01 SETTEMBRE 2004

dal Giornale di Vicenza

Nube tossica, provvidenziale la pompa per aspirare l’acido
Cordata rosa contro la legge 40
Diversità sessuali Il Comune partner di un’iniziativa Tensione in An
L’Ulss si regge sulle ferie non godute «Basta dirci ’grazie’, serve un piano»

Dopo l’allarme Vimet. Rapporto Arpav: a S. Pio X nella norma le concentrazioni di biossido di azoto
Nube tossica, provvidenziale la pompa per aspirare l’acido

(g. m. m.) Nessuna variazione nelle concentrazioni di biossido di azoto. È il sospiro di sollievo che S. Pio X attendeva dopo che venerdì scorso si era sprigionata una nube giallastra dalla ditta Vimet che aveva fatto temere il peggio. La relazione dell’Arpav inviata al Comune certifica che le quattro centraline fisse di rilevamento della qualità dell’aria non hanno registrato anomalie nei grafici del biossido di azoto.
Dal confronto dei livelli nei diversi giorni «risulta evidente l’assenza di variazioni significative nelle 24 ore successive all’evento rispetto alle concentrazioni tipiche dell’ultimo mese di rilevamento, concentrazioni comunque inferiori agli standard di qualità dell’aria previste dalla normativa vigente».
«Viene confermato che tutto è a posto - spiega l’assessore alla protezione civile Marco Zocca - e che non ci sono problemi per nessuno. È un sollievo per tutti, che si aggiunge al segnale di collaborazione mostrato dalla Vimet, che si è impegnata per iscritto a prelevare e smaltire la miscela acida causa dell’incidente. Ora aspettiamo la relazione dell’Ulss».
Allegato alla relazione del direttore dell’agenzia ragionale per l’ambiente, Giorgio Poncato, c’è anche un rapporto tecnico, che ripercorre minuto per minuto il pomeriggio del 27 agosto.
Come si legge nel rapporto, in una fase di stallo, a un’ora dall’allarme, la situazione si è sbloccata grazie a una provvidenziale pompa, che uno dei tecnici della Vimet aveva ricuperato nel magazzino: grazie alla pompa era stato infatti possibile travasare la miscela acida nei serbatoi di stoccaggio in pochi minuti.

Dopo l’intervento dei pompieri tra domenica e lunedì a Torri di Quartesolo nel deposito della ditta di prodotti chimici
Unichimica, è stato incidente o sabotaggio?
L’avvocato Benedetti: «Rimaniamo molto perplessi su quello che è successo»

Incidente o sabotaggio? Una vasca che si è crepata da solo o qualcuno l’ha sabotata per causare l’allarme?
Le perplessità e i dubbi su quello che è successo tra domenica e lunedì notte all’Unichimica di Torri di Quartesolo non si attenuano. Anzi, gli investigatori sono all’opera per decifrare il contesto.
Verso le 3 una guardia giurata ha dato l’allarme ai pompieri perché una vasca che conteneva acido cloridrico si era crepata ed erano usciti 50 litri di prodotto corrosivo. Sono intervenuti poi i carabinieri e l’Arpav e soltanto dopo tre ore l’allarme è cessato.
Le perplessità e i dubbi riguardano la circostanza che l’episodio è avvenuto a distanza di 60 ore di un altro incidente, quello si casuale, avvenuto alla Vimet a San Pio X in seguito al quale una nube tossica ha creato disagi alla Ederle.
Ebbene, tra i due episodi ci sono state le telefonate minatorie all’autista che aveva sbagliato a travasare l’acido cloridrico nella cisterna dell’acido nitrico e un’incursione sventata proprio all’Unichimica nella notte tra sabato e domenica. È successo che una guardia giurata ha intercettato un individuo che voleva scavalcare la recinzione.
Questi fatti hanno alimentato il mistero e gli stessi carabinieri del radiomobile e della stazione di Camisano stanno svolgendo verifiche. Sia uno dei titolari, Alberto Filippi, che l’avvocato Andrea Benedetti hanno parlato di singolari coincidenze che fanno pensare.
«Quello che è successo in apparenza è strano - ha detto l’avv. Benedetti - e stiamo aspettando tutte le relazioni per verificare le circostanze». «È davvero strano quello che è accaduto - ha sottolineato nei giorni scorsi Alberto Filippi - perché in due giorni sono accaduti una serie di fatti che non sono successi in anni e anni di attività».


