- home -

- news -

- appuntamenti -

- presentazione -

- produzioni -

- immagini -

- dossier -

- exlanerossi -

- contatti -

- newsletter -

- links -

Vi proponiamo qui la sintesi di una tesi di laurea in Sociologia il cui argomento era il cosiddetto popolo di Seattle. Può essere l'occasione per vedere il movimento da un punto di vista insolito e trarre magari alcune riflessioni.


Il testo seguente è una sintesi di una ricerca che ho svolto sul movimento cosiddetto del “Popolo di Seattle” per la mia tesi di laurea, effettuata presso la Facoltà di Sociologia di Trento negli anni 2001 e 2002. Esso è stato presentato anche in un workshop che ho tenuto a Firenze durante il Forum Sociale Europeo del Novembre 2002 intitolato “Il Popolo di Seattle tra identità e globalizzazione” per conto dell’Associazione “Laboratorio sul Moderno” di Trento. La ricerca è basata su di un lavoro teorico riguardante lo studio critico-sociologico dei processi di globalizzazione e su di una parte empirica, costituita dall’analisi dei dati emersi da un questionario che ho sottoposto all’attenzione di 148 attivisti del movimento, durante le giornate del Contro-G8 di Genova del Luglio 2001.



IL POPOLO DI SEATTLE TRA IDENTITA’ E GLOBALIZZAZIONE



Un importante punto da cui partire per analizzare il movimento di Seattle sta nella diversità che caratterizza i singoli partecipanti ed anche i gruppi che aderiscono a questa forma di protesta. Una diversità ideologica, culturale, generazionale che ad esempio a Seattle ha visto uniti nella stessa protesta dai gruppi religiosi agli agricoltori, dai sindacati dei camionisti americani agli studenti, dai centri sociali a semplici madri preoccupate, fino ai rappresentanti dei consumatori e così via.
La domanda centrale che dunque caratterizza l’analisi e che fa in un certo senso da guida nel tentativo di comprendere a fondo questo movimento è la seguente: come possono persone così diverse ed eterogenee tra loro convivere nella stessa azione di protesta?

Esiste infatti una diversità che deve essere spiegata se si vuole comprendere a fondo questo movimento. Per essere più chiari facciamo un esempio.
Prendiamo ipoteticamente due persone da diversi contesti culturali. Da una parte un ragazzo cattolico che ha partecipato al Giubileo e che si mobilita per la cancellazione del debito del Terzo Mondo; dall’altra prendiamo invece una tuta bianca che si pone l’obiettivo di oltrepassare la zona rossa. Perché se queste due persone, incontrandosi per strada, si mettono a discutere tra di loro probabilmente si trovano d’accordo su poco o niente, mentre nel momento in cui partecipano ad un movimento riescono a convivere, contribuendo allo sviluppo della protesta?
La risposta sta nella presenza di un movimento appunto e soprattutto di un’identità comune che lo fonda. Questa identità comune però sottende un procedimento complesso di formazione che occorre andare ad analizzare, non è una forma semplice di identità del tipo “io sono povero e tu sei povero, ribelliamoci insieme” o “io sono un operaio e tu sei un operaio, occupiamo insieme la fabbrica”.
Quest’identità comune, nonostante non sia quindi immediata, è comunque presente e forte. Dai dati che ho raccolto a Genova ad esempio risulta che il 75% degli intervistati ritiene che questo movimento sia unito da un comune denominatore. Nel chiedere in cosa consistesse questo comune denominatore ho riscontrato risposte che indicavano soprattutto gli scopi del movimento come il tentativo di costruire una società più equa, o di regolare i poteri dell’economia. Il fattore comune non starebbe quindi in caratteristiche intrinseche, specifiche dei partecipanti, ma nel fatto che questi individui, in condizioni sociali e culturali diverse, decidono come persone di pensarsi insieme e di agire insieme verso scopi comuni.
A questo riguardo la mia ipotesi è che questo pensarsi insieme e questo agire insieme, sia innanzitutto qualcosa che reagisce a una condizione generalizzata che riguarda la persona che è coinvolta nei processi di globalizzazione odierni (PRIMA IPOTESI), e che sia anche un qualcosa che viene costruito attraverso la partecipazione al controvertice (SECONDA IPOTESI).

