Anarchist world
AnArKids
 
:: Chi siamo?
:: Cosa c'e' di nuovo?
:: Mobilitazioni
:: Sabotaggio
:: Antifascismo
:: Antipsichiatria
:: Antiproibizionismo
:: Boicottaggio
:: Risorse
:: Immagini
:: Link
:: Contatti

Genova 2001, i molti volti della rivolta globale ed il volto assassino del Grande Fratello

di Serge Quadrupanni, manifestante a Genova


C'e' un'immagine che potrebbe diventare un simbolo di quel che e' successo a Genova tra il 19 e il 22 luglio. Ad un certo punto della manifestazione detta degli immigrati (nella quale la maggioranza non era di immigrati), la folla che sfilava lungo le vie della citta' vecchia in direzione del lungomare ha cominciato a battere ritmicamente sui containers collocati dal Grande Fratello in numerosi punti della citta' allo scopo di «proteggere» le installazioni della fiera dove alloggiava il corpo della polizia. Era una scena allegra e triste al tempo stesso. Allegra perche' un'infinita' di persone che parlavano molte lingue - europee e non europee - da punk con criniera a professori occhialuti, da vecchi rappresentanti della cultura operaista a giovani forati da mille piercing, da quelli che sventolavano bandiere a individui privi di affiliazione politica, avevano infine trovato un linguaggio comune: colpire al cuore questo simbolo della paranoia dei potenti.

Ci battevamo tutti insieme: non vi erano ancora stati morti, ne' sangue sui muri, ne' torture nei commissariati, e nemmeno lacrimogeni e arresti. Era svanito il timore che non arrivasse abbastanza gente, non importava piu' l'annuncio dei treni annullati e dei battelli greci respinti. Vi erano solo i canti, le bandiere, e il piacere di essere in tanti. Ma quella scena era anche triste perche' i nostri pugni battevano sul ferro indistruttibile.

Tre giorni piu' tardi, ci siamo ritrovati a Lione con il nostro amico Aris, partito a notte fonda, insieme con il coraggioso gruppo di Samizdat, per fuggire le perquisizioni search and destroy che hanno animato le ultime notti genovesi. Quando ci siamo seduti sulla terrazza di un bar a sorseggiare una bibita, rilassati al contemplare la piazza accarezzata dal sole e brulicante di gente a passeggio, abbiamo avuto l'impressione di sbarcare dalla luna.

Per capire cio' che e' veramente successo a Genova durante quei tre giorni di collera, bisogna provare ad immaginare una citta' con immensi viali vuoti, una popolazione ridotta a poche persone che facevano fugaci apparizioni al balcone o, piu' raramente, agli angoli delle strade, saracinesche chiuse, non un bar ne' un negozio di alimentari aperti, pochissime automobili.

Era come un Ferragosto di quattro giorni causato dall'arrivo dei padroni del mondo. Un incessante carosello di ogni sorta di veicolo della polizia - blindati compresi -, difese del tipo New Jersey (denominazione ufficiale) e poliziotti in divisa da robot intenti a sbarrare le strade della zona rossa; il rumore ossessivo – giorno e notte – degli elicotteri che volteggiavano sulle nostre teste. Ovunque si posasse lo sguardo, c'erano microfoni, telecamere e macchine fotografiche: quelle dei media di tutto il mondo, quelle dei poliziotti, e quelle dei manifestanti che si riprendevano e registravano l'un l'altro.

È in questo gran teatro svuotato dalla montatura poliziesca/mediatica, in questa candid camera paranoica che investiva la citta' intera, in questo luogo di sperimentazione delle nuove tecniche di sorveglianza, di repressione e di terrore, che si sono svolte le scene mandate in onda dalle televisioni di tutto il pianeta. Non si coglie il senso di quelle immagini se non le sistemiamo all'interno di un tale quadro.