Cordata rosa contro la legge 40
Da sabato prossimo si raccoglieranno firme per promuovere i 5 referendum
È storia: le vicentine da destra a sinistra si uniscono in un comitato

di Silvia Maria Dubois

Unite contro la 40. Le donne dei banchetti, questa volta, stupiranno la città. Per la prima volta dopo anni potrebbero dare grande prova di solidarietà, dando vita ad una spontanea cordata vicentina. Da destra a sinistra sembra che all’ombra delle mura palladiane si stia formando un compatto esercito di donne impegnate a tutelare i propri diritti, opponendosi alla legge sulla procreazione assistita o volendone cambiare almeno alcuni punti.
Ieri, il primo passo: è nato ufficialmente un comitato allargato e trasversale, lanciato dalla Cgil, ma che non ha, e non vuole avere, nessuna identità politica o di parte. «Il nostro sindacato è stato semplicemente il motore di partenza, uno strumento di attivazione e di organizzazione logistica - spiega Marina Bergamin, segretaria provinciale della Cgil - il comitato appartiene semplicemente a tutte le donne che vi aderiranno».
Compito del gruppo (ieri tenuto a battesimo da Verdi, Veneto liberale, Radicali, Ds, Cgil, Uil, Pdci, e dalle associazioni: Donna chiama donna, Ernesto Rossi e Megachip) sarà quello di aprire un dibattito sulla legge 40 e di raccogliere le firme necessarie per i quesiti referendari. Quelli proposti sono cinque: il più drastico è quello completamente abrogativo, proposto dai radicali e che ha già raccolto ben 150mila firme in tutta Italia; il secondo propone l’abrogazione di tutto l’articolo uno, mentre gli altri tre sono di abrogazione parziale (sulla salute della donna, sull’eterologia, sulla ricerca scientifica). Firme accettate anche a "raccolta differenziata", dunque.
«Aderirò al comitato e firmerò sicuramente uno dei referendum - annuncia l’assessore alle pari opportunità Francesca Bressan - non sono d’accordo con la parte normativa che blocca brutalmente la ricerca scientifica anche se è vero che la legge, nella sua globalità, è preferibile al caos che c’era prima. Ora bisogna riuscire a promuovere un ragionamento collettivo sull’intera materia, credo che in questo Vicenza possa dare buoni frutti».
«Questa legge è conseguenza di un pensiero che, ancora una volta, progredisce in una dimensione politica senza evolversi parallelamente in quella dei valori - racconta Piera Moro, dirigente dei servizi sociali - ormai ci siamo tutti abituati all’idea che qualcuno decida per noi, siamo diventati tutti più superficiali. Non so ancora se i miei impegni mi permetteranno di partecipare al comitato vicentino, però sono ben contenta che ci sia un risveglio generale: non si può rimanere muti di fronte a tutto ciò, i nostri diritti non si possono delegare a nessuno».
Dal prossimo weekend i banchetti del comitato saranno presenti in tutte le piazze, in tutti i mercatini, e le feste cittadine: si comincerà sabato 4 e domencia 5 settembre presso largo Zileri e contrà Frasche del Gambero.
«Non sarà una sfida facile - puntualizza Grazia Chisin, segretaria della Uil - il tema, seppur sentito, è ancora fortemente sottovalutato: per questo dobbiamo puntare prima sulla giusta informazione inerente a questa legge, una legge che rischia di oscurare uno dei più grandi sogni umani, quello della maternità e della paternità».
E la cordata femminile vicentina dà prova di tale solidarietà femminile che, per una volta, trova sfumature di calorosa collaborazione anche in chi non condivide i binari della protesta: «Anch’io ho qualcosa da ridire sulla legge, soprattutto sul capitolo che riguarda l’inseminazione eterologa, ma è giusto che le eventuali modifiche siano discusse in parlamento dai nostri rappresentanti - spiega Livia Coppola, consigliera comunale di An e responsabile provinciale delle politiche femminili del partito - il problema però esiste ed è bene favorire un dibattito locale che affronti la questione con un atteggiamento meno politico possibile: per questo, fin da ora, io do la mia più totale disponibilità a confrontarmi con il comitato vicentino». Un’ultima nota di allineamento proviene dal mondo del lavoro: « Questa legge è da rifare - fa sapere Susanna Magnabosco, imprenditrice e tesoriera dell’associazione industriali - indubbiamente è necessario garantire maggior libertà a tutte le persone».