PRIMA IPOTESI:

I processi di globalizzazione favoriscono una partecipazione politica eterogenea e generalizzata, perché trasformano le forme della libertà personale delle singole persone.


Si parla sempre di una globalizzazione che crea disuguaglianze, che permette grandi spostamenti di capitali, che consente un rapido mutamento tecnologico, tuttavia non si parla mai di come la globalizzazione cambi l’esperienza quotidiana delle persone, come incide sulle forme della loro libertà.
E’ mia convinzione invece che sia proprio l’influenza dei processi di globalizzazione sul corso di vita degli individui che appartengono alle società economicamente avanzate a stimolare una partecipazione politica al tempo stesso comune ed eterogenea, come quella che caratterizza il Popolo di Seattle.
Tuttavia sappiamo benissimo che il termine “globalizzazione” è un termine inflazionato, che viene spesso usato ideologicamente, che può voler dir tutto e niente. Quindi occorre fare opportune distinzioni analitiche che ci consentano di verificare come effettivamente i processi di globalizzazione trasformino l’esperienza individuale.
In sé, il principio che unisce tutti i diversi processi di globalizzazione è quello della radicalizzazione della separazione tra luogo fisico e luogo sociale. Il fatto cioè che la nostra vita sociale è sempre più influenzata da fattori che prescindono i vincoli fisici e territoriali che contraddistinguono l’esperienza quotidiana. Il fatto che nonostante noi siamo chiusi tra quattro mura in mezzo alle montagne, possiamo liberamente comunicare con l’Australia ad esempio. Oppure il fatto che lo spostamento della produzione di un’industria in uno Stato del terzo mondo possa far chiudere lo stabilimento della nostra città, attorno al quale girava tutta l’economia della zona.
Sia ben chiaro che la separazione tra luogo fisico e luogo sociale non è una novità, essa ha origini ad esempio nell’invenzione del telegrafo, o dell’orologio meccanico. La novità sta nella radicalizzazione della separazione tra luogo fisico e luogo sociale, il fatto cioè che oggi questa distanziazione si accentua sempre di più e sempre più velocemente e ci consente quindi di investire via internet sui mercati azionari di tutto il mondo in tempo reale per esempio, o di avere una moneta comune che vale in 11 Stati diversi.
Secondo questo principio di separazione tra luogo fisico e luogo sociale Giddens definisce la globalizzazione come “l’intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti, facendo sì che gli eventi locali vengano modellati dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa. Si tratta di un processo dialettico perché questi eventi possono andare in direzione opposta alle relazioni distanziate che li modellano” (A. Giddens, Le conseguenze della Modernità, Il Mulino, 1994).
La definizione di Giddens è sicuramente troppo ottimistica, poiché suppone che il locale sia sempre in grado di rispondere attivamente al locale. In realtà questa risposta attiva spesso avviene, ma altrettanto spesso avviene anche che il locale sia schiacciato dal globale, come nel caso dei SAP (Structural Adjustment Programs), del WTO delle zone franche, o dei non-luoghi descritti ad esempio da Marc Augé.
Da questo possiamo dedurre che i processi di globalizzazione, intesi come radicalizzazione della separazione tra luogo fisico e luogo sociale, hanno due facce, implicano due forme diverse di prossimità, prossimità intesa come trasformazione dell’esperienza.

1) PROSSIMITA’ EFFETTIVA che implica una trasformazione dell’esperienza diversa dagli inputs che provengono da eventi distanti, una trasformazione stimolata da quegli inputs, ma che prende una strada differente, in cui il locale è capace di ricontestualizzare;

2) PROSSIMITA’ FUNZIONALE dove la trasformazione dell’esperienza avviene in maniera totalmente conforme agli inputs che provengono da eventi distanti (SAP, WTO, non-luoghi, zone franche). Qui il locale ha poche possibilità di ricontestualizzare gli impulsi esterni e finisce per essere quindi schiacciato da questi.

