11 SETTEMBRE 2004

dal Giornale di Vicenza

Precari, la beffa delle assunzioni
VALDAGNO. Quindici anni senza cattedra

Precari, la beffa delle assunzioni
«Gli immessi in ruolo sono 114 su circa 6 mila» Polemica assemblea anche sul "reclutamento"
Per il ministro Moratti sono il 30%, in realtà i numeri dicono solo 1,9%

di Anna Madron

I numeri non tornano. E nemmeno le percentuali. Almeno quelle sbandierate dalla Moratti che dai tg nazionali si è detta soddisfatta per quel «30% di assunzioni tra i precari». Un’affermazione che gli insegnanti a tempo determinato non hanno proprio digerito. Anzi, chiamati in causa dalle esternazioni televisive del ministro, i prof, più battaglieri che mai, hanno subito provveduto a smentire, cifre alla mano, i dati del Miur, sottolineando come, dopo i clamorosi errori delle graduatorie permanenti, «ora è la volta di quelli sulle assunzioni». «Le cose non stanno così - spiega Alessandra Pranovi, esponente del Cip vicentino, il Comitato insegnanti precari - e lo dicono i numeri. Dei 32300 iscritti nelle graduatorie permanenti delle scuole medie e superiori, 395 sono stati immessi in ruolo per l’anno scolastico 2004-5, ovvero l’1,2%. Una percentuale lontanissima da quella dichiarata dal ministro Moratti».
Anche i dati vicentini non collimano in alcun modo con la versione del Miur. In provincia per l’anno scolastico 2004/5 gli iscritti nelle graduatorie permanenti di scuole medie e superiori sono 5940 a fronte di 114 immissioni in ruolo, pari all’1,9%. I precari previsti in cattedra invece, sempre per quest’anno, sono 1500. «A fronte di questi dati restiamo sbalorditi di fronte alle affermazioni del ministro - prosegue la Pranovi - che dichiara pubblicamente che è stato assunto il 30% degli insegnanti precari. Tra l’altro anche la percentuale nazionale non si scosta di molto da quell’1,2% che si riscontra nelle scuole secondarie di primo e secondo grado».
Precisazioni che sono rimbalzate anche a Mestre, nell’assemblea organizzata dai precari per riflettere sul caos in cui versa la scuola pubblica. Sempre più “precarizzata”, dato che ogni anno in cattedra salgono 200 mila insegnanti a tempo determinato, persone definite “invisibili”, perché il contratto scade ogni anno nel mese di giugno senza che avvenga un vero e proprio licenziamento. La precarizzazione inoltre, è stato sottolineato durante l’incontro a cui hanno preso parte gli insegnanti vicentini, è un problema che tocca da vicino anche l’utenza, dal momento che ogni anno un esercito di professori ruota di scuola in scuola, senza la possibilità di garantire la continuità didattica e programmare un piano di lavoro calibrato sulle classi. Fra i temi affrontati anche il contenuto della bozza del decreto attuativo della riforma Moratti sul futuro della formazione e del reclutamento degli insegnanti (il controverso art. 5). «Nulla di nuovo relativamente ai corsi di laurea specialistica a numero chiuso (il numero degli aspiranti docenti dovrà essere pari a quello dei posti disponibili) - prosegue Alessandra Pranovi - all’iscrizione degli aspiranti in un albo regionale, ai contratti di formazione lavoro sottoscritti direttamente tra le scuole e i docenti a inizio carriera (che saranno assunti al termine del tirocinio), alla stretta collaborazione tra mondo dell’istruzione e quello universitario. Ma se si analizzano i contenuti del documento che sta per approdare al Consiglio dei ministri, nella parte relativa alle graduatorie per il reclutamento, si scopre che le graduatorie permanenti si trasformeranno in graduatorie “ad esaurimento”». Che significa? «Che per chiudere la partita dei precari andando "ad esaurimento" - conclude Pranovi - ci vorranno, conti alla mano, almeno alcuni secoli».

E il Cip incontra sia Forza Italia che la Margherita

(an. ma) I precari bussano alla porta dei partiti. Chiedono di essere ascoltati, mostrano dati, percentuali, numeri che parlano da soli e che bene illustrano l’emergenza con cui da anni sono costretti a fare i conti 200 mila insegnanti a tempo determinato. Un disagio profondo, portato all’attenzione dell’unica Commissione provinciale scuola di Forza Italia del Veneto, costituita da una dozzina tra docenti, presidi, esperti e coordinata da Maria Rosa Pellizzari. A loro Alessandra Pranovi, esponente del Cip, il Comitato precari, ha esposto sia le problematiche di tipo occupazionale, sia le conseguenze del precariato sulla qualità dell’insegnamento che ogni anno vede ruotare in cattedra 1500 nuovi docenti che al 30 giugno vengono puntualmente licenziati. Di qui «tensioni e difficoltà, comprese quelle economiche, di tanti lavoratori della scuola - osserva il presidente del Consiglio provinciale Paolo Pellizzari che ha preso parte all’incontro con il Cip (e che parla però, tiene a precisare, a titolo personale, avendo seguito da vicino le vicende della categoria) - abbandonati dal mondo della politica, sia quello di centrodestra che di centrosinistra, ma anche dai sindacati che non hanno preso una posizione proporzionata alla gravità del problema». Che investe in pieno anche l’utenza, dal momento che, prosegue Pellizzari, «viene meno la continuità didattica e di conseguenza la qualità dell’insegnamento». Soluzioni? A livello partitico Forza Italia ha garantito, attraverso la commissione vicentina, l’impegno a sostenere la vertenza sia in Regione che a livello governativo, senza rinunciare però, aggiunge Pellizzari, «ad un confronto trasversale, per dare forza e visibilità alla questione». Della quale si è discusso anche ieri pomeriggio, questa volta alla presenza del consigliere regionale della Margherita Achille Variati, che ha incontrato il presidente del Cip Francesco Casale, insieme alle colleghe Pranovi e Antonella Balasso. Le istanze presentate da quest’ultimi sono le stesse contenute, tra l’altro, in un’interrogazione regionale, a firma dello stesso Variati, in cui si evidenzia il caos in cui versano le graduatorie e si chiede l’assicurazione da parte del governo che in futuro non si ripresentino simili emergenze. Tra le richieste avanzate dal Cip alla Margherita anche il recupero dello stipendio dal 1° settembre, oltre all’assegnazione in ruolo di tutti i posti previsti dagli incarichi annuali. Per evitare che l’annuale “balletto” delle cattedre si ripercuota negativamente sugli alunni.