I comunisti: «Ora diranno alle coppie di affidarsi allo Spirito Santo»
Un grintoso Pdci vicentino in prima linea per far abrogare la legge, considerata «medioevale, oscurantista, antimoderna»

(s.m.d.) «Questa è una legge medioevale, va assolutamente abrogata. Noi metteremo il massimo impegno per raccogliere più firme possibili e batterci affinché venga cancellata».
Nelle parole di Marco Palma, portavoce del Pdci di Vicenza, c’è tutta la grinta dell’ultima battaglia comunista in corso, dove fin da subito si giura adesione all’obiettivo primario del neocomitato vicentino: raccogliere il massimo delle firme per permettere all’iter referendario di compiere il suo corso.
E da Roma e dalla sede regionale del partito di certo non mancano gli incoraggiamenti lanciati alla città berica.
«Chiediamo a tutti gli organismi territoriali di attivarsi al massimo - scrive Maura Cossutta, deputata del Pdci - questa legge va cancellata: è sbagliata e pericolosa, l’impianto ideologico è oscurantista, antimoderno, autoritario. Questa non è una legge sulle tecniche, bensì sull’embrione, ed è proprio dal principio della difesa dell’embrione che discendono solo divieti ed imposizioni».
Non solo: « La legge è pericolosa per la salute delle donne e dei nascituri perché viola la libertà e la responsabilità delle persone di fronte alle scelte riproduttive - prosegue la Cossutta - perché mette in discussione le legge 194 e perché scardina la laicità dello Stato».
A dare man forte ai comunisti vicentini in prima linea ci pensa anche il segretario regionale Nicola Atalmi.
«Invitiamo tutti i cittadini a firmare per i referendum - esorta Atalmi - l’urgenza di questa battaglia è il primo passo per ricostruire un’opposizione multilaterale che difenda la laicità dello stato, al libertà di ricerca e il diritto della donna alla scelta. La scelta di essere madre. La scelta di non esserlo».
«Ancora una volta ci si ostina a voler controllare la libertà femminile e la sua autodeterminazione, sferrando un attacco frontale al suo diritto di concepire - prosegue Atalmi - .Grazie all’ignoranza dei parlamentari, la donna desiderosa di coronare il suo legittimo desiderio di maternità, sarà costretta a sottoporsi a pratiche pericolosissime per la sua salute fisica, spesso inefficaci e per questo condannate dalla maggior parte della comunità scientifica.
La coppia, poi, è costretta ad un ulteriore calvario, quello che vede la donna costretta ad accogliere dentro sé un ovulo fecondato anche se malato in nome di non si sa quale "diritto del concepito"».
Un diritto ben chiaro nell’articolo uno, per molti pericolosamente minaccioso sulla legge sull’aborto.
«Una legge che questo governo non fa mistero di non gradire - conclude Atalmi - ci aspettiamo da un momento all’altro che questi lungimiranti parlamentari invitino le coppie sterili ad affidarsi all’Immacolata Concezione: cosa che risolverebbe anche l’odiosa questione dell’autodeterminazione della donna, che sa tanto di vetero-femminista».