Le Tute Bianche

Movimento quasi sconosciuto in Francia (e ce n'e' voluta per far capire ai militanti francesi e persino a quelli di No pasarán che si doveva dire Tute Bianche e non Tutti Bianchi) uscito da quei centri sociali di cui la societa' italiana ufficiale parla di rado, ma che ha dimostrato capacita' di mobilitazione, le Tute Bianche hanno aggregato attorno a se' le organizzazioni giovanili di Rifondazione Comunista, Sud Ribelle (soprattutto napoletano, nato dal movimento di disoccupati e dall'autonomia), un buon numero di stranieri (Reclaim the Street, Baschi e molti altri piccoli gruppi, tra questi una cinquantina di membri di No pasaran).

Mi e' piaciuta la poesia millenarista dei loro proclami nei giorni precedenti all'inizio del G8 che si ispirano a Luther Blisset e agli zapatisti, l'abilita' tattica nel gestire i rapporti con i media, la loro ricerca di un accordo con il GSF, il loro modo di far rispettare i propri principi rispettando quelli degli altri.

Venerdi' 20, verso mezzogiorno, nello Stadio Carlini, messo a disposizione dal comune, le Tute Bianche si allenavano per la manifestazione con caschi, maschere antigas, scudi, pittoresche imbottiture in spugna o gomma piuma, e bottiglie di plastica. In un piacevole ambiente da bordello organizzato, la serieta' e al contempo l'umorismo con cui si travestivano da superman o da giocatore di rugby, esprimevano con forza una volonta' ed un'intelligenza collettive: si trattava di dimostrare che si puo' disobbedire ai divieti, non rispettare le zone rosse decretate dagli Stati, senza cadere nella trappola della violenza spettacolare.

Quando e' giunto il momento della partenza, i megafoni hanno incominciato a ripetere che non si partiva se c'era qualcuno con delle «armi difensive» e che si doveva soltanto «utilizzare il proprio corpo» e proteggerlo dai colpi.

Il venerdi', giorno in cui le diverse componenti si dovevano avvicinare alla zona rossa - ognuna seguendo il proprio percorso - per tentare di entrarvi, la cosiddetta manifestazione delle Tute Bianche era certamente la piu' numerosa. Le Tute Bianche, infatti, si erano spogliate dei loro tipici indumenti per dimostrare che non volevano mettersi in primo piano, ma che erano una piccola parte della «moltitudine», tanto per utilizzare un termine portato alla ribalta da Toni Negri (appena ho cinque minuti, lo prometto, provo a capire che cosa c'e' di nuovo in questo rispetto alla teoria del proletariato).

Il corteo raggruppava dalle dieci alle quindicimila persone, numerose migliaia delle quali «in divisa», alcune centinaia con una formazione a testuggine (scudi ai lati e sulla testa), presa in prestito dai legionari romani. I giovani di Rifondazione partecipavano insieme con quelli dei centri sociali, mentre delle rappresentazioni di teste di maiali in plastica morbida e scudi con colori sgargianti aprivano il corteo.

C'erano dei gruppi con estintori per i lacrimogeni e molti portavano guanti per rispedirli al mittente. Vi era anche un lungo camion scoperto per la musica, che scandiva slogan e consegne. Era divertente osservare la delegazione della LCR (Ligue Communiste Re'volutionnaire), ovvero quei trotzkisti francesi che a suo tempo si erano tanto scontrati con gli autonomi, stare adesso in coda ad una manifestazione nata da questo movimento. Poi hanno avuto l'occasione di dimostrare quello che sapevano fare meglio: retrocedere scandendo «Ce n'est qu'un de'but continuons le combat».

Il nostro grande corteo risoluto, imbottito e festoso e' disceso lungo una grande via (Corso Garibaldi – Via Tolemaide), costeggiando la ferrovia con l'intenzione di entrare nella zona rossa senza colpo ferire. In realta' l'enorme meccanismo poliziesco ci ha fermato molto prima, nei pressi di Piazza Brignole, e non siamo mai riusciti ad andare oltre. Per ore, mentre la fila di testa subiva le cariche e i lacrimogeni, noi siamo andati prima avanti e poi indietro, poi di nuovo un po' avanti e infine di nuovo indietro.

