigi Tosin per conto del Movimento idea sociale, ultima figliazione di Pino Rauti (ex del Msi pre-An, ex della Fiamma tricolore) - abbiamo fatto la scelta della partecipazione elettorale e l’intesa dovrebbe essere già stata raggiunta: forse con una qualche forma di presenza di alcuni nostri candidati parlamentari in posti sicuri delle liste di Forza Italia». Perché, è la spiegazione di Tosin (a sua volta ex coordinatore della Fiamma nel Vicentino), «il nostro nemico storico è la sinistra e possiamo portare un contributo all’alleanza di centrodestra». Pochi giorni fa a Chioggia, all’apertura di una nuova sede del Mis, Tosin ha ascoltato parole rassicuranti dal suo capo: «Ho girato il paese per inaugurare altre sezioni del partito e la base è entusiasta: e non parlo solo dei militanti del Movimento - ha detto Rauti - ma anche degli attivisti di Forza Italia che mi accolgono ovunque con simpatia». Una forma diversa dall’ospitalità diretta in Forza Italia - che molto preoccuperebbe i candidabili forzisti per la riduzione dei posti certi a loro disposizione - sarebbe quella indicata da Rauti ai suoi negli ultimi incontri di partito: «Collegare i nostri candidati a liste "per Berlusconi presidente" che ingloberebbero non solo i candidati di Movimento Idea Sociale, ma anche quelli di altri piccoli partiti». Potrebbero essere interessati a questa operazione-mosaico tutte le sigle che hanno la necessità di aggirare la doppia tagliola tecnica piazzata dalla nuova legge elettorale: prima la raccolta-firme di presentazione e poi la soglia di sbarramento al 2 per cento per entrare alla Camera. «Dobbiamo trovare l’accordo con tutte le forze che non stanno a sinistra»: su questo comandamento dettato dal leader forzista alla sua coalizione - in vista del difficile scontro elettorale del 2006 - fanno infatti conto, come Rauti & C., vari raggruppamenti minori e minimi con i quali alla fine si dovrebbe completare a destra un arco di sigle e di ideologie (dai "neri" skinhead alla mini-Dc centrista, dai socialisti governativi ai radicali non più pannelliani) non meno fantasioso e complicato di quello che metterà insieme la sinistra filo-prodiana. Alternativa sociale ha attive nel Vicentino due delle tre organizzazioni che si sono federate nel nome di Alessandra Mussolini (manca il Fronte sociale nazionale). Per Azione sociale radicata soprattutto nello Scledense, il coordinatore Alex Cioni conferma la prospettiva indicata dai rautiani: «Intanto aspettiamo il varo della nuova legge elettorale: se cambia e sarà come è stata scritta finora, ne prenderemo atto e procederemo. Come? Sosterremo un apparentamento con il centrodestra». Per Forza Nuova l’arzignanese Daniele Beschin aggiunge che lo sbarramento al 4 per cento imposto a chi volesse gareggiare fuori dalle coalizioni «imporrà convergenze con altre forze politiche»: «Comunque la Mussolini ufficialmente non ha firmato ancora nessun accordo: se ce ne sarà uno, dovrà essere prima programmatico e politico, e poi elettorale. Restiamo fermi sulle nostre proposte soprattutto di politica per la famiglia italiana e di lotta alla società multirazziale. E nessun interesse elettorale ce le farà annacquare». Ultimo partitino dell’arcipelago-destra, il Movimento sociale-Fiamma tricolore, che ha alla Camera il trevigiano Antonio Serena (ex-Lega, ex-An) e - dopo una fase di radicalizzazione politica - ha come coordinatore regionale Piero Puschiavo di Meledo (ex-Forza nuova) diventato anche membro della segreteria nazionale. Che cosa si prepara a fare la Fiamma che si definisce «forse l’unico partito italiano in Italia, l’unica vera “alternativa” in un mare centrista fatto di Silvio Prodi e Romano Berlusconi»? «Stiamo raccogliendo firme in tutta Italia - dichiara in questi giorni il leader Luca Romagnoli, euronorevole dal 2004 ed ex-partner politico di Rauti - perché è stata confezionata una legge che è fatta apposta per contrastare i partiti minori. Ad esempio: se si ha un parlamentare europeo si possono non raccogliere le firme, ma si deve essere in coalizione; se invece si è fuori dalla coalizione, le firme vanno raccolte. E raccoglierne 180 mila è davvero un'impresa».