Milani "interroga" Abalti
Diversità sessuali Il Comune partner di un’iniziativa Tensione in An

(g. m. m.) «Che cosa ci fa lo stemma del Comune stampato sul volantino di un ciclo di incontri intitolato “Diversamente giovani” sul tema delle differenze derivate dall’orientamento sessuale?». A chiederlo sono due consiglieri comunali di Alleanza nazionale, il capogruppo Luca Milani e Livia Coppola. L’interrogazione cade a bomba nel bel mezzo di un’estate mai tanto piccante, speziata e controversa sui temi delle coppie di fatto e dei party lesbo-gay.
L’ultimo capitolo del dibattito prende spunto da un volantino in distribuzione nelle circoscrizioni, con cui viene pubblicizzato un ciclo di cinque incontri promosso dal gruppo “Ascoltando Ciaikowski”. Gli incontri si terranno nei locali dell’ex Gil, in contrà Barche, a partire dal 20 settembre. «Al percorso - si legge nella nota - potranno partecipare gratuitamente ragazzi e ragazze, preferibilmente di età compresa tra i 20 e i 30 anni», previa iscrizione. Il progetto è finanziato dalla Regione Veneto, con il parternariato del Comune di Vicenza.
«Notiamo che tra i relatori delle serate - argomenta Milani - figurano, tra gli altri, i rappresentanti dell'Associazione genitori di omosessuali e di Linea amica Gay & Lesbica. Siamo fortemente perplessi per il riconoscimento tributato da parte dell'Amministrazione comunale a tale iniziativa attraverso la concessione del parternariato».
Per queste ragioni, Milani e Coppola interrogano il sindaco Enrico Hüllweck e l’assessore ai giovani e all’istruzione Arrigo Abalti per sapere «in quale occasione e sulla base di quali valutazioni e considerazioni la Giunta abbia concesso il parternariato e l'utilizzo dello stemma del Comune all'iniziativa, una decisione che a nostro giudizio denota una preoccupante condivisione del progetto».
«È superfluo dire che non c’è nulla contro le scelte sessuali di ciascuno, che però fanno parte della sfera privata - aggiunge Milani -. Francamente fatico a comprendere le ragioni che hanno portato a farne una questione pubblica, quasi fosse una piaga sociale come la tossicodipendenza, tanto da farne un percorso educativo».
A prima vista sembrerebbe anche l’ultimo capitolo delle tensioni correntizie interne ad An. «La proposta di aderire risale a circa un anno fa - risponde Abalti - ma fu portata in Giunta dall’assessore alle pari opportunità Francesca Bressan. A me fu chiesto soltanto di aderire. L’interrogazione è quindi rivolta alla mia collega: sarà lei a rispondere in aula».
«Non c’è alcuna ideologia di fondo, né alcun impegno economico per il Comune - spiega la forzista Bressan -. Era un progetto vagliato da uno psicologo, approvato dalla Regione, affronta temi sociali legati ai giovani: non vedo dove stia lo scandalo».


L’Ulss si regge sulle ferie non godute «Basta dirci ’grazie’, serve un piano»
Denuncia Cimo-Anpo: «Noi medici superiamo sempre l’orario settimanale. E non ci pagano»