Per cercare di dare una risposta al nostro problema iniziale, dobbiamo applicare queste due facce della globalizzazione alla nostra esperienza individuale, quotidiana. Infatti questi due concetti di prossimità effettiva e prossimità funzionale, se rapportati alla persona, al cittadino, concretizzano una situazione dove l’aumento delle opportunità individuali (p. effettiva) è affiancato da un tentativo di cooptare queste nuove opportunità (p. funzionale).
Da un lato (p. effettiva) cioè i processi di globalizzazione aumentano le nostre opportunità di scelta e di azione proprio perché in un certo senso sottopongono alla nostra attenzione processi ed eventi spazialmente distanti, che vengono ricontestualizzati dalla nostra esperienza, che in tal modo si arricchisce, sviluppando quella che Thompson definisce “un’organizzazione riflessiva del sé” (J. B. Thompson, Mezzi di comunicazione e modernità, Il Mulino, 1998). Il numero vastissimo di informazioni e di beni simbolici che oggi circolano consente infatti al singolo individuo di ampliare la portata della propria libertà attraverso nuove possibilità di scelta, che stimolano una forte autonomia rispetto ai contesti spazio-temporali della vita quotidiana. Si pensi ad esempio all’importanza che riveste per noi oggi la libertà di comunicare e come questa libertà ci permetta di superare degli ostacoli di tipo fisico, territoriale che fino a quattro o cinque anni sembravano insormontabili.
Dall’altro lato, però, (p. funzionale) si verifica il tentativo da parte di organizzazioni che, per mantenere o accrescere il proprio livello di potere, cercano di regolare, standardizzare queste nuove opportunità sotto un’unica logica, quella del mercato. Queste organizzazioni, che possiamo benissimo identificare ad esempio con molte imprese multinazionali, fanno proprio leva sulla necessità delle persone oggi di avere un gran numero di informazioni per cercare di indurre gli individui ad operare scelte conformi ai loro interessi. Sanno quanto questo campo sia strategico per lo sviluppo della vita quotidiana delle persone e cercano quindi di utilizzarlo a proprio vantaggio. Così strumenti quali ad esempio il marketing o la pubblicità, intesi come veicoli di informazioni in grado di rendere desiderabile una scelta rispetto ad un’altra o rispetto all’astensione, risultano fondamentali per tale strategia.
Anche qui abbiamo un tentativo del cosiddetto “globale”, quindi, di sottomettere il “locale”, inteso anche come persona.
In più, oltre ad essere minacciate, queste nuove forme di libertà e di indipendenza sono oggetto di relazioni di potere globali che non subiscono alcun controllo da parte dei cittadini, proprio perché, essendo globali, si disperdono a livello transnazionale attraverso scambi economici e sociali complessi, che non forniscono punti di riferimento precisi. Si crea quindi una situazione per cui si percepisce una forte interferenza sulla propria libertà di scelta, ma nel momento in cui si cerca di metterla in discussione ci si trova di fronte a forme di potere opache, poco tangibili, diffuse nello spazio, che non consentono nemmeno un tentativo di razionalizzare la situazione asimmetrica che si sta vivendo. Questa mancanza di punti di riferimento sicuramente è un fattore di forte instabilità che fa sentire consumatori prima che persone e cittadini e perlopiù consumatori quasi privi di tutela e allo stesso tempo quasi privi di avversari.
Questi contesti di instabilità e incertezza possono essere affrontati essenzialmente in due modi:

1) STANDARDIZZAZIONE: qui abbiamo il ritorno delle stesse organizzazioni di potere che propongono all’individuo di gestire la sua nuova libertà, offrendogli forme vicarie di sicurezza basate esclusivamente sullo scambio economico. Si verifica quindi un tentativo di convogliare in un’unica logica di profitto le nuove risorse che egli potrebbe ad esempio utilizzare in altro modo.