Montecchio/1. Infuria la battaglia per i cellulari. Oggi un incontro “infuocato”
Cercano casa ben 10 antenne
I gestori chiedono, i gruppi consiliari si spaccano

di Eugenio Marzotto

Il giorno decisivo è oggi. Alle 16, commissione ambiente, assessore, Vodafone e Tim si siederanno al tavolo per discutere i siti delle dieci antenne per telefonini che i gestori vogliono installare a Montecchio. La patata è di quelle che scotta, perché se è vero che le compagnie possono installare le antenne dove vogliono, l’amministrazione punta a siti di rilevanza pubblica, ma c’è chi come Lega e Rifondazione che chiede un regolamento ad hoc. Oggi, amministratori da una parte, Tim e Vodafone dall’altra cercheranno una mediazione e Claudio Meggiolaro consigliere leghista avverte: «I gestori fanno il doppio gioco, cercando la posizione più adatta noncuranti delle conseguenze, bisogna invece vincolare la posizione delle antenne». «Se vogliamo che sorgano comitati per ogni impianto - spiega invece Giuseppe Galassini, consigliere comunale della sinistra radicale - dobbiamo tutelare alcune aree, dalle scuole ai centri anziani. Giusta l’idea di puntare sulle aree pubbliche, ma il Comune dovrebbe adeguarsi di un regolamento ad hoc per imporre ai gestori aree ben definite. Esistono sentenze del Consiglio di Stato che obbligano le compagnie telefoniche a seguire gli indirizzi delle amministrazioni locali e noi dobbiamo puntare a questa soluzione». A tentare di far chiarezza è l’assessore all'ambiente Massimo Meggiolaro, che ha cercato finora di trovare il male minore su una questione «in cui la competenza dell’amministrazione locale arriva fino ad un certo punto». «Tim e Vodafone qualche settimana fa si sono presentati in Comune con un loro programma che prevedeva dei siti prestabiliti per le antenne, prendere o lasciare. A quel punto abbiamo cercato di mediare, proponendo dei luoghi pubblici il più possibile lontani dal centro - spiega Meggiolaro -. Il fatto è che le compagnie telefoniche possono innalzare le antenne dove vogliono e i privati ci guadagnano fino a 20mila euro all'anno di affitto. A quel punto avevamo due strade da intraprendere. O lasciavamo carta bianca a Tim e Vodafone, oppure tentavamo di imporre dei siti ad uso pubblico e introitare l'affitto a beneficio della collettività. Abbiamo deciso per questa soluzione e tutt'ora stiamo discutendo con le compagnie telefoniche per trovare i siti migliori e con minor impatto visivo». La linea seguita dall’amministrazione insomma è quella “del mal comune, mezzo gaudio”, e alla fine sembra che su dieci antenne previste, sette andranno a finire sul suolo comunale e due in quello dei privati. Per ora si sa che un’antenna se l’è aggiudicata la Fiamm in viale Europa, mentre per un’altra la destinazione è stata trasferita da un condominio privato in centro storico alla rotatoria di viale degli Alberi. È tiepido invece l’assessore sulla possibilità di redarre regolamenti comunali per limitare il diffondersi delle antenne, Massimo Meggiolaro replica così a Galassini: «Non ci si rende conto che i regolamenti da imporre ai privati e alle compagnie telefoniche possono essere facilmente impugnati e così il Comune oltre al danno subirebbe la beffa di pagare i danni».