30 GENNAIO 2005

dal Giornale di Vicenza

"Un camion-bomba a Vicenza"
"Pm10, non ci furono omissioni di Hullweck"

Dopo le perquisizioni compiute nei giorni scorsi a carico di un gruppo di tunisini residenti fra Vicenza, Schio, Marano, Piovene, Malo e Bassano spuntano i retroscena dell’inchiesta Gli indagati - intercettati per un giro di cocaina - hanno parlato anche di un attentato in città
«Un camion-bomba a Vicenza»
Le indagini dei carabinieri avevano scoperto l’inquietante progetto

di Diego Neri

Un camion-bomba da far esplodere lungo una strada di Vicenza. È questo l’inquietante progetto da parte di un gruppo di tunisini spuntato dall’indagine antidroga che i carabinieri stavano conducendo nei mesi scorsi su alcuni magrebini residenti in città e provincia. Un attentato dimostrativo per «uccidere la gente che passava», da organizzare lungo una via di traffico intenso.
L’informazione era giunta ai militari del reparto operativo che nei mesi scorsi stavano lavorando per concludere l’operazione “Velvet underground”. L’informazione giunta ai detective del tenente Graziano Ghinelli e del luogotenente Marco Ferrante era che l’attentato doveva essere messo in atto entro la fine dell’anno. Per verificarla gli investigatori hanno immediatamente allertato il pm Marini della procura distrettuale antimafia di Venezia, specializzata nelle inchieste sul terrorismo internazionale. Sono nate da quest’informazione, captata durante le fasi di intercettazioni telefoniche e ambientali e durante la raccolta di testimonianze, le perquisizioni compiute fra mercoledì e giovedì a Vicenza, Marano, Piovene, Malo, Bassano e Schio, dove è stata visitata la moschea. Con l’ausilio dei colleghi del Ros di Padova, i militari vicentini hanno sequestrato parecchio materiale documentale che ora è al vaglio degli esperti. Da quanto è emerso finora, però, i tunisini finiti a vario titolo nell’inchiesta non sarebbero stati in grado di preparare un attentato di quel genere, che avrebbe potuto mietere decine di morti. Lo testimonia il fatto che nelle abitazioni e nei locali perquisiti non è spuntata traccia di esplosivo. Ma era doveroso controllare, e comunque l’indagine è tutt’altro che chiusa. L’inchiesta sul gruppo di presunti fiancheggiatori del gruppo salafita tunisino era stata avviata in settembre. Fino ad allora, gli investigatori avevano lavorato, coordinati dal pm Mazza, su un giro di cocaina che partendo da Padova arrivava dritto in centro città. Sedici le persone che vennero arrestate fra maggio e settembre, fra cui una decina di tunisini. I carabinieri avevano cercato però di andare in profondità, per capire da dove arrivasse la droga. E per questo avevano puntato i riflettori su alcuni magrebini, facendo scoperte interessanti. Ad esempio, che - secondo l’ipotesi dei magistrati - i guadagni dello smercio di “neve” servissero a finanziare attività terroristiche compiute in Africa o Medio Oriente. Già questo bastava per avviare un’altra inchiesta, parallela a quella dello spaccio. Fin che non è emersa la possibilità, ventilata durante i colloqui intercettati, di organizzare un attentato proprio a Vicenza. I tunisini non avrebbero però pensato di prendere di mira una base militare (il primo obiettivo sensibile della città, oltre ai monumenti storici, religiosi e artistici, o l’aeroporto Dal Molin, è la caserma Ederle di viale della Pace), bensì genericamente una via di comunicazione. Fra l’altro, la notizia giunta in caserma era quella di un camion carico di esplosivo da far scoppiare in un orario in cui il traffico fosse intenso, per fare morti e feriti. L’obiettivo era quello di farlo esplodere entro il 2004, negli ultimi mesi dell’anno. Con questi presupposti gli inquirenti hanno voluto far subito chiarezza. E infatti l’inchiesta antidroga è passata subito in secondo piano. Con la procura veneziana sono state pianificate le perquisizioni, anche se dalle informazioni raccolte i carabinieri si erano resi conto che difficilmente quel gruppo di tunisini avrebbe potuto organizzare un attentato terroristico di quelle proporzioni. Il risultato dei blitz ha confortato questa ipotesi: né armi né ordigni sono stati trovati, bensì libri e molto materiale religioso che rimanda ai principi della religione musulmana. L’indagine si è sviluppata nel massimo riserbo, anche per non creare allarmismi. Si trattava poi di tutelare l’incolumità di cittadini ignari di quanto si stava architettando a loro insaputa. I carabinieri hanno agito nell’ombra con la coscienza di avere una grossa responsabilità. I retroscena del blitz di mercoledì sono emersi in questi giorni quando la massima allerta sembra passata, sia perché è scaduto l’ultimatum che si sarebbero dati i terroristi sia perché l’esito delle perquisizioni è stato, da questo punto di vista, negativo. L’ipotesi che gli indagati contribuissero alla lotta armata in Africa è ora al centro dell’interesse investigativo. Una risposta in merito la si avrà quando sarà concluso lo studio dei documenti sigillati.


