05 SETTEMBRE 2005

dal Giornale di Vicenza

ARZIGNANO.Le fiamme si divorano la Vegam

Le fiamme si divorano la Vegam

di Eugenio Marzotto

In via Sesta Strada il sole di mezzogiorno ha smesso di illuminare. Un buio improvviso ha fatto diventare spettrale un pezzo di zona artigianale e l'angoscia per tutta la giornata si è fatta largo tra le famiglie di Arzignano. Ci sono volute almeno quindici ore per spegnere l'incendio scoppiato nell'azienda Vegam e alla fine non è rimasto più nulla di una delle realtà industriali più all'avanguardia della zona. Le cause non si conoscono ancora, ma non si esclude nessuna pista (e il pubblico ministero Paolo Pecori ha aperto un’inchiesta e già nella giornata odierna potrebbe incaricare un consulente tecnico per eseguire un primo sopralluogo sul teatro dell’incndio), quello che è certo che è che il fuoco ha mangiato quasi 200 metri di capannone, con danni per milioni di euro al momento non quantificabili con precisione. Ieri ad Arzignano si è consumato l'incendio più devastante nella storia della Valchiampo e a farne le spese è stata una della aziende del gruppo Spac guidato dalla famiglia Bedeschi, leader mondiale nella lavorazione e produzione di laminati plastici e derivati dal petrolio. Dei 7 mila metri quadri circa dove lavoravano 47 dipendenti, fatti di magazzini, linee produttive, laboratori e uffici, non resta che uno scheletro annerito di murature pronte per essere demolite. Il disastro ha sfiorato anche la casa madre, ovvero la Spac, che è attigua alla Vegam in via Sesta Strada nella zona artigianale di Arzignano che ha dovuto fare i conti con centraline fuse e qualche cavo elettrico briciato. Almeno duecento metri di fumo nero e vortici di fuoco hanno imprigionato prima e demolito poi, una delle aziende a maggiore incidenza tecnologica della zona. Ma il pensiero fisso ieri, tra i cittadini di Arzignano, Montorso e Chiampo è stato quello che si potesse verificare un disastro ambientale senza precedenti. Il panico è aumentato quando attorno all'una il sindaco di Arzignano Stefano Fracasso e di Montorso Diego Zaffari, hanno ordinato alla polizia municipale di avvisare i cittadini di chiudere le finestre e di non muoversi di casa. È in quell'ora che la situazione si è fatta drammatica, dopo che i vigili del fuoco avevano iniziato a spegnere l'incendio da almeno due ore ma senza incidere sulla violenza delle fiamme. Tanto che qualche ora dopo sul posto sono arrivati i rinforzi da Schio, Verona, Vicenza, Lonigo, Bassano, in totale oltre 50 pompieri in azione. Cianuro e ammoniaca. Si sono vissute due ore di massimo allarme finchè da Venezia non è arrivata la notizia delle indagini Arpav che escludevano la presenza delle due sostanze altamente tossiche. Tutto inizia alle 10 di mattina circa, dove forse dalla zona del magazzino al piano terra, si è sviluppata la fiamma che ha distrutto tutto. Mezz'ora più tardi le fiamme sono già alte e il fuoco si propaga velocemente, complice anche una leggera brezza che sposta il vortice altissimo di fumo in direzione dei quartieri di San Bortolo, San Zeno, ma anche Chiampo e il paese di Montorso che confina con la zona industriale. L'allarme arriva fino a Montecchio e Montebello da cui attorno alle 11 arriva nitida l'immagine di quel terribile fungo. Sono due dipendenti di un'azienda che ha sede proprio di fronte alla Vegam a dare l'allarme. Arrivano subito sul posto pompieri, Suem, vigili urbani e carabinieri. Basta poco per capire che in realtà si tratta di un incendio di portata straordinaria. Arrivano così i vigili del fuoco da Vicenza e da Schio, nel pomeriggio quelli da Verona. Ma le operazioni per spegnere le fiamme stentano a partire, i mezzi dei vigili del fuoco sono troppo piccoli per domare quell'ondata di fiamme. E per il comandante della stazione di Vicenza Fabio Dattilo, all’ultimo giorno di lavoro prima del trasferimento, è stato un addio col botto. Ci vuole il coraggio dei singoli e l'ingegno improvvisato per ovviare alla carenza dei mezzi che fin dalle prime battute non sembrano sufficienti a spegnere l'incendio. Le operazioni però continuano incessanti. Almeno un centinaio gli uomini che ieri in via Sesta strada hanno lavorato con diversi compiti. Polizia municipale, protezione civile, carabinieri, vigili del fuoco, tecnici dell'Arpav. Alle 13 circa il sindaco di Arzignano ordina di evacuare la zona industriale e di far chiudere porte e finestre della case. Sempre a quell'ora l'Arpav è nello stato di massimo allarme, ha appena prelevato alcuni campioni di aria che verranno spediti a Venezia per le analisi. Il timore è che nell'aria ci siano residui di ammoniaca e cianuro che provengono dalle produzioni targate Vegam. Solo alle 14 l'allarme rientra, dopo che la stessa Arpav ha evidenziato come non ci siano sostanze dannose nell'aria. Le cause dell’incendio sono tutte da accertare non si esclude nulla, nemmeno l'intento doloso. Quel che resta dello stabilimento è stato messo sotto sequestro dal magistrato di turno Pecori che ha avviato le indagini e forse oggi si potrà avere qualche dettaglio in più su come possa essere scoppiato un incendio che oltre ad aver distrutto la Vegam, ha messo in allarme almeno migliaia di cittadini.