2) LOTTA PER L’AUTONOMIA PERSONALE: le minacce alla propria libertà ed i contesti di instabilità che si vengono a formare spingono molte persone a cercare di creare forme di mobilitazione che vogliono valorizzare le nuove opportunità di scelta a disposizione e che quindi contestano gli interventi esterni ed “interessati” sulla propria libertà. Ed è proprio questo tipo di meccanismo che ritengo sia alla base del tipo di partecipazione politica che caratterizza il Popolo di Seattle.

Riassumendo:
- in seguito ai processi di globalizzazione si creano nuovi spazi di libertà e di scelta a favore dei cittadini, che implicano un aumento della loro indipendenza rispetto ai contesti spazio-temporali tradizionali;
- vi è al tempo stesso un tentativo, da parte di organizzazioni di potere, di far leva su queste nuove opportunità di scelta per imporre i loro interessi economici;
- si sviluppa in molte persone una risposta individuale contro questi tentativi che vuole invece cercare di valorizzare autonomamente queste nuove forme di libertà, ritenendole centrali per il proprio progetto di vita;
- la nuova libertà diventa quindi una libertà politica che è alla base della partecipazione politica generalizzata ed eterogenea che caratterizza il Popolo di Seattle.

Si sviluppa in questo modo un sistema conflittuale che vede, da un lato, un tentativo generalizzato di porre sotto un esclusivo interesse economico le nuove opportunità di libertà e, dall’altro, la risposta individuale e altrettanto generalizzata degli attori che cercano di difendere e al tempo stesso di costruire queste nuove forme di libertà.
Queste affermazioni sono supportate, nella mia ricerca, dai seguenti dati:

- il potere delle multinazionale è percepito dagli intervistati in maniera pervasiva, come capace di colonizzare qualsiasi ambito della vita sociale; - le persone più attive nella protesta in tema di globalizzazione sono quelle che hanno dai 25 ai 30 anni e che si caratterizzano per una forte instabilità narrativa (laureati/disoccupati, instabilità professionale, prolungarsi degli studi) e che quindi cercano nella protesta di lottare forme di stabilità e di solidarietà;
- questo movimento è un movimento individualista (no privatista), fatto di persone innanzitutto che si ribellano come tali e che anche nella partecipazione al proprio gruppo di protesta cercano e ottengono libertà (reticoli sociali);
Il che spiega perché nel Popolo di Seattle ci siano gruppi così diversi, per il fatto cioè che è in atto un tentativo generalizzato di anteporre la pura logica di mercato ai bisogni di autonomia degli individui il quale quindi stimola una risposta altrettanto generalizzata fatta di persone che si ribellano come tali.
Il fatto che i partecipanti alla protesta siano coinvolti in primo luogo come persone prima che come studenti o come operai è un tratto caratteristico della società postindustriale, al cui centro sta un individuo che al tempo stesso produce e necessita di informazioni.
Per fare un paragone possiamo dire che la società industriale si caratterizzava per il progressivo intervento dell’uomo sulla natura con lo scopo di ottenere risorse da destinare alla struttura di una determinata organizzazione sociale. In questa società il concetto di produzione è il concetto chiave; semplificando possiamo dire che lo scopo di questo tipo di società è di fare un vestito bello e comodo.
La società postindustriale o programmata si caratterizza per la definizione delle informazioni inerenti l’intervento dell’uomo sulla natura. In un certo senso, grazie anche al progresso tecnologico, qui la produzione è data per assodata ed il concetto chiave è quello di informazione. Il vestito non solo deve essere bello e comodo, ma deve essere anche socialmente desiderabile (marketing e outsourcing). Intorno al vestito vengono così definite tutta una serie di informazioni adatte a tale scopo e queste informazioni, per avere il più grande riscontro possibile, si rivolgono agli individui intesi come singole persone detentrici di bisogni e di relazioni (che implicano altri e altri ancora…). In questo modo operano quindi un tentativo generalizzato di interferenza nelle loro scelte, come abbiamo visto prima, che suscita la potenziale ribellione di tutti coloro che vengono quindi coinvolti.
Questo però non vuol dire che tutte le persone sono mobilitate contro le multinazionali, ma piuttosto che queste sono le condizioni sociali di partenza che favoriscono lo sviluppo di un movimento di protesta eterogeneo come è di fatto il Popolo di Seattle.
Il fatto poi che una persona si mobiliti in prima persona dipende anche da altri fattori: la partecipazione a proteste in passato, l’appartenenza a reti sociali e di movimento, i valori culturali, l’adesione ai modelli standardizzanti, il fatto che la partecipazione sia considerata il mezzo migliore per raggiungere determinati scopi.
Tuttavia se abbiamo capito perché persone così diverse si mobilitano, ancora non si spiega come fanno queste persone ad agire in comune.




