Oreste Scalzone

da un 16 Marzo all'altro

Valle Giulia

Parte 1 (1960 - 1972)
- Introduzione
- Luglio ’60
- Piazza Statuto
- Verso il Sessantotto
- Valle Giulia
- 16 marzo 1968
- Il Maggio francese
- Torino, corso Traiano, 3 luglio 1969
- Dall’“autunno caldo” a Piazza Fontana
- Milano, 11 marzo 1972

Parte 2 (1973 - ...)
- ’73-’74: pratiche proletarie nella crisi
- Le “giornate di aprile” del ’75
- Le lotte alla Magneti Marelli e la nascita dei Comitati comunisti
- Le azioni armate fra il ’74 e il ’76
- Il Settantasette (parte 1)
- Il Settantasette (parte 2)
- Moro, 16 marzo 1978
- Il processo “7 aprile”
- Il carcere e l’espatrio
- Cinquant’anni dopo: in galera, in galera!

Parte 2 (1973 - ...)



’73-’74: pratiche proletarie nella crisi

Il clima globale dei primi anni Settanta assomiglia più ad un bollettino di guerra. Nel ’71, in piena guerra del Vietnam, l’organizzazione dei Weather Underground mettono una bomba al Campidoglio, l’anno dopo organizzano un attentato al Pentagono. Il ’73 è invece l’anno del Golpe in Cile e del sequestro Ettore Amerio, il primo effettuato dalle Brigate Rosse. Nella Spagna franchista, invece, l’ETA fa saltare in aria Carrero Blanco, allora capo del governo, e designato a sostituire il dittatore spagnolo.
Ma il ’73 in Italia è anche l’anno delle assemblee autonome operaie e della grande occupazione generalizzata alla FIAT, l’anno di fazzoletti rossi, del partito invisibile di Mirafiori, del convegno di Sottomarina di Rosolina e della fine di un lungo e straziante divorzio tra Potere Operaio e Toni Negri.
Ma ritornando a Torino e Mirafiori, nel mese di marzo del ’73 si andava delineando un accordo insoddisfacente tra le forze padronali e la piattaforma sindacale, sottoposta ad una critica sempre più feroce da parte della componente operaia. Il 29 di marzo iniziò dunque una delle esperienze che meglio avrebbe anticipato il clima del cosiddetto ’77, ovvero l’occupazione dello stabilimento di Mirafiori, dove l’istanza progressista e democratica e la fiducia nel socialismo appariva sopita sotto il desiderio di autodeterminazione delle lotte.

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Le “giornate di Aprile” del ’75

Il 1975 è un anno denso di avvenimenti politici. Il Governo a guida DC e sostenuto dai socialisti non usa mezzi termini per tacere e reprimere gli episodi di rivolta da parte dei gruppi giovanili della sinistra extraparlamentare. è infatti, proprio il 1975, l’anno della Legge Reale, che estenderà ulteriormente la possibilità di utilizzo di armi da fuoco da parte degli apparati di polizia.
A Milano, il 16 aprile, al ritorno di una manifestazione per la lotta alla casa, viene ucciso con un colpo alla nuca Claudio Varalli, studente diciassettenne e militante del Movimento Studentesco in un agguato teso da un gruppo di fascisti.
La sera stessa un nutrito presidio si raduna nel luogo dell’omicidio, piazza Cavour, dove aveva sede anche la redazione de Il Giornale il quotidiano di destra allora diretto da Indro Montanelli. Alla notizia che il numero in uscita avrebbe riportato una versione dei fatti che accreditava la versione dei fatti sostenuta dai fascisti, ovvero quella di un’aggressione di un gruppo di sinistra finita male, un gruppo di manifestanti prende d’assalto la sede.
Il giorno dopo in piazza Cinque Giornate una fiumana di bandiere si raccoglie con l’obiettivo di marciare verso via Mancini, dove si trovava la sede dell’MSI. Quando di sorpresa una colonna di camion dei carabinieri sbuca a velocità forsennata dalla nube di fumo dei lacrimogeni, spezzando di fatto il corteo e salendo sui marciapiedi con la chiara intenzione di investire qualcuno. E quel qualcuno ha il nome di Giannino Zibecchi, membro del coordinamento dei coordinati antifascisti e studente della Statale, il cui corpo è orribilmente schiacciato dalla furia dei camion.
Il duplice omicidio scatena un’ondata di sdegno unanime in tutta Italia, ma non ferma il sangue. L’indomani, il 17 aprile, troveranno la morte Rodolfo Boschi, militante del PCI, assassinato in piazza a Firenze dagli agenti di polizia e Tonino Micciché, militante di Lotta Continua ucciso da una guardia giurata simpatizzante dell’MSI.

