09 SETTEMBRE 2006

Hüllweck: «Non posso decidere io»
Piove al “ristorante Palladio” la cena finisce sotto l’ombrello

Hüllweck: «Non posso decidere io»
La provocazione: «Prodi mi dovrebbe dare la delega sulla politica estera»

di G. M. Mancassola

Roma chiama Vicenza e Vicenza rilancia la palla a Roma: sul “Dal Molin” è sempre e ancora guerra di nervi, in cui perde chi molla per primo. È come svegliarsi da un sonno durato un mese. Per tutto agosto del “Dal Molin” e della nuova caserma Usa non si è più saputo nulla. Poi arriva settembre, il mese che dovrebbe essere decisivo per il sì o per il no, e suona all’improvviso la sveglia. A innescarla ci ha pensato l’on. Mauro Fabris dell’Udeur, che parlando da uomo di maggioranza in Parlamento lancia un messaggio chiaro al Comune: «È ora di dire sì o no». Perché senza un no deciso, il progetto rischia di arrivare in porto. Nel frattempo, anche ieri, come da alcune settimane a questa parte, una squadra di tecnici era al lavoro sul terreno dell’aeroporto per l’esame geotecnico e archeologico per conto degli americani (nella foto in alto a sinistra). Agli utilizzatori dell’aeroporto, come l’aeroclub, sono già arrivate le prime comunicazioni che ventilano l’ipotesi di un trasferimento nel settore oggi militare. Chiamato ancora una volta in causa, il sindaco Enrico Hüllweck, però, si scansa e dice chiaro e tondo che non intende convocare il consiglio comunale per dare un voto nell’indeterminatezza. «Da giugno ho scritto più volte al Governo Prodi per sapere qual è la posizione di palazzo Chigi e per conoscere esattamente ciò che verrà realizzato - spiega Hüllweck -. Purtroppo, non ho ancora avuto alcuna risposta. Non voglio polemizzare con l’on. Fabris, ma non è un rappresentante del Governo. Prima di chiedere a me di pronunciarmi, rispondano loro. Sarebbe già qualcosa se dicessero che non hanno ancora preso decisioni. Oppure, che non hanno alcun interesse». La chiave di volta, secondo il ragionamento del sindaco, è proprio l’interesse: «Mi sembra di capire che il cancelliere tedesco Angela Merkel ha manifestato il suo interesse per avere una base Usa. Perché non può esprimersi, in un senso o nell’altro, anche il nostro Governo. Dicano se sono interessati o no. Noi vicentini non lo siamo: io personalmente non ho alcun interesse che vengano in città altri 1.800 soldati americani. Eventualmente, è un interesse del Governo, che si occupa dei rapporti internazionali. Quindi: se il Governo non ha interesse alla costruzione di una nuova caserma, lo dica subito che la finiamo qui; se invece gli fa gioco, lo manifesti e a quel punto siamo disponibili a sederci intorno a un tavolo per collaborare e porre alcuni paletti di salvaguardia. Sembra invece che il Governo, cercando di dare la palla al Comune, si tolga da ogni responsabilità nel garantire elementi di salvaguardia alla città nel caso in cui l’opera venga realizzata». Hüllweck poi allarga le braccia sul piano delle competenze: «C’è una legge che attribuisce esplicitamente al Governo il compito della decisione finale per insediamenti militari, come la caserma al “Dal Molin”. Giuridicamente, in altre parole, il Comune non ha strumenti per opporsi. Ammettiamo, infatti, che ci dicano: decide Vicenza. Benissimo. Ma chi lo può fare? Non il sindaco, né la giunta. Credo che toccherebbe al consiglio comunale. E allora: con quale atto? Possiamo, noi, votare un ordine del giorno o una delibera che, uscendo dalle competenze di un ente locale, il giorno dopo verrebbe impugnato con successo da chiunque davanti al Tar? È come se deliberassi che i vicentini da domani non pagheranno più le tasse: non lo posso fare». La via d’uscita, quindi, è ragionare quasi per assurdo: «Potrei presentarmi in consiglio comunale soltanto se il Governo approvasse un decreto legge o facesse approvare al parlamento una legge con cui si esonera Vicenza al rispetto della legge 898 del 1976. Ma un Governo che dovesse delegare a un Comune un argomento di politica estera e di difesa, il giorno dopo andrebbe a casa. Piuttosto: è possibile che un Governo che decide una missione di guerra come quella in Libano non riesca ad esprimersi su un argomento così piccolo rispetto alle problematiche nazionali e internazionali?». Una cosa è certa nei ragionamenti del sindaco: «Non intendo passare per quello che vuole gli americani a tutti i costi. Vorrei ricordare che a mio parere la maggioranza dei vicentini non è favorevole a questo progetto. Anche perché in questa confusione, nessuno si sente tranquillo e mi ci metto anch’io tra costoro».