SECONDA IPOTESI:
la pratica organizzativa del controvertice consente il reciproco riconoscimento dei partecipanti alla protesta, attraverso il tentativo di democratizzare le relazioni di potere a cui sono soggetti.


La pratica del controvertice risulta centrale per questo movimento. Il movimento è nato da questa pratica e attraverso di essa si è sviluppato fino ad oggi.
Esaminando la storia di questo movimento si vede come il primo controvertice non è di certo Seattle, ma risale al 1984 sotto il nome di TOES (The Other Economic Summit), svoltosi in concomitanza con la riunione del G-7 a Londra. Anche se l’origine del controvertice probabilmente è da addebitare al movimento pacifista che, negli anni ’80, fu il primo ad esempio ad assediare l’istituzione di riferimento che era la Nato a Bruxelles, insieme anche a Greenpeace che nel 1976 svolse la sua prima azione dimostrativa interferendo con le attività dell’aversario e riportando grandi effetti mediatici.
Una prima importante caratteristica di queste prime forme di controvertice è che per lottare contro l’avversario bisogna spostarsi fisicamente, che il potere che opera la coercizione non è più a contatto con la persona, come poteva avvenire nella fabbrica per l’operaio, ma opera da contesti spazialmente distanti. I processi di globalizzazione iniziano quindi a farsi sentire quindi.
Dal 1984 i controvertici iniziano a svolgersi più frequentemente e non si limitano a contestare il G-7, ma si estendono ad altre istituzioni come FMI e BM; infatti la prima manifestazione di massa che si svolge attorno ad un controvertice avviene a Berlino Ovest, nel 1988, dove 80000 persone contestano appunto il summit di FMI e BM. Occorre dire che il proliferare di questi controvertici consente il sempre più frequente confronto tra i componenti di quella che si avvia a diventare una società civile globale. I controvertici permettono ai gruppi di protesta, alle Ong e alle comunità locali di lavorare insieme e di coordinarsi sempre meglio, dando origine alle prime campagne, come quella promossa in Italia dal Alex Langer nel 1988: “Campagna Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”.
Arrivando brevemente ai nostri anni, un punto di svolta si ha sicuramente con Seattle, perché lì la protesta riesce a influire sul fallimento del vertice del WTO e perché essa riceve una copertura mediatica che riesce a far parlare di globalizzazione tutto il mondo praticamente.
Abbiamo poi Porto Alegre che segna una svolta autonoma del movimento; si tratta infatti di un controvertice solo perché mantiene una sfida temporale con Davos; svolta che si ripete l’anno dopo e che si completa a Firenze dove l’FSE è il primo appuntamento completamente autonomo del movimento, che abbandona la fase contro (che a Genova aveva provocato una forte spaccatura, anche per il problema della violenza) e che abbraccia così completamente la fase “pro”, di proposta. Svolta quindi non casuale e coraggiosa, che mostra la volontà di questo movimento di ritrovare una compattezza nell’affrontare le sfide della globalizzazione.