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Le lotte alla Magneti Marelli e la nascita dei Comitati comunisti

L’autonomia, con l’iniziale minuscola, fu senza dubbio la primavera del '69 alla FIAT e come quella, quasi un decennio prima, era stata quella di Piazza Statuto, ma autonomia furono anche le esperienze vissute tra il maggio '75 e l’agosto '76 di Senza Tregua e dei Comitati Comunisti Rivoluzionari. Era nella pratica quotidiana che si raccoglievano queste cosiddette autonomie. Pratiche erano infatti le ronde con le “spazzolate”, veri e propri corteini che si muovevano da una fabbrichetta all’altra, apportando quelle forze numeriche di contestazione che erano possibili solo in unità produttive maggiori. Pratiche erano anche le spese politiche e le autoriduzioni, il blocco dei tornelli negli ipermercati e i carrelli che passavano con la merce piena. Pratiche erano infine i sabotaggi dei covi del lavoro nero, spesso femminile o fondati su forza lavoro carceraria, ampiamente sottopagata.
In questo vissuto si innesta la lotta alla Magneti Marelli, dove quattro licenziamenti politici mettono in atto un clima di tensioni e resistenze (operaie da una parte, giuridiche dall’altra) che culminerà ad aprile del '76 con la gambizzazione davanti ai cancelli della fabbrica di Matteo Palmieri, allora capo dei guardioni. Per restituire il clima, il volantino diffuso dal comitato operaio recitava: “Né un minuto di sciopero, né una lacrima per il capo-guardia Palmieri!”.

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Le azioni armate fra il ’74 e il ’76

Verso la prima metà degli anni ’70, specie in taluni contesti del Meridione determinati da movimenti emigratori consistenti verso le regioni del Nord, gli strati popolari del “sottoproletariato” o “proletariato extralegale” sono spesso costretti a definire le loro condizioni di sopravvivenza in contatto e contiguità con svariate forme di attività extralegali o liminali. Proprio nelle carceri del Sud, l’incontro tra le centinaia di militanti di sinistra incriminati e il vasto circuito dei detenuti comuni, appartenenti a queste classi sociali e che maturano una coscienza politica della loro condizione, dà origine ai NAP, la cui originalità sta proprio nel costante legame tra la lotta politica all’istituzione carceraria ed una riflessione sulle condizioni materiali dell’esistenza dei detenuti che accomuna politici e comuni.
Nella loro breve vicenda politica, tra la primavera del ’74 e la fine del '77, i NAP subiscono una delle forme di repressione più tremende e meschine, fatta di torture psicofisiche, carcere duro, assassini cammuffati, che ne compromettono il nucleo.
D’altro canto, è proprio la loro attenzione alla questione carceraria che scatenerà la più bietta e feroce rappresaglia da parte dello Stato, da sempre in alcun modo disposto a trattare sul monopolio dell’amministrazione dei corpi.

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Il Settantasette (parte 1)

Il ’77 è un anno che è impossibile riassumere in forma scritta e sintetica, come d’altro canto non poteva esserlo il Sessantotto. Il Settantasette “selvaggio”, “insurrezionalista”, “armato”. Il Settantasette rivoluzionario. Da qui una generazione che porta una critica radicale alla società, alla politica, al lavoro, al sistema economico. I fatti rimpiazzano il dibattito politico e le parole lasciano il posto all’azione. Anche per questo il potere istituzionale ha proceduto con un recupero selettivo di alcune espressioni del ’68, più funzionali alla narrazione dello status quo odierno, mentre si è prodigato a ostracizzare e rimuovere i caratteri del movimento del ’77. Una rimozione che ha tentato, e tenta costantemente, di riunificare il terrorismo di Stato, con il suo carattere stragista e vendicativo, con il vissuto personale delle esperienze politiche militanti e antagoniste, sotto la minacciosa e confusa nomea di “Anni di Piombo”.
Scrive Primo Moroni ne L’orda d’oro: “Quarantamila denunciati, quindicimila arrestati, quattromila condannati a migliaia di anni di galera, e poi morti e feriti, a centinaia, da entrambe le parti. Queste cifre non possono essere considerate sicuramente come il semplice risultato di una scommessa azzardata del sapere delirante di un manipolo scellerato di cattivi maestri [...]. Questo scontro fu piuttosto un appuntamento obbligato dalla precipitazione di contraddizioni sociali tra le classi che, nella crisi generalizzata, spingevano a un conflitto diretto e frontale per la rideterminazione di nuove regole di potere.”