Il consiglio comunale di fronte all’eventualità che sul Dal Molin Roma dica “Vicenza parli ora o taccia per sempre»
«Se il governo vuole, pronti a discutere e votare»
E il capogruppo di Forza Italia prevede vincente il “sì” alla nuova base americana

di Antonio Trentin

«Se davvero il governo manderà a Vicenza una richiesta ufficiale di parere sull’insediamento della nuova super-caserma americana, il consiglio comunale dovrà pronunciarsi». Andrea Pellizzari, capogruppo di Forza Italia, partito che vale da solo metà maggioranza di centrodestra, non ha dubbi né paure. In sala Bernarda è stato uno dei pochi, se non l’unico, a dire chiaramente che "sì, la base militare va bene". Conta di portare su questa posizione, al momento del voto, «gran parte, se non proprio tutta, Forza Italia». E prevede che «i numeri per un sì dovrebbero esserci: Alleanza nazionale è abbastanza favorevole, la Lega Nord anche e la sua capogruppo Manuela Dal Lago l’ha espresso chiaramente». Dopo che da Roma il deputato dell’Udeur Mauro Fabris ha avvertito sull’imminenza di un quesito del governo alla città (è favorevole o no all’arrivo delle truppe statunitensi sull’area dell’aeroporto "Dal Molin" trasformata in villaggio militare a stelle e strisce?) l’attenzione si sposta tutta sugli atteggiamenti e la risposta che possono maturare in Comune. Il sindaco Enrico Hüllweck dice che lui e la giunta non daranno opinioni: la linea politica resta quella costruita dopo la staffetta di governo Berlusconi-Prodi e l’esplodere del caso-Dal Molin in città, e cioè "la responsabilità se la prenda Roma". Per l’opposizione, invece, «un pronunciamento sarà indispensabile» come chiede il capogruppo dei Ds Luigi Poletto: «Non ci si può più nascondere. Quando il governo dovesse dire "e allora a noi la base a Vicenza va bene, visto che Vicenza non ha niente da dire" è necessario che le istituzioni si pronuncino». Appuntamento in consiglio comunale, dunque, in modi e forme ancora tutti da inventare? «Credo che ce la giocheremmo sul filo dei due-tre voti» dice, più prudente del collega forzista, il capogruppo di Alleanza nazionale Luca Milani, anche lui pronto alla chiarezza: «Se Roma chiederà un parere, un passaggio in consiglio comunale è doveroso». La conta sarà comunque su scarti risicati. «Il centrosinistra è compatto sul "no" a questo insediamento"» conferma per la Margherita il capogruppo Marino Quaresimin. Finirebbe 25 a 16 per il centrodestra, se non fosse che almeno un paio di consigliere elette con la maggioranza stanno già sul fronte degli avversari della base (Franca Equizi leghista in sospensione dal partito, Chiara Garbin forzista del Movimento Ppe) e che potrebbero esserci altre defezioni. «Spero che tutti, al momento giusto, ragionino fuori dall’emotività del momento - auspica Milani - perché se ci si limitasse a quella, alle reazioni che ci sono in città, allora potrebbero prevalere i "no"». In consiglio comunale, finora, ci sono stati soltanto dei "no ai no" votati dalla Casa delle libertà contro l’opposizione unionista, tra maggio e luglio, ma non c’è mai stato nessun "sì" all’insediamento militare statunitense all’aeroporto. Non ce n’era bisogno, interpreta l’Amministrazione Hüllweck, perché la materia non è diretta competenza comunale. Ce ne sarà bisogno, forse, se da Roma arriverà l’ultimatum "Vicenza parli ora o taccia per sempre". Sull’eventuale pronunciamento, «tutto dipenderà da come sarà formulato l’interrogativo» dice ancora Milani: «Di sicuro il governo Prodi non può far dipendere la scelta esclusivamente dal parere della città, perché sue sono le responsabilità finali. E bisogna separare i due campi che rischiano di confondersi: sull’impatto territoriale e urbanistico può pronunciarsi il Comune, le questioni di sicurezza e difesa nazionale restano competenza del governo». Obietta Poletto: «Se arriverà un atto ufficiale del governo, che chiede che cosa vuole la città, sarà giusto rispondere con un atto ufficiale che esprima il risultato di un dibattito approfondito in consiglio. E in nome del federalismo e delle autonomie locali è giusto che il governo ascolti quello che vuole Vicenza attraverso i suoi rappresentanti istituzionali». Resta da aprire, come suggerisce l’onorevole Fabris, una prospettiva: quella di un sito alternativo al "Dal Molin" da indicare ai militari americani, in tempo perché Vicenza non sia tagliata fuori dagli stanziamenti del Congresso Usa previsti per metà ottobre, e per confermare che il "no alla base sul Dal Molin" è rigorosamente tecnico-urbanistico e non è inquinato da contrarietà ideologiche. «A Vicenza Est ci sono 500 mila metri quadrati di terreni delle Ipab - commenta Quaresimin riferendosi all’idea lanciata dal parlamentare dell’Udeur -. Le Ipab hanno bisogno di fondi per i loro investimenti per l’assistenza agli anziani. Perché non pensarci, anche nell’ottica di garantire così i posti di lavoro dei dipendenti vicentini dell’amministrazione militare americana?». Aggiunge Milani: «Vicenza Est? Se Fabris ha elementi concreti, li esponga e discutiamone subito, senza preclusioni». Chiude Poletto, dubbioso: «Un’ubicazione a Vicenza Est lascerebbe irrisolte le questioni della sicurezza: in tempi di terrorismo globale Vicenza diventerebbe comunque un obiettivo più sensibile».