«Un disastro, tutto perduto»
«Non capisco, siamo all’altezza degli standard per la sicurezza»

di Marco Scorzato

Sono le 11,45 e la nube nera, alta decine di metri, ha già avvolto l'intera zona industriale quando Giuliano Bedeschi, presidente del gruppo Spac (di cui fa parte la Vegam), giunge ad Arzignano. La notizia del disastro gli era giunta circa mezz'ora prima, raggiunto al telefono a Verona, dove risiede. Alla guida della sua Audi si è precipitato a vedere quanto stava accadendo. Le forze dell'ordine, che avevano già iniziato ad isolare la zona, lo fermano all'altezza della grande rotatoria che porta alla zona industriale. Una volta identificato lo fanno passare. Bedeschi parcheggia l'auto e si dirige davanti ai cancelli dell'azienda, sulla VI strada. «È un disastro - afferma guardando le fiamme che sventrano il capannone dal suo interno -, non riesco a spiegarmi cosa possa essere successo, all'interno della fabbrica non c'è nessuno, né al sabato né alla domenica, qui ci sono circa 140 dipendenti che lavorano dal lunedì al venerdì». Giuliano Bedeschi calpesta il marciapiede della VI Strada con passi rapidi e nervosi. Chiede notizie ai vigili del fuoco al lavoro, poi si volta, allarga le braccia e sospira sconsolato: «Guardate - dice - i pompieri si stanno dannando l'anima per fare qualcosa, ma sono troppo pochi per spegnere un incendio così grande. È già passata un'ora da quando è scattato l'allarme ma i mezzi al lavoro non mi sembrano sufficienti. Adesso dovrebbero arrivare rinforzi da Verona e Padova, speriamo facciano presto. Anche noi, qui, abbiamo un impianto antincendio che entrato subito in funzione, ma di fronte a queste fiamme non basta. La nostra azienda è certificata Iso 14000, siamo all'altezza degli standard richiesti per quanto riguarda la sicurezza». Il vento soffia verso sud-ovest, le lingue di fuoco e l'enorme nube nera vanno in quella direzione. Così l'incendio minaccia di espandersi nella zona dell'azienda dove c'è la produzione vera e propria. «Adesso, sta bruciando tessuto plastico - aggiunge il presidente -, speriamo riescano a circoscrivere le fiamme altrimenti perdiamo tutto». Poco lontano da Giuliano Bedeschi (nipote di Giulio Bedeschi, alpino, medico e scrittore nato a Vicenza nel 1915 e morto a Verona nel 1990) c'è il figlio Giovanni. Anche lui lavora nel gruppo Spac, anche lui sta assistendo alla devastazione del fuoco. Parla con il padre, poi si avvicina al capannone ardente, vuole darsi da fare, dare una mano ai vigili del fuoco, ma finché non arrivano rinforzi si può fare ben poco. Nel frattempo, anche Luciana Velo, moglie di Giuliano Bedeschi, arriva da Verona. Cammina lenta verso il capannone, dribblando agenti di polizia e pompieri al lavoro, che poi la invitano ad allontanarsi perché tutta quell'area deve essere evacuata. Allora anche lei si ferma sul marciapiede, cento metri più in là. È visibilmente scossa, gli occhi lucidi guardano impotenti il rogo: «Sono sconvolta - dice - è un disastro, chissà cosa riusciranno a salvare. Mi viene da piangere».

Le testimonianze. Marco Pamato oggi doveva venire a lavorare: «Andrò comunque, per capire quando si riprenderà»
«Fiamme alte 20 metri, impressionante»

(m. sc.) Uno dei primi ad accorgersi di quanto stava accadendo è stato Lorenzo Varrazzo. In zona industriale ci lavora, ma ieri mattina era lì per diletto, alla pista di go kart a due passi dalla Vegam. «Ho visto il primo fumo alzarsi intorno alle 10,30 - racconta mentre si allontana dal rogo -, ero qui dietro all'azienda, a riparare i kart. Ci vengo spesso nel tempo libero e quel fumo mi è parso subito insolito». Anche Gianluca Tadiello, ieri intorno alle 11, era nei paraggi. «L'incendio era già scoppiato da mezz'ora - è la sua ricostruzione - quando i vigili del fuoco hanno iniziato a spruzzare acqua. I primi mezzi dei pompieri non riuscivano ad avvicinarsi al capannone in fiamme, a causa delle alte temperature». C'è anche chi è accorso da lontano per capire cosa stava accadendo: «Ero a Trissino quando ho visto salire la colonna di fumo - dice Claudio Bomitali, proprietario di un capannone vicino alla Vegam - Mi sono precipitato qui, ho avvertito i pompieri, che erano già in allarme. C'erano fiamme alte 20 metri, impressionanti». Claudio Zini vive in località San Bortolo, la zona dove la nube di fumo sembrava dirigersi in un primo momento, prima che il vento la indirizzasse più a sud. «Sono andato a Lonigo alle 10 ed era tutto tranquillo - racconta -, ma quando sono tornato, dopo un'ora e mezza c'era già la strada bloccata dalla polizia». Marco Pamato alla Vegam ci lavora da quasi tre anni. Era in gita in bicicletta quando un amico gli ha detto che l'azienda stava bruciando. Oggi avrebbe dovuto andare al lavoro: «Andrò comunque in azienda - dice - a vedere che cosa è successo. Sono preoccupato, vorrei capire cosa è andato perduto, da ciò dipende la nostra possibilità di riprendere il lavoro».