Due insegnanti con famiglia raccontano le proprie esperienze di "eterne precarie"
Quindici anni senza cattedra
«È logorante, perdiamo il coraggio e la speranza»

di Marco Scorzato

Lavorano nella scuola rispettivamente da cinque e quindici anni. Da altrettanti stanno peregrinando attraverso tutto il territorio provinciale per restare aggrappate a quel lavoro. Hanno famiglia, ma arrivare alla fine del mese è per loro una sfida continua. Percepiscono oggi uno stipendio uguale a quello del primo anno d'impiego, senza scatto d'anzianità alcuno; ogni anno, a luglio e agosto sono ufficialmente disoccupate, con tanto di assegno. Fanno un lavoro, ma non hanno un "posto" di lavoro. Il loro presente è la provvisorietà, il futuro professionale un enorme punto interrogativo: sono insegnanti "precarie" alla scuola secondaria. Si chiamano Marialuisa Scarmagnan e Antonella Balasso e a Valdagno, e in Italia, sono solo due "casi" di un fenomeno molto - troppo - diffuso.
«Sono precaria dal 2000», racconta Marialuisa Scarmagnan, valdagnese di 35 anni, una laurea in architettura a Venezia e così tanta passione per il suo lavoro da essere motivata a fare l'insegnante di sostegno per tre anni. «Il primo anno ho accettato un lavoro in Trentino. Mi alzavo alle 4 tutte le mattine. Poi mi sono avvicinata, lavorando con ragazzi disabili. Lo scorso anno ho avuto una cattedra all'Itis di Valdagno, ma il mio pellegrinaggio non è finito. Sono in attesa della nuova destinazione». Che quest'anno tarda ad arrivare: le convocazioni dell'ex Provveditorato avverranno il 13 settembre, quando molte scuole avranno già iniziato l'attività. Anche quando ha lavorato a Valdagno, Marialuisa Scarmagnan non ha mai smesso di viaggiare: «Dovevo specializzarmi - afferma -. Per un precario la specializzazione è tutto: ottenere abilitazioni all'insegnamento è vitale per scalare le graduatorie. Ma è un salasso dal punto di vista economico: in 4 anni, tra corsi vari a Venezia, Padova e Vicenza non ho avuto un momento di pausa. Oltre ai costi degli spostamenti, ho speso quasi 8 mila euro di tasse». Poco meno dello stipendio annuo di un precario. «Le nostre retribuzioni sfiorano la soglia della povertà, secondo gli indici Istat - prosegue Scarmagnan - e sono sempre quelle del primo anno. Sono sposata ma un figlio non è nei programmi: è penoso dirlo, ma non posso averlo adesso». La sua collega Antonella Balasso, invece, ha due figlie. Ha 44 anni, 20 di lavoro sulle spalle di cui 15 a scuola, da precaria: «Mi sento come se fossi al primo anno di gavetta - ammette -. Essere precari è logorante. A luglio e agosto godiamo solo di un assegno di disoccupazione, anche se almeno i contributi ci vengono versati». Poi, a settembre, la nuova collocazione, sempre tardiva rispetto alle reali esigenze, e ai diritti, di un precario: «Arrivando a settembre - spiega Balasso - dobbiamo "subire" gli orari predisposti da altri. Non è un capriccio, il nostro, ma un'esigenza: i precari spesso devono "dividersi" insegnando in più istituti. Ma se gli orari non combaciano si deve rinunciare ad un posto cui si aveva diritto, dimezzando lavoro e stipendio». Lo scorso anno Balasso si divideva tra Valdagno e Schio. «In 15 anni ho girato tutta la provincia, da Vicenza a Bassano ad Arzignano, ricominciando ogni anno daccapo. Ma così si perde coraggio e speranza». E conclude, aprendo uno squarcio su un altro aspetto della precarietà dell'insegnamento: «Sono preoccupata per le mie figlie, che vanno a scuola, perché alla fine sono anche gli studenti a rimetterci in tutto questo: quando cambiano insegnante tutti gli anni non si instaurano rapporti veri e a risentirne sono l'apprendimento e l'educazione».