A quel punto, dopo aver messo a segno un certo numero di incendi e distruzioni, alcuni Black Bloc si sono messi alla testa della manifestazione. È stato li', dove si mescolavano Tute Bianche, BB e polizia, che vi sono stati gli scontri piu' violenti. Mentre una macchina dei carabinieri bruciava, in una via adiacente, alcuni BB, al riparo dietro le prime file delle Tute Bianche, bombardavano i poliziotti. La zona nuotava tra i lacrimogeni. È in una piccola piazza li' vicino dove Carlo a' stato ucciso.

Il corteo ha finito per tornare allo stadio, mentre scoppiavano violenti litigi, al limite della rissa, tra quelli di Sud Ribelle e alcune Tute Bianche. Il tentativo di forzare la zona rossa era fallito.

Siccome non siamo dei soldatini, le due osservazioni che seguono non sono di carattere militare. In primo luogo bisogna dire che una parte di queste persone bardate e imbottite si trovavano molto lontano rispetto al «fronte», mischiati ai manifestanti privi di protezione. A cosa serve giocare a fare superman per poi sfilare come tutti gli altri?

Non particolarmente coraggioso ne' particolarmente spaventato, vestito da turista, senza occhiali ne' casco, senza niente, mi sono avvicinato, con un piccolo gruppo di compagni, al luogo degli scontri. Qui bruciavano alcuni scudi delle tute bianche, e sembrava che, poco lontano, alcuni furgoni avessero deliberatamente caricato la folla, ferendo gravemente un manifestante.

Non era difficile, in realta', uscirne indenni; bastava avere un po' d'esperienza, non farsi prendere dal panico e saper cogliere il momento opportuno per ritirarsi. Posso tranquillamente affermare che quei personaggi ben equipaggiati che si annoiavano in coda al corteo sarebbero stati molto piu' utili in testa.

Si dira' che tutti gli eserciti hanno degli imboscati, ma era proprio quello che costoro non volevano essere: un esercito. Al principio la teatralita' delle Tute Bianche non mi ha disturbato, nemmeno il fatto che fossero cosi' fotogeniche. Ma poi ho potuto verificare che il rischio di queste pratiche ipermediatizzate e' che molti di coloro che ne sono affascinati per il carattere ludico, non sono poi capaci di andare fino in fondo e ad assumerne i pericoli.

Una dose di teatralita' vi e' sempre stata in ogni movimento, anche nei piu' radicali. Ma qui il teatro ha avuto la meglio. Nelle settimane precedenti avevo ascoltato Luca, il portavoce delle Tute Bianche annunciare: «entreremo nella zona rossa con la sola arma dei nostri corpi». Come molti altri mi ero fidato della loro immaginazione, ed ero sicuro che avessero previsto qualche tattica inedita per essere all'altezza della sfida. Da una settimana stavano nello stadio e dovevano pur aver avuto il tempo di inventare delle sorprese. Ebbene, la sorpresa e' che non c'erano sorprese! Avevano pensato solo a delle tanaglie per tagliare le grate della zona rossa.

Alla polizia e' bastato allargare - di fatto, e senza nemmeno troppo chiasso - la portata della zona rossa (di notte le strade che portano a Piazza Brignole, tra cui anche quella in cui alloggiavo, furono bloccate da nuovi containers) per bloccare il corteo molto prima che raggiungesse l'obiettivo e non ci fosse piu' nulla da fare. Del resto e' facile capire che se lo stato lo decideva, semplicemente non saremmo riusciti a passare.

Visto l'imponente dispositivo logistico di cui disponevamo avremmo potuto inoltre mirare ad obiettivi di ripiego: deviare la manifestazione su vie trasversali, e, ad esempio, occupare un edificio ufficiale – non ne mancavano nel quartiere – proclamando, tanto per restare nella retorica scelta «la zona rossa e' ovunque», che l'edificio veniva preso in ostaggio e che non sarebbe stato liberato se non in cambio della zona rossa.

Se non fossero state ossessionate dall'idea dell'assalto alla fortezza, le Tute Bianche avrebbero potuto prendere qualche lezione di mobilita' dal BB. E, soprattutto, avrebbero potuto utilizzare a fondo la loro principale risorsa: l'immaginazione. Su questo terreno esse avrebbero potuto battere lo Stato ma, proprio su questo terreno, sono state invece battute.