di Franco Pepe

Ferie non godute. Storia di ordinaria routine. L’Ulss 6 fa record. I numeri raggiungono vette stratosferiche. Quasi 85 mila giornate rimaste in arretrato, 19 mila per medici e dirigenti vari, 65 mila e passa per infermieri e altro personale del comparto sanitario e amministrativo. Se l’ufficio-cassa dovesse tramutare in moneta sonante questo credito che i dipendenti vantano per non aver potuto usufruire di un diritto che la Costituzione sancisce per tutti i lavoratori, l’azienda sarebbe chiamata a sborsare una montagna di euro, qualcosa come 9 milioni e mezzo.
E il conto continua a salire. In un anno, dal 2002 al 2003, il monte-vacanze virtuali è cresciuto di altre 7 mila 500 giornate. La carenza di organici pesa come un macigno. Ed è stata - come ha scritto il dg Antonio Alessandri - la dedizione del personale a garantire, in queste condizioni, i servizi.
Ma - obietta l’Anpo, il sindacato interno dei primari, per bocca del segretario provinciale Vincenzo Riboni, direttore del pronto soccorso - ora il “grazie” del direttore generale non basta più. «No, non possiamo accontentarci più delle parole, perché alla fine la situazione può precipitare. Può subentrare la stanchezza, venire meno l’attenzione, la cortesia. Troppi carichi di lavoro e troppa tensione possono essere causa di errori, di insofferenza nei confronti dei pazienti. Non siamo una fabbrica e non siamo robot. La tecnologia richiede la presenza di personale, le esigenze del malato acuto diventano sempre più impellenti e non vanno sottovalutate».
Umberto Scalabrin, segretario provinciale della Cimo, sindacato dei medici ospedalieri, conferma lo stato di disagio: «Sì, abbiamo un po’ tutti ferie arretrate, ma si possono recuperare. Io parlerei più di ore di lavoro settimanali. Dovremmo farne 38 ma le superiamo sempre, se ne fanno molte in più. In parte ci vengono pagate, in parte no. Si fanno poche assunzioni e il problema si aggrava».
Le ferie che restano nel cassetto sono un problema di quotidiana emergenza anche al pronto soccorso. Ogni medico si porta dietro un fagotto di una quarantina di giorni, che, probabilmente, non farà mai. Gli infermieri stanno un po’ meglio, ma per andare in ferie sono costretti agli straordinari. Sono una quarantina e dall’inizio dell’anno a oggi ne hanno accumulato 50 ore a testa.
Spiega Riboni: «Questa estate i doppi turni consecutivi per consentire a qualcuno di prendersi le vacanze si sono sprecati. Il problema più grosso è che abbiamo quattro medici in meno in organico. Sì, sono sostituiti da colleghi a tempo determinato, ma in questo modo si vive alla giornata. Chi non è di ruolo appena trova un posto fisso se ne va. E poi a novembre saremo ancora in meno. Due colleghi si trasferiscono in un altro ospedale. Cosa succederà?»
Ma quali, allora, le soluzioni? Dice Scalabrin: «O si adeguano gli organici o si fa come faceva Petrella. Si concedono prestazioni aggiuntive e si pagano. E così si diminuiscono anche le liste di attesa. Io di Petrella non posso che parlare bene, e anche di Masenello, il capo del personale che c’era una volta. Quando portavamo, come sindacato, le nostre richieste, ci venivano sempre incontro. Certo, ora capisco che c’è un problema di bilancio, che ci sono meno risorse, che è più difficile».
Riboni è polemico: «C’è una incapacità generale, parlo di tutte le Ulss, di definire gli obiettivi. Si naviga a vista e a rimetterci è il personale. Da una parte tagli, quote di trasferimenti che si accorciano, blocco delle assunzioni. Dall’altra carichi di lavoro che aumentano. Occorre che Regione e Ulss si mettano d’accordo su quali attività potenziare, quali assegnare ad altri enti. Bisogna capire se si vuole tutelare il servizio pubblico perché senza soldi non si fa nulla. Bisogna dare incentivi, altrimenti si crea disaffezione. Non pianga nessuno poi se ci sono le fughe dei medici. Io, per il pronto soccorso, ho già chiesto a direzione generale e direzione medica di attivare i concorsi per coprire i posti mancanti. Queste professionalità bisogna mantenerle. La gente va motivata. Il nostro è un lavoro bello ma pesante».