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Il Settantasette (parte 2)

Crisi del movimento e crisi della militanza; nella dimensione della critica radicale che doveva spingersi anche e soprattutto verso i propri gruppi e le proprie organizzazioni di appartenenza. Così nel novembre del ’76 si scioglie, nel suo punto di massima espansione, Lotta Continua lasciando i militanti privi della forma organizzativa che da sempre aveva contraddistinto la dimensione della politica di piazza.
Settantesei che è anche la crisi dell’ideologia della festa, con il suo apice nell’estate del ’76 a Parco Lambro, dove il festival del proletariato giovanile è alla sua ultima e più travagliata edizione, scoprendo il lato alle contraddizioni e ai limiti di quell’approccio alla vita.
Ma è sulle ceneri delle crisi che il Settantasette nasce con le sue giornate campali, come quella del 12 marzo a Roma in cui dei centomila in piazza almeno cinquemila sono armati, dimostrando nei fatti quanto sia falsa la narrazione di un ’77 diviso tra “lottarmatisti” cattivi e “movimentisti” buoni.
E poi le giornate di Bologna, i carri armati in via Zamboni e l’assassinio di Francesco Lorusso, ma anche quelli di Walter Rossi, Giorgiana Masi, Antonio Lo Muscio; la cacciata di Lama dalla Sapienza e il convegno nazionale di Bologna contro la repressione.

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Moro, 16 Marzo 1978

Nel ribollire caotico della Sapienza occupata, dopo l’epilogo di Valle Giulia, si annidavano alcuni gruppuscoli fascistoidi che nutrivano un desiderio mimetico con il movimento e che cercavano per certi aspetti di emularne nello slancio rivoluzionario e picaresco. Un insieme eterogeneo e forse a tratti farsesco, a cui si aggiungevano simpatizzanti di destra, picchiatori, nazi-maoisti e che si erano relegati nella zona della Facoltà di Giurisprudenza e che erano stati volutamente ignorati dal comitato di occupazione.
Il 16 di marzo, alle prime luci, un nutrito gruppo di fascisti aveva dato l’assalto al picchetto di Lettere e Filosofia, per poi asserragliarsi nella Facoltà di Giurisprudenza chiudendone ogni accesso.
Si verrà presto a scoprire che a lanciare la spedizione non furono tanto i componenti di questi gruppetti di universitari filo-fascisti, ma alcuni esponenti legati all’MSI e guidati da Almirante che si erano anzi sostituiti ai precedenti. Nel tentativo da parte del Movimento di liberare gli spazi di Giurisprudenza seguì un fitto lancio di oggetti di grosse dimensioni da parte dei missini. Infine, in concomitanza con l’irruzione di alcuni studenti del Movimento, interverrà la polizia che scorterà i fascisti di Almirante fuori dalla Facoltà, ormai semidistrutta.

Il processo “7 Aprile”