Nella misura in cui neanche io ho tentato di cambiare il corso degli avvenimenti, non vorrei che queste critiche suonassero come le lamentele di un consumatore frustrato. Esse mirano solo a far crescere la riflessione collettiva per il futuro.


Il Black Bloc

Dopo la morte di Carlo, quando la televisione ha trasmesso la notizia (rivelatasi falsa) di un'imponente manifestazione, ci siamo recati nella piazzetta dove lui e' stato ucciso. Eravamo in cinque ed abbiamo trovato una decina di persone attorno al luogo dove giaceva il suo corpo, ricoperto da un tappeto di fiori rossi. Alle due estremita' erano stati disposti dei vasi di fiori tipo che servono per delimitare le terrazze dei bar all'aperto, con le scritte pubblicitarie di una marca di gelato.

Le poche persone presenti stavano sistemando delle candele al suolo. Era una scena patetica ed irrisoria che dava l'impressione di una stupefacente solitudine. Noi avremmo voluto condividere la nostra tristezza e la nostra rabbia con migliaia di persone.

Con un amico ho camminato fino al luogo di ritrovo dei manifestanti che rassomigliava ad una festa dell'Humanite' (come una Festa dell'Unita', ndt) con i punti di ristoro e i banchetti delle varie organizzazioni. Attorno al palco dei concerti era in corso una sorta d'assemblea permanente, poco numerosa. Siamo saliti sul palco in attesa del nostro turno per prendere la parola. Davanti a me un tale arringava quella piccola folla con un tono da oratore e diceva che la zona rossa, criticare la zona rossa, e tutto questo, era solo politica e che lui non ne voleva piu' fare di politica. Metteva sullo stesso piano la polizia e i teppisti che avevano bruciato le automobili o comunque non dava la ragione ne' agli uni ne' agli altri.

Avevo voglia di tirargli una pedata, ma l'assemblea, in quel momento composta prevalentemente da pacifisti del genere che bela, lo applaudiva. Ce ne siamo andati via disgustati. Quel tale era un nemico, cosi' come quelli che lo applaudivano.

Dal mio punto di vista, due considerazioni si impongono come preambolo ad ogni discussione sul BB. In primo luogo, il rifiuto radicale dell'osceno discorso sulla «violenza» che mette sullo stesso piano la distruzione di cose effettuata dai manifestanti ed i forsennati pestaggi praticati dalle forze dell'ordine; lo sfascio di vetrine e le ossa spezzate o gli omicidi dei poliziotti.

Quelli che danno alla distruzione di beni la stessa importanza della distruzione di persone, mostrano chiaramente da che parte della barricata stanno: e' precisamente contro questa gestione delle cose che ci siamo ribellati. Poi bisogna dire che davanti ad una citta' che segnava un passo in piu' nel processo di calcificazione del mondo, di fronte ai caschi e ai musi blindati del Grande Fratello, la pulsione distruttiva mi e' invece sembrata un atto vitale.

Credo di non aver nulla da dire a quelli, che di fronte al tipo di vita che ci viene imposto, non hanno mai sentito il bisogno di spaccare tutto. Al tempo stesso la discussione con il BB e' necessaria per delineare i punti di disaccordo. Riconoscere la legittimita' della voglia di distruggere non significa che ci si debba abbandonare a questa in qualsiasi modo e in qualsiasi momento.

Le Tute Bianche hanno cercato l'accordo con altre componenti del GSF sulla base della «disobbedienza civile», spingendo quest'approccio fino alle ultime conseguenze. In un proclama hanno annunciato alla popolazione di Genova che loro non volevano fare alcun male alla citta', ma al contrario, volevano liberarla dall'occupazione del G8 e del suo esercito di 18000 uomini. Per principio non si volevano toccare i beni privati degli abitanti.