Ma perché il controvertice risulta essere così centrale per questo movimento?

La risposta a questa domanda si collega a quanto dicevo prima sul fatto che con l’inizio dei processi di globalizzazione occorre spostarsi fisicamente per incontrare il proprio avversario, che infatti è spazialmente distante.
Il controvertice è innanzitutto una chiara opportunità organizzativa, che consente come dicevo prima alla società civile di confrontarsi attivamente e di unirsi per perseguire obiettivi comuni.
Ma oltre a questa il controvertice detiene un’altra importante funzione.
Sostenevo prima che la minaccia operata nei confronti delle nuove opportunità di scelta a disposizione di molti individui appartenenti alle società contemporanee cosiddette avanzate, provoca condizioni di incertezza in quanto proviene da relazioni di potere diffuse, opache, estese spazialmente, che non danno punti di riferimento precisi quindi. Da questo punto di vista il controvertice diventa l’elemento centrale della protesta, poiché consente un ricongiungimento temporaneo con l’avversario, con la fonte di potere che quotidianamente appare invece difficilmente tangibile. In questo senso il controvertice è l’unica occasione di instaurare un rapporto sociale diretto con l’avversario per questo movimento e per i suoi partecipanti.
L’organizzazione del controvertice fa capire bene in effetti cosa siano i processi di globalizzazione, perché dapprima rende visibile il potere, recandosi nella città dove si svolge il summit ufficiale per contestarlo e annullando quindi gli effetti della distanziazione spaziale; mentre poi utilizza la copertura mediatica globale per rendere il più possibile note le critiche e le proposte che elabora.
E l’atto di andare al controvertice, l’atto di spostarsi fisicamente dalla propria città per raggiungere quella del summit e tentare così di democratizzare la relazione di potere diventa un simbolo di riconoscimento per i partecipanti, un forte meccanismo di integrazione che contribuisce a fondare l’identità del movimento, a far sì che nella presa persone diverse si pensino e agiscano insieme. Partecipare al controvertice, infatti, significa andare letteralmente a cercare il potere per renderlo visibile e questo tentativo, mosso dai diversi singoli individui che compongono questo movimento, sembra generare un meccanismo sociale per il quale viene riconosciuta, presso gli altri, la stessa volontà di democratizzare la relazione asimmetrica di potere a cui si è soggetti e che minaccia l’autonomia della propria libertà personale. Anche se questa coercizione si svolge in contesti culturali differenti. Tale meccanismo ritengo possa spiegare come il cosiddetto “Popolo di Seattle” oltre a superare le diversità che caratterizzano le sue componenti, è soprattutto in grado di far leva su di esse per sviluppare e rendere efficace la propria azione di protesta.
Si può parlare in questo caso di un’identità comune di tipo relazionale, nella quale le persone non si riconoscono per quello che sono, dato che in questo sono effettivamente diverse e, per molti versi, difficilmente conciliabili, ma per il fatto di intraprendere una reazione ad un contesto comune, di sviluppare la stessa volontà di instaurare un rapporto sociale diretto con l’avversario, per democratizzarne gli effetti sulla propria libertà individuale. E il fatto di incontrarsi al controvertice simboleggia proprio questa volontà e contribuisce a cementare l’identità di questo movimento.
Oltre al controvertice vi sono altre pratiche organizzative che stimolano questo riconoscimento relazionale, di contesto ed aiutano a mantenerlo:
- l’organizzazione reticolare che caratterizza i gruppi di protesta e le relazioni tra gruppi, un’organizzazione quindi aperta, non gerarchica, policentrica che permette di gestire le diversità attraverso forme di autonomia e di libertà organizzative, sempre rimanendo però in un contesto comune;