La mattina del 7 aprile 1979 i locali della redazione romana di “Metropoli” vengono invasi da un esercito di polizia e digos con un mandato di perquisizione sotto il pretesto di un collegamento con Fiora Pirri Ardizzoni, arrestata l’anno precedente a Licola come la figura di punta dei Primi Fuochi di Guerriglia.
Dopo aver frugato l’intera sede e portato via numerosi documenti, la polizia carica tutti i presenti in volanti e camionette per portarli in una ex caserma fuori città, adibita a centro dell’operazione. La sera stessa Lauso Zagato e Oreste Scalzone sono già rinchiusi a Regina Coeli e non ne usciranno prima del 1981. Ancora non si sapeva che quella data, il 7 aprile, sarebbe diventata un simbolo per le inchieste giudiziarie italiane e quel processo un vero e proprio laboratorio repressivo, che segnerà una sorta di spartiacque nelle modalità d’azione della magistratura. La tesi, sostenuta dall’allora pubblico ministero Pietro Calogero e passata alla storia come “teorema Calogero”, era che l’Autonomia fossa a capo di una struttura in cui operavano congiuntamente Brigate Rosse e altre bande armate attive in quegli anni in Italia.
I reati contestati erano pesantissimi: dall’associazione sovversiva, alla banda armata e all’insurrezione armata contro lo Stato, senza escludere le decine di omicidi politici consumati in quegli anni, tra cui faceva ovviamente da specchietto, anche quello di Aldo Moro.
Il lungo processo che ne seguì contribuì nei fatti a scardinare alcuni importanti elementi dello stato di diritto, introducendo ad esempio l’uso sistematico della collaborazione dei pentiti e di lunghi periodi di carcerazione preventiva inflitti agli imputati.
Il “processo 7 aprile”, ricordato come uno dei capitoli più discussi e controversi della storia giuridica italiana, non fu però solo l’idea complottistica del pubblico ministero padovano Pietro Calogero, ma fu anzi e soprattutto un’azione politica mossa e sostenuta dal PCI del “compromesso storico” che vedeva nell’Autonomia un pericoloso avversario politico da eliminare.

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Il carcere e l’espatrio

Il racconto, già nella sua impossibilità ontologica di farsi oggettivo, diventa qui storia di vita e attraverso di essa prendono senso le vicende che seguono il 7 aprile 1979.
Cominciò così per Oreste, e per gli altri arrestati, il “circuito dei camosci” e il lungo giro delle carceri, da Roma a Padova, poi Rebibbia, gli speciali di Cuneo e Palmi, Termini Imerese, poi ancora Rebibbia e Regina Coeli.
Nel 1981 ottenne la libertà provvisoria per motivi di salute, dopo un’ischemia e l’epatite, i 39kg raggiunti e i vari appelli della società civile.
L’esilio, espatrio, evasione, bando, latitanza, rifugio o fuga che si voglia assunse ancora una volta i tratti picareschi e disperati della situazione, e fu così che Gian Maria Volonté si offrì di portare Scalzone in barca fino alla Corsica, dove però era ancora presidente Valéry Giscard d'Estaing e non si poteva certo restare. Il viaggio continuò quindi verso il Belgio, l’Olanda, la Germania e infine la Danimarca, là dove forse non si sospettava si sarebbe mai arrivati.
Fu solo dopo l’elezione di François Mitterrand che la Francia offrì rifugio ai ricercati italiani vietando, di fatto, le estradizioni per atti di natura violenta, ma d'ispirazione politica.

Cinquant’anni dopo: in galera, in galera!

Era il gennaio del 2019 quando Cesare Battisti fu catturato in Bolivia mettendo fine alla sua latitanza dal Paese cominciata quasi quarant’anni prima, nel 1981.
Un fatto amministrativo, quello dell’estradizione, di per sé anche poco eclatante visto che Battisti non rappresentava certo il primo arrestato dei tanti lottarmatisti passati, a vario titolo, per le Patrie Galere, né tantomeno si sarebbe potuto giustificare la sua pericolosità sociale, in uno scenario politico odierno del tutto mutato.
Tuttavia lo spettacolo del suo arrivo a Ciampino non passò inosservato, e non solo perché un ex militante, dopo trentasette anni di fughe, veniva infilato nelle sovraffollate carceri italiane, ma perché il sinistro teatrino inscenato dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini e dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che, vestiti da poliziotto il primo e da secondino il secondo, apparivano in un video con tanto di sottofondo musicale intitolato “una giornata indimenticabile”, mostrò una volta in più che tipo di concezione di dignità personale intendono i garanti dello stato di diritto.
E da qui la parentesi s’apre al carcere e alla pena, alle finalità “rieducative”, fino all’idea di diritto e di “volto buono dello stato”; illusioni che ogni tanto si smascherano, assumendo altri panni.
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