La volonta' di cercare un'alleanza con i cittadini ha mostrato la sua fondatezza: buona parte della popolazione rimasta in citta' ha reagito contro il circo militarista e contro le restrizioni del diritto a circolare liberamente. Le manifestazioni di simpatia non sono mancate: dal vecchio genovese che diceva di avere piu' paura che durante la guerra, «e non per i manifestanti, ma per quelli la'» (indicando un gruppo di poliziotti con i loro blindati); a coloro che ci gettavano acqua dalle finestre per rinfrescarci dal caldo e dai lacrimogeni.

Mentre invece il sorriso e' sparito dal volto di quegli abitanti che dall'angolo di una strada guardavano degli individui mascherati intenti a devastare un negozietto o a demolire il benzinaio di quartiere.

Come ha detto alla televisione locale un manifestante pacifista non particolarmente belante «vabbe', distruggere le banche lo capisco, ma il baretto sotto casa mia…»

All'incrocio di via Torino col lungomare un giovane mascherato si accingeva a scardinare la saracinesca di un tabaccaio e in quel momento un vecchio proletario gli ha gridato «Ma cosa vuoi, una sigaretta? Te ne do una delle mie!» E lo ha fatto.

I casseurs non agivano motivati da mancanze vitali, non avevano nulla in comune con quei ribelli della fame che periodicamente, sorgono nel sud del mondo, e neppure con i saccheggiatori delle grandi metropoli occidentali che esprimono la frustrazione dei poveri davanti alle vetrine. Quindi non potevano che essere mossi dalla mitologia del saccheggio.

L'offerta del vecchio mostrava bene come il dialogo tra loro, il giovane casseur con il suo delirio teatrale e l'operaio che incarna la memoria di tante disfatte poteva essere infinitamente piu' promettente della ripetizione di un vuoto rituale.

Ma questo principio di scambio critico e' stato interrotto dai primi lacrimogeni lanciati dopo tanto tempo in Europa nel cuore di una manifestazione di massa. Ricordiamo in ogni caso che una buona parte del BB era contraria allo sfascio indiscriminato ed era deciso invece a prendersela solo con i simboli capitalisti evidenti. E riconosciamo che ogni uomo innamorato della liberta' non puo' che salutare l'assalto alla prigione e il principio di incendio che alcuni di questi elementi sono riusciti a provocare.

La presenza di infiltrati nel BB non si discute: come quasi tutto in quei giorni e' stata filmata. Io stesso ho osservato un trio di personaggi sulla quarantina, mascherati e vestiti sportivamente che si agitavano mentre gli altri BB li evitavano accuratamente.

In questo le pratiche poliziesche italiane non sono differenti da quelle francesi o, piu' generalmente, europee. Sembra verosimile che piccoli gruppi di casseurs siano stati spinti verso la testa del corteo delle tute bianche per annichilire l'originalita' di una pratica squisitamente difensiva e facilitarne cosi' la repressione. Ma cosi' come l'esistenza di provocatori nelle manifestazioni anti-CIP (Contrat Insertion Professionnelle, controverse disposizioni per il rinserimento dei disoccupati che dettero luogo a violente proteste verso il principio degli anni 90, ndt) non cambiava la portata dell'autentica collera di classe espressa dai casseurs, le infiltrazioni dei BB, la manipolazione di cui alcuni di loro sono stati oggetto, non li riduce ad un esercito di marionette al servizio della repressione. Una parte di loro si interessa poco al G8 ed alle sue critiche e questo tipo di grandi riunioni non rappresenta altro che una buona occasione per sfasciare. Ho esperimentato, nel passato, la sensazione di trovarmi in preda a questo «parassitismo aggressivo» in relazione a manifestazioni che non andavano oltre la solita sfilata da primo maggio. Un tale atteggiamento aveva l'inconveniente di tagliarmi fuori dagli altri, allontanandomi da migliaia di persone che non meritavano poi tanto disprezzo.

Oggi mi pare che l'inizio di un movimento di contestazione del governo mondiale sia di un interesse infinitamente piu' grande che non la soddisfazione del legittimo, e tuttavia miserabile, bisogno di spaccare tutto.

