18 GIUGNO 2006

Proteste dal carcere di San Pio X Sciopero del vitto per l’amnistia
Dal Molin agli Usa «Siamo contenti e ora tutti a Roma»

Lettera da dietro le sbarre: «Tante promesse dai politici, basta che non ci illudano»
Proteste dal carcere di San Pio X Sciopero del vitto per l’amnistia
I detenuti rifiutano i pasti per due giorni e chiedono al governo la clemenza

di Eugenio Marzotto

Sono quelli che vivono in tre in uno spazio di 6 metri quadri, quelli che convivono con tossicodipendenti e malati psichici, quelli che guardano passare il tempo mentre il tempo non passa mai. Sono i detenuti di Vicenza, che con un atto simbolico chiedono a chiare lettere un atto di clemenza, quell’amnistia che lo stesso ministro della Giustizia Clemente Mastella, ha promesso qualche settimana fa in visita al “Regina Coeli” di Roma. I detenuti del San Pio X hanno rifiutato il vitto giornaliero, niente pasti per due giorni; loro sono decisi a porre la questione con forza, respirando la possibilità di uscire dal carcere e rifarsi una vita. Ci sperano e non vogliono essere illusi da chiacchiere sulla loro pelle, sanno che ora la questione aperta dal governo può arrivare ad una soluzione. Una soluzione attesa dai tempi della visita di Giovanni Paolo II in Parlamento, quando il Papa invitò le forze politiche a discutere e approvare l’aministia per migliorare la condizione carceraria. Una lettera giunta al nostro giornale, firmata: “detenuti dell’alta sicurezza e comuni”, mostra quale sia l’atmosfera nella casa circondariale di Vicenza. Parole scritte da “uno di loro”, Franco Napoletano che con semplicità spiega: «In questo periodo in cui il nuovo governo si è insediato ci sono molti problemi da affrontare. L’economia, il deficit, il precariato e la guerra. Ma ora che tutti si muovono per rilanciare il nostro paese con nuove soluzioni, nuove prospettive e nuovi sistemi, crediamo che sia veramente ora di affrontare anche il “problema carceri”, partendo proprio da questo atto di clemenza di cui tanto si parla». La lettera poi fa riferimento al rapporto con il mondo esterno: «Sappiamo di essere visti non in modo positivo fuori da queste mura, di essere gli ultimi della classe, ma vorremmo poter essere aiutati a vivere in situazioni igienico sanitarie migliori, ad abitare nelle nostre stanze senza sovraffollamento, avere la possibilità di vedere altre prospettive. Ma per fare questo bisogna che qualcuno decida veramente di sedersi intorno ad un tavolo per migliorare tutto il sistema carcerario. È inutile - continua la lettera - che vengano fatte le solite promesse solo per illuderci. La popolazione detenuta deve trovare una via per ricominciare, abbiamo bisogno che il governo trovi veramente delle nuove soluzioni per darci la possibilità, sempre per chi si mostra intenzionato al reinserimento». E ancora: «In carcere scontano la pena tossici, alcolisti, immigrati. Per le due categorie ci sono delle strutture esterne che danno il loro contributo al recupero, ma per i molti stranieri chi dà aiuto?» Un atto di clemenza per mettere ordine a tutto il sistema carcerario, questo l’obiettivo della protesta pacifica in carcere, dove molti dei detenuti hanno rifiutato pranzo e cena. Tra le righe della lettera spedita al giornale si legge soprattutto la volontà di ricominciare da parte di chi sa di aver sbagliato. «Vorremmo dimostrare che qui dentro si può rinascere, si può ricominciare una nuova vita e dopo aver fatto il percorso di reinserimento, uscire di qua con la voglia di seguire la strada giusta e non cadere più in certi sbagli». «Con l’amnistia si può da una parte dare sollievo ai detenuti e dall’altra parte, con l’uscita di un certo numero di carcerati, diminuire il sovraffollamento. Più si perde tempo e più la situazione carcere diventerebbe incontrollabile, il governo deve prendere questa importante decisione. Anche qui dentro ci sono persone con cuore, sentimenti e anima e con la voglia di ricominciare veramente una nuova vita».


Nota della Ederle dopo il sì del Comipa
Dal Molin agli Usa «Siamo contenti e ora tutti a Roma»

(al. mo.) «Contenti»; «Un passo avanti»; «Un piacere lavorare con la città e tutti gli altri enti». Non nascondono la soddisfazione i vertici del comando Usa Setaf della Ederle dopo il sì di giovedì scorso del Comipa, il Comitato misto paritetico che ha dato l’ok al progetto del passaggio del Dal Molin agli americani. Al punto che, nonostante ci siano altri passi fondamentali da fare come ottenere il sì del Governo, parlano già di «piano di transizione da sviluppare insieme». La nota di Vincent C. Figliomeni (nella foto), consigliere politico della base Usa, ricostruisce il voto di giovedì dove «oltre ai membri del comitato, composto da un ugual numero di militari e civili, ha presenziato come osservatore anche il sindaco di Vicenza con il segretario Zaccaria». Una presenza senza diritto di voto, ci tiene a precisare. Dopo l’approvazione del progetto «la vicenda sarà portata sul tavolo del gruppo di lavoro costituito a Roma, assieme a Comune e Provincia di Vicenza, per esaminare nei dettagli la fattibilità dell’operazione». Tavolo dove siederanno anche delegati di Difesa, Trasporti ed Enac (l’ente per l’aviazione civile). Il tutto, dice sempre la nota della Ederle «salvaguardando le esigenze dell’aeroporto civile e della comunità vicentina». Poi toccherà al parere della commissione ministeriale e al governo. Ma chi vede nel passaggio del Dal Molin agli Usa un problema non resta in silenzio. Il centrosinistra infatti chiede il referendum fra i cittadini, proposta avanzata a suo tempo anche dal sindaco Hüllweck. L’Udeur in particolare è sul piede di guerra: «Quel voto favorevole del Comipa non ci sorprende visto che è formato prevalentemente da militari e da esponenti del centrodestra». Insomma «è tempo che il governo Prodi si esprima con chiarezza: dobbiamo impedire che a Vicenza si consumi l’ennesimo sacco del territorio».