«Pm 10, non ci furono omissioni di Hüllweck»
Il pm Severi chiede la chiusura del fascicolo aperto per l’esposto di “Cittadini per l’Ulivo”

di Diego Neri

Il Comune, finora, sul fronte della lotta allo smog ha agito in maniera congrua, facendo quello che poteva fare. È la tesi del pm Alessandro Severi, che nei giorni scorsi, a ridosso del paventato blocco della circolazione per far abbassare la concentrazione di pm 10 nell’aria vicentina, ha chiesto l’archiviazione del fascicolo che aveva aperto alcuni mesi fa in seguito ad un esposto sottoscritto dall’associazione “Cittadini per l’Ulivo” a firma dell’ex consigliere comunale Adriano Verlato. Il magistrato ha motivato con dovizia di dettagli la sua richiesta di archiviazione già inoltrata al gip. Lo stesso Verlato ora è in attesa di leggere l’articolato provvedimento, e ammette che sostenere l’omissione da parte del sindaco è effettivamente complesso. L’esposto inviato in procura nel marzo di un anno fa ipotizzava infatti l’omissione di atti d’ufficio da parte di Enrico Hüllweck e della sua giunta di centrodestra. In particolare, sarebbero mancati un monitoraggio capillare sull’inquinamento atmosferico a tempo debito, l’attuazione di un pano del traffico che scoraggi l’uso delle auto migliorando in contemporanea il servizio pubblico, ed infine - era il marzo di un anno fa - l’esposto segnalava il ritardo nell’applicazione di provvedimento restrittivi della circolazione. In particolare, però, Verlato aveva sottolineato come a Vicenza non ci fosse un piano preciso e a lungo termine. Il ragionamento dei “Cittadini per l’Ulivo” è quello che il sindaco, essendo primo responsabile della salute pubblica, dovrebbe attivarsi di più nella battaglia contro le polveri sottili. Inoltre, lo stesso Verlato nell’esposto aveva indicato alcune soluzioni per combattere lo smog, fra cui la creazione di parcheggi d’interscambio fuori città e collegamenti verso il centro con bus elettrici che non inquinano.
Recentemente, i legali del sindaco avevano opposto a questa tesi il fatto che il Comune si fosse mosso in più modi per combattere l’inquinamento atmosferico, e che in ogni caso si tratta di questioni dalla valenza amministrativa e politica più che giuridica. È questa la tesi sposata dalla procura, che ha chiesto di mandare all’archivio il fascicolo per omissione, in quanto non ci sarebbero i presupposti per mandare a processo il sindaco. Lo stesso percorso dovrebbe seguire anche un altro esposto, di Legambiente, sul tavolo del pm Vartan Giacomelli. Ma l’ultima spetta al gip.