Dei 600 presenti solo dieci marines Usa gli unici rimasti all’aperto
Piove al “ristorante Palladio” la cena finisce sotto l’ombrello
Tavoli e commensali spostati in emergenza fra i portici del Corso

di Gian Maria Maselli

Tanto tuonò che piovve. Per otto anni era andata liscia alla Cena dei Oto. Ma ieri sera Giove Pluvio, sgradito ospite, ha deciso di farsi aggiungere un posto a tavola proprio nel bel mezzo della cena, al “Ristorante Palladio”. Scatenando un fuggi-fuggi generale. I commensali si sono rifugiati (tavoli compresi) sotto i portici del Corso e negli androni dei palazzi. I dieci cuochi e le trenta cameriere si sono strette sotto i piccoli gazebo utilizzati dall'organizzazione. Sembrava l'amara fine di una serata nata in modo perfetto: clima estivo, la suggestione di cenare all'ombra dei palazzi di corso Palladio con una stuoia rossa che corre sotto tavoli imbanditi. Per sottofondo musica classica, filodiffusa lungo i trecento metri di tavolata, dall'incrocio con contrà Fogazzaro fino a quello con contrà Porti. Una location principesca, riservata a chiunque volesse pagare 35 euro: molte compagnie di giovani, tanti volti noti della politica locale a partire dal padrone di casa il sindaco Enrico Hüllweck, alcuni tavoli di anziani ospiti di case di riposo oltre a una decina di soldati della Ederle e tanti vicentini “comuni”. Sembrava una serata perfetta, con un menu a base di polenta e baccalà mantecato per entrata, pasta e fagioli e bigoli per primo, spezzatino in tocio per secondo e i biscotti secchi veneti per chiudere assieme a grappe e caffè. Neanche il tempo di assaporare i vini bianchi e rossi dell’antipasto ed ecco iniziare un sinistro tambureggiare e lampeggiare nel cielo. È a questo punto che è uscita tutta la tempra dei vicentini: senza battere ciglio i seicento commensali si sono sistemati sotto i portici a pochi centimetri dalle vetrine del Corso, guardati in modo perplesso dai manichini dei negozi. Deciso a non mollare, anche il personale del catering La Reggia ha ripreso immediatamente il servizio, sotto la pioggia che nel frattempo si era fatta più blanda. Qualche vassoio di pastasciutta è diventato di pasta bagnata. Qualche gocciolona è finita anche sullo spezzatino in tocio con polenta e sulle patate con rosmarino. Ma alla fine è andata bene così: con un'allegria imprevista che solo le emergenze di questo genere sanno suscitare. I seicento commensali vicentini l'hanno (quasi) tutti presa in ridere: stretti stretti, sorretti dal coraggioso esempio delle cameriere (senza ombrello) e anche dei dieci marines, che si sono rifiutati di andare al riparo anche solo per un momento e che hanno continuato a dedicarsi alla “cartucciera” di Sumas bianco e Ombroso rosso che si erano fatti portare in tavola.