Autenticita' della loro ribellione, debolezza della maggior parte dei loro obiettivi: questa doppia constatazione deve servire da base per instaurare il necessario dialogo con il Black Bloc.


Gli altri

Le Tute Bianche e il Black Bloc non rappresentavano certo la totalita' dei manifestanti piu' decisi. Siamo rimasti colpiti, al contrario, dalla determinazione di una buona parte degli altri a marciare sulla zona rossa. I tre o quattro che ci sono riusciti non appartenevano all'area piu' radicale.

Agnoletto, il portavoce del GSF incarna, ai miei occhi, la confusione di fondo di quelle Ong che restano sul terreno del discorso riformista. Queste danno il meglio di se' in pratiche come la disobbedienza civile, o quando nei momenti cruciali, come la morte di Carlo, sanno trovare le parole giuste per esprimere la voce della moltitudine. Ma sono anche capaci del peggio quando, cedendo al vecchio complottismo sinistrese, le si sente rimproverare il governo Italiano d'aver lasciato entrare in Italia i casseurs (qualsiasi giornalista amante dei carabinieri poteva rispondere loro: «cosa avreste preferito? Che si instaurasse uno stato di polizia stile Gestapo?»).

Una delle scene piu' impressionanti rimane quella di una decina di membri del gruppo inglese «Pink» – raccolti intorno ad una ragazza dai lunghi capelli rosa con un cartello che diceva: «perche' avete ucciso i nostri figli?» – i quali sono riusciti a far retrocedere un nutrito gruppo di poliziotti parlando con loro e cantando.

Il coraggio non e' appannaggio di coloro che fanno la guerriglia urbana. Per me, la linea di demarcazione non passa dal ricorso o meno alla violenza, ma dall'accettazione o dal rifiuto dell'illegittima legalita' dello stato capitalista.

Penso che la principale vittoria a Genova sia stata la presenza di decine di migliaia di persone determinate a cercare una pratica di rottura con l'ordine mondiale.

La necessita' di correre per sfuggire ai poliziotti o di camminare coprendo distanze interminabili per aggirare le loro linee, ha fatto litigare per molto tempo i manifestanti ed ha in buona parte impedito alle diverse sensibilita' di incontrarsi al di fuori dei Forum indicati dalle organizzazioni riformiste. Questo e' stato senza dubbio il principale risultato della repressione.


La repressione selvaggia e i suoi insegnamenti

Sebbene conosca piuttosto bene l'Italia e da quasi 10 anni ci viva la meta' del mio tempo, sono rimasto sconvolto dal carattere selvaggio della repressione. Ritenevo che il paese fosse avanzato di piu' sulla strada della normalita' «europea». Spaccare in due una manifestazione pacifica di 300.000 persone, sparare, far grandinare lacrimogeni con accanimento nel bel mezzo di un corteo, disperdere i dimostranti nelle viuzze laterali, e' qualcosa di inedito che si direbbe appannaggio di una dittatura in crisi.

Quando ho visto i poliziotti che lo facevano, ho avuto molta piu' paura che durante gli scontri del giorno prima. Parevano capaci di tutto. Ed e' vero che, oltre a sparare sulla folla, hanno proprio fatto di tutto, (come per esempio lanciare tre blindati a tutta velocita' contro manifestanti).

Chi ha pagato il prezzo piu' caro della repressione sono stati coloro i quali che non si riconoscevano nelle tendenze radicali, ma nello striscione apparso nella manifestazione di sabato, divertente, ma tragicamente falso: «mamma non ti preoccupare, solo tu mi puoi menare». La fiducia nelle regole minime della convivenza democratica implica che la polizia non ti picchia se tu non te lo cerchi. Una tale fiducia e' svanita, all'improvviso, dopo le manganellate distribuite alla cieca e con un rancore inaudito.

Dopo quanto e' successo, e' da prevedere che il concetto di cittadinanza, cosi' caro ai pensatori di Attac, non si riprendera' molto facilmente. Un tale concetto presuppone che esista una «citta'» ideale alla quale ognuno dovrebbe appartenere: colui che mi bastona, ma anch'io che sono il bastonato. Una citta' imperfetta e' vero; ed e' per cio' che diventa necessario battersi per cambiare le regole, ma pur sempre una citta' comune.