- l’esistenza di gruppi di affinità territoriali che consentono a chiunque, semplice persona, di entrare in queste reti attivamente e di partecipare ad un controvertice; il che stimola la diversità oltre che gestirla solamente;
- l’utilizzo, in alcuni gruppi, del metodo decisionale del consenso, un metodo che preserva le diversità e il disaccordo attraverso un attivo lavoro di gruppo e dove, in ultima istanza, il dissenso si esprime all’interno di una finalità generale comune;
Da questo punto di vista occorre dire che l’organizzazione del movimento contribuisce notevolmente a gestire con successo la diversità che contraddistingue i partecipanti.
E’ chiaro però che in determinati momenti di tensione, gestire le diversità vuol dire mantenere un delicato equilibrio, equilibrio che può rompersi da un momento all’altro. E’ quanto a mio parere è accaduto dopo Genova attorno al problema della violenza; non a caso il movimento ha passato una fase di crisi dopo quegli eventi. Crisi da cui poi lentamente sembra essere uscito e che vuole a Firenze definitivamente dimenticare. E questo avviene, è molto interessante notarlo, cambiando strategia, non organizzando un controvertice, ma organizzando un forum autonomo che si pone soprattutto in una fase propositiva, che cerca in un colpo solo sia di eliminare i problemi riguardanti la violenza nei controvertici sia di guadagnare uno status di soggetto autonomo, cosa che effettivamente è diventato, a partire dalla prima tappa di Porto Alegre.
Probabilmente non serve più rendere tangibile il potere per criticarlo, questo lavoro è stato fatto ripetutamente in passato con ottimi risultati che influenzano notevolmente ancora oggi l’opinione pubblica. E’ in effetti molto più importante in questo momento superare definitivamente la crisi, tagliare qualsiasi immagine che possa legare il movimento alla violenza e rilanciare una nuova fase propositiva, forte della credibilità acquisita nel lungo percorso che questo movimento ha svolto a partire dagli anni ’80. E’ ora in pratica di iniziare a raccogliere i frutti concreti di quanto seminato. E il Social Forum di Firenze dovrebbe svolgere proprio questa funzione.
In conclusione, questo movimento, per quanto posso dedurre dalla mia ricerca, è un movimento che si propone soprattutto di cercare di migliorare il livello e la qualità della democrazia contemporanea, denunciando come i nuovi spazi della vita transnazionale siano al contempo soggetti all’interferenza di interessi economici e privati che cercano di affermarsi attraverso relazioni di potere non legittimate. L’esistenza stessa del “Popolo di Seattle” mostra infatti, a mio parere, come i processi di globalizzazione consentono oggi di contestare il modello di sviluppo mondiale con maggiore efficacia rispetto al passato, stimolando, grazie all’intervento fondamentale di una società civile critica e attiva, la nascita di nuove forme di partecipazione e di democrazia.


Marco Rosi
Ass. Cult. Laboratorio sul Moderno – Trento
E-mail: laboratoriosulmoderno@virgilio.it - www.labmod.cjb.net

Bibliografia

Beck U., I rischi della libertà. L’individuo nell’epoca della globalizzazione, Bologna, Il Mulino, 2000

Ceri P., Dov’è il potere nella globalizzazione?, in “il Mulino”, 396, 2001

Ceri P., Movimenti globali. La protesta nel XXI secolo, Laterza, Roma-Bari, 2002

Giddens A., Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna,1994 (ed. or. 1990)

Strange S., Chi governa l’economia mondiale?, Il Mulino, Bologna, 1998 (ed. or. 1996)

Thompson J. B., Mezzi di comunicazione e modernità. Una teoria sociale dei media, Il Mulino, Bologna, 1998 (ed. or. 1995)

Tomlinson J., Sentirsi a casa nel mondo. La cultura come bene globale, Feltrinelli, Milano, 2001 (ed. or. 1999)

Touraine A:, La produzione della società, il Mulino, Bologna, 1975 (ed. or. 1973)

Touraine A., Critica della Modernità, il Saggiatore, Milano, 1997 (ed. or. 1992)

 

No ©opyright !!!