Compatti pure i sindacati dei sanitari «È necessario adeguare l’organico»

(f. p.) Compatti i sindacati confederali e autonomi. Quelle migliaia di giornate di ferie che si chiamano desiderio, dimostrano che la baracca dell’Ulss la tiene in piedi il personale, i buffetti fanno piacere ma servono a poco, ed è tempo di avere risposte concrete. «La cosa - dice Gino Masenello delegato Cgil per la sanità - non ci stupisce. È da tempo che l’Ulss 6 vive grazie agli infermieri e al personale di supporto. Dispiace solo che non se ne accorga chi dovrebbe accorgersene, i politici e gli amministratori. Ed è ora che ci mettiamo attorno a un tavolo, forze sindacali, politiche e sociali per parlare dei problemi e del futuro della nostra sanità».
La linea è la stessa anche in casa Cisl. Maurizio Dei Zotti, responsabile provinciale per la funzione pubblica, rammenta una conferenza stampa della triplice. «Una sottolineatura sul tema la facevamo giusto lo scorso anno. Facciamo attenzione, dichiarammo nell’occasione, alle ferie non fruite. E invece non è cambiato nulla. Dovremmo essere meno attenti, lo dico con amarezza, all’etica professionale, e rivendicare più i nostri diritti. I lavoratori tentano, responsabilmente, di coniugare diritti e doveri, ma subiscono solo doveri. Non si può continuare a chiedere responsabilità solo a una parte confidando che l’etica professionale sia assoluta e intangibile. Fare il missionario è una scelta, non un obbligo».
Claudio Scambi, responsabile sanità dell’Uil, fa un discorso articolato: «Fa piacere che si parli finalmente dei meriti dei lavoratori. Una volta piovevano solo accuse e critiche. C’è gente che non va in ferie e che fa una montagna di straordinari. Questo, però, conferma che Alessandri ha scoperto l’acqua calda. Noi lo sapevamo da tempo. Ma che quella del dg non sia la solita pacca sulle spalle, perché di proposte non se ne vedono».
E sempre da Scambi parte un forte invito a trovare soluzioni. «I blocchi delle assunzioni e il taglio dei costi li hanno imposti Stato e Regioni. È nei loro confronti che devono muoversi congiuntamente forze sindacali e politiche e direttore dell’Ulss. È il momento anche di utilizzare tutti gli strumenti giuridici e contrattuali per acquisire personale specie nel settore amministrativo dove il blocco è totale. E attenzione alle fughe. Bisogna creare un ambiente di serenità e di garanzia. Occorre togliere gli ostacoli che costringono gli infermieri a licenziarsi, part time che non ci sono, mobilità diventata impossibile. Che ufficio risorse umane e ufficio infermieristico trovino criteri di rotazione uguali per tutti».
Germano Raniero e i delegati Rsu della Rdb Cub fanno richieste precise: «Che l’ospedale e i servizi dell’Ulss siano stati salvati e qualificati dal personale, saltando riposi, ferie, lavorando sotto organico, facendo straordinari non pagati e difficili da recuperare, è un fatto acquisito da tutti. Ora anche le cifre ci danno ragione, ma è una magra consolazione. La cosa non è stata semplice e non è ripetibile, come dimostra la parziale fuga di personale infermieristico verso le case di riposo. Ci siamo impegnati come sindacato di base a monitorare reparto per reparto, a far partire le nuove assunzioni che per il momento sono semplici sostituzioni del personale cessato, abbiamo tampinato l’ufficio infermieristico ad ogni carenza o disfunzione gerarchica nei servizi, come quella di questi giorni in geriatria. Ora tocca alla controparte fare le proprie scelte. Chiediamo che Alessandri dimostri da subito con i fatti i continui apprezzamenti verbali. Chiediamo riconoscimenti di carriera, aumenti economici per tutti, assunzioni di personale, nessun appalto, minori carichi di lavoro».