Noi (i miei alleati ed io) non abbiamo nulla a che spartire con gli assassini in uniforme, ne' con nessuna riforma, Tobin tax, o pseudoproposta da fare ai signori del G8, i serial killer del mondo.

Alcune particolarita' italiane spiegano, senza dubbio, l'ampiezza e la brutalita' della repressione. In primo luogo, le forze di polizia da questo lato delle Alpi non conoscono i casseurs. Dagli anni 70 erano abituate a reprimere le manifestazioni politiche nella modalita' dello scontro frontale. Ma ne avevano perduto l'abitudine. E soprattutto non avevano nessuna esperienza con piccoli gruppi di casseurs dediti alla distruzione di vetrine e al rovesciamento di automobili, poco importa dove e senza un chiaro obiettivo. A un certo punto si sono ritrovate sopraffatte dalle tattiche dei Black Bloc, il che spiega la loro rabbia, tanto piu' sfrenata in quanto sapevano di essere coperti.

Il secondo elemento e' che, su scala ben piu' vasta, a Genova e' successa la stesso che in Francia quando ritornava Charles Pasqua (un ex ministro degli interni, ndt) e si moltiplicavano gli abusi della polizia.

Quando si e' installato nel suo quartier generale, Fini, vice primo ministro post fascista, ha fatto fatica a dimostrare ai miei amici dell'estrema sinistra che, fasci o non fasci, vi erano delle differenze. L'intervista al poliziotto di Bolzaneto pubblicata da La Repubblica, mostra la presenza tra i poliziotti di base, come tra tutti gli “specialisti” antisommossa e i supercarabinieri, del fascismo storico con denominazione di origine controllata (DOC).

Ci sbaglieremmo di grosso, tuttavia, a lasciarci obnubilare dalle peculiarita' italiane. Credo che Genova dimostri che oggi, in questa Europa, che pretende di incarnare l'immagine piu' alta della civilta' dei diritti dell'uomo cio' che ci separa dalla barbarie ha lo spessore della cartina di una sigaretta.

La «volpe» Berlusconi, come lo chiamano le Tute Bianche e i suoi volpini del ministero dell'interno, pur lasciando intravedere una volonta' di dialogo, non hanno mai smesso di criminalizzare il GSF. Cio' e' apparso chiaramente nella notte tra sabato e domenica con l'incursione alla scuola Diaz.

Ma era gia' chiaro all'inizio di sabato pomeriggio quando un enorme e molto visibile dispositivo di poliziotti si e' piazzato proprio davanti al «punto di convergenza» dove c'erano i banchetti del GSF, e dove 300.000 manifestanti stavano arrivando dal lungomare per entrare in citta'.

Era ovvio che piazzandosi li', ben in vista ed armate fino ai denti, le forze dell'ordine avrebbero provocato il furore dei manifestanti; poi vi sarebbero stati i consueti lanci di bombe lacrimogene e la colpa di tutto sarebbe andata al GSF. E, in effetti, circa un migliaio di persone si e' staccato, dalla manifestazione e di queste il Black Bloc non costituiva che una piccola parte. Erano numerosi gli striscioni dei COBAS e dei giovani di Rifondazione; vi era il gruppo degli indipendentisti sardi che si spostava vero la testa di questo spezzone di corteo gridando «assassini, assassini!».

In ogni modo possiamo dire che c'era di tutto: tutte le sensibilita' e tutte le nazionalita'. Questa folla inferocita dalla morte di Carlo si e' scrollata di dosso il controllo delle organizzazioni d'appartenenza per gridare la propria collera. A Genova abbiamo visto uno degli sforzi incipienti di costruire una forza realmente autonoma ed internazionale, in rottura con questo ordine mondiale mortifero. Noi (milioni di persone) dobbiamo far si che una simile presa di coscienza si sviluppi e si trasformi in lotta sociale e vada oltre lo scontro lacrimogeno.